Archive | January 2015

M5s ormai complice del Patto del Nazareno

M5S

Nel precedente articolo avevo definito l’elezione dell’inquilino del quirinale una prova di maturità’ del M5s. L’inclusione dei nomi di Bersani e Prodi come possibili candidati nella rosa fatta dall’assemblea del gruppo parlamentare poteva essere finalmente considerata una svolta nel modo di far politica da parte dal movimento: da semplice testimonianza a politica per il cambiamento. Erano dei nomi che potevano spaccare il PD e con esso il patto del Nazareno. Alla luce del comportamento seguito dal movimento, questo esame di maturità’ non solo e’ stato clamorosamente fallito ma ha reso di fatto il M5S complice del “Patto di Nazareno”. In questi giorni si sono presentati due momenti davanti al movimento per fare delle scelte politiche mirate che potevano rompere quel patto tanto vituperato in pubblico ma in entrambi i casi si e’ deciso di aiutare indirettamente Renzi per portare Mattarella al colle.

La scelta di portare Imposimato nelle prime tre votazioni poteva essere compresa in rispetto della decisione presa tramite il voto on-line. Nel momento in cui serviva una maggioranza qualificata, anche forze che poi sono confluite su Mattarella hanno sostenuto candidati di bandiera dato che mancava la forza necessaria in termini di voti per eleggere un presidente. Quello che fa veramente rabbia e’ la posizione e le scelte fatte dopo e durante le prime tornate.

Il M5s ha preso la scelta di votare Imposimato fino alla quarta tornata dandosi la possibilità di cambiare candidato solo dalla quinta in poi. Il fatto di cambiare candidato  alla quinta tornata sembra strano e politicamente suona come dare un via libera a Renzi per eleggere Imposimato ricompattando il legame con Berlusconi. Perché’ cambiare il candidato solo alla quinta votazione quando serve la maggioranza assoluta dalla quarta in poi? Cambiando il quorum, non si dovrebbe cambiare anche strategia? Invece si punta nuovamente su Imposimato anche alla quarta votazione dando la possibilità ai contraenti del patto del Nazareno di far eleggere Mattarella al quarto scrutinio mentre il movimento non fa nulla per spaccare il PD al quarto voto facendo altri nomi. Anche se alla fine Mattarella sarebbe stato comunque eletto, un tentativo andava fatto anche per ridurre il numero di voti ottenuti facendo venire a galla le crepe all’interno del PD con i voti dei franchi tiratori. La possibilità concreta di rompere quel patto si e’ presentata anche prima della convergenza di Berlusconi su Mattarella.

Il momento in cui Forza Italia sembrava titubante su Mattarella offriva un’altra occasione al M5S per spaccare il patto. Avrebbero potuto prendere la decisione di confluire su Mattarella facendolo apparire come un candidato PD-M5S che avrebbe messo in seri pericolo quel patto. Invece di tentare di mettere Foza Italia alle corde facendola sentire accerchiata e tradita dal PD, Grillo attacca Mattarella con una serie di dichiarazioni che poi si sono anche rilevate false come dimostrato dal Fatto Quotidiano. Questa mossa di Grillo e’ servita solo per limitare il raggio di azione dei propri parlamentari rendendo impossibile il voto per Mattarella.

Il continuare a votare Imposimato e’ la continuazione di un modo di far politica che mira più a far testimonianza che a fare politica per ottenere risultati concreti. Si continua a congelare i voti di milioni di italiani confluiti sul M5S rendendoli inutili al fine concreto di cambiare le cose. Si puo’ concludere che Grillo e il movimento siano ingenui oppure che i meccanismi interni del movimento basati sulla rete rendono difficili quelle manovre veloci che permettono di ottenere risultati nel breve termini ma Io invece ritengo che Grillo e Casaleggio abbiano fatto tutto questo in maniera consapevole. Non hanno nessuna intenzione di rompere il patto del Nazraeno perche’ questo porterebbe probabilmente al voto con il rischio di vincere le elezioni. Come durante la formazioni del primo governo in questa legislatura, il movimento fa di tutto per allontanare l’amaro calice del governo. Potrebbero esserci diverse ragioni dietro questa scelta: il fatto di essere probabilmente consci di non avere una classe dirigente all’interno del movimento adatta, forse hanno paura di prendere decisioni che possono allontanare il voto di protesta o magari sanno che governare obbliga a prendere posizioni su molti temi mettendo in crisi l’unita’ del movimento già messo alla prova da tante defezioni.

