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M5S e identità: il capolavoro della Casaleggio Associati

M5S

Abbiamo già analizzato il concetto d’identità con riferimento all’uso dell’identità culturale evidenziando i rischi che questo concetto pone alla libertà. Nello stesso articolo avevamo brevemente accennato all’uso del concetto d’identità nella costruzione delle fortune politiche. Quello a cui le forze politiche mirano oggi é creare un’identità che viene indossata dall’elettore. Nel momento questa identità viene indossata sarà difficile per questo elettore aprirsi al confronto e magari cambiare idea. Il voto viene slegato da un progetto e diventa una maniera per costruire la propria identità personale. In un mondo post ideologico e con la politica privata di strumenti per risolvere i problemi del presente, la creazione di un’identità a uso e consumo degli elettori diventa una maniera efficace per creare un consenso duraturo. Una forza politica non e più una portatrice di istanze sociali ma diventa un brand dove i politici sono allo stesso tempo testimonial e marketer di quel brand. Al partito/brand vengono associate caratteristiche che gli elettori desiderano impossessarsi e impadronirsi in maniera indiretta. Il partito o uomo politico diventano un vestito da indossare che dice quello che siamo, quello che non siamo e nutre la nostra autostima. Se il partito crea un’immagine di onestà, di essere il voto delle persone intelligenti e di essere al passo con i tempi, attraverso il voto o il sostegno a quel partito la persona si sente onesta, intelligente e moderna. In questa maniera le politiche che vengono condotte diventano secondarie, perché il voto non ha nulla a che fare con un progetto politico ma aiuta a definirsi.

Per secoli l’identità personale ha svolto un ruolo secondario. L’individuo si definiva solo e soltanto attraverso la comunità di appartenenza e la sua vita aveva senso solo e soltanto all’interno della comunità. Non a caso, nell’antica Grecia, la pena più severa era l’esilio, ovvero l’esclusione di una persona dalla comunità che lo costringeva ad essere nessuno. Nel corso degli ultimi secoli abbiamo assistito alla lenta ma inesorabile emancipazione dell’individuo dalla comunità. Avendo acquistato la propria indipendenza, l’individuo è stato costretto non solo a decidere cosa fare con essa ma anche ad autodefinirsi davanti alla collettività e agli altri individui. Il tutto è stato aggravato dalla crisi delle ideologie, del senso religioso e soprattutto dalla società dei consumi che ha esasperato l’individualità al fine di vendere merci che vengono utilizzate non per soddisfare un bisogno ma per definirsi. La politica non ha fatto altro che adeguarsi sfruttando il bisogno dell’individuo di definirsi per creare il consenso.

L’uso dell’identità in politica è sempre esistito. Il definirsi comunisti faceva parte dell’identità di tante persone. Tantissima gente indossava (e tuttora indossa) t-shirt di Che Guevara, andava a manifestazioni e votava PCI senza sapere o la voglia di sapere cosa il comunismo implichi. Da questo l’incoerenza di tanta gente che oltre a definirsi comunista indossava il cosiddetto Rolex. Quello che contava per queste persone non era tanto l’ideologia ma la possibilità di far parte di un qualcosa che li aiutava a definirsi, essere riconosciuti dagli altri e far parte di qualcosa di più grande. Quello che caratterizza invece le nuove identità politiche è che sono costruite praticamente nel nulla in quanto, oltre a fornire una definizione di se stessi all’individuo, hanno ben poco altro. Il primo tentativo di far politica basando il proprio messaggio politico prevalentemente sull’identità è stato probabilmente Forza Italia. La creatura di Berlusconi infatti è nata negli uffici di Publitalia che ha forgiato il partito come un brand sfruttando il collasso delle ideologie e la crisi della politica italiana post tangentopoli. Berlusconi (come Trump oggi) vendeva l’idea di uomo di successo e chi lo votava, non solo aspirava al successo, ma se ne sentiva già parte. Votare Forza Italia significava essere moderni, rivoluzionari (la rivoluzione liberale), anticomunisti e contro i partiti.  Il Movimento 5 Stelle è una Forza Italia agli steroidi, un voto identitario potenziato dall’uso della rete. Oltre al vuoto ideologico, quello che caratterizza le nuove identità  sono la velocità con cui l’identità si crea e l’uso delle immagini a sostegno dell’identità, due caratteriste potenziate proprio dalla rete ma soffermiamoci prima sul vuoto ideologico.

Il non essere né di destra né di sinistra è il riassunto migliore di questo. Non si tratta semplicemente della mancanza di coordinate filosofiche o economiche ma soprattutto evidenzia l’assenza di un progetto coerente per il futuro. Quello che manca è un filo conduttore e una lista di sogni o progetti disparati non costituiscono una direzione.  Il programma politico e i discorsi del M5S sono basati su pochi temi ma di ampio consenso: temi poco divisivi (riduzione del costo della politica, lotta alla corruzione, rinnovamento della classe politica etc) o equilibrismi per non scontentare nessuno (dai vaccini alla posizione sulla Cirinná). In questa maniera ognuno ci vede quello che vuole nel M5S che è una delle ragioni dell’ampio consenso. La Casaleggio ha creato un brand che può essere adottato da chiunque sia insoddisfatto con la politica o con la situazione attuale. Il M5S è come una scatola vuota che viene riempita a seconda delle circostanze; i discorsi e le proposte cambiano a seconda della convenienza politica. Non ci sono principi ma solo posizione tattiche e i dietrofront sono la norma se capaci di portare consenso. Per esempio: la scorsa legislatura si era aperta con una proposta dal parte del M5S di una legge sullo Ius Soli molto più radicale di quella proposta dal Pd mentre ora vanno al governo con la Lega. Questo permette di adattare la propria comunicazione senza problemi a seconda degli umori del paese. Durante le settimane precedenti alla formazione del governo, Il M5S ha flirtato con Lega e PD senza colpo ferire come se fare un governo con uno o con l’altro fosse la stessa cosa. Questo è stato possibile perché i propri elettori votano M5S non per i contenuti ma per quello che il M5S permette loro di fare: la possibilità di darsi un’identità. L’essere associati al M5S permette di sentirsi nel giusto, onesti, moderni, in lotta conto il male rappresentato dalla vecchia politica, coraggiosi insomma degli eroi moderni che lottano contro il male. Essere Grillini infatti da la sensazione di essere degli eroi che combattono mafie, pidioti, mala politica etc. Il vestito che si indossa, la sensazione che quel vestito dona è più importante del contenuto. Il voto e la militanza virtuale nel M5S hanno una funzione personale piuttosto che politica. È una risposta ai propri bisogni personali piuttosto che una soluzione ai problemi collettivi. La Casaleggio considera il voto come una specie di valuta per comprare qualcosa che solo loro possono dare. Il M5S è una merce con una serie di benefici sull’autostima di tante persone che viene comprata appunto con il voto o con la militanza sui social. Il problema di un partito con contenuti sempre in trasformazione e con propri elettori che danno ai contenuti un’importanza secondaria rispetto all’appartenenza è che non si sa mai dove si va a finire. Come spiegato in precedenza, il rischio del M5S è che possa diventare il cavallo di Troia dell’estrema destra in italia. I discorsi del M5S si sono radicalizzati nelle ultime settimane con l’alleanza con la lega. Questa radicalizzazione continuerà man mano che Salvini alzerà il tono delle sue dichiarazioni. Il M5S non prendendo una netta distanza per non far cadere il governo sdoganerà e renderà accettabili discorsi e un modo di fare politica vicino alla destra. Persone poco ideologizzate riterranno questo modo di pensare “normale” e “accettabile” perché normale e accettabile ai loro occhi è il M5S in quanto il movimento non viene giudicato e votato per i contenuti ma viene valutato per la sua capacità di rispondere ai bisogni personali dell’elettore. Un esempio lampante è come sono cambiati i loro discorsi sull’immigrazione. Il cambiamento non è rilevante solo da un punto di vista politico ma soprattutto da un punto di vista emotivo. Il livello di odio nei commenti non sono ancora ai livelli della Lega o dell’estrema destra ma vanno in quella direzione. I commenti alle pagine dei politici M5S su questo tema sono cambiati radicalmente nel giro di pochi mesi. Quest’odio è ora rivolto a immigrati ma può essere trasferito facilmente verso altri obbiettivi. Uno di questi obbiettivi può essere la stessa democrazia. Per anni il M5S ha attaccato istituzioni e politici senza fare una netta differenza. Non ce l’auguriamo ma cosa accadrebbe se il M5S tradisse le promesse fatte? Verso cosa verrà rivolta la rabbia? Cosa rimane come alternativa continuando la logica del non averli mai provati mai prima? Verso cosa e contro ci si rivolgerà la retorica del M5S per giustificare i propri insuccessi?

