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Il mito della fine della distinzione tra destra e sinistra

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Uno dei mantra dell’epoca moderna é che la distinzione tra destra e sinistra non esista piú e che questo spartiacque appartenga al passato. Per diverse ragioni non condivido minimamente questa idea: non solo non e` vero ma questo modo di ragionare nasconde molte insidie.
Prima di tutto, dire che non c’é piu’ una destra e una sinistra significa in qualche modo affermare che le nostre societá siamo omogenee e abbiamo tutti gli stessi interessi. In quest’ottica un operaio della FIAT di Melfi ha gli stessi interessi di Marchionne o un precario quelli di un banchiere. Le economie occidentali hanno visto negli ultimi anni un aumento delle ineguaglianze dove un 10% della popolazione ha e controlla piú della metá della ricchezza. Pensare e impegnarsi per una societá piu eguale é di sinistra, affidare solo al mercato la distribuzione delle risorse é una scelta di destra.
La seconda ragione é in qualche maniera connessa alla prima. Dire che al giorno d’oggi che non c`é piu’ differenza tra destra e sinistra significa avere una visione tecnocratica della democrazia. Non essendoci piú un ideale di societá a cui far riferimento , la democrazia e la politica si riducono a trovare la soluzione migliore ad ogni problema come se questo fosse sempre possibile. Di conseguenza il voto si riduce a scegliere il tecnico migliore che troverá la soluzione ideale al problema. In realtá non vi é una soluzione ideale in quanto ad ogni problema ci sono diverse soluzioni che avvantaggiano o sfavoriscono gruppi sociali diversi senza considerare che anche il tecnico ha i suoi interessi. Inoltre la naturale conseguenza di questo modo di ragionare e’ quello di lasciare al mercato la decisione di regolare la societá in quanto solo il mercato permetterá l’allocazione delle risorse in maniera efficente. Non é una caso che i gruppi culturali che hanno piú spinto verso l’affermazione della fine delle ideologie sono quelli vicini ai gruppi finanziari/industriali. Nel momento che lo stato non é piu’ uno strumento per raggiungere degli obiettivi politici, la naturale conseguenza é quella di ridurre il suo peso e lasciare al mercato tutte le scelte.

La negazione di una differenza tra destra e sinistra porta inevitabilmente ad una personalizzazione della politica con quello che ne consegue. Non essendoci un modello di riferimento si finisce per votare la persona o il salvatore della patria: il “ghepensi mi” di berlusconiana memoria. Lo scontro democratico si riduce solamente a dialettica dove prevale chi sa usare meglio la parola e i mass media. Non importa tanto quello che si dice ma come lo si dice e come si appare. La politica si riduce a marketing dove si cerca di piacere a piú persone possibili inseguendo l’ultimo sondaggio. Questo porta ad un immobolismo perché fare delle scelte fa perdere voti soprattutto quello del cosidetto centro o dei moderati, in granparte un elettorato disinformato che sceglie all’ultimo minuto e che non ama i cambiamenti. Uno dei tanti peccati della snistra negli ultimi anni é stata quella di cadere in questo tranello. Prima il tentativo di cercare di prendere voti nell’aria moderata e poi una volta arrivata al potere ha sempre cercato di dare un colpo alla botte e l’altro al cerchio per non scontentare nessuno.
Certo i partiti vanno cambiati in quanto non sono piú portatori di idee o modelli di societá diversi ma sono soltanto gruppi di potere, peró una cosa é impegnarsi per riformare i partiti un’altra cosa é dire che destra e sinistra non esistano piú. Chi basa la sua politica su questo non ha nessuna intenzione di riformare i partiti. Non é un caso che i partiti di protesta negano l’esistenza di una differenza tra destra e sinistra perché cercano di pescare voti da tutte le parti. Da un punto di vista elettorale questo funziona fino a quando non si é chiamati a prendere delle decisioni che inevitabilmente scontenteré qualcuno perché piaccia o no ogni scelta va in una direzione precisa . Il punto é scegliere in quale direzione si voglia andare e non tutti voglio andare nello stesso posto. Quindi fino a quando gli individui saranno diversi e fino a quando esisterá la possibilitá di scelta esisterá  sempre la distinzione tra destra e sinistra. La loro forma e i loro contenuti saranno diversi con il passare del tempo ma come direbbe Bobbio ma alla fine saremmo sempre chiamati a scegliere tra libertá e uguaglianza (o almeno un giusto equilibrio) e quindi a scegliere tra destra e sinistra.

Il PD e la crisi esistenziale della sinistra

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In “Renzi e il PD sconfitti dal Renzismo” avevamo evidenziato la spaccatura al’interno del PD. Da una parte il Renzismo che si rifá ad una concenzione leaderistica della politica dove il partito é a servizio del leader, e dall’altra parte l’idea cara alla sinistra dove il leader é solo un funzionario del partito. Da una parte il tentivo ulteriore di personalizzare la politica, dall’altro la resistenza e l’attaccamento a schemi che rappresentano un ostacolo a chi pensa che la politica debba essere fatta solo attraverso l’occupazione del dibattito politico da parte del leader che vende se stesso come soluzione dei problemi. Questo modo diverso di concepire il ruolo del partito é soltanto una delle dinamiche centrifughe all’interno della sinistra non solo italiana, basti pensare alla lotta all’interno del partito laburista Brittanico tra  Corbyn e Blair o il duello tra Hamon e Valls in Francia.

La spaccatura tra partito e leadership coincide  con una spaccatura ideologica piú profonda. Da una parte la “sinistra pesante” che ha le sue radici nel mondo del lavoro e  basa la sua visione politica su un mondo che nel frattempo é cambiato e non esiste piú. Questa sinistra ha gli occhi rivolti al passato, o fa finta che nulla sia cambiato, perché non in grado di comprendre il presente e non  ha il coraggio di esplorare alternative. Dall’altra parte una “sinistra leggera” che si é adeguata al mondo ma ha messo da parte la speranza di cambiare il futuro accontentandosi semplicemente di gestire il presente dando dei colpi di trucco a un mondo formato e modellato dalle leggi di mercato. Una politica che pensa semplicemente a gestire il presente diventa irremediabilmente semplice gestione del potere che si sforza di apparire sempre nuova e punta sull’imaggine del leader perché incapace di pensare a un futuro. In entrambi i casi, siamo di fronte a due visioni fallimentari incapaci di comprendere il proprio ruolo.

La “sinistra pesante” sembra ferma agli anni ’70. Fa riferimento a schemi come capitale contro lavoro, sindacati o partiti di massa senza adeguarli ad un presente totalmente diverso da un passato quando queste idee spiegavano da sole con successo quello che accadeva. Concentriamoci sulla dicotomia tipicamente marxista capitale/ lavoro. Certamente gli interessi di un operaio sono diversi da quelle del proprio datore lavoro ma la liberalizzazione del mercati ha ridotto la distanza. Nel momento in cui il mercato é dominato dalla concorrenza, operaio e imprenditore sono riuniti dallo stesso obbiettivo di mantenere in vita l’azienda. In una crisi interminabile, davanti alla competizioni di paesi come la Cina, le aziende e i posti di lavoro sono come le foglie di Ungaretti, pronte a cadere da un momento all’altro. In questa situazione precaria, operai e imprenditori sono spesso nella stessa tincea a difendere interessi comuni. Questo vale soprattutto nelle piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto economico del nostro paese. Questo ha causato un’emorragia di voti che si é riversato su altri partiti tanto da spingere Umberto Bossi a gridare «Siamo il partito degli operai» alla luce del consenso che la lega raccoglie tuttora nelle fabbriche.

