Archive | February 2015

La società egoista davanti alla crisi economica

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Nel precedente articolo ci siamo soffermati su come l’affermazione dell’individuo sia stato snaturato dalla società dei consumi rendendo le nostre società più egoiste e più sensibili all’agenda neo liberista. La crisi avrebbe potuto segnare un punto di rottura riportando in gioco concetti come quelli di solidarietà, stato sociale e maggiore eguaglianza. La risposta alla crisi ha invece mostrato quanto sia radicato questo cambiamento culturale che ha reso le nostre società meno altruiste. La ricerca della felicità e’ stata fatta passare come un qualcosa che dipende unicamente dalle persone, dalle loro scelte e dal loro stile di vita. Certamente le scelte personali sono determinanti, ma qualsiasi scelta personale e le opzioni a disposizione dipendono dal contesto in cui ci si trova. L’individualismo portato agli estremi insieme alla ricerca del piacere personale come unico scopo di vita hanno convinto buona parte di noi che il contesto conti fino a un certo punto e che quello che veramente conta siamo noi con le nostre scelte e il nostro atteggiamento verso la vita. Questa visione delle cose e’ spesso anche il frutto della sfiducia nei confronti delle istituzioni, percepite lontane o incapaci di cambiare il presente. Il risultato finale e’ la solitudine ad affrontare la crisi senza la possibilità di fare fronte comune per influenzare le politiche governative.

Nei decenni passati le crisi portavano a un maggiore coinvolgimento nella vita politica  di cittadini che facevano causa comune per arrivare a obiettivi condivisi. Oggi l’individualismo ha portato a una guerra tra poveri. Chi ha perso il lavoro ha indirizzato la propria frustrazione nei confronti di chi ha meno (immigrati) rafforzando i partiti di estrema destra. Chi in qualche maniera e’ “sopravvissuto”, ha allargato le fila della maggioranza silenziosa che ha permesso l’attuazione delle politiche di austerità. Monti, Rajoy e Samaras hanno potuto portare avanti le loro politiche con il sostegno di chi aveva paura di perdere quello che aveva a scapito degli altri a cui e’ toccato subirle queste politiche. In questa maniera, si e’ continuato ad affrontare la crisi con la stessa cura che l’ha generata con politiche mirate a tagliare la spesa pubblica in un momento in cui ce ne sarebbe bisogno per rilanciare i consumi.

Per anni abbiamo visto operai salire in cima alle gru, minatori chiudersi nel ventre della terra o piccoli imprenditori suicidarsi. Queste manifestazioni hanno generato un senso di pietà e una solidarietà superficiale presto dimenticati nel sollievo di non essere stati colpiti dalla crisi. La rabbia dei precari e dei senza lavoro non ha trovato sostegno da chi un lavoro l’ha mantenuto e che tira avanti ringraziando la buona sorte. Il problema dei senza lavoro e dei precari ha smesso di essere un problema sociale per essere un problema personale di chi ne paga le conseguenze.

Anche i comportamenti dei vari governi nei confronti della Grecia e’ il riflesso di società sempre più egoiste con la classe dirigente europea impaurita di perdere consenso in caso di concessioni.  La crisi economica in Europa si sta protraendo per l’incapacità e la scarsa volontà dei governi di prendere misure che possano essere considerate vantaggiose per altri a scapito dei propri cittadini in una visione a corto termine. Per esempio il debito pubblico greco viene compreso dai più come una semplice questione di soldi presi in prestito ignorando che il debito pubblico non può essere considerato alla stressa stregua del debito di un privato. Il risultato finale e’ la solita rappresentazione di un popolo cicala pronto a vivere sulle spalle delle formiche laboriose. Questa rappresentazione della realtà e’ spesso una storia raccontata a se stessi per giustificare la propria mancanza di solidarietà in una visione religiosa dell’economia dove il debito viene visto come colpa da espiare. In questa maniera, la sofferenza del popolo greco viene vista come espiazione di errori fatti nel passato che non merita nessuna solidarietà in quanto la pena e’ l’unica maniera per riparare la colpa. Lo stesso atteggiamento viene spesso usato nei confronti dei disoccupati  visti come persone che non sono state capaci di aggiornarsi, che non vogliono lavorare o incapaci di adattarsi e per questi motivi pagano le conseguenze delle loro scelte personali. Questa visione delle cose e’ una rinuncia a usare la politica progredire,  liberandola dal dovere di aiutare chi e’ rimasto dietro sancendo una vittoria importante per il neo liberismo. Qualsiasi alternativa al neo liberismo sarà costretta a cambiare prima la cultura dominante prima di avere qualche possibilità di imporre politiche diverse.

