Archive | July 2016

La necessitá del politicamente corretto

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Salvini ancora una volta ha trovato l’occasione di far parlare di se e non certo per le sue proposte politiche. La bombola gonfiabile è stato solamente l’ultimo colpo di teatro sessista di una politica che non conosce più il limite della decenza. Tutto diventa lecito per denigrare gli avversari politici e per conquistare  voti. La decenza e l’autocontrollo spesso vengono etichettate con un certo fastidio come politicamente corretto. Politici, comici, giornalisti e gente comune ritiene il politicamente corretto una specie di gabbia che imprigiona le persone e il libero pensiero. Una finzione che ostacola la libertà di pensiero e non permette di esprimere quello che si pensa veramente. Il politically correct contribuirebbe dunque a creare una rappresentazione finta della realtà, il vestito di un mondo bugiardo che imbavaglia la gente comune non permettendogli di trovare rappresentanza.

Se intellettuali e comici sono chiamati in qualche maniera a scavalcare i limiti del politically correct  in modo tale da impedire  che la gabbia non diventi troppo stretta, questo vale meno per i politici. La democrazia è fatta di regole scritte e non, il politicamente corretto fa parte delle regole non scritte che permettono il rispetto tra le parti e pone un freno al deterioramento del dibattito politico. Negli ultimi anni, con la crisi dei partiti e la conseguente personalizzazione della politica, i politici hanno cercato di creare un legame diretto con la gente. Per far ciò è necessario apparire come la gente  comune, abbandonando quel rigore che il ruolo richiede. Gli elettori non votano soltanto in base a ideologie o in maniera razionale ma danno il proprio consenso a chi ritengono simile a loro. Da qui i classici “uno di noi”, “non il solito politico”, “dice quello che va detto” etc. Rompendo il politically correct, il politico di turno cerca di sembrare il più  possibile vicino agli elettori. Con la scuola pubblica in decadenza, una TV spazzatura che modella le menti, un dibattito politico animato da rabbia e paura, il tentativo di apparire come gli elettori ha innescato una corsa verso il basso all’interno di una  politica ridotta a intrattenimento. Il politico diventa simile alla gente comune non solo negli atteggiamenti ma anche nel modo di esprimersi e nei pensieri. I populisti sono stati i primi ad approfittarne, hanno perforato questo limite verso il basso per apparire diversi dai politici tradizionali ma in quel buco si sono buttati tutti pur di inseguire gli elettori. Con buona parte della stampa felice di questa liberazione dal politically correct, non e’ rimasto nessuno a sanzionare e ad arginare questo impoverimento dove chi la fa o la dice più forte vince.

La salute di una democrazia dipende anche dalla qualità’ del dibattito politico e la volgarità, l’ offesa, gli attacchi verso le minoranze e il ritenere che tutto sia concesso lo ha deteriorato fortemente avendo conseguenze anche nella vita reale. A farne le spese sono soprattutto le minoranze perché nel momento in cui un politico inizia ad usare certe frasi ed espressioni in qualche maniera legittima gli elettori a fare lo stesso. Non a caso l’avvocato di Amedeo Mancini, abbia detto  per giustificare il proprio assistito “Scimmia? E’ una parola che dicono i politici. Per questo poi i ragazzi la usano”. Se le parole sono importanti, dette da un politico lo sono il doppio e il dibattito sul Brexit o le parole usate da Trump dimostrano come il rompere il politicamente corretto (per quanto oppressivo sia) non inquina soltanto il dibattito politico ma anche la vita di tutti i giorni.

Il compito di un politico non si  può limitare al solo vincere le elezioni ma anche a governate ovvero gestire il presente per migliorare il futuro. Che futuro può avere un paese e la sua democrazia se chi e’ chiamato ad avere un ruolo guida invece di guardare verso l’alto ritiene normale sguazzare nel fango pur di arrivare al potere?  Seppur finto e  oppressivo,   il politically correct pone un limite alla discesa verso il basso e la volgarizzazione.  Se viviamo in una società sempre più arrabbiata, volgare  e intollerante verso il prossimo è anche perché la politica ha sdoganato tutto questo e reso in qualche maniera legittimo. Il politicamente corretto rimane una forzatura, una recita, spesso uno scandalizzarsi ipocrita ma tutto questo rimane pur sempre un male minore davanti ad una politica spazzatura.