In passato il capitale aveva un volto, gli Agnelli, i Pirelli o i Moratti. Nel capitalismo moderno questa personificazione del capitale é diminuita. I fondi pensioni, il trading on-line e la diffusione dell’azionariato come forma di risparmio ha trasformato tanti operai e pensionati in piccoli capitalisti diminuendo la loro avversione nei confronti del capitale perché una parte del loro benessere dipende dalla salute dei mercati. Una fetta sempre maggiore di quella parte della societá che aveva a sinistra il proprio punto di riferimento politico fa dipendere il proprio benessere materiale dall’andamento delle borse. Il problema é che le borse sono scollegate dall’economia reale. Come ha dimostrato la crisi del 2008, l’economia reale é un minuscolo pilastro che deve sorreggere una sovrastruttura finanziaria fatta di derivati e prodotti finanziari. Questa sovrastruttura si tiene in piedi sulla fiducia, fino a quando le istituzioni finanziarie e i risparmiatori continueranno come nulla fosse tutto va bene. Nel momento qualcuno inizia a farsi domande e si ritira dal gioco, tutto rischia di crollare trascinando con se l’economia reale ovvero il lavoro e il futuro di tanta gente. La “sinistra pesante” fa ancora fatica a prendere in considerazione la dicotomia “economia reale/finanza”.Oggi fare gli interessi di lavoratori, impiegati e disoccupati non puó essere ridotto a una lotta per limitare il capitale a favore del lavoro perché condannerebbe tante aziende alla chiusura. Non si puó pensare di parlare solamente di riduzione dell’orario di lavoro (giusto), aumento dei salari (giusto), di lotta contro il precariato (giusto) senza includerlo in un discorso piú ampio che includa come ridurre la finanziarizzazione dell’economia e come rendere globali i diritti dei lavoratori. Come evidenziato in un altro post, la sinistra deve tornare ad essere internazionale. Se ci si limita a piccole battaglie nazionali (per quanto possano essere giuste come la lotta al precariato) si rischia di essere travolti dai mercati e di produrre povertá costringendo tante aziende a chiudere in quanto incapaci di competere con chi ha meno obblighi. Questa é la forza distruttrice dei mercati che spinge verso il basso salari e diritti e chi non lo fa é costtretto a lasciare il gioco. Battaglie nazionali di retrovia fine a se stesse sono battaglie miopi dove una vittoria puó rivelarsi una scorciatoia verso la sconfitta definitiva. Questa sinistra pensa di parlare agli operai (sempre meno) ma incapace di relazionarsi al proletariato del nuovo millenio ovvero i tanti giovani precari che non hanno nemmeno una prole come ricchezza. Non a caso i sindacati si stanno trasformando in organizzazioni a difesa degli interessi di pensionati e di quei pochi lavoratori a cui é rimasto il privilegio di usare lo sciopero come arma di lotta sociale. Accecati da vecchi schemi, la “Sinistra pesante” rimane fuori da alcune battaglie che potrebbero darle nuova linfa. Se il capitale e il lavoro sono stati alla base del capitalismo fino ad oggi, assume sempre nuova importanza una nuova forza capace di creare valore. Questa forza sono le informazioni raccolte sulla rete dai giganti nella new economy. Informazioni su cosa visitiamo, cosa ci piace e quello che compriamo online sono una grossa risorsa e sará sempre piú la foprza che guiderá l’economia del futuro e non solo quella virtuale. Per creare valore l’economia reale del presente  ha sempre bisogno del capitale (in maniera ridotta), del lavoro (sempre meno e piú specializzato) ma non puó piú fare a meno dei dati che permettono di usare al meglio capitale e lavoro.  Come gestire queste informazioni? Perché queste aziende non pagano per ottenere queste informazioni grazie al “lavoro” fornito gratuitamente da chi naviga? In una societá sempre piú robotizzata che riduce l’importanza del lavoro, perché non creare un reditto di cittadinanza dal valore di queste informazioni? Farsi queste domande e portare avanti delle proposte servirebbe per svecchiare e rendere piú attuale la “sinistra pesante” liberandola da vecchi circuiti ideologici autoreferenziali.

In “PD e la sua natura postmoderna” avevamo evidenziato come Il continuo cambiamento e la mancanza di una finalitá sono alcune delle caratteristiche della societá moderna.  Da un punto di vista culturale questo é dovuto alla moltiplicazione e alla diffusione dei mezzi di comunicazione ( soprattutto internet) che ha permesso lo sviluppo di infiniti modelli culturali. La societá non e’ piu un blocco piú o meno uniforme ma la composizione variegata di diverse subculture. Non essendoci piú un gruppo di riferimento (quello che era la classe operaia per il PCI), avere un messaggio unico che riesca a fare appello a un numero sufficente di persone  é una chimera. Il PD nel tentativo di essere forza maggioritaria é stato costretto a diventare un contenitore di diverse anime rappresentando interessi e opinioni in contrasto tra loro. La sinistra si e’ sbriciolata in diversi gruppi con prioritá e sensibilitá diverse: dalla difesa degli animali al diritto all’eutanasia, dai diritti degli omesessuali alla difesa degli emigrati, dalla lotta contro l’inquinamento alla difesa della multiculturalitá. Queste vocazioni sono spesso in contrasto tra loro.

Per tenere unito il partito, si é rinunciato ad avere un’ideologia e una coerenza di pensiero che rischierebbe di incrementare la conflitualitá tra le diverse anime. Per tenere insieme il tutto, non rimane che la personalizzazione della politica dove il politico agisce da collante. La “sinistra leggera” ha la vocazione maggioritaria e giustamente non si accontenta di un ruolo di opposizione ma cerca di andare al governo. Per far ció deve essere in grado di far appello al cosidetto centro. Per centro o maggioranza silenziosa non intendiamo i moderati (o il voto cattolico) ma quella grossa fetta di elettori male informati e poco interessati alla politica che fanno vincere o perdere un’elezione. Per prendere il voto di questo centro si punta sulla comunicazione, sulla personalitá del leader e soprattutto si adotta un linguaggio rassicurante e spesso vuoto. Nel far ció la “sinistra pesante” risulta una zavorra, perché il suo linguaggio ideologico tende a spaventare gli elettori che per fomazione personale non guardano a sinistra. La “sinistra leggera” non si illude di cambiare radicalmente il presente, si accontenta semplicemente di mettere delle pezze per risultare il meno conflittuale possibile per assicurarsi la rielezione. In un mondo sempre piú arrabiato dove la gente perde velocemente fiducia, la “sinistra leggera” ha solo l’illusione di essere una forza di governo perché sará vittima di forze politiche che in elezione in elezione avranno la capacitá di sembrare piú nuove e alternative.

Il PD soffre inoltre di una fusione a freddo mal riuscita tra sinistra democristiana e quello che era rimasto del PCI. Se da un punto di vista sociale ed economico le distanze erano colmabili, questo non si puó dire su altri temi come i principi non negoziabili cari a Benedetto XVI. In un partito disomogeneo, la prioritá politica é il mantenimento dell’unitá del partito. Con questa prioritá, governare diventa difficile, sarebbe come essere su di una nave che perde pezzi dove i marinai cercano prima di tutto di tenere il vascello insieme per non affondare e la direzione diventa una priorita secondaria. Anche la questione morale divenuta pietra al collo per il PD deriva in parte da questa fusione. La presenza di due partiti uniti in alleanze costringeva a controllarsi vicendevolmente. Una volta riuniti in un unico partito, quei gruppi di potere locale che fanno politica solo per interesse personale hanno avuto vita facile a coalizzarsi e prendere il controllo del partito. Chi fa politica per vocazione é stato messo ai margini o  é  stato costretto a chudere un occhio e a relativizzare quello che accadeva per il bene dell’unico partito di sinistra rimasto. Per i semplici iscritti che componevano la forza dell’ultmo partito di massa non e’ rimasto altro che andare via e abbandonare l’impegno politico non disposti a sacrificare tempo ed energia per un partito che non scalda piú i cuori ridotto ormai a semplice gestione del potere.