Le vittime della crisi sono state lasciate a se stessi non solo dai governi e dal resto della società ma anche dalle organizzazioni che in teoria dovevano essere dalla loro parte. I sindacati hanno spesso finito per tutelare solo i loro iscritti che un lavoro o una pensione ce l’hanno. Questo ha finito per alimentare i partiti anti-sistema in una logica del muoia “Sansone con tutti i filistei”. Una volta che la politica viene vista non solo incapace di risolvere i problemi, ma anche indifferente o a protezione di un sistema iniquo, allora tanto vale buttare tutto giù per essere ascoltati.

La crisi economica non e’ solo un problema economico ma e’ anche un problema politico. Questo richiede delle risposte politiche alla base di scelte economiche. I governi si sono limitati a tenere i bilanci in ordine aspettando una ripresa che non arriverà mai senza delle scelte coraggiose che portino una maggiore redistribuzione della ricchezza prodotta a favore dei ceti medio-piccoli insieme a delle politiche europee d’investimenti. Queste scelte impongono delle rinunce da chi non e’ stato toccato dalla crisi. Fino a quando la politica si limiterà al piccolo cabotaggio, cercando un equilibro difficile tra crescita zero e interessi sul debito senza cercare altre risorse per rilanciare i consumi, non ci sarà uscita dalla crisi se non nelle parole del ministro dell’economia di turno pronto a giurare che la ripresa e’ dietro l’angolo. Questo cambiamento della strategia economica e’ difficile senza una pressione da parte dell’elettorato per una società più’ giusta in un clima culturale dove redistribuzione, pubblico e stato sociale sono concetti divenuti quasi sinonimo di comunismo.

Questo ha creato una situazione pericolosa per la democrazia. I partiti momentaneamente al potere, nati prima della crisi, hanno un consenso che deriva prevalentemente da chi non e’ stato colpito dalla recessione. Questa base elettorale non spinge per riforme radicali per una società più equa con la paura spesso infondata di perdere quello che ha, riflesso del contesto culturale che ha reso le nostre società meno altruiste. Chi e’ vittima della crisi si rivolge a partiti alternativi spesso populisti per essere rappresentati.  O si afferma un’alternativa politica ed economica non populista al liberismo economico, oppure la crisi e l’egoismo distruggeranno le nostre istituzioni . Purtroppo non c’e’ il tempo per attuare quel cambiamento culturale necessario per creare una società più attenta alle esigenze degli ultimi, ma la classe politica del nostro continente ha il dovere di mostrare la propria leadership attuando politiche diverse per alleviare la crisi avviando quel cambiamento culturale ponendo nuove parole e temi al centro del dibattito politico.

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Quel cambiamento culturale che ha reso le nostre società più egoiste e più povere.

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Uno degli elementi che contraddistinguono l’occidente e’ l’emancipazione dell’individuo che gode di diritti  e ragione d’essere in quanto tale. L’intera storia del pensiero occidentale può essere vista coma la lunga marcia dell’individuo, a differenza della tradizione orientale che tende a porre l’accento sulla collettività. Questo non poteva che avere degli effetti in economia dove il sistema capitalistico ha sfruttato l’aspetto edonistico trasformando l’individuo in consumatore. Sganciato da una visione religiosa, diventato autonomo dalla collettività e libero dalla paura nei confronti del potere, l’individuo rimane solo e unico artefice della propria vita a cui deve dare un senso. Questo vuoto e’ stato riempito facilmente dalla ricerca del piacere immediato che passa dal possesso di cose e dalla cura quasi ossessiva della persona posta al centro di ogni cosa: i selfie di Renzi non sono altro che il segno dei tempi. Questo ha prodotto un cambiamento culturale che ha reso le nostre società più egoiste. Solo una società animata dall’egoismo può far passare quasi inosservato la tragedia dei migranti della settimana scorsa. Un’indifferenza che in alcuni nasconde il compiacimento di queste morti che non hanno permesso di arrivare sulle nostre coste a prendere una parte dei beni che ci appartengono. Basta vedere le dichiarazioni di Salvini via Twitter sui barconi in difficoltà che mirano proprio a creare consenso pescando nel torbido di questi sentimenti.

