Archive | September 2014

IL PD e la sua natura postmoderna

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Il continuo cambiamento, il pensiero debole e la mancanza di una finalita’ sono alcune delle caratteristiche della societa’ moderna. Questa fluidita’ e mancanza di riferimenti della nostra epoca viene descritta spesso con il termine di postmodernismo. Da un punto di vista culturale questo e’ dovuto alla moltiplicazione e alla diffusione dei mezzi di comunicazione ( soprattutto internet) che ha permesso lo sviluppo di infiniti modelli culturali. La societa’ non e’ piu un blocco piu’ o meno uniforme ma la composizione variegata di diverse subculture. Questo cambiamento culturale ha naturalmente avuto un impatto sulla politica trovando la sinistra italiana completamente impreparata.

Nella prima repubblica il PCI aveva una ideologia ben precisa che parlava e rappresentava gli interessi di una componente ben definita del popolo italiano: operai, dipendenti, disoccupati etc  Le sezioni e la stampa di partito informavano e divulgavano concetti che erano sposati da gran parte dell’elettorato che pensava di appartenere ad un gruppo sociale ben definito: il proletariato. Anche se questo gruppo non era pienamente omogeneo, quello che importa e’ che aveva la stessa visone del fututo, condivideva comportamenti simili e pensava in maniera piu’ o meno uniforme. Una societa’ meno variegata permetteva di avere una visione forte che poteva andar bene a gran parte degli elettori. A questi si chiedeva il voto senza la necessita’ di adattare il proprio messaggio politico alle diverse esigenze, in quanto queste erano minori di oggi e si differenziavano in maniera meno estesa. La fine del sogno comunista, il ridursi della base operaia e la societa’ multiforme hanno trovato la sinistra incapace di elaborare una visione di futuro che possa essere condivisa da una base elettorale sufficente per cambiare questo paese. Da questo punto di vista, la destra si e’ trovata piu’ preparata rinunciando al ruolo di guida dello stato e dando al mercato la funzione di regolare e prepare il futuro, ingenuamente pensando che qualsiasi risultato il mercato proponga sia il migliore dei mondi possibili.

Il PD e’ la naturale conseguenza di questi processi. Il maggior partito della sinistra italiana e’ ormai un contenitore di diverse anime rappresentando interessi e opinioni in contrasto tra loro. Il PD e’ un partito postmoderno da questo punto di vista, senza un’idea precisa del futuro riducendo la politica a semplice comunicazione. Esso accetta semplicemente il presente, limitandosi a piccole riforme che accomodano il mercato o l’opinione pubblica senza nessun legame ad un progetto preciso.

Anche al di fuori dei partiti e dei movimenti politici, la sinistra si e’ sbriciolata in diversi gruppi con priorita’ e sensibilita’ diverse: dalla difesa degli animali al dirtto all’eutanasia, dai diritti degli omesessuali alla difesa degli emigrati, dalla lotta contro l’inquinamento alla difesa della multiculturalita’. Tutte queste battaglie sono valide e vanno la pena di essere combattute ma manca una visione comune che permetta di muoversi insieme. Una vittoria in un campo sara’ sempre limitata con il rischio di tornare indietro se tutto il contesto non cambia. Sia chiaro che qui non si vuole ne’ il ritorno ad una ideologia pregnante con risposte pronte a qualsiasi problema ne’ un nuovo sogno da vendere. La sinistra deve pensare a definire delle linee guide con cui modellare il futuro e avere il coraggio di essere coerente anche se questo costa voti nel breve periodo. Senza linee guide e senza un progetto, la politica diventa soltanto esercizio del potere. Nel momento in cui arriva una crisi economica, insieme all’esigenza di cambiamento, chi ha inteso la politica solo come esercizio di potere si ritrova non solo sconfitto ma soprattutto incapace di reagire perche’ non ha una visione alternativa da proporre. Questa incapacita’ di pensare il futuro e’ una delle ragione della crisi della sinistra, che prima e’ stata sconfitta dalla destra iperliberista e ora rischia di dare spazio a movimenti populisti che basano il proprio messaggio non sulla razionalita’ ma sulle emozioni, riuscendo in questa maniera a trovare una maniera coerente per rivolgersi a tutti.

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L’indipendenza della Scozia e le sue conseguenze sulle democrazie europee.