Tutte queste forze centrifughe hanno portato alla situazione attuale dove il PD rischia la scissione in mille pezzi. Se da una parte la scissione sarebbe salutare per affrontare le contraddizioni spiegate in precedenza e riprendere un discorso coerente basato su una visione comune della societa, il rischio reale é che si tratti di una una frattura tra poteri senza un cambiamento radicale. La paura é ridurre all’irrelevanza la sinistra italiana divisa tra tante sigle in perenne conflitto tra loro. Conflitto non basato su una visione diversa, ma su risentimenti personali incapaci di trovare una sintesi per il bene del paese. Quello che manca alla sinistra non é un nuovo simbolo o un nuovo leader, ma un esercizio collettivo che ambisca a comprendere il presente per creare una direzione verso il futuro. L’obbiettivo dovrebbe essere cambiare la cultura dominante per poi cambiare qelle forze politiche ed economiche che stanno rendendo le nostre societa sempre piú ingiuste. Lottare conto l’ingiustizia per avere una societá piú egalitaria é l’uno vero collante della sinistra, il nostro principo non negoziabile. In una societá dominata dall’egoismo e dall’edonismo, questa battaglia é la piú difficile da combattere non solo per la soppravivenza della sinsitra ma per la soppravivenza di un senso comune che dia ancora senso alle nostre democrazie.

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La veritá utile e internet

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Nell’articolo precedente ci siamo soffermati sulla “veritá utile” intesa come attitudine che fa ritenere un qualcosa vero non perché rispetta il principio di non contraddizione ma perché serve alla nostra sfera emotiva facendoci star meglio. Questo modo di comportarsi é sempre esistito. Basta pensare ai nostalgici di un regime o di un uomo politico caduto in disgrazia che continuano a mantenere ferma la propria fedeltá interpretando e reinterpretando il passato e la realtá per continuare a giustificare la loro posizione. Questa maniera fallace di valutare la realtá, che conduce a  perdere qualsiasi forma di oggettivitá, prende in psicologia il nome di “cognitive bias”. Per “veritá utile” intendiamo una forma di “cognitive biais” che si sviluppa soprattutto in rete facendo cambiare, non solo la percezione del mondo circostante, ma anche come si affronta la realtá (dal voto al rifiuto dei vaccini etc…). Come detto in precedenza la veritá utile ci far star meglio ma le ragioni del suo successo in rete sono molteplici per la natura stessa di internet.

Sempre nel precedente articolo, abbiamo accennato a come la rete tenda a rafforzare l’investimento emotivo. Se passiamo anni a condividere articoli su scie chimiche, diventerá piú difficile ammettere di essersi sbagliati. Ogni volta che condividiamo un articolo, discutiamo in rete o mettiamo un like aumentiamo questo investimento emotivo in una teoria o tesi. Questo avviene quotidianamente perché quotidianamente abbiamo accesso alla rete e alle informazioni che i social presentano sul nostro schermo. A furia di farlo ne veniamo velocemente risucchiati diventando un tutt’uno con questa idea perché Facebook o Google ci presentano le informazioni in base alle nostre preferenze. La raccolta dati da parte del giganti della rete serve per darci un’esperienza personalizzata di internet, mostrandoci contenuti a cui abbiamo giá mostrato interessse in precedenza attraverso la nostra navigazione. In questa maniera, ogni utente si trova in una specie di bolla telematica che rafforza le proprie convinzioni e la tenacia a difendere le proprie posizioni .Quello in cui crediamo compone la nostra identitá e la loro importanza nella composizione del nostro essere dipende dal tempo e dall’energia che dedichiamo ad esso. Tornare indietro diventa difficile perché non si tratta semplicemente di cambiare idea per abbracciare una veritá che meglio si sposa con la reltá. Cambiare idea significa non solo rendere inutile l’investimento emotivo fatto ma anche mettere in discussione la nostra identitá . Il paradosso é che piú assurda é la tesi che sosteniamo, piú difficile sará ammettere di essersi sbagliati. A questo va aggiunto lo scorno da pagare con le persone che conosciamo.  I nostri amici ci definiscono e si relazionano con noi anche in base a quello in cui crediamo e di cui amiamo parlare. Ammettere di essersi sbagliati ha un effetto sulla nostra autostima perché questa ammissione significa dare ragione ad altre persone facendoci sentire inferiori o per lo meno piú stupidi. La “veritá utile” viene in soccorso, riducendo il pericolo e la necessitá di fare quel costoso passo indietro aiutandoci a selezionare solo le informazioni che ci fanno comodo.

La rete é una miniera infinita di informazioni e non importa se siano accurate, complete o affidabili. L’esplosione di dati e la facilitá di accesso rende facilissima la possibilitá di crearsi una veritá a proprio uso e consumo. Internet é come se fosse composta da infiniti pezzi di un puzzle. A differenza di un puzzle normale dove i pezzi possono essere assocciati ad un numero finito di altri pezzi, nella rete possiamo associare questi pezzi a nostro piacimento. Per far ció, basta trovare una coincidenza, una similaritá o una qualsiasi relazione per mettere due pezzi insieme anche se non sono minimamente compatibili. In questa maniera si costruisce una realtá che ha bisogno solo di un nesso logico per stare in piedi ma il fatto che un qualcosa abbia un senso logico non significa che sia vero. Sarebbe come se un ingegnere disegnasse un ponte su un foglio di carta. Nel disegnare questo ponte, il nostro ingegnere si assicura solamente che il ponte colleghi due rive di un fiume senza prendere in considerazioni iul peso, i venti, i materiali etc. Il ponte disegnato avrebbe anche un nesso logico sulla carta ma uno volta costruito non resterebbe in piedi un secondo. La “veritá utile” ci permette di dare un senso logico alle cose  dandoci una miniera di informazioni che ci permettono di non mettere le nostre idee o teorie alla prova dei fatti. Una delle ragioni del complottismo é proprio quella di mettere insieme dei ragionamenti che permettano di diffendere il senso logico di una costruzione mentale tenendola lontana dalla prova dei fatti. Per questo motivo l’accusare poteri oscuri o macchinazioni segrete serve proprio per sminuire e rendere irrilevante tutto ció che cozza con quello in cui crediamo.

Sulla rete é facilissimo trovare informazioni o articoli che aiutano questi processi grazie all’abbondanza e alla facilitá di accesso a una miriade infinita di informazioni. Queste informazioni non devono necessariamente essere fasulle ma basta intepretarle o inserirle in contesti diversi per ottenere e dimostrare quello che si vuole. La rete é come una scatola di cioccolatini che contiene non solo dei piaceri per il palato ma anche dei sassolini. Se noi prendessimo solo i cioccolatini ignorando le pietre, ci convinceremmo effettivamente che la scatola contenga solo dolci. La stessa cosa avviene nella rete dove prendiamo in considerazioni solo le informazioni che raffiorzano le nostra idee, ignorando il resto convincendoci della validitá del nostro pensiero. Un solo sassolino o informazione contraria dovrebbe obbligarci a riformulare il nostro pensiero ma in rete non sará difficile trovare un articolo o l’opinione di qualcuno che confuti l’esistenza stessa del sassolino. Alla fine molte delle discussioni sulla rete si trasformano in una discussione tra campane sorde dove si finisce a lanciarsi link vicendevolmente.

In passato prima dell’avvento di internet, se qualcuno affermava delle castronerie veniva in qualche modo isolato o deriso. Questa persona in qualche maniera era costretta a cambiare idea o a dimostrare la soliditá delle sue tesi altrimenti si condannava all’isolamento. Umberto Eco riassunse in maniera efficace questo meccanismo:

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.».

La rete permette di trovare facilmente persone che condividono il proprio pensiero e quindi di rafforzare ancora di piú le proprie convinzioni. La rete dá l’impressione di fare numero, di far parte di un gruppo e di non essere soli. Non importa quanto idiota sia quello in cui crediamo, sui social troveremo sempre qualcuno pronto a capirci e a darci ragione.