Ragioni a parte il risultato e’ sempre quello: una forza politica che al netto delle urla e dei bei gesti non e’ in grado di far politica per cambiare seriamente le cose auto condannandosi all’opposizione. Mentre il M5S continua a essere un inutile monumento vivente all’onesta’ all’interno delle istituzioni, Renzi esce dal voto per il presidente apparendo come un gigante della politica con in tasca un patto ancora in piedi che gli permetterà’ di cambiare la costituzione e il futuro di questo paese.

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Quirinale: Il M5S alla difficile prova di maturita’

M5S

La democrazia viene spesso vista come una maschera che dona legittimità’ ad un potere nelle mani di un’oligarchia, soprattutto in un paese come l’Italia. Il M5S ha rappresentato la novità più grossa degli ultimi anni nel panorama politico Italiano e la sua ascesa ha dimostrato come cittadini ben organizzati possono rompere, o per lo meno influenzare, i ristretti gruppi di potere attraverso le regole del gioco democratico. Hanno inoltre rappresentato una novità da un punto di vista mediatico dando peso alla rete nell’arena politica. L’uso della rete ha permesso loro di bypassare i media tradizionali vicini alle oligarchie che hanno in mano questo paese.

Il movimento però ha anche mostrato una serie di limiti. L’aspetto meno utile e’ stato il loro modo di intendere la loro presenza in parlamento come testimonianza, una specie di monumento vivente al valore dell’onesta’ all’interno del parlamento. Invece di cercare di scardinare il sistema politico allargando le sue crepe, hanno preferito congelare il loro peso politico, limitandosi alla denuncia o a qualche piccola vittoria in ambito legislativo, evitando di trovare accordi con altre forze politiche (o loro pezzi) per un impatto maggiore.

Le ragioni di questo modo di fare politica sono tante. Una di queste è sicuramente legata all’aver creato il proprio consenso raccogliendo i voti dei tanti delusi della politica nostrana con un linguaggio di sfida nei confronti dei partiti: partecipare al gioco politico sarebbe stato considerato una specie di tradimento dai “puristi”. La squadra parlamentare, per quanto piena di gente di buona volontà, è priva di esperienza politica, prezzo da pagare al rinnovamento. L’inesperienza è rischiosa quando ci si relaziona a gente che ha fatto della politica il proprio mestiere e la scelta più cauta è stata quella di isolarsi. Il fare politica come testimonianza ha inoltre il vantaggio di nascondere i limiti di essere una forza variegata, composta e appoggiata da elettori di diversa estrazione (da qui il loro tentativo di non farsi racchiudere nella dicotomia destra-sinistra). Fare testimonianza non comporta scelte radicali che possono dividere, ma si cerca di concentrare il dibattito su quello che si è (anti casta, onestà etc) piuttosto su quello che si vorrebbe fare al netto di proposte ampiamente condivisibili.

Alla possibilità di un cambiamento nel presente hanno dunque preferito coltivare il sogno di un’improbabile (allo stato attuale) vittoria elettorale nel futuro, marcando in maniera netta la loro diversità dalle oligarchie al potere.  Vivere la politica come testimonianza nel nome della propria identità ha congelato il voto di tanti Italiani che chiedono ora una risposta ai loro problemi . Questa loro caratteristica li ha  portati anche a una serie di errori come nell’elezione del secondo Napolitano o durante la formazione dei governi Letta/Renzi dove potevano usare la loro presenza in parlamento per cercare di rompere i giochi politici e portare un cambiamento radicale.

Alla luce di tutto questo, la posizione del movimento alle ultime elezioni per il presidente della repubblica appare come una rottura nel modo di operare del M5s e forse un tentativo di cambiare il loro modo di fare politica. Dall’assemblea del gruppo parlamentare è uscita una rosa di nomi come possibili presidenti che include i nomi di Prodi e Bersani ( anche se poi la scelta finale e’ caduta su Imposimato). Certamente questi nomi non sono il massimo della coerenza da parte loro alla luce dei mesi scorsi ma è forse la prima volta che iniziano a fare politica machiavellicamente parlando. Sanno benissimo di non aver la forza per eleggere un presidente da soli ma usano l’occasione per spaccare il PD e con esso il patto del Nazareno. Alla possibilità di usare il voto per il Quirinale come una nuova opportunità per rafforzare la loro differenza, si fanno dei nomi nel tentativo di raggiungere un risultato concreto nel breve periodo.