Il secondo elemento che contraddistingue le nuove identità politiche è la velocità con cui si creano senza l’aiuto di un evento catalizzante come poteva essere la seconda guerra mondiale e la resistenza per il PCI. La velocità dipende da tanti fattori: il vuoto ideologico, la necessità di trovare un appiglio in tempi dove il cambiamento è vorticoso e costante, il bisogno di comprendere la realtà sempre più complessa, la crisi dei partiti etc. Nonostante la presenza di tutti questo fattori, la velocita dipende soprattutto dall’uso di internet e dei social che sono utilizzati per creare velocemente e rafforzare l’identità ogni giorno. Qualcuno può obbiettare che la rete viene usata solo per accedere alle informazioni e se il M5S ha avuto successo è grazie alla sua abilità nel parlare direttamente agli elettori bypassando i mass media controllati dai poteri tradizionali e offrire la verità dei fatti. Insomma, il mezzo (internet) non ha nessun impatto sulle persone che sono dotate di una loro razionalità. In realtà il mezzo ci trasforma e non dipende solo da come lo usiamo come già evidenziato da Gunther Anders parlando della televisione e della radio negli anni 50. Innanzitutto la rete trasforma la nostra percezione del mondo. Quello che riceviamo attraverso la rete non è la realtà ma una versione della realtà preconfezionata da qualcuno. Il preconfezionamento dipende dalle motivazioni di quel qualcuno. Se questo era vero con la televisione e la radio che raggiungevano le masse, questo lo è ancora di più con la rete che permette di parlare al singolo. Prima di tutto la rete permette di raggiungere l’individuo con un messaggio adattato per quella persona (Cambridge Analitica). In basi ai propri gusti personali (i likes sulle pagine di facebook) è possibile creare dei profili psicologici e adattare il messaggio destinato a ciascun profilo. Secondo i social permettono la creazione di bolle che tengono l’individuo immune all’influenza di opinioni diverse. Quello che la Casaleggio ha creato è una galassia di siti e pagine facebook che vanno oltre il blog di Beppe Grillo o la pagina facebook del singolo parlamentare: La cosa, La fucina, Tse Tse, W il M5S etc. A questi vanno aggiunti le pagine create dai militanti: Luigi di Maio fan club, le pagina dei club locali etc. Tutte queste pagine diventano non soltanto il veicolo con cui diffondere un messaggio (non importa se la notizia sia vera o falsa) ma soprattutto diventano una cassa di risonanza di sentimenti. Se il PD si è trovato ad essere odiato da buona parte della rete non dipende solo dagli errori (orrori) fatti ma anche perché vittima di questa marea di pagine. Il singolo elettore di M5S non si riduce a mettere un like solo su di una pagina ma ritiene quasi un obbligo mettere un like a tutte queste pagine. Anche se questa persona facesse uno sforzo mettendo per esempio un like sulla pagina di Renzi (spesso solo per insultare), il messaggio di quest’ultimo si perderebbe nella bacheca imperversata da pagine controllate o ispirate dalla Casaleggio Associati. Il fatto che un messaggio venga ripetuto all’infinito da pagine diverse, rafforzato da commenti tutti sulla stessa linea rende il messaggio non solo vero ma l’unico che merita di essere ascoltato. In queste condizioni sarà difficile rompere quella bolla e instillare il dubbio.

Uno degli elementi che rende internet diverso dagli altri media è la sua interattività. Chi usa internet non è soltanto un soggetto passivo ma partecipa alla formazione dei contenuti sulla rete tramite like, commenti e condivisioni. Questa attività è praticamente giornaliera se non ad ogni ora. Questa interattività è abilmente sfruttata per tenere le persone sempre in contatto con le proprie idee e per legare emotivamente l’elettore a se. Se nel passato il militante comunista entrava in contatto e rafforzava la propria identità in momenti ben definiti (in sezione, alle manifestazioni o leggendo l’Unita), oggi ogni momento è buono perché in ogni momento il militante può essere in rete. Questo “lavaggio del cervello” è fatto senza rendersene conto in maniera molto insidiosa ma efficace allo stesso tempo. Abbiamo già parlato abbondantemente della farsa del voto sul contratto. Farsa era anche l’elezione di Di Maio a candidato premier. Il risultato del voto era scontato in mancanza di un vero dibattito e con la comunicazione diretta in maniera da ottenere il risultato voluto. Senza un vero confronto, l’obbiettivo di queste forme di partecipazione on line non è rendere democratica l’attività del M5S ma quello di radicare l’identità in breve tempo. I militanti si sentono partecipi e dunque parte del movimento. La partecipazione attraverso il voto e il fatto di rendere pubblico l’aver partecipato aumenta l’investimento emotivo. “Tutti i miei amici e conoscenti sanno delle mie idee perché le difendo non solo quando parlo con loro ma soprattutto in rete. Agli occhi di chi mi conosce sono diventato un tutt’uno con le mie idee e con il M5S.” Tornare indietro diventa impossibile perché significherebbe rinnegare se stessi e buttare a mare le energie e il tempo speso per il movimento. Facebook è la mia memoria di quello che ho sempre difeso, cancellare è impossibile e fare pubblica ammenda è doloroso. Per evitare quello che in psicologia e in marketing viene chiamato “cognitive dissonance”, reinterpreto la realtà e non ho problemi ad accettare qualsiasi versione apologetica che mi venga fornita. Un esempio? Come mai tanti nel M5S con una visione progressista sono ancora li nonostante il loro movimento sia diventato la spalla di Salvini? Questa è un altro elemento che potrebbe rafforzare un vento di estrema destra trascinando con sé anche persone in buona fede che guarderanno solo e soltanto all’attività del M5S che sposa la propria visione (reddito di cittadinanza o misure che tendono a ridurre il precariato) ignorando e sminuendo il resto (porti chiusi, attacchi alla stampa, flat tax).

Per quanto riguarda il rapporto tra immagine, internet e identità, partiremo dall’analisi di Sartori sulla televisione fatta in “Homo Videns”. Come fatto da Anders, Sartori sottolinea come la televisione non sia soltanto un mezzo di comunicazione ma ha al suo interno una capacità “antropogenetica” ovvero il potere di creare un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano. Per Sartori l’homo sapiens deve il suo sapere e tutto il suo progredire alla sua capacità di astrazione. Quasi tutto il nostro vocabolario conoscitivo e teoretico consiste infatti in parole astratte che non hanno nessun preciso corrispettivo in cose visibili, non riconducibile né traducibile in immagini. Questo é ancora più importante quando si parla di politica che ha a che fare con concetti come giustizia, legittimità, legalità, libertà, eguaglianza, diritto etc che non sono riconducibili a entità visibili. Sartori precisa infatti che “tutta la nostra capacità di gestire la realtà politica, sociale ed economica nella quale viviamo, e ancor più di sottomettere la natura all’uomo, si impernia esclusivamente su un pensare per concetti che sono – per l’occhio nudo – entità invisibili e inesistenti.” La televisione produce immagini e cancella i concetti; ma così non ha fatto altro che atrofizzare la nostra capacità astraente e con essa tutta la nostra capacità di capire. La cultura dell’immagine non solo ci ha fatto perdere la capacità di astrazione ma ha rotto il delicato equilibrio tra passioni e razionalità. Il ragionamento di Sartori sulla televisione ha ancora la sua importanza anche se applicata a internet e ai social in particolare. Come utenti siamo stati prima educati all’uso della televisione e tendiamo ad usare internet nella stessa maniera con cui usiamo il televisore. Certo su internet troviamo articoli, editoriali e lunghe discussioni astratte ma prevalentemente, soprattutto attraverso i social, sono le immagini che dettano e compongono la gran parte dei contenuti. I social sono piene di meme, foto con frasi ad effetto, gif che si dilagano velocemente anche lontano dai sociali grazie a strumenti come whatsapp. Siamo perennemente in contatto con immagini con un significato politico non solo privi di astrazione ma di qualsiasi contenuto che permetta una discussione. Situazioni simili ma con contesti diversi vengono perennemente confrontate con il solo obbiettivo di indignare, divertire o sminuire gli opponenti politici. In altre parole, contribuiscono a rompere l’equilibrio tra passioni e razionalità a favore dei primi. I meme si diffondono rapidamente grazie proprio al loro impatto emotivo e alla loro capacità di rafforzare l’identità. Il meme rafforza la nostra autostima quando denigra un avversario o conferma il nostro punto di vista. Il senso ironico della maggioranza di questi prodotti mediatici copre di ridicolo gli avversari facendo sentire superiori i portatori di un’identità diversa da quella presa per scherno (i pidioti). La capacità di fare appello direttamente alle nostre emozioni permette la loro rapida diffusione attraverso la condivisione. L’atto di condividere un meme contribuisce all’investimento emotivo a cui abbiamo fatto cenno prima. La cosa principale è che queste immagini non portano nessuna discussione e non permettono un dibattito. Condivido il meme perché è in linea con la mia identità e facendo ciò rafforzo proprio la mia identità. In questa maniera il dibattito su internet diventa un dialogo tra sordi che si lanciano scherni, un tentativo di seppellire l’altro non la forza dei ragionamenti ma a furia di meme e parole d’ordine.

Poco abituati a leggere e a riflettere, il meme diventa l’unico messaggio politico efficace per creare una pubblica opinione fatta di persone poco interessate ad informarsi ma desiderose soltanto di appagare il loro desidero di autodefinirsi ed essere riconosciute da parte del mondo che li circonda. Ancor più che per la televisione come fatto notare da Sartori, i social premiano e promuovono la stravaganza, l’assurdità e l’insensatezza. Il risultato finale e un “pensieromelassa” creato da strambi, eccitati, esagerati e ballisti. Abituati infatti a pensare attraverso le immagini evitiamo le riflessioni considerate lunghe e noiose. Le persone abituate alla riflessione sono messe ai margini per dare spazio a un pensiero elementare fatto per immagini. La maniera con cui usiamo le immagini su internet influenza tutto il resto. Infatti le persone leggono solo il titolo che a loro volta sono fatti in maniera tale da generare reazioni emotive. I leader politici non scrivono più ma fanno video e se proprio devono scrivere qualcosa lo fanno nella maniera più breve possibile. Il tutto corredato da condividi se sei indignato, metti un like se sei d’accordo e così via.

Per evitare fraintendimenti, qui non vogliamo assolutamente affermare che gli elettori del M5S siano stupidi e gli altri intelligenti (modo di ragionare proprio di una politica basata sull’identità). Anche gli altri partiti si stanno adeguando (forse troppo tardi) a questo modo di fare politica e la risposta ai meme del M5S non sono ragionamenti ma altri meme o pagine sui social con il compito di ironizzare il movimento grillino. Il consenso di un partito ha diverse origini ma riteniamo che la creazione di “un’identità grillina” attraverso la rete sia una delle chiavi per comprendere il successo del M5S. Chiunque voglia fare opposizione o voglia comprendere le ragioni che portano a votare il M5S non può basare la propria analisi solo e soltanto su argomenti razionali o evidenziando il malcontento degli italiani. Il consenso del M5S è anche il frutto della libera scelta delle persone, è anche la conseguenza di un sistema politico che perduto la propria credibilità ma è anche il frutto di una sapiente operazione condotta sui social. Per capire questa operazione non ci può solo limitare agli aspetti tecnici su come i social sono stati usati dalla Casaleggio ma si deve partire dal fatto che tutto lo sforzo fatto ha avuto come obbiettivo la creazione di un’identità politica. Cosi come tutte le iniziative marketing partono dalla definizione delle caratteristiche di un brand, cosi le iniziative sulla rete della Casaleggio sono create per rafforzare i messaggi secondari del M5S che vengono adottati da chi lo vota o semplicemente da chi si rende volontario nella rete per diffondere i contenuti. Questi messaggi secondari compongono appunto l’identità grillina che costituisce il patrimonio maggiore della forza politica di Di Maio. In parole semplici e per concludere, il consenso al M5S è come il tifo verso una squadra di calcio: immune alla critica e non destinata a cambiare perché cambiare comporta una rivoluzione profonda che metterebbe in crisi la maniera in cui noi veniamo percepiti non solo dagli altri ma anche da noi stessi.