La facilitá di accesso all’informazione dá l’illusione di poter essere esperti su qualsiasi argomento. Questa illusione parte da un errore di fondo. Si ritiene un esperto una persona che ha una miniera di dati. In reltá l’esperienza non dipende soltanto da quanto si sa ma anche da altri fattori come la capacitá di elaborare queste informazioni, dalla padronanza delle conoscenze che permette un certo discernimento delle informazioni e dall’abiltá di comprenderle a fondo che é ben diverso dal semplice sapere e dalla ripetizione di informazioni come un pappagallo. In altre parole, sapere é importante ma é altrettando importante saper applicare quello che si sa in un contesto corretto. Internet é certamente un mezzo che puó aiutare ad elevarsi culturamente, certamente aiuta nell’accumulazione del sapere ma se si approccia il mezzo senza metodo e spirito critico si rischia di avere una visione della realta molto dettagliata ma completamente distorta. E’ come se una persona indosasse degli occhiali rossi, il mondo circostante sará pieno di dettagli ma distorto in quanto tutto tenderebbe verso quel colore.  Se una persona é convinta che i vaccini siano dannosi andrá su internet cercando tutto quello che rafforza la sua tesi. Certo questa persona sará piena di informazioni, si sentirá una specie di esperto sul tema anche se non ha studiato medicina per capire a fondo quello che legge ma soprattutto mancando dello spirito critico che dovrebbe spingerlo a prendere in considerazioni le tesi contrarie. Il fatto di sentirsi degli esperti permette anche di ignorare e sminuire il parere di chi magari ha passato un’esistenza a studiare la materia. Nel nome di una concezione distorta della democrazia,il parere di un tizio qualunque ha lo stesso valore di un esperto in materia e pretende di avere lo stesso rispetto. La differenza tra l’opinione di un esperto e il tizio qualunque non risiede in una presunta autoritá ma in un lungo processo che ha portato a delle conclusioni basate su un approccio razionale che ha coinvolto altri esperti. E’ vero che qualche volta dei neofiti hanno portato un approccio diverso e altrettando valido ad una materia, ma quando questo é accaduto  é stato possibile perché l’approccio diverso aveva una credibilitá basata su una serie di argomenti e nuove informazioni. Un idea é valida e merita ripsetto non per il fatto di essere stata concepita ma dallo scrutinio a cui e stata sottoposta. In rete accade spesso che delle idee abbiano forza per il fatto di essere in grado di affascinare e stuzzicare la fantasia o sempicemente si sposano bene con la propria concezione della realtá.

Purtroppo non esiste una bocca della veritá come massimo giudice per sapere se qualcosa sia vero o no. In un’epoca dove ognuno si crea la propria realtá e si costruisce la propria veritá, siamo tutti giudici e proni all’errore. Il pericolo é quello di avere una societá composta di campane sorde poco propense al confronto ma in grado sempre e comunque di trovare sostegno alle proprie tesi. Se da una parte internet ha aiutato lo sviluppo della democrazia del sapere umano grazie all’accesso veloce all’informazione e aprendo canali di comunicazione a chi é fuori dai circoli mediatici tradizionali, dall’altra parte rischia di pregiudicare il tutto perché non siamo ancora in grado di processare in maniera corretta quello che passa davanti ai nostri schermi. La sfida del futuro non sará tanto quello di avere un accesso sempre piú rapido all rete ma un’educazione all’uso della stessa.

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La veritá utile

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Nelle ultime settimane si é fatto un gran parlare di post-veritá riguardo le bufale che circolano su internet.  Notizie inventate di sana pianta, o esageratamente gonfiate, imperversano ormai sui social network e non hanno difficoltá a trovare creduloni pronti a condividere e indignarsi, prendendo per buono qualsiasi cosa che rafforzi il proprio pregiudizio. Le ragioni dietro la creazione di queste notizie non é un mistero. Da una parte c’é gente che specula sulla credulitá delle persone convertendo il traffico di visite in moneta sonante tramite la pubblicitá on line. Dall’altra parte si cerca di alterare l’umore degli elettori creando un sentimento di rabbia e frustrazione da dirigere contro governi, politici e istituzioni. In una fase storica dominata dalla frammentazione dei mezzi di comunicazione e con il voto deciso su base emotiva piú che razionale, le elezioni si vincono giocando sui sentimenti e la percezione della realtá da parte degli elettori. Se é facile capire le ragioni dietro la creazione delle cosidette bufale, un po’ meno e soprattutto meno discussa é la ragione per cui queste bufale hanno successo e persistono sui social. Troppo facile limitarsi alla scarsa istruzione delle persone o alla loro credulitá. Siamo tutti vittime di bufale in una maniera o nell’altra, non importa la nostra istruzione o il nostro scetticismo.

Evitando da una parte speculazioni filosofiche che negano il concetto di veritá e dall’altra parte i dogmi religiosi che affermano che esiste una sola veritá assoluta chiamata Dio, il concetto comune di veritá si rifá al pensiero scientifico. Per veritá si intende un concetto, idea o giudizio che é coerente e non in contrasto con la realtá oggettiva. Condividendo il pensiero di Popper,  non possiamo mai arrivare alla veritá assoluta o essere sicuri di essa, quello che possiamo fare é cercare di avvicinarsi il piú possibile. Essere nel vero significa sforzarsi per essere il piú vicino possibile alla veritá abbracciando la tesi che piú appare aderente alla realtá delle cose . Nel mondo scientifico, significa per esempio rinunciare a una teoria quando una migliore viene presentata. Perché teorie del complotto (dai retilliani alle scie chimiche) hanno migliaia di seguaci quando la rete é piena di informazioni che le smentiscono? Da un punto di vista politico, perché si continua a credere ai doni di Putin, ai terremoti declassati o agli immigrati in hotel a 5 stelle con piscine e sauna? Perché allora le bufale resistono quando sono chiaramente inventate?

Il problema é proprio quello di partire da un’idea scientifica di veritá, evitando di prendere in considerazione la sua parte emotiva. Quando si condivide una bufala su internet, il fatto che il nostro giudizio o pensiero sia in linea con la realtá  non é importante. Un qualcosa é vero o falso a seconda se  é utile o meno, non perché essa sia coerente con una realtá oggettiva. Un qualcosa é vero non perché rispetta il principio di non contraddizione ma perché serve alla nostra sfera emotiva. Quello che cerchiamo non é una veritá assoluta, arida e immobile ma una “veritá utile” che é fluida, relativa ma soprattutto confortante.

Proviamo a dare qualche esempio su cosa riteniamo per “veritá utile”. La gente crede alle scie chimiche per diverse ragioni. Il complotto da un senso alle loro esistenze: la lotta contro gli untori del cielo li fa sentire eroi. Essere in pochi a crederlo rafforza la loro adesione, gli dá una ragione per guardare tutti dall’alto in basso e sentirsi meglio aumentando la propria autostima:“Guarda tutta questa gente istruita che non si accorge di cosa sta accadendo sulle loro testa. Io alzo la testa e osservo, a me non mi fregano”. Il complotto giustifica anche le loro (vere o presunte) miserie esistenziali: “La mia infelicitá non dipende da me ma da oscure forze che dominano e controllano il mondo che agiscono contro i miei interessi”. Possiamo fornire tutte le informazioni o prove che vogliamo, si continuerá a credere in un qualcosa che serve alle loro vite. La veritá nel puro senso della parola non ha l’obbiettivo di farci star meglio, al contrario spesso la veritá  fa male perché distrugge le nostre illusioni. Per questo motivo, approcciamo la realtá assorbendo e ritenendo vero solo quello che serve a farci star meglio.

Da un punto di vista politico, le bufale sono una delle essenze del populismo. Come spiegato in precedenza, il populismo ha succsso perche semplfica la realtá e la rende comprensibile. La post-veritá ha proprio lo scopo di semplificare la realtá e renderla piú comprensibile.  Le bufale sugli immigrati vanno per la maggiore perché identificano un nemico, danno la ragione per cui non troviamo lavoro, spiega perché i governi sono inefficaci, permettono di canalizzare la nostra frustrazione quotidiana e danno una speranza e il controllo della situazione (per star meglio basta mandare a casa tutti).