La decisione del gruppo parlamentare appare un segno di maturità da parte del movimento. Questa prova di maturità non e’ priva di rischi in quanto la mossa potrebbe  mettere in crisi il movimento stesso  con una base spesso educata  a “v********o”, “ladri”, “mandiamoli via” etc. La scelta di inserire i nomi di Prodi e Bersani potrebbe infatti non essere capita dalla frangia purista del movimento dedita alla distruzione di tutto ciò che suona vagamente politico, facendo poca distinzione tra politici e istituzioni .

Queste elezioni possono dunque segnare una nuova fase nella storia del M5S, un  tentativo di cambiamento nel loro modo di fare politica cercando una sponda in tanti parlamentari al di fuori del M5S che non si riconoscono nel patto del Nazareno. Il tentativo va apprezzato perché’ cerca di cambiare le cose da subito non aspettando un futuro messianico che può anche non arrivare mai.

Per il M5S è arrivato il momento di decidere su cosa fare da grandi: usare i voti per cambiare il paese oppure continuare a fare testimonianza vagheggiando il 100% dei voti. Entrambe le scelte contemplano rischi ma riteniamo che perdere voti per cambiare almeno un po’ il paese sia più onorevole che spegnersi lentamente per ribadire la propria purezza. La politica ha senso se la si usa per migliorare la vita di chi la subisce piuttosto che un uso fine a se stesso per il gusto di piacersi.

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Il giorno della memoria e il pericolo dell’indifferenza

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Nel giorno del ricordo delle vittime dell’olocausto, come al solito sui social network si assiste ai soliti commenti che tendono a banalizzare il significato di questa giornata. Invece di riflettere sulla natura umana, di come il male possa inquinare e guidare gli uomini affinché’ il passato non ritorni, la giornata viene vanificata con una serie di distinguo. Da una parte c’è chi mescola la questione palestinese con la shoah, come se il dolore di oggi autorizzasse a far dimenticare il dolore di ieri, mentre altri tendono a sminuire l’importanza della giornata affermando che tutti gli olocausti andrebbero ricordati e non solo uno.

Partiamo dall’accostamento della shoah alla tragedia palestinese che trovo odioso per la sua strumentalizzazione oltre al fatto di essere francamente stupido soprattutto per il pericolo che questo modo di ragionare nasconde. Lo trovo preoccupante perché dimostra un’indifferenza nei confronti del dolore e mette al centro non l’essere umano e il suo valore come tale ma l’appartenenza ad un gruppo etnico o religioso.

La maniera con cui affrontare il tema dovrebbe essere basato sui diritti umani che sono universali e appartengono a tutti non importa il credo religioso, nazionalità o colore della pelle. Bisogna essere dalla parte di chi vede i propri diritti negati senza guardare la nazionalità di carnefici e vittime. Minimizzare quello che è successo nel passato alla luce del presente, partendo dall’appartenenza a un gruppo o all’altro e non dalla sofferenza di chi vede i propri diritti negati, è il riflesso perverso della stessa logica di chi perseguita altri esseri umani perché’ ritenuti diversi. Chi banalizza questa giornata, pensando di far causa comune con il popolo palestinese, non si accorge di danneggiare il processo di pace e il futuro degli stessi palestinesi perché contribuisce a rafforzare la spirale di odio alimentata dagli estremisti di entrambe le fazioni. Queste fazioni rispondono alla logica per cui un individuo ha valore e ha diritti solo se appartiene alla proprio comunità, altrimenti è da considerarsi come un nemico negando la logica universale dei diritti umani:

“Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.” Art 2 della dichiarazione universale dei diritti umani.

La negazione di quest’universalità è alla base di tutti gli olocausti, di tutte le persecuzioni e di tutte le oppressioni inclusa quella vissuta nei territori occupati. Usare la questione palestinese per ignorare o sminuire la giornata è pericoloso perché risponde ad una logica di contrapposizione dei popoli. Tra le linee di questa contrapposizione i diritti umani scompaiono schiacciati dalle rivendicazioni politiche e dalla strumentalizzazione della storia che risponde più a logiche di potere che al servizio dei popoli. Se vogliamo dare una speranza al processo di pace nel Medio Oriente bisogna promuovere l’universalità dei diritti e fuggire lontano da dibattiti che tendono a contrapporre i popoli.

L’opinione che andrebbero ricordati tutti gli olocausti mi potrebbe anche trovarmi d’accordo proprio alla luce dell’universalità dei diritti umani, anche se non si può ignorare l’unicità della shoah per la sua sistematicità.  Anche se l’idea che tutti gli olocausti vadano ricordati ha un suo fondamento, questo non può comunque essere usato come pretesto per ignorare il giorno in cui si ricorda la shoah. Il risultato della logica “o tutti o nessuno” sarebbe l’indifferenza: l’offesa peggiore che si possa fare non solo a chi ha sofferto terribilmente la persecuzione nazista, ma anche nei confronti di tutti coloro sono morti per mano diversa.