Dichiarazioni di Salvini a parte, l’egoismo dilagante ha altri risvolti politici che modellano il dibattito politico e indirizza le politiche governative. Un maggiore egoismo cambia le richieste da parte dell’elettorato avendo un impatto sulle politiche dei governi e sul tipo di risposta che si propone agli elettori da parte della classe politica. Non a caso lo stato sociale e’ stato smantellato ovunque con la promessa di meno tasse. Le politiche neo liberiste si sono affermate grazie alla promessa di mettere più soldi nelle tasche dei singoli a scapito dei programmi sociali e dei servizi pubblici. Perché pagare sanità, sussidi di disoccupazione o la scuola a gente che non conosco quando posso usare questi soldi per me? Una volta che la società dei consumi crea e soddisfa nuovi bisogni, il liberismo si e’ affermato come la soluzione politica per aiutare a soddisfare questi bisogni levando risorse dal pubblico per darle al privato. Il declino della sinistra e delle lotte per una maggiore uguaglianza sono spiegabili anche grazie a questo cambio culturale che si sposa a perfezione con il neoliberismo che risulta meglio attrezzato da un punto di vista ideologico per interpretare questi cambiamenti.Chi meglio di qualunque altro ha riassunto al meglio questa fase e’ stata Margaret Thatcher con il suo famoso discorso sulla società:

“……la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. E il governo non può fare niente se non attraverso le persone, e le persone devono guardare per prime a sé stesse. È nostro dovere badare prima a noi stessi e poi badare anche ai nostri vicini.”

Naturalmente lo smantellamento dello stato sociale e la creazione di un sistema politico-economico che ignora gli ultimi poneva dei dubbi etici che sono stati dissipati dai mass media attraverso la criminalizzazione di chi accede ai programmi sociali (descritti come fannulloni), il continuo mettere in risalto gli abusi facendo passare l’idea che tutto il sistema sia marcio, la rappresentazione del pubblico come inefficiente (sanità pubblica verso sanità privata) e la promessa di dare opportunità a tutti attraverso un’economia non più frenata dalle tasse e dall’intervento pubblico dove il singolo può finalmente realizzare i propri sogni in base alle sue capacità. La classe politica ha visto uno spostamento a destra cercando di intercettare un elettorato sempre più sordo all’idea di una società più giusta. La sinistra tradizionale e i partiti cristiani hanno finito per adottare politiche neo liberiste in contrasto con le posizioni ideologiche di partenza per non essere travolti da questo cambiamento culturale.

Il maggiore egoismo ha aiutato l’affermazione delle politiche neo liberiste in altri modi oltre al cambio delle domande politiche da parte degli elettori. L’egoismo ha generato un ritiro dalla vita pubblica che ha portato a un maggiore astensionismo oltre alla crisi delle forme tradizionali di aggregazione (sindacati, partiti e chiesa in primis). Il materialismo consumista ha riempito la vita di tanti presentandosi come unica maniera per raggiungere la felicità e la realizzazione di se stessi. Una volta che tutte le energie sono rivolte verso l’accumulazione di beni, poco rimane da spendere per la cosa pubblica ormai vista anche come ostacolo alla propria felicità. Una volta che le forme di aggregazione all’interno della società sono sminuite, sara più difficile per la singola persona opporsi ai cambiamenti provenienti dall’alto. Le persone che mantengono alta la loro attenzione sulla vita pubblica si ritrovano presto isolati in una massa di consumatori che pone la propria attenzione su altro. Il contesto creato e’ quello di una competizione sfrenata tra individui (lavoro migliore, casa più bella, ultimo modello di cellulare etc) dove ognuno pensa a se e il resto delle persone sono viste come avversari da superare per arrivare alla propria realizzazione personale. Il concetto di “classe sociale” che evidenziava un’appartenenza comune e’ scomparso dai discorsi politici e dagli editoriali giornalistici. La solidarietà tra pari e’ scomparsa nell’illusione che il benessere personale può essere raggiunto solo individualmente e che il resto della società sia un ostacolo e non un risorsa per arrivarci insieme.