 

 

 

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Salvini e la propaganda del cambiamento!

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Una volta giunti al potere, tutte le forze anti sistema hanno un problema: governare senza essere percepite come parte di quel sistema. Questo è un problema che Lega e M5S devono affrontare nella loro comunicazione e che avrà conseguenze anche sul loro operato. La politica non è espressione diretta della propria volontà, soprattutto in democrazia bisogna fare i conti con forze, poteri e interessi che si muovono spesso in direzione contraria ai propri obbiettivi. Questo obbliga al compromesso, parola che assume caratteri pornografici agli occhi di chi ha votato queste forze spinto dal desiderio di cambiare radicalmente tutto senza sapere esattamente con cosa sostituirlo e se il processo di cambiamento porterà ad una situazione migliore.  Come scritto nell’articolo sul governo Conte, quello che accomunerà e terrà unito il governo sarà la retorica e la comunicazione. Lega e M5S sono state brave a gestire la rabbia e a cavalcare il malcontento in un continuo appello alle emozioni e i prossimi mesi saranno la continuazione di questo. Gestire le emozioni una volta al potere significa cercare continuamente colpi ad effetto che possono generare discussione sui social, galvanizzare i propri elettori ed evitare una discussione approfondita su quello che veramente avviene. Aquarius, la scorta di Saviano e il censimento dei ROM sono esempi di questi colpi ad effetto.

Risulta chiaro che Salvini trasformerà il Viminale in una grossa cassa di risonanza per sé stesso. Userà il ministero per rafforzare la sua immagine di uomo forte e deciso. In un’epoca scarsamente ideologica, impaurita, incapace di comprendere la realtà e arrabbiata, la carta della personalizzazione della politica è una carta vincente seguendo le orme di Putin e Orban. Quello che Salvini sta cercando di fare va oltre la personalizzazione della politica. Non solo si offre come persona capace di risolvere i problemi dell’Italia ma si offre come capo branco dando a chi lo segue la possibilità di deresponsabilizzarsi. I suoi discorsi e i suoi atti sono una liberazione per l’odio e il malcontento repressi. Lui giustifica e autorizza a pensare con la pancia, libera dalla vergogna di avere pensieri violenti. La politica in un paese democratico ha soprattutto il compito di tenere il paese insieme, di mettere freno alle spinte radicali, di cercare compromessi tra egoismi contrapposti e muovere tutto il paese nella stessa direzione. Questo risulta difficile in un’epoca come la nostra dove la crisi ha creato maggiore povertà e la politica non riscuote più la fiducia degli elettori. In una situazione simile le persone non cercano più soluzioni ma capri espiatori e autoassoluzioni. La politica che si sofferma sulle soluzioni o su un’idea generale di paese non interessa più perché le promesse non hanno credibilità e si pensa solo al proprio tornaconto personale. I discorsi generali sono infatti ritenuti “buonisti” e percepiti come una immensa gabbia. Salvini non fa altro che aprire questa gabbia, non fa altro ad autorizzare qualsiasi pensiero ponendosi come valvola di sfogo a emozioni represse per tanto tempo. Da qui la critica agli intellettuali che compongono quella gabbia, da qui il famoso “E’ uno che la pensa come noi”. Dal Viminale, Salvini gode di una posizione privilegiata in quanto sarà costretto a fare pochi compromessi se non quelli con le forze dell’ordine che in parte lo sostengono. Da qui gli sarà facile costruire la sua immagine di uomo forte non aperto al compromesso. Gli basterà dirottare il dibattito con provvedimenti o dichiarazioni eclatanti. Con il modo d’interpretare il suo ruolo di ministro, Salvini pone 2 problemi al M5S.

Il primo problema riguarda il rischio per il M5S di essere cannibalizzato dalla Lega da un punto di vista elettorale. L’unica maniera per contrastare Salvini sarebbe quello di contrappore un’altra personalità personalizzando la loro offerta politica. Questo sarà difficile per due ragioni, la prima è legata a Di Maio, la seconda alla natura stessa del movimento. Mettendo da parte le capacità o meno di Di Maio di costruire un’immagine di uomo forte, l’essere al ministero del lavoro l’obbligherà a scendere a compromessi con sindacati, aziende e poteri locali. Insomma, gli sarà difficile gareggiare con Salvini per essere percepito come non parte del sistema e uomo di polso. Il ritorno (se si può parlare di ritorno) di Di Battista sganciato dai ministeri e con un linguaggio più rancoroso potrebbe essere l’alternativa, ma anche lui dovrà fare i conti con la natura del movimento. Il M5S è nato sulla base di una visione poco verticista. La natura movimentista si scontra con la personalizzazione della politica. Alla fine il movimento si adeguerà anche a questo, come si è adeguato a tante altre cose in passato, ma rischierebbe di perdere una componente importante alla base del suo successo.

Quello della natura è anche alla base del secondo problema con un Salvini aggressivo da un punto di vista della comunicazione. Il non essere né di destra né di sinistra aiuta a vincere le elezioni facendo il pieno di voti da una parte e l’altra. Più Salvini prende posizioni eclatanti più il M5S viene percepito di destra. Quando non si ha un’agenda politica basata su di un’idea precisa di paese e si è basato il proprio successo elettorali sulla rabbia, sui difetti e le colpe degli altri e su posizioni sfumate per non scontentare nessuno, una volta al potere ci si adegua. Il potere corrompe e ci si autoconvince di essere gli unici ad avere la risposta ai problemi del paese. Questo autoconvincimento obbliga a restare attaccati al potere e quindi a scendere a compromessi prima con le altre forze politiche e poi con la propria coscienza. In parole povere questo si tradurrà in un allineamento sempre maggiore del M5S alla Lega in un abbraccio che aiuta solo la Lega. Lo schiacciamento verso la Lega potrebbe alienare i voti di quei sinceri progressisti che vedevano nel M5S una sfonda per avere un paese più giusto in quanto disarma l’arma propagandista del non essere né di destra né di sinistra perché le scelte governative daranno una direzione.

La comunicazione del governo di muoverà probabilmente su tre linee: Grazie, Identità e Nemico. Per grazie intendiamo quello che fa ogni forza politica una volta al potere: pubblicizzare la propria attività marcando la discontinuità con il passato. La differenza sarà che a differenza della normale lista di provvedimenti, il marketing politico del M5S (alias Casaleggio associati) cercherà di creare un sentimento di riconoscenza nei confronti del governo per rafforzare il legame emotivo tra elettore e movimento: grazie per aver fatto quello, dopo anni di attesa finalmente si fa quello, se non fosse per il M5S o Lega etc.  In questa maniera oltre a giustificare la propria presenza al potere si cerca di rendere i propri seguaci riconoscenti verso il governo. L’essere riconoscenti mette in una posizione di inferiorità che limita la libertà in quanto si ha un debito da estirpare nei confronti di chi ci ha aiutato. Debito che va pagato non solo tramite il voto ma anche tramite la presenza in rete diventando parte di un megafono attraverso like, condivisioni e commenti.

Il M5S come la lega non ha semplici elettori ma persone che hanno abbracciato una specie di fede che compone la loro identità riducendo lo spirito critico. Quindi aspettiamoci molti atti simbolici: Salvini che mangia un’umile cotoletta su un volo militare verso la Libia, Fico che usa il bus e il tutto contornato con “si orgoglioso del cambiamento a cui hai partecipato”, “questo grazie a te”, “continua a sostenerci in questa battaglia”. In questa maniera viene ridotto lo spirito critico tramite l’aumento dell’autostima dell’elettore che si sente utile e parte di una causa. Sarà difficile convincere persone con una forte identità perché non si tratta solo di cambiare idea ma di rinunciare al proprio orgoglio e mettere in discussione non solo le proprie idee politiche ma anche altri aspetti della propria persona. L’identità è alla base dell’esercito di volontari sulla rete pronti a girare qualsiasi cosa a favore del M5S e ad assaltare chiunque la pensi diversamente. La difesa tout court del governo sulla rete da parte dei grillini li porterà inconsciamente sempre più a destra. Sganciati dalla distinzione tra destra e sinistra, sminuita la distinzione tra le due correnti, l’unica cosa da difendere è il governo e il movimento, non per ragioni politiche, ma per ragioni legate alla propria identità che gli è stata cuscita addosso grazie al lavoro sapiente della Casaleggio. Siccome il governo tende sempre più a piegarsi sulle posizioni di Salvini, il M5S può considerarsi come il cavallo di troia che ha potrebbe portare le masse italiane sulle posizioni di estrema destra: basta vedere come sia cambiato il loro atteggiamento sull’immigrazione.  Più a lungo il M5S rimarrà ancorato alla lega, più a lungo Salvini rimarrà in una posizione che gli permette di sdoganare odio, più facile sarà il processo di osmosi che porterà il pensiero e i discorsi degli elettori del M5S verso l’estrema destra senza lo stigma di essere etichettati “fascisti”La propaganda di Salvini e la porositá idologica del M5S sono ulteriori tasselli all’estremizzazione dell’elettorato giá spinto verso la radicalizzazione dai social.

Il concetto di Nemico sarà uno delle colonne della comunicazione delle forze al governo. L’obbiettivo è tenere alto il livello della rabbia e dirigerla verso qualcun altro che non sia il governo. Aspettiamoci tensioni con l’Europa, il prendersela con i mercati, con le ONG e un probabile braccio di ferro con i sindacati soprattutto quando Di Maio dovrà iniziare a lavorare sui tavoli di crisi. Il nemico permette di giustificare i propri insuccessi ma soprattutto di tenere in linea e sempre pronti all’azione il proprio esercito di internauti sui social. In presenza di un nemico, si stringono i ranghi e si agisce senza pensare affidandosi ciecamente di chi è preposto a guidare la guerra. Il nemico inoltre rafforza l’identità dividendo il mondo tra noi ( i giusti) e gli altri (la kasta) e si sa che il nemico non è in buonafede e non vale la pena prendere in considerazione quello che dice.