In un’era dove tutto é misurato dall’utilitá e caratterizzato dalla ricerca del piacere immediato, la veritá non ha fatto altro che piegarsi allo spirito del tempo. Essere nel vero non e’ piú un principio, un fine a se stesso per uscire dallo stato di bruti per vivere in “virtude e conoscenza” che da solo vale la pena di perseguire. Ha valore essere nel vero e pagare un prezzo (il tempo che spendiamo nella ricerca e nella riflessione) solo se é utile alla nostra persona procurandoci un piacere immediato. La “veritá utile” riduce tutto a opinione senza l’obbligo di cambiarla se non aderisce ai fatti. Se la dicotomia tra opinione e veritá diventa insostenibile, allora ci si rifugia in complotti o interpretazioni dei fatti tali da non obbligarci a cambiare opinione. Quando crediamo in qualcosa e ci facciamo porta bandiera di un’idea (dalle scie chimiche ad una ideologia politica), facciamo un investimento emotivo. Cambiare idea significherebbe non solo ammettere di avere torto ma anche mettere in crisi una parte della propria identitá rendendo vano tutto l’investimento emotive fatto in qualcosa.

Nell’epoca dei social network, l’invesimento emotivo diventa ancora piú alto e piú difficile da rinunciare. Se passiamo anni a condividere articoli su scie chimiche, diventerá piú difficile ammettere di essersi sbagliati. La veritá utile viene in soccorso, riducendo il pericolo e la necessitá di fare quel costoso passo indietro. Alla fine la veritá utile é un guscio, un mondo irreale fatto a nostra immagine e somiglianza in cui rifugiarsi. Un mondo in cui siamo noi in controllo, dove le contraddizioni del mondo reale spariscono non obbligandoci al faticoso tentativo di comprendere la realtá. In un mondo dominato dall’edonismo e dal costante intratenimento, la veritá utile é la soluzione perfetta  e pigra per rinunciare al tentativo di elevarsi culturalmente. Quello che impariamo dalla cosidettá universitá della vita (le informazioni che troviamo sulla rete spesso provenienti da fonti per lo meno dubbie) su qualsiasi argomento ci permette di non sentirci a disagio davanti a chi ha magari speso una vita di studi su quell’argomento. L’universitá della vita ci fa sentire meglio riguardo la nostra ignoranza perché ci fa sentire saggi e non vittime della manipolazione e della falsitá delle istituzioni culturali tradizionali. Se l’attacco alle elite é una delle caratteristiche del populismo, la veritá utile é uno degli strumenti a sua disposizione per deligittimare e sminuire il peso degli intelettuali e impostare il dibattitto politico non sulla razionalitá ma sull’emotivitá. Per questo motivo, le varie bufale e teorie del complotto possono anche farci ridere ma sono pericolose in quanto erodono la democrazia inquinando il dibattito politico.                   

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La pessima lettera di Renzi agli italiani all’estero

Pd: Renzi, sul carro non si sale, le idee sono quelle

 

Oggi ho ricevuto finalmente la lettera di Renzi per convincermi a votare SI. Furbate a parte (l’averla mandata troppo tardi quando io e tanta altra gente ha giá votato e aver riportato un link sbagliato che porta ad una pagina che spiega le ragioni del NO) mi ha molto colpito il tono e le parole usate.

Questa lettera é un ulteriore conferma di quanto poco a sinistra sia Renzi e chi gestisce la sua comunicazione. E’ chiaro che stia cercando di sfondare a destra ma cosi snatura il PD mandando un messaggio confuso che risulterá debole davanti a chi ha un messaggio piú chiaro. La lettera é intrisa di sciovinismo nazionale tipico di un leader di destra. La lettera inizia cosi “nessuno meglio di voi , che vivete all’estero, sa quanto sia importante che il nostro paese sia rispettato fuori dai confini nazionali” per poi continuare “dare dell’Italia un immagine diversa”, “l’onore e l’emozione di rappresentare il paese”, “ogni volta che ho sentito risuonare l’inno di Mameli con voi, ogni volta che incrociato i vostri sguardi orgogliosi”, “l’italia, dicevamo, ha un enorme bisogno di essere rispettata all’estero” . Dopo questa sviolinata in salsa patriotica, dedica un paio di paragrafi alla riforma per poi tornare a fare appello alle emozioni di italiano all’estero chiedendo il suo aiuto per “continuare ad andare avanti” per evitare di “tornare ad essere quelli di cui all’estero si sghignazza” . Capisco che tanti italiani all’estero siano tendenzialmente a destra (soprattutto le vecchie generazioni) ma questo tono nazionalpopolare non dovrebbe appartenere ad un leader progressista.

Su 14 paragrafi, solo 3 entrano nel merito della riforma il resto é un richiamo alle emozioni. Quando il contenuto del messaggio é debole, non resta che puntare alle emozioni. Qualcuno si appella alla pancia mentre altri fanno appello ad un machismo nazionalista. Normale che il dibattito che si sviluppa é pessimo e la gente non vota nel merito. Piú il pensiero e la politica sono deboli, piú ci si affida agli strateghi della comunicazione. Magari saranno anche bravi a vendere nel breve periodo l’immagine di un politico come fosse un profumo,   nel lungo periodo peró a rimetterci sono la democrazia, intesa come confronto di idee, e la capacitá di avere una visione del futuro. Tutto si riduce al breve periodo dove si fa appelo agli indecisi trattando il voto come atto impulsivo. Magari vinci le elezioni ma lo stare dietro ai capricci e alla volatilitá degli elettori ti condanna all’immobilitá e a snaturare la tua storia politica.

Renzi sará per la sinistra quello che Berlusconi é stato per la destra. Due leader che hanno snaturato le storie a cui dicono di far riferimento. Una volta svuotata questa storia (il brand per continuare ad usare termini di marketing), la scena politica appartiene solo e soltanto a chi ogni volta fa appello alla pancia. Questa lettera é un altro esempio di questo declino, un’altra dimostrazione della resa della politica davanti alle logiche della comunicazione.

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La necessitá del politicamente corretto

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Salvini ancora una volta ha trovato l’occasione di far parlare di se e non certo per le sue proposte politiche. La bombola gonfiabile è stato solamente l’ultimo colpo di teatro sessista di una politica che non conosce più il limite della decenza. Tutto diventa lecito per denigrare gli avversari politici e per conquistare  voti. La decenza e l’autocontrollo spesso vengono etichettate con un certo fastidio come politicamente corretto. Politici, comici, giornalisti e gente comune ritiene il politicamente corretto una specie di gabbia che imprigiona le persone e il libero pensiero. Una finzione che ostacola la libertà di pensiero e non permette di esprimere quello che si pensa veramente. Il politically correct contribuirebbe dunque a creare una rappresentazione finta della realtà, il vestito di un mondo bugiardo che imbavaglia la gente comune non permettendogli di trovare rappresentanza.

Se intellettuali e comici sono chiamati in qualche maniera a scavalcare i limiti del politically correct  in modo tale da impedire  che la gabbia non diventi troppo stretta, questo vale meno per i politici. La democrazia è fatta di regole scritte e non, il politicamente corretto fa parte delle regole non scritte che permettono il rispetto tra le parti e pone un freno al deterioramento del dibattito politico. Negli ultimi anni, con la crisi dei partiti e la conseguente personalizzazione della politica, i politici hanno cercato di creare un legame diretto con la gente. Per far ciò è necessario apparire come la gente  comune, abbandonando quel rigore che il ruolo richiede. Gli elettori non votano soltanto in base a ideologie o in maniera razionale ma danno il proprio consenso a chi ritengono simile a loro. Da qui i classici “uno di noi”, “non il solito politico”, “dice quello che va detto” etc. Rompendo il politically correct, il politico di turno cerca di sembrare il più  possibile vicino agli elettori. Con la scuola pubblica in decadenza, una TV spazzatura che modella le menti, un dibattito politico animato da rabbia e paura, il tentativo di apparire come gli elettori ha innescato una corsa verso il basso all’interno di una  politica ridotta a intrattenimento. Il politico diventa simile alla gente comune non solo negli atteggiamenti ma anche nel modo di esprimersi e nei pensieri. I populisti sono stati i primi ad approfittarne, hanno perforato questo limite verso il basso per apparire diversi dai politici tradizionali ma in quel buco si sono buttati tutti pur di inseguire gli elettori. Con buona parte della stampa felice di questa liberazione dal politically correct, non e’ rimasto nessuno a sanzionare e ad arginare questo impoverimento dove chi la fa o la dice più forte vince.