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Il referendum sull’indipendenza della Scozia avra’ ripercursioni non solo all’interno del Regno Unito ma anche sul resto del continente europeo. Premesso che il voto di giovedi e’ uno splendido esempio di come una democrazia possa regolare senza spargimento di sangue un tema delicato come l’autonomia di una regione, l’eventuale indipendenza scozzese sarebbe una jattura per il resto dell’europa.

Il primo effetto e’ naturalmente quello di dare forza alle spinte autonomiste in altri paesi (Catalogna, Vallonia etc). Anche in Italia la Lega Nord aspetta con ansia il risultato per cavalcare nuovamente, forse con piu’ forza, ll cavallo secessionista chiedendo un referendum simile. Non voglio qui stare a discutere sulla legittimita’ di queste istanze ma mi preme osservervre come il dibattito politico ne resentira’ in maniera negativa.  Per i prossimi anni, l’Europa rischierebbe di trovarsi con paesi bloccati dalla discussione sulla necessita’ di tenere referendum simili, con forze politiche mosse solo dall’obiettivo di raggiungere un unico traguardo mettendo in secondo piano tutto il resto. Discussioni come queste portano a nessun risultato positivo in quanto il confronto non e’ basato su una discussione razionale ma solo e soltanto sull’onda emotiva. Il tema centrale in queste situazioni e’ il concetto fumoso di identita’. Questo crea una frattura all’interno dell’elettorato, tra chi s’identifica nelle istanze indipendentiste sentendosi diverso e chi nega questa differenza soffermandosi più sui tratti unificanti. Il risultato finale e’ un muro contro muro su un unico tema, senza possibilità di un dialogo costruttivo perché’ a confronto non ci sono delle idee ma il senso di appartenenza a qualcosa che non può essere cambiato a meno di un cambiamento profondo della persona.  Un elettorato e delle forze politiche che scelgono e fanno politica, non in base alla qualità dei programmi, delle persone e delle idee ma solo e soltanto sulla spinta emotiva di un unico tema ha il solo risultato di indebolire il dibattito democratico.

La secessione e’ il sogno venduto, la possibilita’ di semplificare il messaggio politico criticando solamente il presente senza proposte concrete, perche’ solo con la realizzazione del sogno tutto sara’ risolto. Nel passato avevamo i partiti comunisti che potevano criticare e sfruttare qualsiasi tipo di malcotento e poponendo la stessa soluzione a tutti i mali: il socialismo. Il modo di ragionare dei partiti indipenditisti e’ lo stesso. Se il presente fa schifo e qualsiasi cosa sia il tuo problema, l’indipendenza sara’ la soluzione. Questo puo’ anche permettere di crescere il propro elettorato in un momento di forte crisi ma difficilmente  puo’ proporre soluzioni ai problemi. Siamo sicuri che l’indipendenza risolva tutti i problemi? Cosa facciamo nel frattempo aspettando l’avvento del paradiso in terra sotto forma di indipendenza?

Una delle ragioni della crisi economica che viviamo e’ il mercato che decide tutto. La politica ha visto ridotto il proprio spazio di azione. Qualsiasi decisione apparentemente contraria ai mercati si traduce in una fuga di capitali (o semplice minaccia) che obbliga a tornare sui propri passi. In un’economia dove i capitali girano liberamente, i paesi che provassero a limitare la disuguaglianza o semplicemente a favorire l’economia reale a scapito della finanza fine a se stessa vedrebbero ridursi drasticamente gli investimenti privati. Per uscire da questa situazione ci vorebbe la  collaborazione e una politica comune tra stati forti perche’ un unico paese non ce la puo’ fare. Un futuro con micro stati renderebbe piu’ difficile la possibilita’ di regolare i mercati internazionali e affrontare le restanti sfide globali. Più attori globali ci sono, più difficile è la possibilità di trovare accordi e soluzioni comuni. Ci si può illudere di isolarsi e pensare che quello che conta e’ il benessere del proprio paese (non e’ un caso che in Europa sono sempre le regioni più ricche che tendenzialmente  sono mosse da spinte autonomiste) ma per quanto isolati e ricchi si possa essere rimaniamo sempre su questo pianeta e prima o poi quello che succede fuori avrà un impatto su di noi. La risposta alla globalizzazione non può essere un rinchiudersi a riccio nelle proprie differenze ma deve essere la capacità di gestire insieme le sfide che essa pone.