L’azione combinata  tra egoismo e neoliberismo ha generato una spirale che sottrae potere dalla sovranità popolare per trasferirlo ai mercati. Lo stato si riduce a regolare poche materie rinunciando a obbiettivi che avrebbero un impatto positivo sulla vita di tutti come la piena occupazione o una sanità più efficiente per tutti. Il crimine perfetto e’ poi completato grazie al tacito accordo della parte della popolazione che in teoria beneficerebbe di una società più equa. Siamo tutti convinti di fare a meno della protezione di uno stato sociale visto come rifugio dei perdenti e ostacolo per le persone intraprendenti. L’unico risultato e’ una società sempre più povera e ricca di illusione mentre un parte piccolissima diventa sempre più ricca .

Nel prossimo articolo vedremo come questo egoismo ha portato a una reazione diversa alla crisi e come la distorsione del concetto di individualismo spogliato dal sentimento di solidarietà mina in profondità le nostre democrazie

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Come l’Euro ha radicalizzato la scena politica europea.

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Le politiche di austerità per “salvare” i bilanci degli stati e con esso l’Euro hanno portato ad aggravare la crisi finanziaria iniziata dall’altra parte dell’oceano. Una delle conseguenze dirette della crisi e’ stata l’assottigliamento dei ceti medi e la precarizzazione di tanti giovani. Questo ha aumentato la rabbia e il senso d’insoddisfazione nei confronti della politica che ha portato a una radicalizzazione sempre maggiore dell’elettorato europeo. Quasi tutti i paesi europei hanno visto l’emergere e il rafforzarsi di forze populiste che stanno mettendo in crisi i sistemi politici introducendo una terza variabile con cui fare i conti che rende la formazione dei governi sempre più difficile. Il futuro dell’Europa potrebbe essere non solo caratterizzato dall’instabilità economica ma anche politica che porterebbe al definitivo declino del continente. In un momento in cui servirebbe una maggiore collaborazione tra i vari paesi, l’avvento al potere di queste forze renderebbe più difficile questa collaborazione. La crisi è certamente la causa principe di questi movimenti ma non solo in termini economici.

Queste forze sono state aiutate anche dall’associazione della parola Europa con crisi (non solo Euro, basti pensare all’UKIP in Gran Bretagna) e dalla mancanza di una vera alternativa al liberismo economico. La costruzione dell’Europa e’ stata condivisa da quasi tutte le forze politiche democratiche in Europa, non importa il colore politico. Conservatori, liberali e socialisti avevano nell’Europa uno dei pochi punti in comune. Per non ripetere le tragedie dl secolo scorso, quasi tutte le forze politiche tradizionali si riconoscevano nel progetto europeo differenziandosi magari sul livello d’integrazione da attuare o sui temi cui dare un indirizzo comune. Con la fine del muro di Berlino, si è assistito alla trasformazione del concetto di Europa in una specie di cavallo di troia per l’attuazione di politiche liberiste. Al crollo dei regimi dell’Est, molte forze di sinistra, tra cui quella italiana, si sono trovate orfane di punti di riferimento e hanno piano piano adottato i modelli liberisti per far dimenticare il loro passato imbarazzante a sostegno di regimi e sistemi fallimentari . Dall’altra parte, anche molti partiti di centro che avevano la dottrina sociale della chiesa come punto di riferimento hanno lentamente adottato una visione economica sempre piu’ lontane da quella tradizione. La mancanza di una proposta per un’Europa diversa e la pressione dei mercati hanno fatto si che una volta al potere le sinistre hanno continuato a portare avanti l’agenda liberista, spesso con la scusa che “ce lo chiede l’Europa”. Allo scoppiare della crisi, tutti i governi che si sono succeduti (indipendentemente dal colore politico) hanno adottato le stesse politiche di austerità per rimanere in linea con i trattati europei  e “salvare” l’Euro. In questa maniera Euro, Europa e crisi sono diventati sinonimi e perfetta piattaforma comunicativa per le forze populiste.