Il successo del governo da un punto di vista comunicativo dipenderà dunque dalla capacità di tenere i propri seguaci motivati e dirigere la loro rabbia verso qualcun’altro. All’opposizione il compito risulta facile in quanto è naturale prendersela con chi detiene il potere. Al governo invece diventa piú difficile in quanto si è responsabili del paese e di tutto quello che viene deciso. A lega e M5S risulterà meno difficile comunque proprio a causa dell’identità discussa in precedenza. Il concetto d’identità si definisce in base a chi non condivide quella identità ovvero il nemico. Più forte e radicata l’identità, più semplice sarà accusare altri dei fallimenti o di quello che non va bene. Renzi (i gufi) e Berlusconi (magistratura rossa) hanno a loro modo usato questa tattica ma a differenza loro l’aderenza al M5S e in parte alla lega hanno una valenza molto piú forte del semplice voto. Renzi potrà anche continuare a mangiare i popcorn, ma lo spettacolo che rischia di vedere non è detto che sia piacevole né per il suo partito né per il paese. Nella foga partigiana, il paese rischia di fare la fine di quello che si butta dal 100 piano: 99mo piano e tutto va be, 98simo e tutto va bene…

 

 

 

 

 

Come i social hanno radicalizzato il voto

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Negli articoli precedenti ci siamo soffermati sui cambiamenti culturali che stanno trasformando la nostra società mettendo la sinistra, i suoi valori e ideali in un angolo. Il ripiegamento su sé stessi non solo ha solo relegato ai margini una buona parte della politica ma sta rendendo le persone più arrabbiate, insensibili o al massimo indifferenti. L’avvento di Internet e dei social ha accelerato questa trasformazione. Ironia della sorte, il mezzo che ci avrebbe permesso di unire il mondo e renderlo più piccolo sta allontanando le persone rendendoli mondi a sé stanti incuranti degli altri. Basta leggere i commenti sulle notizie che riguardano i migranti: tra gente che si augura l’affondamento delle navi, altri che vorrebbero sparargli o semplicemente manifestano la propria indifferenza si ha la voglia di chiudere tutto e domandarsi in che mondo viviamo. Ho sempre guardato quelle maestose folle oceaniche cariche di odio nei documentari nazisti come qualcosa di lontano, un monito di qualcosa che non deve più tornare. Invece quelle folle sembrano tornate, senza che la gente che le compongono ne sia consapevole. Non sono riunite in una piazza ma sono sulla rete, sui social a spalleggiarsi e a darsi forza. Cambia il luogo dove si assembrano, dal reale al virtuale, ma la carica di odio è la stessa come sono le stesse le dinamiche e le conseguenze sulla politica.  Certamente i social non sono i soli responsabili di questo incattivimento. Il liberismo ha aumentato la competizione sociale senza fornire paracaduti a chi non riesce a raggiungere quei modelli imposti dal marketing. La crisi economica e l’impotenza della politica nel risolvere i problemi hanno reso le persone disilluse riguardo una soluzione costringendoli a concentrarsi su sé stessi. La crisi delle ideologie e delle religioni hanno ridotto l’importanza del futuro e del desiderio di costruire un qualcosa di comune che salvi tutti dalla miseria del quotidiano obbligando le persone a macerare nella frustrazione del proprio presente. Quello che hanno fatto i social è fornire una piattaforma e un lievito che hanno permesso a queste dinamiche di poter moltiplicare la loro forza distruttrice.  Come hanno potuto i social contribuire all’incattivimento delle persone? Soprattutto, da un punto di vista politico, come hanno potuto radicalizzare l’elettorato?

Certamente Facebook ha aumentato l’invidia sociale. Una volta l’invidia sociale era solo verso i ricchi, i calciatori e le star che apparivano in televisione. Oggi siamo tutti delle star e proiettiamo la nostra immagine vera o presunta sui social. Le foto delle nostre vacanze, dei nostri party e dei nostri hobby creano una competizione per decidere chi sia più attraente socialmente, il tutto misurato in like e commenti. Se prima l’invidia si attenuava facendo ritorno alla vita di tutti i giorni, attraverso il contatto con persone che condividevano le nostre stesse preoccupazioni e problemi, oggi questo ritorno non è più possibile. I colleghi, gli amici e i vicini che prima fungevano da rifugio, oggi appaiono come “competitori” a cui bisogna mostrare di essere migliori. Le persone che ci sono vicine diventano oggetto d’invidia tanto e più dei divi. Il problema è che competizione e invidia sono creati sull’apparenza perché la realtà e i problemi di tutti i giorni non sono messi in mostra. Sulla rete tutti sembrano essere persone di successo messi a confronto con noi stessi in quanto ci è impossibile nascondere i nostri limiti. Siamo obbligati a mettere a confronto la nostra realtà fatta di luci e ombre con la realtà filtrata degli altri dove solo le luci vengono messe in scena. Da questa competizione impari, ne possiamo solo uscire sconfitti. Questo ci obbliga a trovare degli sfoghi, dei capri espiatori e qualcuno a cui paragonarci per sentirci meglio. La politica non fa altro che fornire questo: immigrati, rom, vagabondi, gente che vive a spese dello stato sociale etc.

I social aiutano l’indifferenza e la diminuzione di empatia nei confronti degli altri. Quotidianamente i social ci pongono situazione diverse con risposte emotive diverse. Passiamo nel giro di pochi secondi da immagini forti e di dolore a meme divertenti, da foto di gattini a persone in difficoltà sui gommoni. In questo passaggio vorticoso anestetizziamo la nostra reazione mettendo tutto sullo stesso piano. Quello che ci passa sullo nostro schermo diventa un mondo a parte che non ha nulla a che fare con il nostro. Negli anni 50, Gunther Anders parlando della televisione nel suo  ”L’uomo antiquato”, parla di un mondo che diventa fantasma.   Un mondo dove la realtà viene a noi e ci trasforma in consumatori di esso e non partecipi. Il fatto di non essere partecipi ci rende apatici perché è un qualcosa che non ci riguarda. Le emozioni che viviamo non ci spingono ad un’azione ma vengono consumate come forma d’intrattenimento. Il mondo che passa sui nostri schermi diventa e si confonde con una delle tante fiction che guardiamo. Ironia della sorte, Internet avrebbe dovuto aumentare l’interattività trasformando i propri fruitori da puri e semplici ricevitori in emittenti. Tramite la rete, il mondo non solo sarebbe venuto da noi, ma noi saremmo andati da lui. Quello che mi sembra di notare e che tutto questo non è avvenuto. Certo internet mantiene tutte le sue potenzialità di interazione, ma educati all’uso della televisione, molte di queste potenzialità non vengono sfruttate. Per mancanza di idee, di cultura o spirito critico, il mondo continua a venire da noi. Anzi, permettiamo solo a quella parte di mondo che si allinea con il nostro pensiero di venire da noi: appena qualcosa ci disturba, questa viene semplicemente filtrata! Alternativamente, si cerca nella marea di informazioni fornite dalla rete un link che dimostri il contrario o ci permetta di relativizzare l’informazione contrastante, attenuando in questa maniera il divario tra il nostro pensiero e la verità. Sempre Gunther Anders parla di “familiarizzazione del mondo” nel senso che “persone, cose, avvenimenti e situazioni estranei ci vengono presentati come se ci fossero familiari, ossia in una condizione familiarizzata” con la conseguenza neutralizzazione. La sofferenza altrui viene familiarizzata e comparata alla propria e tutto diventa secondario davanti ai propri problemi personali: “Tutti a pensare ai migranti e chi pensa a me?”, come se il pericolo di perdere la vita in mare, essere torturati nei lager libici, il fuggire da regimi repressivi sia paragonabile alle difficoltà medie di una persona che vive in occidente. Questo non significa che l’uomo occidentale non sia autorizzato a lamentarsi o che le sue difficoltà non sono reali o poco importanti. Significa semplicemente che non possiamo familiarizzare e mettere tutto sullo stesso livello, non possiamo usare la nostra esperienza personale come unico filtro per giudicare la realtà perché si finisce nel mettere tutto sullo stesso piano, senza nessuna distinzione, rendendoci apatici alla sofferenza degli altri. Non possiamo continuare a neutralizzare il mondo esteriore solo perché non ci permette di essere vittima e di giustificare il nostro malcontento.

Un altro elemento che contribuisce alla radicalizzazione di chi usa i social è il fatto che solo informazioni ad alto contenuto emotivo diventano virali. La condivisione di un qualcosa è soprattutto un atto impulsivo, una decisione presa in una frazione di secondo mossa dall’urgenza di appagare l’impeto emotivo che un titolo o una foto crea. Questa è la ragione per cui tendiamo a condividere articoli sulla base del titolo senza leggerli; ragione che impone titoli drammatici a notizie normali per permettere la rapida diffusione e condivisione a fini pubblicitari. Lunghi articoli esplicativi non vengono condivisi così velocemente come meme, titoli drammatici o piccoli commenti miranti a far arrabbiare (anche divertire). Questa è una delle ragioni per cui le “Fake News” si diffondono più velocemente della verità, perché esse sono costruite non per informare ma per allarmare e diventare virali in un breve lasso di tempo. La poca propensione alla riflessione e alla lettura insieme alla tendenza a condividere solo quello che ci colpisce emotivamente fa sì che la rete diventi un contenitore di parole d’ordine e rabbia; una tragica cassa di risonanza di tutto ciò che sia distruttivo. Il male, e in genere tutto quello che non va bene, fa sempre più rumore di ciò che sia positivo. Un proverbio africano ci ricorda che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Fortune elettorali sono ormai costruite sfruttando questo. Si dà in pasto alla rete informazioni non necessariamente completamente false, ma comunque con un tono e un punto di vista che genera indignazione e rabbia. In questo contesto, le informazioni politiche che passano sulla rete si soffermano solo e soltanto sul negativo. La rete diventa un posto non per raccogliere informazioni e discutere ma per mostrare la propria indignazione. I commenti si fanno brevi, il sarcasmo diventa norma e la propria indignazione è la sola verità a cui tutti si devono adeguare. Invece di uno scambio di opinioni si ha un confronto a chi sia più indignato attraverso un rinfacciarsi continuo di scandali. In poche parole il famoso “Eh i marò?” oppure “E allora il PD? (da cambiare con Berlusconi a seconda delle circostanze) non mirano alla ricerca comune della verità ma a silenziare non chi dissente ma soprattutto la propria coscienza e il proprio spirito critico. Se riflettiamo sul fatto che una buona parte degli elettori si informa solo e soltanto su internet, capiamo bene che la realtà che una persona si costruisce riflette quello della rete: una realtà rabbiosa e indignata che si sposa benissimo con la necessità di sentirsi vittime per giustificare sé stessi (altro uso privato della politica).

