Archive | internet RSS for this section

M5S e identità: il capolavoro della Casaleggio Associati

M5S

Abbiamo già analizzato il concetto d’identità con riferimento all’uso dell’identità culturale evidenziando i rischi che questo concetto pone alla libertà. Nello stesso articolo avevamo brevemente accennato all’uso del concetto d’identità nella costruzione delle fortune politiche. Quello a cui le forze politiche mirano oggi é creare un’identità che viene indossata dall’elettore. Nel momento questa identità viene indossata sarà difficile per questo elettore aprirsi al confronto e magari cambiare idea. Il voto viene slegato da un progetto e diventa una maniera per costruire la propria identità personale. In un mondo post ideologico e con la politica privata di strumenti per risolvere i problemi del presente, la creazione di un’identità a uso e consumo degli elettori diventa una maniera efficace per creare un consenso duraturo. Una forza politica non e più una portatrice di istanze sociali ma diventa un brand dove i politici sono allo stesso tempo testimonial e marketer di quel brand. Al partito/brand vengono associate caratteristiche che gli elettori desiderano impossessarsi e impadronirsi in maniera indiretta. Il partito o uomo politico diventano un vestito da indossare che dice quello che siamo, quello che non siamo e nutre la nostra autostima. Se il partito crea un’immagine di onestà, di essere il voto delle persone intelligenti e di essere al passo con i tempi, attraverso il voto o il sostegno a quel partito la persona si sente onesta, intelligente e moderna. In questa maniera le politiche che vengono condotte diventano secondarie, perché il voto non ha nulla a che fare con un progetto politico ma aiuta a definirsi.

Per secoli l’identità personale ha svolto un ruolo secondario. L’individuo si definiva solo e soltanto attraverso la comunità di appartenenza e la sua vita aveva senso solo e soltanto all’interno della comunità. Non a caso, nell’antica Grecia, la pena più severa era l’esilio, ovvero l’esclusione di una persona dalla comunità che lo costringeva ad essere nessuno. Nel corso degli ultimi secoli abbiamo assistito alla lenta ma inesorabile emancipazione dell’individuo dalla comunità. Avendo acquistato la propria indipendenza, l’individuo è stato costretto non solo a decidere cosa fare con essa ma anche ad autodefinirsi davanti alla collettività e agli altri individui. Il tutto è stato aggravato dalla crisi delle ideologie, del senso religioso e soprattutto dalla società dei consumi che ha esasperato l’individualità al fine di vendere merci che vengono utilizzate non per soddisfare un bisogno ma per definirsi. La politica non ha fatto altro che adeguarsi sfruttando il bisogno dell’individuo di definirsi per creare il consenso.

L’uso dell’identità in politica è sempre esistito. Il definirsi comunisti faceva parte dell’identità di tante persone. Tantissima gente indossava (e tuttora indossa) t-shirt di Che Guevara, andava a manifestazioni e votava PCI senza sapere o la voglia di sapere cosa il comunismo implichi. Da questo l’incoerenza di tanta gente che oltre a definirsi comunista indossava il cosiddetto Rolex. Quello che contava per queste persone non era tanto l’ideologia ma la possibilità di far parte di un qualcosa che li aiutava a definirsi, essere riconosciuti dagli altri e far parte di qualcosa di più grande. Quello che caratterizza invece le nuove identità politiche è che sono costruite praticamente nel nulla in quanto, oltre a fornire una definizione di se stessi all’individuo, hanno ben poco altro. Il primo tentativo di far politica basando il proprio messaggio politico prevalentemente sull’identità è stato probabilmente Forza Italia. La creatura di Berlusconi infatti è nata negli uffici di Publitalia che ha forgiato il partito come un brand sfruttando il collasso delle ideologie e la crisi della politica italiana post tangentopoli. Berlusconi (come Trump oggi) vendeva l’idea di uomo di successo e chi lo votava, non solo aspirava al successo, ma se ne sentiva già parte. Votare Forza Italia significava essere moderni, rivoluzionari (la rivoluzione liberale), anticomunisti e contro i partiti.  Il Movimento 5 Stelle è una Forza Italia agli steroidi, un voto identitario potenziato dall’uso della rete. Oltre al vuoto ideologico, quello che caratterizza le nuove identità  sono la velocità con cui l’identità si crea e l’uso delle immagini a sostegno dell’identità, due caratteriste potenziate proprio dalla rete ma soffermiamoci prima sul vuoto ideologico.