La salute di una democrazia dipende anche dalla qualità’ del dibattito politico e la volgarità, l’ offesa, gli attacchi verso le minoranze e il ritenere che tutto sia concesso lo ha deteriorato fortemente avendo conseguenze anche nella vita reale. A farne le spese sono soprattutto le minoranze perché nel momento in cui un politico inizia ad usare certe frasi ed espressioni in qualche maniera legittima gli elettori a fare lo stesso. Non a caso l’avvocato di Amedeo Mancini, abbia detto  per giustificare il proprio assistito “Scimmia? E’ una parola che dicono i politici. Per questo poi i ragazzi la usano”. Se le parole sono importanti, dette da un politico lo sono il doppio e il dibattito sul Brexit o le parole usate da Trump dimostrano come il rompere il politicamente corretto (per quanto oppressivo sia) non inquina soltanto il dibattito politico ma anche la vita di tutti i giorni.

Il compito di un politico non si  può limitare al solo vincere le elezioni ma anche a governate ovvero gestire il presente per migliorare il futuro. Che futuro può avere un paese e la sua democrazia se chi e’ chiamato ad avere un ruolo guida invece di guardare verso l’alto ritiene normale sguazzare nel fango pur di arrivare al potere?  Seppur finto e  oppressivo,   il politically correct pone un limite alla discesa verso il basso e la volgarizzazione.  Se viviamo in una società sempre più arrabbiata, volgare  e intollerante verso il prossimo è anche perché la politica ha sdoganato tutto questo e reso in qualche maniera legittimo. Il politicamente corretto rimane una forzatura, una recita, spesso uno scandalizzarsi ipocrita ma tutto questo rimane pur sempre un male minore davanti ad una politica spazzatura.

Terrorismo 2.0 e il suo brand

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L’aspetto forse piú sconcertante dei fatti di Nizza é che l’autore dell’attentato  era uno sconosciuto per le forze dell’ordine in quanto non era stato mai associato a gruppi estremisti. Mohamed Lahouaiej Bouhlel era un perfetto uomo qualunque, diventato lupo solitario all’improvviso. Questo aspetto contrasta l’idea che spesso si ha dell’ISIS o di Al-Quaeda come organizzazioni terroristiche dotate di un vertice e organizzate in cellule. Questa visione sbagliata deriva dalla maniera in cui le organizzazioni terroristiche hanno sempre agito in Europa,  le brigate rosse per fare un esempio. Se questa fosse la maniera in cui il terrorismo islamico é organizzato, basterebbe un maggior controllo del territorio e un coordinamento delle itelligence per batterlo. Per smantellare un’organizzazione terroristica organizzata in questa maniera basterebbe seguire il flusso di armi o denaro, infiltrare operatori di polizia al loro interno o semplicemente fare in maniera che uno dei terroristi inizi a collaborare per far crollare il castello di carta. Come i fatti di Nizza hanno purtroppo dimostrato,  il terrorismo islamico funziona in maniera diversa: non ha bisogno di strutture o catene di comando (per l’ISIS questo vale soprattutto in Europa), ne’ tantomeno di cellule interconnesse dedite al recrutamento o all’attuazione dei massacri. In poche parole, la maniera in cui sono organizzati non offre la possibilita’ di trovare il filo per sciogliere la matassa.  Il terrorismo islamico non e’ dotato di un corpo da ricercare e fermare ma é qualcosa di piu’ sfuggente e inafferabbile. Il terrorismo islamico funziona piu’ come un brand e capire la maniera in cui opera é importante per attuare una strategia che possa contrastarlo.

Per un qualsiasi prodotto, un brand é molto piú di un logo o uno slogan. Il brand é soprattutto carico di un significato che i responsabili di marketing cercano di associare al prodotto. Questo significato o i valori associati al prodotto permettono all’azienda di differenziarsi e di fidelizzare il cliente. Non compriamo cose solo per il loro uso ma anche per associare noi stessi a un’idea che il prodotto trasmette. Per esempio, perché una persona comprerebbe mai una Ferrari? Certamente non per l’uso dato che anche una normale utilitaria permetterebbe di spostarsi da un punto A ad un punto B. Per la bellezza? Ci sono tante macchine sportive altrettanto accattivanti ad un costo molto inferiore. La gente compra Ferrari perché significa successo, possedere una Ferrari significa dire al mondo io sono al vertice perché me la posso permettere. In un’epoca dominata dal nichilismo con persone in cerca di un’identitá che possa dare una direzione, cosa compriamo serve anche a dire chi siamo. Nella stessa maniera, l’ISIS ha creato un brand con cui estremizza e recruta tanti giovani, spingendoli a compiere atti cruenti anche senza mai essere andati in Siria o entrati direttamente in contatto  con un’organizzazione terroristica. Il brand permette il recrutamento di terroristi slegati tra loro e quindi impossibile da stanare e fermare in anticipo. Questo permette all’estremismo islamico di avere un  potenziale immenso esercito di dormienti  che non bisogna addestrare ma semplicemente spingere all’azione:

“Se non siete in possesso di pallottole o di ordigni, afferrate una pietra e spaccategli la testa. Oppure uccidente con un coltello. O investitelo con un’auto. Gettatelo dall’alto di un palazzo. O strangolatelo con le mani. Usate il veleno!”.

Questo brand viene costruito on line attraverso video di propaganda che vengono visti soprattutto dai giovani che possono decidere di partire per la Siria o semplicemente diventare martiri in qualche angolo d’Europa. Video che mostrano i combattenti dell’ISIS come novelli rambo senza paura, come se la guerra fosse un video gioco. Quello che l’ISIS vende é la possibilita di diventare un qualcuno e di dare un significato alla propria esistenza attraverso una causa. Quali sono i significati e i valori associati a questo “prodotto”? Il coraggio, la possibilitá di dirsi “buoni islamici”, l’eroismo del buono che combatte il male, diventare guerrieri di una guerra santa etc. Cosi come il populismo attira tanti giovani europei dando l’illusione di essere dei ribelli che operano per il cambiamento contro vari nemici, cosi il fondamentalismo islamico dá la possibilita a tanti giovani musulmani la possibilitá di diventare ribelli e combattere quella societá che li ha emarginati e costretti a vivere in grandi periferie senza speranza perché il liberismo economico ha distrutto la possibilitá di un riscatto sociale.

Combattere il terrorismo con bombe, limitando i diritti o trattando tutti gli islamici come nemici o cittadini di serie B farebbe proprio il gioco dell’ISIS perché rafforzerebbe l’appeal del loro prodotto. Piú si emarginano i giovani islamici trattandoli come nemici, piú grande diventa il risentimento di questi ultimi nei confronti delle societá che li esclude e degli stati che li trattano come potenziali nemici. Il risultato finale e’ rafforzare la propaganda dell’estremismo religioso e del potere seduttivo del brand “terrorismo islamico”. Quello che servirebbe invece é  qualcosa di piú sottile, distruggere il brand minuziosamente creato dalla propaganda fondamentalista, ragionamento troppo sottile in una clima dominato da politici e opinionisti assetati di vendetta.