La giornata di oggi ha senso se si squarcia il velo di indifferenza che accompagna spesso le nostre vite. In una società profondamente edonista come la nostra, risulta spesso difficile immedesimarsi nella sofferenza degli altri soprattutto se ritenuti diversi e lontani. Viviamo questa giornata come vogliamo ma usiamola per rompere questa indifferenza per ricordarci che apparteniamo tutti alla stessa razza.

La speranza greca e il futuro della democrazia in Europa

Grecia

La vittoria di Syriza in Grecia rappresenta una speranza non soltanto per la Grecia e il suo popolo stremato dalla crisi ma anche un’opportunità per la democraticità delle istituzioni europee e per la democrazia in generale. Negli ultimi anni abbiamo vissuto un appiattimento del dibattito politico dominato dalle forze dell’austerità che hanno imposto la loro agenda politica fatta di tagli allo stato sociale e agli investimenti pubblici con effetti negativi sull’occupazione e un generale impoverimento dei ceti medio-bassi. Qualsiasi altra proposta è stata marginalizzata e resa quasi incostituzionale, basta vedere la nostra riforma costituzionale che ha imposto il pareggio di bilancio.

Una democrazia non esiste se il dibattito è animato da campane che intonano la stessa musica. La democrazia si rafforza dal confronto di idee diverse che aprono la strada a scelte diverse. Negli ultimi anni democrazia e Europa sono diventati quasi sinonimi di austerità.  Nel momento in cui nessuna forza politica (soprattutto a sinistra) è stata in grado di portare avanti un’agenda diversa, a tanti giovani e alle vittime della crisi, la lotta per un futuro migliore è passata per l’opposizione all’Europa e ai valori democratici. Se nessuno nell’arena democratica e all’interno delle istituzioni europee si fa voce di istanze diverse, risulta naturale pensare che la lotta alle politiche liberiste è  tutt’uno con l’opposizione all’Europa e alle istituzioni democratiche. Basti pensare alle minacce di buttar fuori la Grecia dall’Europa nel caso in cui il governo di Atene attuasse politiche diverse. In questa maniera si rafforzano solamente movimenti e forze di estrema destra in tutto il continente: dalla lega all’UKIP, da Alba Dorata al Front National. Il grado di estremismo è  diverso ma tutte queste forze hanno in comune l’opposizione all’Europa e auspicano una svolta autoritaria della democrazia.

Syriza può finalmente rompere questa sovrapposizione tra democrazia e politiche di austerità e dare un’alternativa al continente. Solo in questa maniera la democrazia può tornare a essere un’arena neutra per il confronto tra proposte diverse e non il grimaldello per imporre politiche a senso unico. Solo tingendo il futuro di speranza, si evita lo sfaldamento delle nostre società e i valori di libertà e uguaglianza possono funzionare in pieno. Nessuna democrazia può funzionare con un ceto medio che si restringe e i ceti bassi condannati alla precarietà. Questa non è soltanto una lotta per dare una condizione migliore agli Europei, questa è una lotta per difendere la democrazia e i valori universali ad essa associati.

Il cammino avanti non sarà facile per diverse ragioni. Non dimentichiamoci che Syriza è una collezione di correnti con il costante rischio di frantumarsi al momento di prendere le decisioni… vecchio vizio di sinistra non importa il paese. Inoltre la Grecia è un piccolo paese in termini di popolazione e di PIL e da sola non sarà in grado di cambiare l’Europa se non trova sostegno in altri governi e forze politiche nel resto del continente. La sfida più grande sarà comunque quella di cambiare il paese all’interno di regole troppo rigide, auto-inflitte dalle istituzioni europee e in opposizione alle forze del mercato.

La speranza è  che questa vittoria sia comunque un inizio di una discussione seria sul futuro non solo della moneta unica ma anche su quale progetto di Europa aspiriamo. Molto dipenderà dalla reazione tedesca e dei falchi dell’austerità. Se alle istanze greche venisse posta la sola alternativa dell’uscita della Grecia dall’Euro , sarebbe un’ulteriore conferma del sinonimo Europa/ austerità. Il muro contro muro tra le aspirazioni greche e l’ortodossia economica di Francoforte senza una soluzione di compromesso sarebbe un duro colpo non solo ad un Europa solidale ma anche all’idea di democrazia. Non ci può essere democrazia dove delle idee non hanno diritto di rappresentanza e c’è liberta di discutere una sola alternativa. Questo non solo sarebbe un regalo alle forse reazionarie del continente, cui sarà ancora più facile usare Europa e crisi come sinonimi, ma anche per tanti sinceri democratici impegnati a costruire un’Europa diversa: davanti ad un’Europa ridotta a camicia di forza a misura dei falchi del liberismo, la distruzione dell’Europa apparirà come unica possibilità per dare un significato alla democrazia.