Se nel passato recente mostrare indifferenza o disprezzo nei confronti del dolore altrui portava ad essere messi da parte obbligando a stare attenti a quello che si diceva, con i social tutto diventa possibile. In rete è sempre possibile trovare persone che la pensano come te non importa quello che pensi. Questo dà forza e non fa sentire soli. In questa maniera si diventa parte di un branco che permette la deresponsabilizzazione. Una volta deresponsabilizzati ci si sente autorizzati a dire quello che si vuole anche nel nome della libertà di pensiero. Una distorta visione della democrazia autorizza a dire che un’opinione vale un’altra, non importa quanto questa sia ancorata alla verità e poco importa che la democrazia non si basi solo e soltanto sulla libertà di pensiero ma anche sul rispetto degli individui. Messo da parte il “politicaly correct” e con politici che sguazzano nell’odio con il loro linguaggio per accaparrare consenso, la rete diventa la cassa di risonanza di un odio crescente. Chi cerca di ragionare viene silenziato con offese che non ammettono replica. La ragione viene messa da parte dal branco che viene aizzato e attirato dalla violenza verbale. Chi sfoga il proprio malessere trova subito sintonia e appoggio. In questa maniera, le maggioranze silenziose sono messe da parte e diventano sempre più piccole  silenziate da minoranze rumorose sempre più grandi mosse da un odio crescente e sempre più condiviso. Quello che conta non è la ragione ma quello che si sente, gli altri sono tenuti ad accettarlo o a rigettarlo. Chi accetta fa parte della propria tribù, chi dissente diventa automaticamente un nemico da distruggere. Tornando alle folle naziste, la rete e i social diventano in questa le nuove piazze dove ritrovarsi e farsi forza a vicenda. Far parte di questa piazza spesso non è una libera scelta ma quasi un obbligo per trovare accettazione da parte dei propri amici, per non sentirsi soli o semplicemente per spirito di emulazione confondendo il consenso che un’opinione ha con virtù e verità.

Con questi effetti, i social non stanno solo emarginando la sinistra ma contribuiscono a un’egemonia culturale che esalta il singolo, i suoi problemi e la sua rabbia a scapito di una visione comune ed egalitaria. L’indifferenza verso la sofferenza, l’odio e la rabbia generata e amplificata dai social mettono a repentaglio la stessa democrazia perché radicalizzano l’elettorato. Nel passato in presenza di minoranze rumorose che scendevano in strada vi era una maggioranza silenziosa che faceva sentire il proprio peso al momento del voto e che controbilanciava le spinte estremiste di queste minoranze. Una maggioranza silenziosa poco propensa ai cambiamenti radicali che preferiva la continuità agli strappi. Questa maggioranza silenziosa coincideva con il ceto medio conservatore poco ideologizzato. In altre parole, questa maggioranza silenziosa costituiva il cosiddetto centro. Le forze politiche per vincere le elezioni erano costrette a tagliare o a silenziare i propri estremi per non spaventare i moderati. Questo portava le forze politiche ad assomigliarsi sempre di più permettendo comunque il mantenimento della democrazia che ha sempre sofferto la presenza al proprio interno di forze radicali. Nel giro di pochi anni, l’elettorato si è però radicalizzato (non solo per colpa di internet) e i partiti fotocopia non sono più in grado di attirare il voto a scapito dei Salvini e dei Trump di turno che riescono ad apparire diversi. Questa radicalizzazione è prima di tutto sentimentale e poi politica. I politici che hanno capito la rabbia e l’hanno aizzata hanno vinto le elezioni. Questi politici attirano voti al di là degli schieramenti perché non attirano menti ma anime arrabbiate. La democrazia negli anni 20 del secolo scorso si è arresa al fascismo perché non ha più trovato il sostegno delle classi medie. Il fascismo è stata la rivoluzione delle classi medie estremizzate dalla crisi, dalla minaccia del proletariato organizzato e dall’odio verso le classi dei ricchi industriali. Per certi versi stiamo vivendo un’altra rivoluzione/radicalizzazione delle classi medie che probabilmente non porterà ad un’altra marcia su Roma ma a democrazie illiberali dove la democrazia esiste solo formalmente. In Italia per esempio, la fine di questo centro moderato è testimoniato dalla sconfitta del PD, dalla scomparsa della pletora dei partiti centristi che si rifacevano alla democrazia cristiana e anche dal ridimensionamento di Forza Italia che nel bene e nel male raccoglieva il voto del ceto medio spina dorsale della maggioranza silenziosa. Parafrasando De André, se la maggioranza silenziosa nel passato votava affinché:

“… tutto sia come prima 
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare”

Ora sono loro che bussano alle porte per gridare più forte. Non cercano giustizia ma sfogo alla propria rabbia. Cercano ancora sicurezza per sé stessi ma disciplina per gli altri. La paura di cambiare esiste ancora ma è la paura di diventare ultimi come negli anni 20, la paura di perdere il gioco dell’invidia sui social, la paura di cambiare e trovarsi in un posto dove si è irrilevanti.

Questo non significa che dobbiamo chiudere i social. La tecnologia avanza a passi da giganti ma l’uomo è limitato, obsoleto direbbe appunto Gunther Anders. L’uomo ha difficoltà nel cambiare e nel mettersi al passo con i cambiamenti tecnologici. Quello che abbiamo bisogno è un’educazione sentimentale e critica che ci permetta di usufruire dei social senza trasformarli in armi di distruzioni delle nostre vite e dei nostri sistemi sociali. Ci vorrà tempo e tanto lavoro per colmare questo divario tra quello che siamo ora e quella condizione che ci permetta di usare la tecnologia in maniera costruttiva. Probabilmente quanto avremmo colmato lo spazio, la tecnologia avrà fatto un altro balzo in avanti obbligandoci a colmare un altro vuoto. Comunque è necessario uno sforzo per colmare quel vuoto a partire dalle scuole e dall’educazione che viene impartita che non può più ignorare il mondo virtuale. I politici, gli intellettuali e chiunque abbia a cuore il futuro della nostra democrazia dovrebbe fare uno sforzo a non lasciarsi andare alla propria rabbia o usare quella rabbia per creare dei branchi pronti a seguirli senza discussione. Se non chiudiamo quel vuoto, la democrazia rischia di scomparire al suo interno. Questo non riguarda solo i social e come vengono vissuti o usati (Cambridge Analytics). Tutti i cambiamenti tecnologici avvengono in maniera così rapida da creare immediatamente un vuoto tra uomo e tecnologia senza donarci la possibilità di valutare completamente gli effetti. L’unica speranza è che prevalga il buon senso ma senza educazione e ragione tutto diventa difficile. Ragione ed educazione (in tutti i suoi significati) sono proprio quello che alla rete sembra mancare al momento.

 

Il contratto Lega-M5S come strumento di ricerca del consenso

 

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In un’epoca priva di contenuti e senza un’idea di futuro, la politica non può fare altro che ripiegarsi sulla personalizzazione, all’uso delle parole per vendere un qualcosa e la spettacolarizzazione di tutto quello che avviene sulla scena politica. La formazione di questo nuovo governo non si sottrae purtroppo a questa logica. Partiamo dall’uso del termine contratto (senza concentrarsi troppo sul fatto che sia molto generico e che non fornisce la maniera con cui finanziare le proposte contenute). L’idea che si vuol far passare è che sia vincolante e che le parti che firmano il contratto siano in qualche maniera costrette alla sua realizzazione. L’idea é quella del contratto firmato tra due privati, dove le parti si riservano il diritto di portare l’altra parte davanti ad un giudice se inadempiente. Questo non avviene in politica. Non puoi portare un partito politico davanti alla corte costituzionale, fargli pagare una multa o non farli partecipare alle prossime elezioni per sanzione l’inadempienza. L’unica sanzione è di natura politica ovvero la possibilità di ritirare la fiducia al governo. La sanzione politica è alla base di qualsiasi alleanza all’interno di un sistema politico pluripartitico, il prezzo da pagare se si rompono i patti. Nulla di nuovo sotto al cielo tranne l’uso a fini propagandistici (legittimo) del termine contratto per far passare l’idea di un qualcosa che non c’è e per non usare il termine alleanza perché entrambe le forze politiche coinvolte sono interessate a mantenere la propria “purezza” davanti a propri elettori. Se le cose si dovessero mettere male, possono sempre tornare dai propri elettori e accusare l’altra parte di aver rotto il contratto e che il governo era dettato dal senso di responsabilità che li ha costretti a trovare un’intesa con una forza rivale.

Passiamo alla votazione on line mettendo da parte le osservazioni del garante della privacy sulla piattaforma. L’dea alla base è lodevole: chiedere ai propri militanti di approvare un qualcosa deciso dai vertici del partito e spero che la politica vada sempre più in questa direzione anche se è tutto da capire come. Il problema è che la democrazia all’interno di un partito come la democrazia in generale non può limitarsi solo e soltanto al voto. Che senso ha organizzare il voto senza un minimo di discussione dove contrari e favorevoli possono discutere? Il voto è fatto tutto in un giorno e mi domando in quanti abbiano veramente letto l’intero documento. Anche la domanda sulla piattaforma Rousseau è posta in maniera da evitare un dibattito e per spingere verso il SI. La domanda è stata formulata nella maniera seguente “Approvi il contratto del governo del cambiamento?” . Naturale che uno voti si. In fondo chi è contro il cambiamento? A che é servito votare M5S se non per il cambiamento? In altre parole, la domanda non è neutra ma è una “loaded question” ovvero una domanda elaborata in maniera tale da stimolare una determinata risposta. Chi fa seriamente indagini di mercato conosce bene i pericoli di una domanda del genere all’interno di un questionario… oppure lo costruisce in maniera tale da influenzare i risultati. Se a questo aggiungiamo il fatto che si è votato senza nemmeno sapere chi avrebbe occupato il ruolo di Presidente del Consiglio si capisce che quel voto non ha nulla a che fare con la democrazia interna di una forza politica ma é uno strumento per rafforzare il consenso.

