Il PD e la crisi esistenziale della sinistra

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In “Renzi e il PD sconfitti dal Renzismo” avevamo evidenziato la spaccatura al’interno del PD. Da una parte il Renzismo che si rifá ad una concenzione leaderistica della politica dove il partito é a servizio del leader, e dall’altra parte l’idea cara alla sinistra dove il leader é solo un funzionario del partito. Da una parte il tentivo ulteriore di personalizzare la politica, dall’altro la resistenza e l’attaccamento a schemi che rappresentano un ostacolo a chi pensa che la politica debba essere fatta solo attraverso l’occupazione del dibattito politico da parte del leader che vende se stesso come soluzione dei problemi. Questo modo diverso di concepire il ruolo del partito é soltanto una delle dinamiche centrifughe all’interno della sinistra non solo italiana, basti pensare alla lotta all’interno del partito laburista Brittanico tra  Corbyn e Blair o il duello tra Hamon e Valls in Francia.

La spaccatura tra partito e leadership coincide  con una spaccatura ideologica piú profonda. Da una parte la “sinistra pesante” che ha le sue radici nel mondo del lavoro e  basa la sua visione politica su un mondo che nel frattempo é cambiato e non esiste piú. Questa sinistra ha gli occhi rivolti al passato, o fa finta che nulla sia cambiato, perché non in grado di comprendre il presente e non  ha il coraggio di esplorare alternative. Dall’altra parte una “sinistra leggera” che si é adeguata al mondo ma ha messo da parte la speranza di cambiare il futuro accontentandosi semplicemente di gestire il presente dando dei colpi di trucco a un mondo formato e modellato dalle leggi di mercato. Una politica che pensa semplicemente a gestire il presente diventa irremediabilmente semplice gestione del potere che si sforza di apparire sempre nuova e punta sull’imaggine del leader perché incapace di pensare a un futuro. In entrambi i casi, siamo di fronte a due visioni fallimentari incapaci di comprendere il proprio ruolo.

La “sinistra pesante” sembra ferma agli anni ’70. Fa riferimento a schemi come capitale contro lavoro, sindacati o partiti di massa senza adeguarli ad un presente totalmente diverso da un passato quando queste idee spiegavano da sole con successo quello che accadeva. Concentriamoci sulla dicotomia tipicamente marxista capitale/ lavoro. Certamente gli interessi di un operaio sono diversi da quelle del proprio datore lavoro ma la liberalizzazione del mercati ha ridotto la distanza. Nel momento in cui il mercato é dominato dalla concorrenza, operaio e imprenditore sono riuniti dallo stesso obbiettivo di mantenere in vita l’azienda. In una crisi interminabile, davanti alla competizioni di paesi come la Cina, le aziende e i posti di lavoro sono come le foglie di Ungaretti, pronte a cadere da un momento all’altro. In questa situazione precaria, operai e imprenditori sono spesso nella stessa tincea a difendere interessi comuni. Questo vale soprattutto nelle piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto economico del nostro paese. Questo ha causato un’emorragia di voti che si é riversato su altri partiti tanto da spingere Umberto Bossi a gridare «Siamo il partito degli operai» alla luce del consenso che la lega raccoglie tuttora nelle fabbriche.