Qualsiasi nuova forza che entri nel panorama politico ha la necessità di differenziarsi da quelle esistenti. Il fatto che quasi tutte le forze politiche esistenti (chi piu’ chi meno) si sono impegnate nella difesa dell’Europa ha permesso alle forze populiste di sovrapporre in un unico obiettivo da combattere l’Europa e tutti i politici esistenti a sua difesa. Questo ha permesso non solo di differenziarsi con successo ma ha anche fornito un argomento di facile presa nei confronti degli elettori in un momento dove l’Europa viene vista come la causa della crisi con le sue politiche di austerità . L’argomento “Europa/Euro uguale crisi”  permette di semplificare la realtà, è un argomento neutro che permette di sottrarre voti a tutte le forza politiche non importa il colore, può essere usato per far dimenticare il proprio passato nel nome dell’urgenza del presente (Front National) ma soprattutto semplifica il messaggio politico impastandolo di un forte carattere emotivo. Una volta che ci si pone come alternativa al resto della classe politica filo europeista e’ facile raccogliere i voti da parte delle vittime della crisi che vedono l’Europa come causa della crisi stessa. I loro discorsi tendono a dipingere l’Europa in maniera semplicistica,  come causa di tutti mali che scomparirebbero magicamente una volta ucciso il mostro. Questa visione dell’Europa permette a queste forze di indossare le vesti di unici difensori del popolo contro le macchinazioni diaboliche di Bruxelles e gli effetti perversi dell’Euro.

In questa maniera l’Euro e l’Europa sono stati utilizzati dai partiti populisti come clavi per aprirsi uno spazio nel dibattito politico. Questo ha portato sulla scena politica non solo nuove forza politiche ma anche altri temi usati come cavalli di battaglia: pena di morte, limitazione al culto (vedi islam), respingimento con la forza di immigrati, maggiori poteri alla polizia, democrazia plebiscitaria sotto le vesti di democrazia diretta, aumento spese militari, negazione dei diritti civili etc. Il risultato finale e’ un dibattito politico acceso emotivamente che porta a una radicalizzazione sempre maggiore degli elettori europei.

La responsabilità principale dell’ascesa di queste forze e’ sulle spalle della sinistra incapace di fornire una visione alternativa di Europa incentrata sul concetto di uguaglianza. Quell’eguaglianza che ridarebbe fiato ai ceti medio-piccoli rilanciando l’economia, quell’eguaglianza che rafforzerebbe la democrazia e le nostre istituzioni non più’ viste come strumenti per arricchire pochi. Il concetto di uguaglianza deve essere al centro soprattutto di una battaglia culturale nel momento in cui la crisi sembra ricacciare i popoli nel guscio del proprio egoismo. Solo con un programma comune delle sinistre europee  puo’ salvare non solo l’Euro e con esso il progetto europeo ma anche la stabilita’ politica di tanti paesi prima che la disperazione porti a svolte radicali. Una volta arrivato al potere Il populismo ha sempre fallito   e dopo aver sminuito le istituzioni non rimane nulla a difesa della democrazia.

E’ arrivato il momento di un piano comune che coinvolga anche quelle forze di sinistra al di fuori del Partito Socialista Europeo che hanno trovato forza e legittimità appropriandosi dei temi ormai abbandonati dalla sinistra storica. La necessita’ di coinvolgere queste forze e’ necessario anche per evitare la deriva populista di queste forze (vedi Syriza o Podemos). Il tempo stringe ma se la sinistra non sara’ in grado di fornire una risposta, questa verrà cercata altrove,

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Il lato oscuro della raccolta firme per il referendum per l’uscita dall’Euro

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Con la pubblicazione del video pubblicitario sulla rete, entra nel vivo la campagna del M5S per raccogliere le firme per un ipotetico referendum per uscire dall’Euro e tornare alla Lira. Non voglio entrare nel merito economico della questione avendo già ribadito la necessità di cambiare le regole alla base dell’Euro, non solo per porre un fine alle politiche liberiste, ma anche per limitare i danni alle nostre democrazie. Vorrei invece riflettere sul lato politico di questa iniziativa e sulle sue ripercussioni sul rapporto tra cittadini e istituzioni.

Questa raccolta di firme è inutile e non ci sarà nessun referendum perché’ verrà bocciato dalla Corte Costituzionale in base all’Art 75 della nostra costituzione:

“Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio di amnistia e di indulto  di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”

L’Euro fa parte di un trattato internazionale ed è anche un tema che ha un ambito tributario. Anche nel caso che sia una semplice raccolta di firme per un legge di iniziativa popolare per avere un referendum consultivo, la cosa non e’ possibile in quanto ci vuole una legge costituzionale ad hoc per averlo come nel caso del referndum del 1989 sulla trasformazione della Comunita’ Europea in Unione. Inoltre il referendum consultivo sarebbe comunque soggetto all’Art 74 della costituzione. Ammesso e concesso che si possa fare un referendum, non si deve dimenticare che non c’è nessuna clausola di uscita dall’Euro all’interno dei trattati che la regolano. Un’eventuale uscita andrebbe discussa con gli altri paesi rendendo il percorso meno facile di quanto il video del movimento grillino faccia pensare.