Senza un vero dibattito, alla fine ci si affida al proprio leader (personalizzazione) e si vota sulla fiducia che si ha in lui. Non a caso il voto online é stato introdotto da un video di Di Maio dove spiega le ragioni per cui votare un “SI” e su come quel contratto sia un successo senza che un’opinione contraria sia ascoltata. La personalizzazione e la seguente demagogia alla base di essa sono il pericolo di tutti i sistemi a democrazia diretta dove non esistono corpi intermedi che organizzano, conducono e animano il dibattito politico riducendo la democrazia a pura retorica. In Germania, i socialdemocratici hanno chiesto ai loro elettori di approvare la Große Koalition ma vi é stato un lungo e lacerante dibattito interno. L’accordo di coalizione fu firmato il 7 Febbraio mentre i militanti socialdemocratici hanno votato a Marzo. Il voto online cosi come è stato organizzato serve solamente alla spettacolarizzazione della politica con un obiettivo preciso: la “tribalizzazione” del consenso. Gli elettori vengono fidelizzati e ancorati ad un partito usando le dinamiche psicologiche di un gruppo. Creando un nemico (la Kasta), facendoli sentire speciali (siamo gli onesti e nel giusto) e coinvolgendoli attraverso queste operazioni in maniere da aumentare il sunk cost (tempo perso ed investimento emotivo). Bisogna ammetterlo, la Casaleggio ci sa fare. Non a caso si occupa di comunicazione.

 

 

 

La veritá utile

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Nelle ultime settimane si é fatto un gran parlare di post-veritá riguardo le bufale che circolano su internet.  Notizie inventate di sana pianta, o esageratamente gonfiate, imperversano ormai sui social network e non hanno difficoltá a trovare creduloni pronti a condividere e indignarsi, prendendo per buono qualsiasi cosa che rafforzi il proprio pregiudizio. Le ragioni dietro la creazione di queste notizie non é un mistero. Da una parte c’é gente che specula sulla credulitá delle persone convertendo il traffico di visite in moneta sonante tramite la pubblicitá on line. Dall’altra parte si cerca di alterare l’umore degli elettori creando un sentimento di rabbia e frustrazione da dirigere contro governi, politici e istituzioni. In una fase storica dominata dalla frammentazione dei mezzi di comunicazione e con il voto deciso su base emotiva piú che razionale, le elezioni si vincono giocando sui sentimenti e la percezione della realtá da parte degli elettori. Se é facile capire le ragioni dietro la creazione delle cosidette bufale, un po’ meno e soprattutto meno discussa é la ragione per cui queste bufale hanno successo e persistono sui social. Troppo facile limitarsi alla scarsa istruzione delle persone o alla loro credulitá. Siamo tutti vittime di bufale in una maniera o nell’altra, non importa la nostra istruzione o il nostro scetticismo.

Evitando da una parte speculazioni filosofiche che negano il concetto di veritá e dall’altra parte i dogmi religiosi che affermano che esiste una sola veritá assoluta chiamata Dio, il concetto comune di veritá si rifá al pensiero scientifico. Per veritá si intende un concetto, idea o giudizio che é coerente e non in contrasto con la realtá oggettiva. Condividendo il pensiero di Popper,  non possiamo mai arrivare alla veritá assoluta o essere sicuri di essa, quello che possiamo fare é cercare di avvicinarsi il piú possibile. Essere nel vero significa sforzarsi per essere il piú vicino possibile alla veritá abbracciando la tesi che piú appare aderente alla realtá delle cose . Nel mondo scientifico, significa per esempio rinunciare a una teoria quando una migliore viene presentata. Perché teorie del complotto (dai retilliani alle scie chimiche) hanno migliaia di seguaci quando la rete é piena di informazioni che le smentiscono? Da un punto di vista politico, perché si continua a credere ai doni di Putin, ai terremoti declassati o agli immigrati in hotel a 5 stelle con piscine e sauna? Perché allora le bufale resistono quando sono chiaramente inventate?

Il problema é proprio quello di partire da un’idea scientifica di veritá, evitando di prendere in considerazione la sua parte emotiva. Quando si condivide una bufala su internet, il fatto che il nostro giudizio o pensiero sia in linea con la realtá  non é importante. Un qualcosa é vero o falso a seconda se  é utile o meno, non perché essa sia coerente con una realtá oggettiva. Un qualcosa é vero non perché rispetta il principio di non contraddizione ma perché serve alla nostra sfera emotiva. Quello che cerchiamo non é una veritá assoluta, arida e immobile ma una “veritá utile” che é fluida, relativa ma soprattutto confortante.

Proviamo a dare qualche esempio su cosa riteniamo per “veritá utile”. La gente crede alle scie chimiche per diverse ragioni. Il complotto da un senso alle loro esistenze: la lotta contro gli untori del cielo li fa sentire eroi. Essere in pochi a crederlo rafforza la loro adesione, gli dá una ragione per guardare tutti dall’alto in basso e sentirsi meglio aumentando la propria autostima:“Guarda tutta questa gente istruita che non si accorge di cosa sta accadendo sulle loro testa. Io alzo la testa e osservo, a me non mi fregano”. Il complotto giustifica anche le loro (vere o presunte) miserie esistenziali: “La mia infelicitá non dipende da me ma da oscure forze che dominano e controllano il mondo che agiscono contro i miei interessi”. Possiamo fornire tutte le informazioni o prove che vogliamo, si continuerá a credere in un qualcosa che serve alle loro vite. La veritá nel puro senso della parola non ha l’obbiettivo di farci star meglio, al contrario spesso la veritá  fa male perché distrugge le nostre illusioni. Per questo motivo, approcciamo la realtá assorbendo e ritenendo vero solo quello che serve a farci star meglio.

Da un punto di vista politico, le bufale sono una delle essenze del populismo. Come spiegato in precedenza, il populismo ha succsso perche semplfica la realtá e la rende comprensibile. La post-veritá ha proprio lo scopo di semplificare la realtá e renderla piú comprensibile.  Le bufale sugli immigrati vanno per la maggiore perché identificano un nemico, danno la ragione per cui non troviamo lavoro, spiega perché i governi sono inefficaci, permettono di canalizzare la nostra frustrazione quotidiana e danno una speranza e il controllo della situazione (per star meglio basta mandare a casa tutti).

In un’era dove tutto é misurato dall’utilitá e caratterizzato dalla ricerca del piacere immediato, la veritá non ha fatto altro che piegarsi allo spirito del tempo. Essere nel vero non e’ piú un principio, un fine a se stesso per uscire dallo stato di bruti per vivere in “virtude e conoscenza” che da solo vale la pena di perseguire. Ha valore essere nel vero e pagare un prezzo (il tempo che spendiamo nella ricerca e nella riflessione) solo se é utile alla nostra persona procurandoci un piacere immediato. La “veritá utile” riduce tutto a opinione senza l’obbligo di cambiarla se non aderisce ai fatti. Se la dicotomia tra opinione e veritá diventa insostenibile, allora ci si rifugia in complotti o interpretazioni dei fatti tali da non obbligarci a cambiare opinione. Quando crediamo in qualcosa e ci facciamo porta bandiera di un’idea (dalle scie chimiche ad una ideologia politica), facciamo un investimento emotivo. Cambiare idea significherebbe non solo ammettere di avere torto ma anche mettere in crisi una parte della propria identitá rendendo vano tutto l’investimento emotive fatto in qualcosa.

Nell’epoca dei social network, l’invesimento emotivo diventa ancora piú alto e piú difficile da rinunciare. Se passiamo anni a condividere articoli su scie chimiche, diventerá piú difficile ammettere di essersi sbagliati. La veritá utile viene in soccorso, riducendo il pericolo e la necessitá di fare quel costoso passo indietro. Alla fine la veritá utile é un guscio, un mondo irreale fatto a nostra immagine e somiglianza in cui rifugiarsi. Un mondo in cui siamo noi in controllo, dove le contraddizioni del mondo reale spariscono non obbligandoci al faticoso tentativo di comprendere la realtá. In un mondo dominato dall’edonismo e dal costante intratenimento, la veritá utile é la soluzione perfetta  e pigra per rinunciare al tentativo di elevarsi culturalmente. Quello che impariamo dalla cosidettá universitá della vita (le informazioni che troviamo sulla rete spesso provenienti da fonti per lo meno dubbie) su qualsiasi argomento ci permette di non sentirci a disagio davanti a chi ha magari speso una vita di studi su quell’argomento. L’universitá della vita ci fa sentire meglio riguardo la nostra ignoranza perché ci fa sentire saggi e non vittime della manipolazione e della falsitá delle istituzioni culturali tradizionali. Se l’attacco alle elite é una delle caratteristiche del populismo, la veritá utile é uno degli strumenti a sua disposizione per deligittimare e sminuire il peso degli intelettuali e impostare il dibattitto politico non sulla razionalitá ma sull’emotivitá. Per questo motivo, le varie bufale e teorie del complotto possono anche farci ridere ma sono pericolose in quanto erodono la democrazia inquinando il dibattito politico.                   

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La pessima lettera di Renzi agli italiani all’estero

Pd: Renzi, sul carro non si sale, le idee sono quelle

 

Oggi ho ricevuto finalmente la lettera di Renzi per convincermi a votare SI. Furbate a parte (l’averla mandata troppo tardi quando io e tanta altra gente ha giá votato e aver riportato un link sbagliato che porta ad una pagina che spiega le ragioni del NO) mi ha molto colpito il tono e le parole usate.