In passato il capitale aveva un volto, gli Agnelli, i Pirelli o i Moratti. Nel capitalismo moderno questa personificazione del capitale é diminuita. I fondi pensioni, il trading on-line e la diffusione dell’azionariato come forma di risparmio ha trasformato tanti operai e pensionati in piccoli capitalisti diminuendo la loro avversione nei confronti del capitale perché una parte del loro benessere dipende dalla salute dei mercati. Una fetta sempre maggiore di quella parte della societá che aveva a sinistra il proprio punto di riferimento politico fa dipendere il proprio benessere materiale dall’andamento delle borse. Il problema é che le borse sono scollegate dall’economia reale. Come ha dimostrato la crisi del 2008, l’economia reale é un minuscolo pilastro che deve sorreggere una sovrastruttura finanziaria fatta di derivati e prodotti finanziari. Questa sovrastruttura si tiene in piedi sulla fiducia, fino a quando le istituzioni finanziarie e i risparmiatori continueranno come nulla fosse tutto va bene. Nel momento qualcuno inizia a farsi domande e si ritira dal gioco, tutto rischia di crollare trascinando con se l’economia reale ovvero il lavoro e il futuro di tanta gente. La “sinistra pesante” fa ancora fatica a prendere in considerazione la dicotomia “economia reale/finanza”.Oggi fare gli interessi di lavoratori, impiegati e disoccupati non puó essere ridotto a una lotta per limitare il capitale a favore del lavoro perché condannerebbe tante aziende alla chiusura. Non si puó pensare di parlare solamente di riduzione dell’orario di lavoro (giusto), aumento dei salari (giusto), di lotta contro il precariato (giusto) senza includerlo in un discorso piú ampio che includa come ridurre la finanziarizzazione dell’economia e come rendere globali i diritti dei lavoratori. Come evidenziato in un altro post, la sinistra deve tornare ad essere internazionale. Se ci si limita a piccole battaglie nazionali (per quanto possano essere giuste come la lotta al precariato) si rischia di essere travolti dai mercati e di produrre povertá costringendo tante aziende a chiudere in quanto incapaci di competere con chi ha meno obblighi. Questa é la forza distruttrice dei mercati che spinge verso il basso salari e diritti e chi non lo fa é costtretto a lasciare il gioco. Battaglie nazionali di retrovia fine a se stesse sono battaglie miopi dove una vittoria puó rivelarsi una scorciatoia verso la sconfitta definitiva. Questa sinistra pensa di parlare agli operai (sempre meno) ma incapace di relazionarsi al proletariato del nuovo millenio ovvero i tanti giovani precari che non hanno nemmeno una prole come ricchezza. Non a caso i sindacati si stanno trasformando in organizzazioni a difesa degli interessi di pensionati e di quei pochi lavoratori a cui é rimasto il privilegio di usare lo sciopero come arma di lotta sociale. Accecati da vecchi schemi, la “Sinistra pesante” rimane fuori da alcune battaglie che potrebbero darle nuova linfa. Se il capitale e il lavoro sono stati alla base del capitalismo fino ad oggi, assume sempre nuova importanza una nuova forza capace di creare valore. Questa forza sono le informazioni raccolte sulla rete dai giganti nella new economy. Informazioni su cosa visitiamo, cosa ci piace e quello che compriamo online sono una grossa risorsa e sará sempre piú la foprza che guiderá l’economia del futuro e non solo quella virtuale. Per creare valore l’economia reale del presente  ha sempre bisogno del capitale (in maniera ridotta), del lavoro (sempre meno e piú specializzato) ma non puó piú fare a meno dei dati che permettono di usare al meglio capitale e lavoro.  Come gestire queste informazioni? Perché queste aziende non pagano per ottenere queste informazioni grazie al “lavoro” fornito gratuitamente da chi naviga? In una societá sempre piú robotizzata che riduce l’importanza del lavoro, perché non creare un reditto di cittadinanza dal valore di queste informazioni? Farsi queste domande e portare avanti delle proposte servirebbe per svecchiare e rendere piú attuale la “sinistra pesante” liberandola da vecchi circuiti ideologici autoreferenziali.

In “PD e la sua natura postmoderna” avevamo evidenziato come Il continuo cambiamento e la mancanza di una finalitá sono alcune delle caratteristiche della societá moderna.  Da un punto di vista culturale questo é dovuto alla moltiplicazione e alla diffusione dei mezzi di comunicazione ( soprattutto internet) che ha permesso lo sviluppo di infiniti modelli culturali. La societá non e’ piu un blocco piú o meno uniforme ma la composizione variegata di diverse subculture. Non essendoci piú un gruppo di riferimento (quello che era la classe operaia per il PCI), avere un messaggio unico che riesca a fare appello a un numero sufficente di persone  é una chimera. Il PD nel tentativo di essere forza maggioritaria é stato costretto a diventare un contenitore di diverse anime rappresentando interessi e opinioni in contrasto tra loro. La sinistra si e’ sbriciolata in diversi gruppi con prioritá e sensibilitá diverse: dalla difesa degli animali al diritto all’eutanasia, dai diritti degli omesessuali alla difesa degli emigrati, dalla lotta contro l’inquinamento alla difesa della multiculturalitá. Queste vocazioni sono spesso in contrasto tra loro.