Il voto e l’identitá di ribelle

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All’indomani di ogni tornata elettorale ci si chiede quali siano le ragioni che spingono tanti elettori a scegliere candidati o politiche antisistema: da Trump alla Le Pen, dal Brexit ai movimenti indipendentisti in giro per l’Europa. La risposta comune é la crisi economica e di come la disuguaglianza abbia creato un divario tra le classi popolari e le elite. Il voto diventa uno strumento per manifestare il proprio malcotento o la ricerca di un’alternativa al di fuori dei partiti di sistema considerati responsabili del disagio dei nostri giorni. In un momento dove i partiti tradizionali di sinistra hanno abbondonato la battaglia per l’uguaglianza, allineandosi alle politiche neoliberiste, il malcontento e’ stato intercettato dall’estrema destra o piu’ in generale dal populismo. In questo blog, pur condivendendo questa tesi, ci siamo sforzati a trovare altre ragioni per spiegare il presente. La crisi economica non puó essere considerata come unica chiave di lettura dato che anche la classe media (anche se si rimpicciolisce sempre piú) e coloro non colpiti dalla crisi sembrano orientarsi in maniera preoccupante verso opzioni “distruttrici”. Nell’articolo precedente ci siamo soffermati sul malessere creato dal marketing che crea frustrazioni imponendo modelli di vita irraggiungibili. Il marketing non ha fatto altro che donare una direzione materiale a un’epoca dominata dal nichilismo, ovvero dalla presunta assenza non solo di valori ma soprattutto di una direzione a seguito del crollo del senso religioso e delle grandi ideologie. In un momento in cui l’individuo si trova senza direzione, la domanda “chi sono?” diventa ancora piú pressante. Il voto diventa una delle maniera per affermare e creare una propria identitá, un modo per asserire cosa si é.

L’elettore attraverso il voto si da un`identitá, un modo come altri per dirsi quello che si é o quello che si vorrebbe essere. Come spiegato da Remotti, “..le identitá sono soltanto mezzi finzionali mediante cui i soggetti sociali rivendivano diritti o cercano di ottenere determinati tipi di riconoscimenti”(1). In altre parole, ci costruiamo un’identitá che ci faccia sentire bene e che ci dia un ruolo all’interno della societá con cui gli altri devono fare i conti. Come persone abbiamo diverse identitá che vestiamo a seconda delle circostanze. Il voto é il vestito che indossiamo quando ci poniamo davanti alla societá, la maniera in cui vogliamo essere riconusciuti davanti ad essa: di destra, di sinistra etc. Quello che accade é che gli elettori sempre piú indossano l’identitá del ribelle. In un momento di profonda disaffezione verso la politica e la propria esistenza, il sentirsi ribelle energizza e dá la senzazione di avere uno scopo. Il vestito del ribelle cancella la senzazione di impotenza condivisa da tante persone. Nel momento in cui la politica é incapace di dare una direzione e risolvere i tanti problemi del presente (perché il potere decisionale appartiane al mercato), l’alternativa é tra rassegnazione passiva o l’illusione di avere un ruolo attivo nel cambiamento assumendo l’identitá del ribelle. Come detto in precedenza, questa identitá é solo un’illusione che per la maggior parte della gente si riduce al voto come unico atto concreto. Non é un caso che la parola “rivoluzione” sia una delle piú usate nei discorsi politici della gente senza nessun atto pratico a parte la condivisione di qualche parola d’ordine sui social network. La ragione per cui populisti e demagoghi hanno successo non é per i loro programmi ma per la possibilitá che il votarli dá di assumere e rafforzare l’identitá di ribelle, la possibiltá di dirsi che sono per il cambiamento. Il programma o i discorsi dei populisti contano poco, quello che conta é l’immagine di rivolta contro l’establishment che dá la possibilitá agli elettori di sfogare la propria frustrazione e sentirsi utili al cambiamento. Non importano gli errori, gli scandali e le bugie, piú i vertici del Partito Repubblicano prendevano le distanze da Trump durante le primarie, piú voti andavano al magnate. E’ qualcosa di simile a quello che in psicologia viene conosciuto come Basking in reflected glory (BIRGing), dove le persone tendono ad associare se stesse a persone di successo in maniera da aumentare la propria autostima sentendosi parte di quel successo. Nel nostro caso ci si associa a persone antisistema, per confermare l’identitá di ribelle e antisistema che si vuole assumere.

Fa parte di questo sentirsi ribelle anche il trovare un nemico a cui dare tutte le colpe contro cui lottare. L’individuazione del nemico (casta, immigrati, EU etc)  rende piú concreto l’obbiettivo della propria ribellione. I populisti offrono sempre un nemico per galvanizzare le folle creando quel senso di contrapposizione che genera rabbia e riduce il senso critico allo stesso tempo. Quello che differenzia una generica voglia di cambiamento dalla ribellione é proprio l’identificazione di un qualcosa di concreto contro cui ribellarsi. Il nemico dá una base concreta alla ribellione assicurandone anche la sua continuitá nel tempo.Il mondo viene semplificato in una salsa di vittimismo dove i cattivi sono tutti al potere e la propria infelicitá é una decisione voluta da poteri oscuri. La politica viene percepita come inutile contro queste forze e da qui l’esigenza di andare oltre, della necessitá di cambiare non solo la classe politica ma anche di come la cosa pubblica viene gestita. Da qui il rigetto del politicaly correct, del parlamento dove si parla solamente e non si prendono decisioni, dei diritti e delle garanzie che non permettono di risolvere i problemi in tempo rapido.

Questa necessitá del sentirsi ribelle é lo stesso che é alla base delle teorie del complotto tanto in voga sui social. Come ben spiegato da Simone Angioni, chimico dell’università di Pavia e membro del Cicap:

“la convinzione di essere i salvatori del mondo è appagante, soprattutto se si può diventare eroi restando comodamente seduti alla propria scrivania. Mentre rivedere le proprie convinzioni significa tornare alla dura realtà. Così molti preferiscono rimanere nel mondo delle cospirazioni globali”.

Tornado alla politica, il voto ai populisti é appagante perché permette appunto di dirsi che si sta lavorando per il cambiamento stando seduti sulla propria sedia. I populisti vincono perché soddisfano un bisogno prettamente emotivo della gente, dando un`identitá di ribelle e delle coordinate che aiutano la gente a dare un senso a quello che li circonda (il nemico). Una volta date queste risposte, il populista crea un legame affettivo con l`elettore, un legame piú forte di qualsasi scandalo o ragionamento politico. L’unica maniera per spezzare questo legame é offrire una vera alternativa, far uscire la politica e la discussione dai paletti imposti dal neoliberismo. Al momento il populista é l’alternativa “democratica”, ma una volta fallito dopo aver preso il potere, non rimane che prendersela con chi ha permesso ai nemici di prima e agli inacapaci di oggi di arrivare al potere: il sistema democratico.

(1) Francesco Remotti, L’ossesssione Identitaria, Laterza 2010

Perche’ Trump?

Donald Trump

Non sono americano e non vivo negli USA per dare delle risposte definitive ma qualche riflessione su Trump si puo’ fare dato che il fenomeno e’ simile a quello attraversato da tante (se non tutte) le democrazie occidentali.

Prima di tutto vi e’ una componente populista. Trump riesce a semplificare il discorso politico dando poche certezze in un’epoca che non ne ha. Semplifica la realtà dando soluzioni semplici anche se non funzioneranno. All’elettore basta e avanza perché gli verra’ dato una chiave di lettura di quello che lo circonda dandogli piu’ sicurezza. Cio’ che si conosce non spaventa e attraverso le parole di Trump si ha l’illusione di capire quello che succede e cio’ che serve per far tornare l’america grande di nuovo.

Umberto Eco ci ha lasciato ricordandoci come la rete ha dato la voce a tanti imbecilli. Il risultato e’ un dibattito politico che tende al basso e vince non chi dice qualcosa di intelligente ma quello che l’imbecille vuole ascoltare. Il voto di una persona intelligente o istruita vale quando quella di chi non sa nemmeno per cosa vota e alla fine il politico le elezioni le vince raccogliendo piu’ voti possibili e non convicendo piu’ persone sagge possibili. Non a caso Trump ha affermato di amare i ‘the Poorly Educated’ ovvero quelli senza educazione.