Questa lettera é un ulteriore conferma di quanto poco a sinistra sia Renzi e chi gestisce la sua comunicazione. E’ chiaro che stia cercando di sfondare a destra ma cosi snatura il PD mandando un messaggio confuso che risulterá debole davanti a chi ha un messaggio piú chiaro. La lettera é intrisa di sciovinismo nazionale tipico di un leader di destra. La lettera inizia cosi “nessuno meglio di voi , che vivete all’estero, sa quanto sia importante che il nostro paese sia rispettato fuori dai confini nazionali” per poi continuare “dare dell’Italia un immagine diversa”, “l’onore e l’emozione di rappresentare il paese”, “ogni volta che ho sentito risuonare l’inno di Mameli con voi, ogni volta che incrociato i vostri sguardi orgogliosi”, “l’italia, dicevamo, ha un enorme bisogno di essere rispettata all’estero” . Dopo questa sviolinata in salsa patriotica, dedica un paio di paragrafi alla riforma per poi tornare a fare appello alle emozioni di italiano all’estero chiedendo il suo aiuto per “continuare ad andare avanti” per evitare di “tornare ad essere quelli di cui all’estero si sghignazza” . Capisco che tanti italiani all’estero siano tendenzialmente a destra (soprattutto le vecchie generazioni) ma questo tono nazionalpopolare non dovrebbe appartenere ad un leader progressista.

Su 14 paragrafi, solo 3 entrano nel merito della riforma il resto é un richiamo alle emozioni. Quando il contenuto del messaggio é debole, non resta che puntare alle emozioni. Qualcuno si appella alla pancia mentre altri fanno appello ad un machismo nazionalista. Normale che il dibattito che si sviluppa é pessimo e la gente non vota nel merito. Piú il pensiero e la politica sono deboli, piú ci si affida agli strateghi della comunicazione. Magari saranno anche bravi a vendere nel breve periodo l’immagine di un politico come fosse un profumo,   nel lungo periodo peró a rimetterci sono la democrazia, intesa come confronto di idee, e la capacitá di avere una visione del futuro. Tutto si riduce al breve periodo dove si fa appelo agli indecisi trattando il voto come atto impulsivo. Magari vinci le elezioni ma lo stare dietro ai capricci e alla volatilitá degli elettori ti condanna all’immobilitá e a snaturare la tua storia politica.

Renzi sará per la sinistra quello che Berlusconi é stato per la destra. Due leader che hanno snaturato le storie a cui dicono di far riferimento. Una volta svuotata questa storia (il brand per continuare ad usare termini di marketing), la scena politica appartiene solo e soltanto a chi ogni volta fa appello alla pancia. Questa lettera é un altro esempio di questo declino, un’altra dimostrazione della resa della politica davanti alle logiche della comunicazione.

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Trump é anche figlio di Obama

Donald Trump

Le ragioni di successo di un politico sono sempre molteplici. Le vittorie elettorali sono come oceani che ricevono acqua da infiniti fiumi. Abbiamo giá analizzato le tante ragioni dell’ascesa politica del miliardario americano ma uno di questi fiumi, che ha creato involontariamente l’oceano Trump, si chiama Obama. Non parlo solo del risentimento di quell’america bianca che non ha mai accettato un presidente nero. Il fenomeno Trump nasce da quel “Yes ,we can”. Quel motto e le speranze create da Obama hanno illuso gli americani e rafforzato l’idea che la realtá é la diretta conseguenza delle decisioni del potere politico. Quello slogan ha fatto credere che i nostri problemi e la tristezza del presente siano figli semplicemente della volontá di chi é al potere. Basta mettere al potere la persona giusta e tutto si aggiusta. La politica ha in se la capacitá di cambiare le cose ma questa visione non tiene in considerazione tutta una serie di fattori che ostacolano e limitano il potere politico.

Il potere politico non é mai fortunatamente libero di fare quello che vuole e cambiare le cose a suo piacimento perché deve fare i conti con altri fattori (dall’economia ad un congresso a maggioranza republicano, dalle decisioni di altri paesi ai gruppi di interessi organizzati). Promettere o vendere una visione non é mai difficile, il problema é realizzare questi sogni anche se si é mossi da buone intenzioni. Il presente é il frutto di tante forze che interagiscono e che magari traggono vantaggio dalla situazione attuale e che apertamente, o dietro le quinte, si opporanno al cambiamento rendendolo piú difficile.

Obama ha rimesso in piedi l’economia americana, ha ridato lavoro a tanti americani, ha assicurato la copertura sanitaria ma non é stato abastanza. “It is economy, stupid” non é stato abbastanza perché quello che é stato fatto non é all’altezza delle premesse e del sogno venduto ovvero del “Yes, we can”. Trump nella campagna elettorale non ha fatto altro che dire quanto sia bravo in tutto, ponendosi come la persona che cambia la realtá regalando la prosperitá a tutti. Gli é bastato apparire diverso e lontano da chi é giá andato al potere per vincere le elezioni (colleggi elettorali a parte).  Anche lui deluderá perché quel sogno é irrealizzabile. Se vogliamo salvare la democrazia dal ciclo promesse/delusione,  dobbiamo fare i conti con le nostre aspettative e renderci conto che le risorse non sono infinite eil nostro pianeta é al collasso e la felicitá non dipende solo dalle ricchezze materiali.

Un cambiamento duraturo puó avvenire soltanto tramite il cambiamento della cultura dominante. Purtroppo questo richiede tempo che i politici non hanno a disposizione. La politica si é trasformata in marketing con un orizzonte politico che non va oltre le prossime elezioni. Purtroppo in una societá che ragiona solo di pancia, i cambiamenti sono prodotti in situazioni critiche quando le alternative si sono esaurite. Questo è il caso del riscaldamento globale sperando che quando il cambio sarà l’unica alternativa non sia troppo tardi.

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Terrorismo 2.0 e il suo brand

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L’aspetto forse piú sconcertante dei fatti di Nizza é che l’autore dell’attentato  era uno sconosciuto per le forze dell’ordine in quanto non era stato mai associato a gruppi estremisti. Mohamed Lahouaiej Bouhlel era un perfetto uomo qualunque, diventato lupo solitario all’improvviso. Questo aspetto contrasta l’idea che spesso si ha dell’ISIS o di Al-Quaeda come organizzazioni terroristiche dotate di un vertice e organizzate in cellule. Questa visione sbagliata deriva dalla maniera in cui le organizzazioni terroristiche hanno sempre agito in Europa,  le brigate rosse per fare un esempio. Se questa fosse la maniera in cui il terrorismo islamico é organizzato, basterebbe un maggior controllo del territorio e un coordinamento delle itelligence per batterlo. Per smantellare un’organizzazione terroristica organizzata in questa maniera basterebbe seguire il flusso di armi o denaro, infiltrare operatori di polizia al loro interno o semplicemente fare in maniera che uno dei terroristi inizi a collaborare per far crollare il castello di carta. Come i fatti di Nizza hanno purtroppo dimostrato,  il terrorismo islamico funziona in maniera diversa: non ha bisogno di strutture o catene di comando (per l’ISIS questo vale soprattutto in Europa), ne’ tantomeno di cellule interconnesse dedite al recrutamento o all’attuazione dei massacri. In poche parole, la maniera in cui sono organizzati non offre la possibilita’ di trovare il filo per sciogliere la matassa.  Il terrorismo islamico non e’ dotato di un corpo da ricercare e fermare ma é qualcosa di piu’ sfuggente e inafferabbile. Il terrorismo islamico funziona piu’ come un brand e capire la maniera in cui opera é importante per attuare una strategia che possa contrastarlo.

Per un qualsiasi prodotto, un brand é molto piú di un logo o uno slogan. Il brand é soprattutto carico di un significato che i responsabili di marketing cercano di associare al prodotto. Questo significato o i valori associati al prodotto permettono all’azienda di differenziarsi e di fidelizzare il cliente. Non compriamo cose solo per il loro uso ma anche per associare noi stessi a un’idea che il prodotto trasmette. Per esempio, perché una persona comprerebbe mai una Ferrari? Certamente non per l’uso dato che anche una normale utilitaria permetterebbe di spostarsi da un punto A ad un punto B. Per la bellezza? Ci sono tante macchine sportive altrettanto accattivanti ad un costo molto inferiore. La gente compra Ferrari perché significa successo, possedere una Ferrari significa dire al mondo io sono al vertice perché me la posso permettere. In un’epoca dominata dal nichilismo con persone in cerca di un’identitá che possa dare una direzione, cosa compriamo serve anche a dire chi siamo. Nella stessa maniera, l’ISIS ha creato un brand con cui estremizza e recruta tanti giovani, spingendoli a compiere atti cruenti anche senza mai essere andati in Siria o entrati direttamente in contatto  con un’organizzazione terroristica. Il brand permette il recrutamento di terroristi slegati tra loro e quindi impossibile da stanare e fermare in anticipo. Questo permette all’estremismo islamico di avere un  potenziale immenso esercito di dormienti  che non bisogna addestrare ma semplicemente spingere all’azione:

“Se non siete in possesso di pallottole o di ordigni, afferrate una pietra e spaccategli la testa. Oppure uccidente con un coltello. O investitelo con un’auto. Gettatelo dall’alto di un palazzo. O strangolatelo con le mani. Usate il veleno!”.

Questo brand viene costruito on line attraverso video di propaganda che vengono visti soprattutto dai giovani che possono decidere di partire per la Siria o semplicemente diventare martiri in qualche angolo d’Europa. Video che mostrano i combattenti dell’ISIS come novelli rambo senza paura, come se la guerra fosse un video gioco. Quello che l’ISIS vende é la possibilita di diventare un qualcuno e di dare un significato alla propria esistenza attraverso una causa. Quali sono i significati e i valori associati a questo “prodotto”? Il coraggio, la possibilitá di dirsi “buoni islamici”, l’eroismo del buono che combatte il male, diventare guerrieri di una guerra santa etc. Cosi come il populismo attira tanti giovani europei dando l’illusione di essere dei ribelli che operano per il cambiamento contro vari nemici, cosi il fondamentalismo islamico dá la possibilita a tanti giovani musulmani la possibilitá di diventare ribelli e combattere quella societá che li ha emarginati e costretti a vivere in grandi periferie senza speranza perché il liberismo economico ha distrutto la possibilitá di un riscatto sociale.