Per questo motivo il futuro della Grecia è il futuro dell’Europa. Se Tsipras fallirà e con lui la possibilità di proporre un’Europa diversa, il nostro continente sarebbe esposto a una svolta a destra che rischia di travolgere con sé non soltanto le istituzioni Europee ma anche la democrazia come la conosciamo oggi.

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Il terrorismo islamico figlio anche del liberismo economico

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La cosa più preoccupante degli attentati di Parigi è constatare che gli attentatori non erano immigrati (con sommo dispiacere di Salvini) o stranieri intrufolatesi in Francia, ma erano francesi, nati e cresciuti nell’esagono,  figli di emigrati. Come mai le nuove generazioni cresciute nelle grandi periferie sono più estremiste dei loro genitori? Perché tanti giovani musulmani adottano una visione religiosa più’ radicale di quella dei loro genitori nonostante siano cresciuti in un ambiente in teoria distante dal fanatismo religioso?

All’indomani degli attentati, il presidente francese Hollande ha riaffermato il valore della libertà. Ha richiamato tutti all’unità e a riconoscersi in questo valore, non importa il credo religioso di appartenenza perché in una democrazia i diritti appartengono a tutti . Il discorso di Hollande è figlio dell’idea che i valori professati dall’occidente siano forti in natura per influenzare chiunque ne venga a contatto e da soli bastino a cementificare una comunità dandole una ragione comune. Siamo sicuri che questi valori abbiano la facoltà di attrarre chiunque al netto di qualsiasi altra considerazione? Sono questi valori sufficienti per evitare la frammentazioni delle nostre comunità?

Per quanto questi valori siano forti e validi per porre le basi del nostro vivere insieme, non dobbiamo mai dimenticare che essi non riempiono la pancia. Non possiamo credere che il continuo rimarcare dell’importanza della libertà sia da solo sufficiente a difenderla e a renderla immune dagli estremismi di qualunque forma. Come Pertini ci ha insegnato:

“…la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Mi dica, in coscienza, lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è la libertà che intendo io.”

Il taglio dello stato sociale, la precarietà e le politiche di austerità hanno reso il presente problematico e tolto la speranza al futuro. Le periferie sono state lasciate a se stesse, a bollire in un rancore sempre più’ profondo e  ostile nei confronti della politica. Quando non si ha un lavoro, si vive in un ambiente corrotto dalla criminalità,   in case sempre più fatiscenti con la distanza dai quartieri migliori che aumenta in termini di vivibilità, parole come libertà, laicismo, fraternità e uguaglianza assumono il retrogusto della beffa. Queste parole appaiono come una tenda di ipocrisia posta a coprire il fallimento della politica o strumenti di distrazione per occultare l’egoismo di chi si arricchisce sulla povertà degli altri.

Democrazia e Europa sono diventate sinonimo di politiche di austerità che condannano alla povertà i giovani dei ceti medio-piccoli, mentre arricchiscono sempre più’ chi nelle periferie non ci metterà mai piede se non per sbaglio o per chiedere voti. La democrazia e’ percepita non come piattaforma per discutere di possibili soluzioni ma come una scatola vuota per attuare programmi economici punitivi. L’alternativa che si presenta a tanti non e’ quella di proporre politiche diverse ma quella di abbattere l’intero sistema . Il radicalismo islamico e’ l’altra faccia della medaglia del perché tanti giovani in Europa hanno posto le loro speranze in movimenti che voglio cancellare la democrazia o darle una svolta più’ o meno autoritaria: dal Front National alla Lega, da Alba Dorata allo UKIP.

Per questo motivo il terrorismo islamico e la radicalizzazione politica di tanti giovani e’ anche figlia di politiche economiche sbagliate. Dopo aver pagato il prezzo economico in termini di disoccupazione e maggior povertà, sta arrivando il momento di pagare il prezzo in termini politici se non si da una svolta.

E’ il momento di offrire un’alternativa democratica e porre fine alle politiche liberiste se vogliamo dare un futuro non solo ai giovani ma anche alle nostre istituzioni democratiche. Il fondamentalismo islamico o altre forme di fascistizzazione di tanti giovani e’ una risposta politica a problemi sociali e economici. Se non diamo una risposta a questi problemi sarà difficile mantenere l’unità delle nostre società e in  queste crepe rischiano di scomparire quei valori che a parole siamo tutti pronti a difendere.