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Terrorismo 2.0 e il suo brand

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L’aspetto forse piú sconcertante dei fatti di Nizza é che l’autore dell’attentato  era uno sconosciuto per le forze dell’ordine in quanto non era stato mai associato a gruppi estremisti. Mohamed Lahouaiej Bouhlel era un perfetto uomo qualunque, diventato lupo solitario all’improvviso. Questo aspetto contrasta l’idea che spesso si ha dell’ISIS o di Al-Quaeda come organizzazioni terroristiche dotate di un vertice e organizzate in cellule. Questa visione sbagliata deriva dalla maniera in cui le organizzazioni terroristiche hanno sempre agito in Europa,  le brigate rosse per fare un esempio. Se questa fosse la maniera in cui il terrorismo islamico é organizzato, basterebbe un maggior controllo del territorio e un coordinamento delle itelligence per batterlo. Per smantellare un’organizzazione terroristica organizzata in questa maniera basterebbe seguire il flusso di armi o denaro, infiltrare operatori di polizia al loro interno o semplicemente fare in maniera che uno dei terroristi inizi a collaborare per far crollare il castello di carta. Come i fatti di Nizza hanno purtroppo dimostrato,  il terrorismo islamico funziona in maniera diversa: non ha bisogno di strutture o catene di comando (per l’ISIS questo vale soprattutto in Europa), ne’ tantomeno di cellule interconnesse dedite al recrutamento o all’attuazione dei massacri. In poche parole, la maniera in cui sono organizzati non offre la possibilita’ di trovare il filo per sciogliere la matassa.  Il terrorismo islamico non e’ dotato di un corpo da ricercare e fermare ma é qualcosa di piu’ sfuggente e inafferabbile. Il terrorismo islamico funziona piu’ come un brand e capire la maniera in cui opera é importante per attuare una strategia che possa contrastarlo.

Per un qualsiasi prodotto, un brand é molto piú di un logo o uno slogan. Il brand é soprattutto carico di un significato che i responsabili di marketing cercano di associare al prodotto. Questo significato o i valori associati al prodotto permettono all’azienda di differenziarsi e di fidelizzare il cliente. Non compriamo cose solo per il loro uso ma anche per associare noi stessi a un’idea che il prodotto trasmette. Per esempio, perché una persona comprerebbe mai una Ferrari? Certamente non per l’uso dato che anche una normale utilitaria permetterebbe di spostarsi da un punto A ad un punto B. Per la bellezza? Ci sono tante macchine sportive altrettanto accattivanti ad un costo molto inferiore. La gente compra Ferrari perché significa successo, possedere una Ferrari significa dire al mondo io sono al vertice perché me la posso permettere. In un’epoca dominata dal nichilismo con persone in cerca di un’identitá che possa dare una direzione, cosa compriamo serve anche a dire chi siamo. Nella stessa maniera, l’ISIS ha creato un brand con cui estremizza e recruta tanti giovani, spingendoli a compiere atti cruenti anche senza mai essere andati in Siria o entrati direttamente in contatto  con un’organizzazione terroristica. Il brand permette il recrutamento di terroristi slegati tra loro e quindi impossibile da stanare e fermare in anticipo. Questo permette all’estremismo islamico di avere un  potenziale immenso esercito di dormienti  che non bisogna addestrare ma semplicemente spingere all’azione:

“Se non siete in possesso di pallottole o di ordigni, afferrate una pietra e spaccategli la testa. Oppure uccidente con un coltello. O investitelo con un’auto. Gettatelo dall’alto di un palazzo. O strangolatelo con le mani. Usate il veleno!”.