La societa’ americane e’ fortemente individualistica e lui rappresenta il sogno, il modello a cui tutti volgiono aspirare: ricco, belle donne e famoso. Nel momento in cui i politici non vendono progetti ma la loro immagine, in una societa’ come quella americana essere Donald Trump aiuta. La crisi dei partiti e della politica ha portato a una forte personalizzazione della politica che raggiunge i suoi apici in elezioni di questo tipo. Quando qualcuno come la Palin o l’ultimo attore di Hollywood dichiara di appoggiare Trump le sue sue parole sono sempre le stesse: e’ un leader, e’ un vincente, e’ un combattente etc. I programmi e la visione di societa’ finiscono in secondo ordine. Nel momento che si assiste a uno scontro di personalita’, il dibattito diventa impossibile a uso e consumo degli imbecilli di Eco.

Naturalmente vi e’ il malcontento. Tutti non sono contenti della classe politica e vogliono un cambiamento radicale. Trump non viene dall’ establishment del partito repubblicano, non e’ un politico di professione e quindi rappresenta il cambiamento. Qualche parola va spesa su questo malcontento e cosa si intende per esso. Certamente vi e’ l’impoverimento della classe media, certamente ci sono disoccupati e questo spiegherebbe l’ascesa di Sanders ma non quella di Trump dato che proviene da quell’un per cento che fotte il resto del paese. Anche chi ha un lavoro si dice non contento, anche chi non nessun problema si dice non contento. Allora da dove viene questo malcontento anche da parte di chi ha un lavoro e puo’ permettersi una vacanza? Da una parte vi e’ la paura di perdere tutto (e per questo il diverso e’ una minaccia) dall’altra parte continuiamo a porci traguardi irraggiungibili. Il consumismo ci pone delle mete irraggiungibili attraverso i miti del marketing. Dobbiamo essere tristi e inappagati per continuare a comprare e naturalmente diamo la colpa ai politici quando non riusciamo a raggiungere quella perfezione promessa dalla pagine patinate dei nostri giornali.

Cosi come negli anni 20 con il fascismo l’Italia aveva messo in luce quei sentimenti che hanno portato in crisi le democrazie liberali, cosi l’Italia negli anni 90 con Berlusconi ha anticipato quel malessere che sta intaccando le democrazie al giorno d’oggi. Dovremmo finire di lamentarci che siamo indietro in tutto dato che purtroppo siamo dei precursori in politica.

Qualche riflessione sulle elezioni regionali

Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, durante la presentazione del libro di Aldo Cazzullo 'Basta Piangere!' al teatro Argentina, Roma, 26 novembre 2013.  ANSA/CLAUDIO PERI

Dopo le elezioni europee, su questo blog avevamo messo in evidenza come il successo di Renzi era frutto dalla sua capacita’ di svecchiare il PD, rendendolo meno ideologizzato e in grado di catturare il voto moderato in fuoriuscita da Forza Italia. Contemporaneamente si metteva in guardia delle difficoltà che il premier avrebbe incontrato nel tentativo di rendere il PD un punto di riferimento anche dei moderati: governare con il rischio di scontentare e mantenere la sinistra del partito. Queste elezioni rappresentano inoltre anche il limite di un partito postmoderno che si illude di prendere voti da tutti i strati sociali con la semplice comunicazione.

 Il PD e il suo leader hanno fatto un karakiri scontentando il proprio elettorato nel tentativo di attirare i voti moderati che pensava di raccogliere grazie al declino politico di Berlusconi. La sinistra italiana ha sempre basato principalmente la propria forza sul ceto impiegatizio (operai e impiegati pubblici) e riusciva anche a raccogliere una buona parte dei voti di protesta di chi rimaneva fuori dal mondo del lavoro. Da quando la sinistra e’ diventata una forza governativa ha sempre considerato cruciale per la propria vittoria la conquista di una parte del voto moderato. Il risultato e’ stato quello di trasformare il maggior partito della sinistra italiana in un “Catch all party”,  ovvero un contenitore di diverse anime che rappresentano interessi e opinioni in contrasto tra loro. Come evidenziato in precedenza il PD e’ un partito postmoderno senza un’idea precisa del futuro riducendo la politica a semplice comunicazione. Esso accetta semplicemente il presente, limitandosi a piccole riforme che accomodino il mercato o l’opinione pubblica senza nessun legame ad un progetto preciso. La politica ridotta a semplice comunicazione funziona nel breve periodo ma quando si governa e si prendono decisioni, queste prima o poi scontentano qualcuno come queste elezioni dimostrano

L’abolizione dell’art. 18 e la riforma della scuola sono stati anche un tentativo di intercettare e consolidare il voto del ceto medio fatto di liberi professionisti e imprenditori. Questo ha profondamente deluso la sinistra del partito tradendo proprio il ceto impiegatizio di cui e’ sempre stato punto di riferimento. Il tentativo di Renzi di essere contemporaneamente una forza di “sinistra” e “moderata” allo stesso tempo e’ fallito miseramente rivelando quello che’ il PD e’ in realtà: una forza di centro con un elettorato che per inerzia continua a votarlo pensando di dar forza alla sinistra italiana.

Per il M5S e’ un risultato importante perché raccogliere tanti voti in un’elezione locale senza un vero e proprio radicamento territoriale non era facile, Non hanno neanche preso una regione ma questo e’ un vantaggio per loro. Il grosso limite del partito e’ che non hanno una vera e propria classe dirigente al momento e governare una regione senza quella non e’ facile, con il rischio di finire sotto i riflettori per le ragioni sbagliate. Il risultato ottenuto da’ loro la possibilità di avere visibilità, rafforzare il radicamento e creare una classe dirigente. Il risultato e’ anche la conferma di quanto fosse ingenuo da parte loro non andare in TV e pensare che la politica si possa fare solo sulla rete. Infatti il buon risultato dipende anche dal fatto che hanno posto fine al loro avventino televisivo. Un elemento su cui riflettere e’ che nonostante la loro propensione ad essere anti sistema non riescono ancora a raccogliere una parte del consenso di chi decide di disertare le urne. Questo può anche significare che ormai sono ritenuti una forza politica come le altre. Se da una parte essere ritenuti una forza come le altre significa perdere un po’ dell’abilita’ di attrarre il voto di chi tende ad astenersi, dall’altra parte significa essere una forza vera e propria e destinata a rimanere a lungo, andando oltre il semplice voto di protesta. Molto dipenderà dalla capacita’ di darsi una classe dirigente slegata dal duo Grillo–Casaleggio e di mostrarsi in grado di governare. La politica non e’ sempre espressione diretta della propria volontà politica e le scelte sono anche frutto delle circostanze e questo sara’ la cosa più difficile da far digerire al proprio elettorato una volta al potere come i casi di Parma e Livorno dimostrano.

A destra Salvini sembra emergere e  forse questo e’ l’unico vero aspetto positivo di queste elezioni  per Renzi. Le urla vuota di Salvini possono aiutare Renzi a riposizionarsi un po’ più a sinistra nei prossimi mesi, mantenendo una parte del voto moderato che non gradisce la Lega. Salvini può essere la stampella sui cui Renzi si può appoggiarsi per tenere insieme le diverse anime del PD anche grazie alla nuova legge elettorale. L’idea del ballottaggio tra le prime due coalizioni per attribuire il premio di maggioranza ha proprio lo scopo di mettere gli elettori davanti ad una scelta. Il ballottaggio  obbliga la sinistra e i moderati a votare PD in caso di un testa a testa con Salvini. Se invece al ballottaggio il PD va con il M5S, Renzi puo’ contare sul voto di tanti moderati che non amerebbero un salto nel buio con il M5S. Questa e’ la ragione per cui Renzi ha fatto di tutto per approvare questa riforma elettorale. Ora si tratta solo di arrivare al ballottaggio e questo dipenderà’ anche da come l’economia italiana andrà nei prossimi mesi.

Nei prossimi mesi ci possiamo aspettare il tentativo del M5S di apparire come forza di governo (Grillo permettendo) e il tentativo ancora più marcato da parte di Renzi di dimostrarsi come l’uomo del cambiamento anche se sara’ obbligato a strizzare l’occhio a sinistra. Interessante sara’ l’evoluzione a destra che molto probabilmente confermerà quello che Montanelli diceva: “Gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello” .

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