Perché allora il M5S sta raccogliendo le firme illudendo tanti italiani? Certamente quest’azione ha il fine di rafforzare il proprio consenso. Da una parte si marca la differenza con altri partiti (PD e Forza Italia), dall’altra si riappropria della bandiera anti-Euro per non lasciarla solo a Salvini e alla fine si raccoglie il voto dei tanti scontenti che attribuiscono ( in parte a ragione) le loro difficoltà economiche alla moneta unica. Questo però non è il solo aspetto. Vi è un altro aspetto da considerare che ha un risvolto molto più pericoloso a mio avviso. Attraverso questa raccolta di firme si cerca di radicalizzare il consenso cercando proprio la bocciatura della Corte Costituzionale.

Una volta che le firme sono raccolte e il referendum bocciato, il M5S attaccherà la Corte Costituzionale e la classe politica accusandole di essere sorde davanti alla volontà popolare. Le centinaia di persone (milioni?) che avranno firmato si sentiranno tradite e non rappresentate dalle istituzioni. La rabbia e la frustrazione generata saranno manna dal cielo per il movimento da un punto di vista elettorale. Fino a questo momento il M5S ha sfruttato la rabbia (giustificata) di tanta gente per creare consenso avendo il merito di averla indirizzata in una maniera non violenta. Il referendum per il ritorno alla Lira segna un nuovo modo di fare politica da parte del movimento: creare le condizioni per aumentare la rabbia e rafforzare il legame emotivo con i propri elettori.

Si potrebbe obbiettare che effettivamente la classe politica è sorda alle istanze popolari (vero) o che la raccolta firme è solo una maniera per creare il dibattito sul tema dell’Euro dato che ormai viene purtroppo visto come un dogma da buona parte della nostra classe dirigente. Queste obiezioni non giustificherebbero l’azione intrapresa. L’unico risultato che il movimento otterrà è l’aumento della rabbia degli italiani nei confronti delle istituzioni e delle regole democratiche. Una volta che le istituzioni perdono la loro legittimità e le regole del vivere comune hanno perso il loro valore, la fine della libertà è vicina. Giusto per evitare fraintendimenti, non vogliamo asserire che il M5S stia per instaurare una dittatura, quello che vogliamo affermare è che queste iniziative tendono a creare un clima culturale foriero di svolte autoritarie anche all’interno di un guscio vuoto apparentemente democratico. Le istituzioni sono l’incarnazione della nostra democrazia che si fa presenza e funziona attraverso di esse. La forza di una democrazia dipende dalla forza delle istituzioni. Una democrazia che cammina su delle istituzioni fragili e’ una democrazia destinata a cadere prima o poi.

Una forza politica responsabile dovrebbe lavorare per avvicinare le istituzioni ai cittadini e non dovrebbe mai intraprendere iniziative a scopo elettorale che hanno il solo scopo di fomentare la rabbia e il senso di distacco dei cittadini delle proprie istituzioni. E’ vero che per decenni la nostra classe politica ha utilizzato le istituzioni per i propri fini personali, ma si dovrebbe lavorare per cambiare la classe politica e porre un maggiore controllo democratico sulle istituzioni. Invece si fa l’esatto contrario, si creano le condizioni affinché’ tanti italiani si sentano traditi dalle proprie istituzioni.

Per questi motivi, la raccolta di firme per il ritorno alla Lira e’ una mossa populista che buttera’ altra benzina nel fuoco rancoroso di tanti italiani che sta consumando la loro fiducia nei confronti della democrazia. Tutte le forze politiche che si riconoscono nella nostra costituzione credendo nel principio democratico per gestire la vita di un paese dovrebbero lavorare per rafforzare le istituzioni e la fiducia in esse da parte dei cittadini. Le istituzioni e le persone che le compongono possono e devono essere soggetto di critica ma questa deve essere costruttiva e mirata a rafforzarle. Invece si continua a far confusione tra politici e istituzioni mandando tutto in malora non rendendosi conto in questa maniera l’unica cosa che va in malora e’ proprio la democrazia.