Questo brand viene costruito on line attraverso video di propaganda che vengono visti soprattutto dai giovani che possono decidere di partire per la Siria o semplicemente diventare martiri in qualche angolo d’Europa. Video che mostrano i combattenti dell’ISIS come novelli rambo senza paura, come se la guerra fosse un video gioco. Quello che l’ISIS vende é la possibilita di diventare un qualcuno e di dare un significato alla propria esistenza attraverso una causa. Quali sono i significati e i valori associati a questo “prodotto”? Il coraggio, la possibilitá di dirsi “buoni islamici”, l’eroismo del buono che combatte il male, diventare guerrieri di una guerra santa etc. Cosi come il populismo attira tanti giovani europei dando l’illusione di essere dei ribelli che operano per il cambiamento contro vari nemici, cosi il fondamentalismo islamico dá la possibilita a tanti giovani musulmani la possibilitá di diventare ribelli e combattere quella societá che li ha emarginati e costretti a vivere in grandi periferie senza speranza perché il liberismo economico ha distrutto la possibilitá di un riscatto sociale.

Combattere il terrorismo con bombe, limitando i diritti o trattando tutti gli islamici come nemici o cittadini di serie B farebbe proprio il gioco dell’ISIS perché rafforzerebbe l’appeal del loro prodotto. Piú si emarginano i giovani islamici trattandoli come nemici, piú grande diventa il risentimento di questi ultimi nei confronti delle societá che li esclude e degli stati che li trattano come potenziali nemici. Il risultato finale e’ rafforzare la propaganda dell’estremismo religioso e del potere seduttivo del brand “terrorismo islamico”. Quello che servirebbe invece é  qualcosa di piú sottile, distruggere il brand minuziosamente creato dalla propaganda fondamentalista, ragionamento troppo sottile in una clima dominato da politici e opinionisti assetati di vendetta.

Il voto e l’identitá di ribelle

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All’indomani di ogni tornata elettorale ci si chiede quali siano le ragioni che spingono tanti elettori a scegliere candidati o politiche antisistema: da Trump alla Le Pen, dal Brexit ai movimenti indipendentisti in giro per l’Europa. La risposta comune é la crisi economica e di come la disuguaglianza abbia creato un divario tra le classi popolari e le elite. Il voto diventa uno strumento per manifestare il proprio malcotento o la ricerca di un’alternativa al di fuori dei partiti di sistema considerati responsabili del disagio dei nostri giorni. In un momento dove i partiti tradizionali di sinistra hanno abbondonato la battaglia per l’uguaglianza, allineandosi alle politiche neoliberiste, il malcontento e’ stato intercettato dall’estrema destra o piu’ in generale dal populismo. In questo blog, pur condivendendo questa tesi, ci siamo sforzati a trovare altre ragioni per spiegare il presente. La crisi economica non puó essere considerata come unica chiave di lettura dato che anche la classe media (anche se si rimpicciolisce sempre piú) e coloro non colpiti dalla crisi sembrano orientarsi in maniera preoccupante verso opzioni “distruttrici”. Nell’articolo precedente ci siamo soffermati sul malessere creato dal marketing che crea frustrazioni imponendo modelli di vita irraggiungibili. Il marketing non ha fatto altro che donare una direzione materiale a un’epoca dominata dal nichilismo, ovvero dalla presunta assenza non solo di valori ma soprattutto di una direzione a seguito del crollo del senso religioso e delle grandi ideologie. In un momento in cui l’individuo si trova senza direzione, la domanda “chi sono?” diventa ancora piú pressante. Il voto diventa una delle maniera per affermare e creare una propria identitá, un modo per asserire cosa si é.