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La guerra all’oscurantismo e i giovani musulmani

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E’ triste vedere come quello che sta accadendo in Francia sia strumentalizzato da gruppi politici e religiosi per chiedere una limitazione della libertà’ di culto per l’Islam e  rafforzare l’idea che al cattolicesimo sia riconosciuto un trattamento di favore (come se non lo avesse già’). Il consiglio regionale lombardo sta per esempio pensando di approvare una legge anti moschee entro la fine del mese, in netto contrasto con l’articolo tre della nostra costituzione che sancisce la liberta di culto.

Tra islamici che gridano alla guerra santa e i Ferrara di turno che speculano politicamente chiamando alla guerra c’è poca differenza al netto dell’uso delle armi, perché’ alla base hanno in comune il rigetto di secoli di lotte in Europa per far emerger i valori di tolleranza, democrazia e laicità. Si prendono esempi dalla vastità della realtà per dare una immagine di una guerra di religione che non esiste a mio avviso.

L’idea che si vuole dare è che l’Islam sia un blocco unitario fatto di fanatismo. Esistono estremisti e vanno combattuti, ma ci sono islamici che non hanno nulla a che spartire con questa gente, come Ahmed il poliziotto ammazzato per difendere i vignettisti che viene spesso dimenticato perché mal si concilia con il clima di paura e di guerra che si vuole creare. Nel variegato mondo islamico (che va oltre la classica differenza tra sunniti e Sciiti) vi è una componente che sta cercando di emergere e creare un ponte tra valori occidentali e Islam. La primavera araba, almeno all’inizio, era stata portata avanti anche da studenti e borghesia delle città avendo in mente l’occidente e i suoi valori come modello. Nei paesi tormentati dalle guerre civili, gli estremisti fanno fuori anche intellettuali islamici moderati di questo tipo.

Per questa ragione non si può relegare la lotta al terrorismo a semplice ordine pubblico senza fare la distinzione tra estremisti e semplici credenti. Il muro contro muro sarebbe il più grande aiuto che potremmo dare all’Islam radicale dando forza alle loro tesi di un Islam sotto assedio dalle forze del satana occidentale. Le giovani generazioni dell’Africa settentrionale e dei paesi arabi, spesso delusi dai pochi risultati ottenuti durante la primavera araba, sono in bilico tra estremismo e valori occidentali. Non possiamo permettere che scivolino lentamente nella sfera d’influenza di gente assettata di sangue nel nome di Dio.

Bisogna ridare speranza ai tanti giovani musulmani affinché’ riescano a portare l’Islam nella modernità conciliando le libertà individuali con la religione. Il terrorismo si batte cambiando il contesto culturale in cui sguazza, altrimenti i terroristi si muoveranno facilmente “come pesci nell’acqua” . Il contesto culturale non deve essere soltanto cambiato in qualche lontano paese arabo ma anche nelle nostre periferie. Non dimentichiamoci, infatti, che gli attentatori erano nati in Francia e bisognerebbe anche iniziare a domandarci perché le nuove generazioni figli d’immigrati  siano più violente ed estremiste di quelle dei loro genitori.

Le pseudo-dichiarazioni di guerra dei leader estremisti europei sono un contributo alla radicalizzazione di tanti giovani islamici. Nelle periferie delle grandi città, dove la speranza è uccisa quotidianamente dalle ostinate politiche di austerità, dichiarazioni come queste, fanno passare l’idea che la politica si occupi solo di punire gli islamici e che le libertà tanto proclamate sulla carta non si applichino ai figli d’immigrati e a chi professa una religione diversa da quella della maggioranza.

I media hanno una grossa responsabilità nell’evitare la radicalizzazione delle masse poiché essi sono i filtri con cui le persone interpretano la loro realtà. Il diritto alla libertà di espressione è intoccabile, ma come per ogni libertà essa deve essere accompagnata da un senso di responsabilità affinché la libertà di cui godiamo non danneggi altre persone. Nessuno può porre un limite alla satira ne’ si può rispondere con la violenza alla stessa, ma chi fa satira deve essere cosciente che il proprio lavoro può essere strumentalizzato dai fondamentalisti religiosi per radicalizzare anche i più moderati.