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Syriza e l’ennesima opportunità per la sinistra europea

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Nell’articolo precedente abbiamo posto l’accento sull’importanza della vittoria di Syriza per rompere quel sinonimo tra democrazia e politiche del rigore riportando la democrazia a essere un’arena neutra dove proposte diverse si confrontano. Contemporaneamente si metteva in guardia sul difficile cammino per Tsipras e soci. Da sola la Grecia non ce la può fare e la vittoria di Syriza ha senso solo se questo è un inizio di riforme non solo in Grecia ma soprattutto all’interno dell’area Euro. Un’uscita dell’Euro da parte della Grecia o un Euro con regole immutate sarebbero entrambi la sconfitta non solo di Syriza ma anche di quella parte dell’Europa democratica che non si arrende all’austerità e che cerca una via più solidale.

Ancora una volta si ripresenta la necessità da parte della sinistra europea di avere un’agenda comune. Nessun paese si può illudere di attuare riforme che mirino a una maggiore eguaglianza senza essere penalizzato dai mercati in un modo dove il denaro non ha più frontiere.  La stessa Grecia dentro o fuori dall’Europa ha bisogno di accedere ai mercati internazionali per finanziare il proprio debito. Anche nel caso di una mossa unilaterale da parte di Atene di non rispettare le obbligazioni del proprio debito, il governo greco si troverebbe comunque nella necessità di accedere ai mercati internazionali per finanziare la propria macchina statale a condizioni sempre più proibitive.

Certamente si può puntare a una cancellazione parziale del debito greco insieme con un allungamento delle scadenze della parte restante ma questo non basta. E’ necessario dare all’Europa un indirizzo economico diverso con politiche economiche comuni di stampo Keynesiano. E’ possibile uscire dalla recessione mantenendo l’Euro solo con programmi d’investimento comuni, attraverso il trasferimento di parte dei debiti nazionali all’Europa (Eurobond) e con piu’ poteri d’intervento da parte della Banca Centrale Europea (il quantitative easing va nella direzione giusta ma non basta).

Queste riforme sono ostacolate principalmente dalla Germania e dai circoli liberisti sparsi un po’ da per tutto nel vecchio continente. L’Europa e l’Euro avevano come principio fondatore la necessità di limitare gli egoismi nazionali. Se l’Euro diventa un nuovo strumento per difendere questi egoismi allora tanto meglio cercare una fine concordata per la moneta unica prima che le sue regole strozzino gli europei e con essi anche le nostre democrazie. La fine dell’Euro non significherebbe automaticamente la fine del sogno Europeo ma certamente sarebbe un colpo quasi mortale al suo futuro.

Per questo motivo, la vittoria di Tsipras ha senso solo se serve come catalizzatore delle forze progressiste europee per un piano comune che miri non solo a salvare la Grecia ma anche l’idea di un’Europa sociale. Qualsiasi altro risultato politico sarebbe una sconfitta.

Se la Grecia uscisse dall’Euro, Syriza rischia la deriva populista dando forza alle sue componenti piu’ radicali e meno liberali mettendo in crisi la stessa democrazia greca. Con l’uscita della Grecia, il principio di solidarietà tra i popoli europei sarebbe messo in crisi e con esso la ragione stessa dell’esistenza dell’Europa come soggetto politico agli occhi di tanti cittadini europei. Nello stesso momento, si rafforzerebbe l’idea di un’Europa dove ha diritto di rappresentanza solo l’ideologia liberista. La Grecia all’interno di un Euro senza riforme porterebbe alla sconfitta politica di Syriza con il risultato di dar forza ad Alba Dorata che apparirebbe agli occhi dei greci come l’unica soluzione per uscire dalla spirale debito-crisi.

Solo un’agenda comune basata su un’idea diversa di Europa può salvare non solo la Grecia ma anche il futuro dell’Europa. Lasciare la Grecia da sola sarebbe un errore imperdonabile dalle conseguenze nefaste non solo da un punto di vista economico ma soprattutto politico. La nuova fase politica che si e’ aperta in Grecia e’ un’altra opportunità’ per la sinistra europea per trovare una ragione comune e aprire una nuova fase politica in Europa. Se questo non sara’ possibile, il rischi di un’Europa ripiombata negli egoismi nazionali tornerà ad essere un presente che avremmo voluto che fosse parte solo delle pagine più tristi della nostra storia.

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