Per tenere unito il partito, si é rinunciato ad avere un’ideologia e una coerenza di pensiero che rischierebbe di incrementare la conflitualitá tra le diverse anime. Per tenere insieme il tutto, non rimane che la personalizzazione della politica dove il politico agisce da collante. La “sinistra leggera” ha la vocazione maggioritaria e giustamente non si accontenta di un ruolo di opposizione ma cerca di andare al governo. Per far ció deve essere in grado di far appello al cosidetto centro. Per centro o maggioranza silenziosa non intendiamo i moderati (o il voto cattolico) ma quella grossa fetta di elettori male informati e poco interessati alla politica che fanno vincere o perdere un’elezione. Per prendere il voto di questo centro si punta sulla comunicazione, sulla personalitá del leader e soprattutto si adotta un linguaggio rassicurante e spesso vuoto. Nel far ció la “sinistra pesante” risulta una zavorra, perché il suo linguaggio ideologico tende a spaventare gli elettori che per fomazione personale non guardano a sinistra. La “sinistra leggera” non si illude di cambiare radicalmente il presente, si accontenta semplicemente di mettere delle pezze per risultare il meno conflittuale possibile per assicurarsi la rielezione. In un mondo sempre piú arrabiato dove la gente perde velocemente fiducia, la “sinistra leggera” ha solo l’illusione di essere una forza di governo perché sará vittima di forze politiche che in elezione in elezione avranno la capacitá di sembrare piú nuove e alternative.

Il PD soffre inoltre di una fusione a freddo mal riuscita tra sinistra democristiana e quello che era rimasto del PCI. Se da un punto di vista sociale ed economico le distanze erano colmabili, questo non si puó dire su altri temi come i principi non negoziabili cari a Benedetto XVI. In un partito disomogeneo, la prioritá politica é il mantenimento dell’unitá del partito. Con questa prioritá, governare diventa difficile, sarebbe come essere su di una nave che perde pezzi dove i marinai cercano prima di tutto di tenere il vascello insieme per non affondare e la direzione diventa una priorita secondaria. Anche la questione morale divenuta pietra al collo per il PD deriva in parte da questa fusione. La presenza di due partiti uniti in alleanze costringeva a controllarsi vicendevolmente. Una volta riuniti in un unico partito, quei gruppi di potere locale che fanno politica solo per interesse personale hanno avuto vita facile a coalizzarsi e prendere il controllo del partito. Chi fa politica per vocazione é stato messo ai margini o  é  stato costretto a chudere un occhio e a relativizzare quello che accadeva per il bene dell’unico partito di sinistra rimasto. Per i semplici iscritti che componevano la forza dell’ultmo partito di massa non e’ rimasto altro che andare via e abbandonare l’impegno politico non disposti a sacrificare tempo ed energia per un partito che non scalda piú i cuori ridotto ormai a semplice gestione del potere.

Tutte queste forze centrifughe hanno portato alla situazione attuale dove il PD rischia la scissione in mille pezzi. Se da una parte la scissione sarebbe salutare per affrontare le contraddizioni spiegate in precedenza e riprendere un discorso coerente basato su una visione comune della societa, il rischio reale é che si tratti di una una frattura tra poteri senza un cambiamento radicale. La paura é ridurre all’irrelevanza la sinistra italiana divisa tra tante sigle in perenne conflitto tra loro. Conflitto non basato su una visione diversa, ma su risentimenti personali incapaci di trovare una sintesi per il bene del paese. Quello che manca alla sinistra non é un nuovo simbolo o un nuovo leader, ma un esercizio collettivo che ambisca a comprendere il presente per creare una direzione verso il futuro. L’obbiettivo dovrebbe essere cambiare la cultura dominante per poi cambiare qelle forze politiche ed economiche che stanno rendendo le nostre societa sempre piú ingiuste. Lottare conto l’ingiustizia per avere una societá piú egalitaria é l’uno vero collante della sinistra, il nostro principo non negoziabile. In una societá dominata dall’egoismo e dall’edonismo, questa battaglia é la piú difficile da combattere non solo per la soppravivenza della sinsitra ma per la soppravivenza di un senso comune che dia ancora senso alle nostre democrazie.

Seguici su twitter:@viamila18

 

 

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