Spero che man mano l’onda emotiva a seguito dei morti di Charles Hebdo si faccia più’ tenue, il clima si raffreddi  e si affronti il problema per quello che è .  Quello in cui ci troviamo, non è la guerra tra Islam e occidente, ma è la stessa fottutissima guerra che si combatte da secoli: da una parte la razionalità e le idee di libertà, uguaglianza e democrazia; dall’altra parte l’oscurantismo che svuota il valore del singolo individuo in quanto tale dandogli una ragione di essere solo all’interno di un qualcosa di più grande che sia una religione, una nazione o un’ideologia.

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Je suis Charlie….. ma non portatelo alle crociate

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Il grande nemico del terrorismo islamico non sono ne’ le bombe ne’ lo schierarsi dietro differenze culturali e religiose usate come clavi contro chi è diverso. Hanno attaccato un giornale libero e laico perché’ il diffondersi di una cultura tollerante che crede nella divisione tra stato e religione, nella libertà di espressione e nel valore della vita umana in quanto tale, al di fuori di una visione religiosa, sono i veri nemici del terrorismo.

Potevano attaccare sedi di partito di estrema destra o circoli religiosi e invece hanno colpito chi ha fatto della libertà il proprio marchio di fabbrica. Le bombe e la propaganda anti-islam che non distingue tra religione e terrorismo, sono i grandi alleati del fondamentalismo islamico perché’ vengono usati come argomenti per fare proselitismo.

Gli estremismi contrapposti sono fuochi che si alimentano a vicenda bruciando lo stesso combustibile fatto di paura, intolleranza e ignoranza. La loro forza è un riflesso della forza del nemico cui dicono di contrapporsi. Più sono bravi a instillare la paura del nemico e dirottare il dibattito politico su questo tema, più è facile per loro sembrare giganti. Gli estremismi che si oppongono sono come due carte che si reggono, una grazie all’altra: se una carta cade porta con se l’altra.

A ogni azione da una parte segue una contro reazione dall’altra, con la conseguenza di scatenare una spirale che rischia di rendere le nostre società simili ai sogni di chi è entrato nella redazione di  Charlie Hebdo   con l’intento di uccidere. Non bisogna permettere che Charlie sia portato alle crociate contro il diverso e usato a fini politici per limitare la libertá di culto e di espressione rendendo le nostre società meno liberali.

Il terrorismo non può essere relegato a solo problema di sicurezza da risolvere con maggiori controlli a scapito della libertà delle persone o con più bombardamenti. Il terrorismo è prima di tutto un problema culturale. Solo educando alla tolleranza, alla laicità e ai valori democratici possiamo uscire vincitori da questa lotta senza snaturare noi stessi. Educazione non solo per il bacino di giovani a cui il terrorismo islamico attinge ma anche nei confronti dei tanti che vanno alla crociata contro l’Islam nel nome di un’identità occidentale dimenticando che laicismo, diritti umani, libertà e democrazia sono parte di quella identità nata come risposta alle guerre di religione che hanno insanguinato il nostro continente per troppo tempo.

La risposta al terrorismo passa anche dando una risposta ai problemi delle periferie delle nostre città creando un futuro per tanti giovani disoccupati traditi da politiche liberiste che non lasciano spazio a modelli diversi, rafforzando l’idea che il terrorismo religioso sia l’unica alternativa politica a disposizione.

Coloro che credono nella libertà, nell’uguaglianza e nella fratellanza hanno oggi l’arduo compito di far passare il futuro in una cruna d’ago sempre più stretta tra terrorismo religioso e reazione antidemocratica. Se Charlie viene portato alle crociate con successo cambiando il nostro modo di vivere, vinceranno tutti tranne la libertà.

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La religione e’ l’oppio dei popoli……anche a Wall Street

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Con questa frase Marx criticava il cristianesimo come forma d’indottrinamento delle masse per tenerle sotto controllo. Perché oppio? Perché la religione cristiana e` basata su dogmi e come tutti i dogmi questi vanno accettati e non discussi. Tutto viene trasformato in un atto di fede, generando la passiva accettazione di quello che viene detto. Come l`oppio rende l`uomo inerme, cosi l’accettazione dei dogmi spegne la ragione e rende i fedeli passivi.