Combattere il terrorismo con bombe, limitando i diritti o trattando tutti gli islamici come nemici o cittadini di serie B farebbe proprio il gioco dell’ISIS perché rafforzerebbe l’appeal del loro prodotto. Piú si emarginano i giovani islamici trattandoli come nemici, piú grande diventa il risentimento di questi ultimi nei confronti delle societá che li esclude e degli stati che li trattano come potenziali nemici. Il risultato finale e’ rafforzare la propaganda dell’estremismo religioso e del potere seduttivo del brand “terrorismo islamico”. Quello che servirebbe invece é  qualcosa di piú sottile, distruggere il brand minuziosamente creato dalla propaganda fondamentalista, ragionamento troppo sottile in una clima dominato da politici e opinionisti assetati di vendetta.

Perche’ Trump?

Donald Trump

Non sono americano e non vivo negli USA per dare delle risposte definitive ma qualche riflessione su Trump si puo’ fare dato che il fenomeno e’ simile a quello attraversato da tante (se non tutte) le democrazie occidentali.

Prima di tutto vi e’ una componente populista. Trump riesce a semplificare il discorso politico dando poche certezze in un’epoca che non ne ha. Semplifica la realtà dando soluzioni semplici anche se non funzioneranno. All’elettore basta e avanza perché gli verra’ dato una chiave di lettura di quello che lo circonda dandogli piu’ sicurezza. Cio’ che si conosce non spaventa e attraverso le parole di Trump si ha l’illusione di capire quello che succede e cio’ che serve per far tornare l’america grande di nuovo.

Umberto Eco ci ha lasciato ricordandoci come la rete ha dato la voce a tanti imbecilli. Il risultato e’ un dibattito politico che tende al basso e vince non chi dice qualcosa di intelligente ma quello che l’imbecille vuole ascoltare. Il voto di una persona intelligente o istruita vale quando quella di chi non sa nemmeno per cosa vota e alla fine il politico le elezioni le vince raccogliendo piu’ voti possibili e non convicendo piu’ persone sagge possibili. Non a caso Trump ha affermato di amare i ‘the Poorly Educated’ ovvero quelli senza educazione.

La societa’ americane e’ fortemente individualistica e lui rappresenta il sogno, il modello a cui tutti volgiono aspirare: ricco, belle donne e famoso. Nel momento in cui i politici non vendono progetti ma la loro immagine, in una societa’ come quella americana essere Donald Trump aiuta. La crisi dei partiti e della politica ha portato a una forte personalizzazione della politica che raggiunge i suoi apici in elezioni di questo tipo. Quando qualcuno come la Palin o l’ultimo attore di Hollywood dichiara di appoggiare Trump le sue sue parole sono sempre le stesse: e’ un leader, e’ un vincente, e’ un combattente etc. I programmi e la visione di societa’ finiscono in secondo ordine. Nel momento che si assiste a uno scontro di personalita’, il dibattito diventa impossibile a uso e consumo degli imbecilli di Eco.

Naturalmente vi e’ il malcontento. Tutti non sono contenti della classe politica e vogliono un cambiamento radicale. Trump non viene dall’ establishment del partito repubblicano, non e’ un politico di professione e quindi rappresenta il cambiamento. Qualche parola va spesa su questo malcontento e cosa si intende per esso. Certamente vi e’ l’impoverimento della classe media, certamente ci sono disoccupati e questo spiegherebbe l’ascesa di Sanders ma non quella di Trump dato che proviene da quell’un per cento che fotte il resto del paese. Anche chi ha un lavoro si dice non contento, anche chi non nessun problema si dice non contento. Allora da dove viene questo malcontento anche da parte di chi ha un lavoro e puo’ permettersi una vacanza? Da una parte vi e’ la paura di perdere tutto (e per questo il diverso e’ una minaccia) dall’altra parte continuiamo a porci traguardi irraggiungibili. Il consumismo ci pone delle mete irraggiungibili attraverso i miti del marketing. Dobbiamo essere tristi e inappagati per continuare a comprare e naturalmente diamo la colpa ai politici quando non riusciamo a raggiungere quella perfezione promessa dalla pagine patinate dei nostri giornali.

Cosi come negli anni 20 con il fascismo l’Italia aveva messo in luce quei sentimenti che hanno portato in crisi le democrazie liberali, cosi l’Italia negli anni 90 con Berlusconi ha anticipato quel malessere che sta intaccando le democrazie al giorno d’oggi. Dovremmo finire di lamentarci che siamo indietro in tutto dato che purtroppo siamo dei precursori in politica.

Il lato oscuro della raccolta firme per il referendum per l’uscita dall’Euro

ref lira

Con la pubblicazione del video pubblicitario sulla rete, entra nel vivo la campagna del M5S per raccogliere le firme per un ipotetico referendum per uscire dall’Euro e tornare alla Lira. Non voglio entrare nel merito economico della questione avendo già ribadito la necessità di cambiare le regole alla base dell’Euro, non solo per porre un fine alle politiche liberiste, ma anche per limitare i danni alle nostre democrazie. Vorrei invece riflettere sul lato politico di questa iniziativa e sulle sue ripercussioni sul rapporto tra cittadini e istituzioni.

Questa raccolta di firme è inutile e non ci sarà nessun referendum perché’ verrà bocciato dalla Corte Costituzionale in base all’Art 75 della nostra costituzione:

“Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio di amnistia e di indulto  di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”

L’Euro fa parte di un trattato internazionale ed è anche un tema che ha un ambito tributario. Anche nel caso che sia una semplice raccolta di firme per un legge di iniziativa popolare per avere un referendum consultivo, la cosa non e’ possibile in quanto ci vuole una legge costituzionale ad hoc per averlo come nel caso del referndum del 1989 sulla trasformazione della Comunita’ Europea in Unione. Inoltre il referendum consultivo sarebbe comunque soggetto all’Art 74 della costituzione. Ammesso e concesso che si possa fare un referendum, non si deve dimenticare che non c’è nessuna clausola di uscita dall’Euro all’interno dei trattati che la regolano. Un’eventuale uscita andrebbe discussa con gli altri paesi rendendo il percorso meno facile di quanto il video del movimento grillino faccia pensare.

Perché allora il M5S sta raccogliendo le firme illudendo tanti italiani? Certamente quest’azione ha il fine di rafforzare il proprio consenso. Da una parte si marca la differenza con altri partiti (PD e Forza Italia), dall’altra si riappropria della bandiera anti-Euro per non lasciarla solo a Salvini e alla fine si raccoglie il voto dei tanti scontenti che attribuiscono ( in parte a ragione) le loro difficoltà economiche alla moneta unica. Questo però non è il solo aspetto. Vi è un altro aspetto da considerare che ha un risvolto molto più pericoloso a mio avviso. Attraverso questa raccolta di firme si cerca di radicalizzare il consenso cercando proprio la bocciatura della Corte Costituzionale.

Una volta che le firme sono raccolte e il referendum bocciato, il M5S attaccherà la Corte Costituzionale e la classe politica accusandole di essere sorde davanti alla volontà popolare. Le centinaia di persone (milioni?) che avranno firmato si sentiranno tradite e non rappresentate dalle istituzioni. La rabbia e la frustrazione generata saranno manna dal cielo per il movimento da un punto di vista elettorale. Fino a questo momento il M5S ha sfruttato la rabbia (giustificata) di tanta gente per creare consenso avendo il merito di averla indirizzata in una maniera non violenta. Il referendum per il ritorno alla Lira segna un nuovo modo di fare politica da parte del movimento: creare le condizioni per aumentare la rabbia e rafforzare il legame emotivo con i propri elettori.

Si potrebbe obbiettare che effettivamente la classe politica è sorda alle istanze popolari (vero) o che la raccolta firme è solo una maniera per creare il dibattito sul tema dell’Euro dato che ormai viene purtroppo visto come un dogma da buona parte della nostra classe dirigente. Queste obiezioni non giustificherebbero l’azione intrapresa. L’unico risultato che il movimento otterrà è l’aumento della rabbia degli italiani nei confronti delle istituzioni e delle regole democratiche. Una volta che le istituzioni perdono la loro legittimità e le regole del vivere comune hanno perso il loro valore, la fine della libertà è vicina. Giusto per evitare fraintendimenti, non vogliamo asserire che il M5S stia per instaurare una dittatura, quello che vogliamo affermare è che queste iniziative tendono a creare un clima culturale foriero di svolte autoritarie anche all’interno di un guscio vuoto apparentemente democratico. Le istituzioni sono l’incarnazione della nostra democrazia che si fa presenza e funziona attraverso di esse. La forza di una democrazia dipende dalla forza delle istituzioni. Una democrazia che cammina su delle istituzioni fragili e’ una democrazia destinata a cadere prima o poi.

Una forza politica responsabile dovrebbe lavorare per avvicinare le istituzioni ai cittadini e non dovrebbe mai intraprendere iniziative a scopo elettorale che hanno il solo scopo di fomentare la rabbia e il senso di distacco dei cittadini delle proprie istituzioni. E’ vero che per decenni la nostra classe politica ha utilizzato le istituzioni per i propri fini personali, ma si dovrebbe lavorare per cambiare la classe politica e porre un maggiore controllo democratico sulle istituzioni. Invece si fa l’esatto contrario, si creano le condizioni affinché’ tanti italiani si sentano traditi dalle proprie istituzioni.

Per questi motivi, la raccolta di firme per il ritorno alla Lira e’ una mossa populista che buttera’ altra benzina nel fuoco rancoroso di tanti italiani che sta consumando la loro fiducia nei confronti della democrazia. Tutte le forze politiche che si riconoscono nella nostra costituzione credendo nel principio democratico per gestire la vita di un paese dovrebbero lavorare per rafforzare le istituzioni e la fiducia in esse da parte dei cittadini. Le istituzioni e le persone che le compongono possono e devono essere soggetto di critica ma questa deve essere costruttiva e mirata a rafforzarle. Invece si continua a far confusione tra politici e istituzioni mandando tutto in malora non rendendosi conto in questa maniera l’unica cosa che va in malora e’ proprio la democrazia.

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