Gli Scozzesi hanno il diritto di scegliere il proprio futuro e questa scelta andrebbe data a tutti ma il fine ultimo della politica dovrebbe essere quello di preparare un futuro migliore. Questo futuro passa necessariamente dalla capacità delle persone di lavorare insieme attorno a dei progetti comuni. Discussioni politiche basate sul senso di appartenenza che mirano a dividere difficilmente porteranno a giorni migliori. Il rischio e’ di avere un Europa composta da micro stati pieni di rancore e incapaci di collaborare insieme all’interno di una istituzione come quella dell’Unione Europea che necessita di essere cambiata.

Il pericolo in democrazia dell’uso delle emozioni!

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Far leva sulle emozioni e’ diventato ormai il motore delle campagne elettorali e del modo in cui cui i politici interagiscono con i propri elettori. Il fatto che i politici pensino piu’ a suscitare e a gestire il lato emotivo della loro comunicazione non dovrebbe sorprendere. Un legame basato sull’emotivita’ rende il rapporto tra politico ed elettore piu’ intenso e duraturo. Una volta che il politico ha legato l`elettore a se emotivamente, diventa difficile spezzare questo legame, non importa quanto siano valide le motivazioni di coloro che si oppongono perche’ spesso le emozioni sono piu’ forti della razionalita’.

Questo legame passa per la cura dell`immagine del politico attraverso l`uso  piu’o meno velato del culto della personalita’. Con  la crisi dei partiti, Il successo o meno di una campagna elettorale dipende dalla capacita` di chi le gestisce da un punto di vista del marketing di creare nell`immaginario collettivo l`idea di un leader come unica persona capace di proteggere o di portare il paradiso in terra. Nel primo caso si fa leva sulla paura, mentre nel secondo, sulla speranza di un futuro migliore che assomiglia piu’ ad una terra promessa che ad una possibilita’ reale.  Una strategia non esclude l’altra, potendo essere usate contemporaneamente, ma entrambe costituiscono una seria minaccia alle nostre democrazie, in quanto il dibattito politico non e’ piu’ guidato dalla razionalita’ e dal confronto delle idee ma dall’intensita’ delle emozioni create dove vince il politico piu’ abile a gestirle. Questo vuole essere il primo post dove cerchero’ di ragionare sul rapporto emozioni – politica e di come quasto rapporto stia limitando la capacita’ delle nostre democrazia di dare una risposta ai problemi di oggi.

Partiamo dal pericolo di promettere troppo e far credere agli elettori che tutto sia possibile. Questo modo di vedere le cose pressupone l’idea che la realta’ sia sempre il frutto della nostra volonta’ e che basti la sola determinazione politica per realizzare qualsiasi futuro. Questo modo di rappresentare la politica caraterizza spesso i politici piu’ ingenui che non si si sono mai confrontati con il potere e la sua gestione. I politici piu’  avveduti evitano nei loro discorsi di prendere in considerazione gli ostacoli che si materializzano nella volonta’ e operato di altri attori sociali che hanno una visione del futuro diversa. La nostra realta’ non e’ mai il frutto di una sola volonta’ politica ma la conseguenza dell’interazione di diverse volonta’. Il nostro presente storico e’ sempre un compromesso o il risultato di uno scontro tra diverse forze dove il risultato finale e’ sempre qualcosa di diverso da quello che ci si prefigurava prima del confronto/scontro. Quando ci si accorge che quello che si ottiene non e’ il risultato promesso, nonostante l’impegno,l’onesta’ e le capacita’, si accusano gli altri attori della vita sociale (sindacati, burocrazia, opposizioni, magistratura, giornali, capitale, banche, potenze straniere etc) di remare contro e di non permettere al leader di attuare i propri programmi. Questo modo di far politica che basato sul promettere troppo rappresenta un rischio per le nostre democrazie e una delle ragioni (forse la piu’ importante) per cui tanti diffidano della democrazia stessa.

Nel prossimo post vedremo alcune conseguenze del promettere troppo e di come rappresentare la realta` sempre e comunque come il risultato della sola volonta’ politica costituisca una seria minaccia alle nostre democrazie.