Non voglio parlare di religioni o di chiese, ma di ben altre religioni che non hanno nulla che fare con il metafisico ma con la vita di tutti i giorni. Mi riferisco a tutte quelle teorie politiche o economiche che tendono a rendere la gestione della cosa pubblica non più` un atto razionale, ma un atto di fede. La politica non e` messa a servizio delle persone ma alla realizzazione di una ideologia che diventa una nuova religione. Non importa che la realtà dimostri che quello che viene professato sia fallimentare, i fedeli verranno comunque ricompensati in futuro quando tutto sara` compiuto. Si spegne la ragione e l`onesta’ intellettuale, si interpreta e re-interpreta la realtà fino a che la realtà si sposi con la visione ideologica e non il contrario. I documentari tedeschi della seconda guerra mondiale hanno continuato a parlare di vittorie fino alla fine del Reich, ma mentre nel 40 le vittorie descritte erano grandi operazioni militari, nel 44 i documentari esaltavano la riconquista di qualche paese sconosciuto nelle pianure polacche ignorando il resto. Quando si e` accecati intellettualmente da ideologie, nel grande varietà della vita, non e` difficile trovare qualcosa che sposi la nostra visione e usare quel elemento per interpretare il resto.

Se nei decenni precedenti abbiamo visto crollare diverse religioni-politiche (dal “credere, obbedire e combattere” fino al “paradiso del proletariato” di sovietica memoria), in questi anni avremmo dovuto assistere alla fine della religione del libero mercato. Per anni, dai finanzieri di Wall street ai grandi economisti, hanno incensato il libero mercato con una fede cieca: perseguendo il proprio interesse personale, l’intera società ne avrebbe guadagnato. Lo stato veniva visto come il diavolo e non doveva intervenire a rovinare l`anima dei poveri fedeli del capitale. Non importa l’impatto sull’ambiente (il mercato correggerà tutto rendendo più` profittevoli le aziende “verdi”) o sull’occupazione (i disoccupati sono gente che non vuole lavorare…sic) quello che conta e’ lasciare la “mano invisibile” faccia il suo lavoro…… e cosi la mano invisibile ( senza un cervello razionale che la guidi) era diventata la mano sul grilletto della pistola puntata alla testa di chi l’aveva lasciata libera di fare quello che voleva.In un estremo atto di fede, la mano e’ stata libera di afferrare la pistola e puntare la canna alla tempia perché il mercato ha sempre ragione e il risultato sara` sempre un vantaggio per tutti. La pistola era il credito senza controllo che aveva prima messo in ginocchio il mondo finanziario e poi falcidiato l’economia reale.

Il problema in tutto questo non e` soltanto la cattiva gestione o l’applicazione di politiche economiche sbagliate. Il problema e` stato lo stesso di tutti i regimi autoritari: la mancanza di senso critico. Qualcuno aveva osato proporre una visione diversa ma e` stato confinato ai margini del dibattito e stigmatizzato sotto l`etichetta di “no global”. Questo ha lasciato non solo che gli errori venissero fatti ma anche che continuassero ad esistere. Non e` stato solo il fallimento di un modello di mercato ma e` stato qualcosa di piu` profondo che scuote la base delle nostre democrazie. All’alba della crisi si era invocato un intervento dello stato nell’economia per salvare la finanza e con essa l’economia. Tutti sembravano aver riscoperto il ruolo dello stato in economia e i limiti della mano invisibile. Il dogma del libero mercato che porta vantaggi a tutti sembrava finalmente infranto. Come si puo’ dimenticare la famosa copertina di Newsweek “We are all socialist now” .

Certamente non eravamo sul punto di trasformare le nostre economie in economie pianificate (per fortuna) ma sembrava finalmente possibile aprire una discussione prendendo in considerazione altri modi di organizzare la vita economica. Sembrava finalmente che politici, accademici e tutti gli attori economici stessero imparando dai propri errori. Invece a distanza di pochissimi anni e con la crisi ancora in corso, quel impeto si e’ fermato ed e’ stato usato solo per salvare i soliti noti che si ricordano di essere socialisti solo quando c’e’ da condividere i danni. Nessun serio tentativo e’ stato fatto per cambiare le regole alla base dell’Euro trasformando la BCE in una vera banca centrale, nessun aumento significativo degli investimenti statali mentre le garanzie del mondo del lavoro si assottigliano sempre piu’. La Germania sembra pronta ad accettare l’uscita della Grecia dall’Euro invece di mettere in discussione le sue regole, mentre la discussione sul trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti d’America (TTIP) va avanti come nulla fosse. La droga del libero mercato va piu’ forte che mai tra chi dirige le nostre vite con la la passiva accettazione dei suoi dogmi.

Se i mezzi d’informazione, l’educazione e tutti gli strumenti che formano l’opinione pubblica sono lasciati sotto il controllo di poche persone, il libero mercato rischia di essere non solo il nuovo oppio dei popoli ma anche il veleno. Questo crisi non sara’ solo un altro 1929 ma il preludio di ben altre sciagure.

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