L’elettore attraverso il voto si da un`identitá, un modo come altri per dirsi quello che si é o quello che si vorrebbe essere. Come spiegato da Remotti, “..le identitá sono soltanto mezzi finzionali mediante cui i soggetti sociali rivendivano diritti o cercano di ottenere determinati tipi di riconoscimenti”(1). In altre parole, ci costruiamo un’identitá che ci faccia sentire bene e che ci dia un ruolo all’interno della societá con cui gli altri devono fare i conti. Come persone abbiamo diverse identitá che vestiamo a seconda delle circostanze. Il voto é il vestito che indossiamo quando ci poniamo davanti alla societá, la maniera in cui vogliamo essere riconusciuti davanti ad essa: di destra, di sinistra etc. Quello che accade é che gli elettori sempre piú indossano l’identitá del ribelle. In un momento di profonda disaffezione verso la politica e la propria esistenza, il sentirsi ribelle energizza e dá la senzazione di avere uno scopo. Il vestito del ribelle cancella la senzazione di impotenza condivisa da tante persone. Nel momento in cui la politica é incapace di dare una direzione e risolvere i tanti problemi del presente (perché il potere decisionale appartiane al mercato), l’alternativa é tra rassegnazione passiva o l’illusione di avere un ruolo attivo nel cambiamento assumendo l’identitá del ribelle. Come detto in precedenza, questa identitá é solo un’illusione che per la maggior parte della gente si riduce al voto come unico atto concreto. Non é un caso che la parola “rivoluzione” sia una delle piú usate nei discorsi politici della gente senza nessun atto pratico a parte la condivisione di qualche parola d’ordine sui social network. La ragione per cui populisti e demagoghi hanno successo non é per i loro programmi ma per la possibilitá che il votarli dá di assumere e rafforzare l’identitá di ribelle, la possibiltá di dirsi che sono per il cambiamento. Il programma o i discorsi dei populisti contano poco, quello che conta é l’immagine di rivolta contro l’establishment che dá la possibilitá agli elettori di sfogare la propria frustrazione e sentirsi utili al cambiamento. Non importano gli errori, gli scandali e le bugie, piú i vertici del Partito Repubblicano prendevano le distanze da Trump durante le primarie, piú voti andavano al magnate. E’ qualcosa di simile a quello che in psicologia viene conosciuto come Basking in reflected glory (BIRGing), dove le persone tendono ad associare se stesse a persone di successo in maniera da aumentare la propria autostima sentendosi parte di quel successo. Nel nostro caso ci si associa a persone antisistema, per confermare l’identitá di ribelle e antisistema che si vuole assumere.

Fa parte di questo sentirsi ribelle anche il trovare un nemico a cui dare tutte le colpe contro cui lottare. L’individuazione del nemico (casta, immigrati, EU etc)  rende piú concreto l’obbiettivo della propria ribellione. I populisti offrono sempre un nemico per galvanizzare le folle creando quel senso di contrapposizione che genera rabbia e riduce il senso critico allo stesso tempo. Quello che differenzia una generica voglia di cambiamento dalla ribellione é proprio l’identificazione di un qualcosa di concreto contro cui ribellarsi. Il nemico dá una base concreta alla ribellione assicurandone anche la sua continuitá nel tempo.Il mondo viene semplificato in una salsa di vittimismo dove i cattivi sono tutti al potere e la propria infelicitá é una decisione voluta da poteri oscuri. La politica viene percepita come inutile contro queste forze e da qui l’esigenza di andare oltre, della necessitá di cambiare non solo la classe politica ma anche di come la cosa pubblica viene gestita. Da qui il rigetto del politicaly correct, del parlamento dove si parla solamente e non si prendono decisioni, dei diritti e delle garanzie che non permettono di risolvere i problemi in tempo rapido.

Questa necessitá del sentirsi ribelle é lo stesso che é alla base delle teorie del complotto tanto in voga sui social. Come ben spiegato da Simone Angioni, chimico dell’università di Pavia e membro del Cicap:

“la convinzione di essere i salvatori del mondo è appagante, soprattutto se si può diventare eroi restando comodamente seduti alla propria scrivania. Mentre rivedere le proprie convinzioni significa tornare alla dura realtà. Così molti preferiscono rimanere nel mondo delle cospirazioni globali”.

Tornado alla politica, il voto ai populisti é appagante perché permette appunto di dirsi che si sta lavorando per il cambiamento stando seduti sulla propria sedia. I populisti vincono perché soddisfano un bisogno prettamente emotivo della gente, dando un`identitá di ribelle e delle coordinate che aiutano la gente a dare un senso a quello che li circonda (il nemico). Una volta date queste risposte, il populista crea un legame affettivo con l`elettore, un legame piú forte di qualsasi scandalo o ragionamento politico. L’unica maniera per spezzare questo legame é offrire una vera alternativa, far uscire la politica e la discussione dai paletti imposti dal neoliberismo. Al momento il populista é l’alternativa “democratica”, ma una volta fallito dopo aver preso il potere, non rimane che prendersela con chi ha permesso ai nemici di prima e agli inacapaci di oggi di arrivare al potere: il sistema democratico.

(1) Francesco Remotti, L’ossesssione Identitaria, Laterza 2010