Il non essere né di destra né di sinistra è il riassunto migliore di questo. Non si tratta semplicemente della mancanza di coordinate filosofiche o economiche ma soprattutto evidenzia l’assenza di un progetto coerente per il futuro. Quello che manca è un filo conduttore e una lista di sogni o progetti disparati non costituiscono una direzione.  Il programma politico e i discorsi del M5S sono basati su pochi temi ma di ampio consenso: temi poco divisivi (riduzione del costo della politica, lotta alla corruzione, rinnovamento della classe politica etc) o equilibrismi per non scontentare nessuno (dai vaccini alla posizione sulla Cirinná). In questa maniera ognuno ci vede quello che vuole nel M5S che è una delle ragioni dell’ampio consenso. La Casaleggio ha creato un brand che può essere adottato da chiunque sia insoddisfatto con la politica o con la situazione attuale. Il M5S è come una scatola vuota che viene riempita a seconda delle circostanze; i discorsi e le proposte cambiano a seconda della convenienza politica. Non ci sono principi ma solo posizione tattiche e i dietrofront sono la norma se capaci di portare consenso. Per esempio: la scorsa legislatura si era aperta con una proposta dal parte del M5S di una legge sullo Ius Soli molto più radicale di quella proposta dal Pd mentre ora vanno al governo con la Lega. Questo permette di adattare la propria comunicazione senza problemi a seconda degli umori del paese. Durante le settimane precedenti alla formazione del governo, Il M5S ha flirtato con Lega e PD senza colpo ferire come se fare un governo con uno o con l’altro fosse la stessa cosa. Questo è stato possibile perché i propri elettori votano M5S non per i contenuti ma per quello che il M5S permette loro di fare: la possibilità di darsi un’identità. L’essere associati al M5S permette di sentirsi nel giusto, onesti, moderni, in lotta conto il male rappresentato dalla vecchia politica, coraggiosi insomma degli eroi moderni che lottano contro il male. Essere Grillini infatti da la sensazione di essere degli eroi che combattono mafie, pidioti, mala politica etc. Il vestito che si indossa, la sensazione che quel vestito dona è più importante del contenuto. Il voto e la militanza virtuale nel M5S hanno una funzione personale piuttosto che politica. È una risposta ai propri bisogni personali piuttosto che una soluzione ai problemi collettivi. La Casaleggio considera il voto come una specie di valuta per comprare qualcosa che solo loro possono dare. Il M5S è una merce con una serie di benefici sull’autostima di tante persone che viene comprata appunto con il voto o con la militanza sui social. Il problema di un partito con contenuti sempre in trasformazione e con propri elettori che danno ai contenuti un’importanza secondaria rispetto all’appartenenza è che non si sa mai dove si va a finire. Come spiegato in precedenza, il rischio del M5S è che possa diventare il cavallo di Troia dell’estrema destra in italia. I discorsi del M5S si sono radicalizzati nelle ultime settimane con l’alleanza con la lega. Questa radicalizzazione continuerà man mano che Salvini alzerà il tono delle sue dichiarazioni. Il M5S non prendendo una netta distanza per non far cadere il governo sdoganerà e renderà accettabili discorsi e un modo di fare politica vicino alla destra. Persone poco ideologizzate riterranno questo modo di pensare “normale” e “accettabile” perché normale e accettabile ai loro occhi è il M5S in quanto il movimento non viene giudicato e votato per i contenuti ma viene valutato per la sua capacità di rispondere ai bisogni personali dell’elettore. Un esempio lampante è come sono cambiati i loro discorsi sull’immigrazione. Il cambiamento non è rilevante solo da un punto di vista politico ma soprattutto da un punto di vista emotivo. Il livello di odio nei commenti non sono ancora ai livelli della Lega o dell’estrema destra ma vanno in quella direzione. I commenti alle pagine dei politici M5S su questo tema sono cambiati radicalmente nel giro di pochi mesi. Quest’odio è ora rivolto a immigrati ma può essere trasferito facilmente verso altri obbiettivi. Uno di questi obbiettivi può essere la stessa democrazia. Per anni il M5S ha attaccato istituzioni e politici senza fare una netta differenza. Non ce l’auguriamo ma cosa accadrebbe se il M5S tradisse le promesse fatte? Verso cosa verrà rivolta la rabbia? Cosa rimane come alternativa continuando la logica del non averli mai provati mai prima? Verso cosa e contro ci si rivolgerà la retorica del M5S per giustificare i propri insuccessi?

Il secondo elemento che contraddistingue le nuove identità politiche è la velocità con cui si creano senza l’aiuto di un evento catalizzante come poteva essere la seconda guerra mondiale e la resistenza per il PCI. La velocità dipende da tanti fattori: il vuoto ideologico, la necessità di trovare un appiglio in tempi dove il cambiamento è vorticoso e costante, il bisogno di comprendere la realtà sempre più complessa, la crisi dei partiti etc. Nonostante la presenza di tutti questo fattori, la velocita dipende soprattutto dall’uso di internet e dei social che sono utilizzati per creare velocemente e rafforzare l’identità ogni giorno. Qualcuno può obbiettare che la rete viene usata solo per accedere alle informazioni e se il M5S ha avuto successo è grazie alla sua abilità nel parlare direttamente agli elettori bypassando i mass media controllati dai poteri tradizionali e offrire la verità dei fatti. Insomma, il mezzo (internet) non ha nessun impatto sulle persone che sono dotate di una loro razionalità. In realtà il mezzo ci trasforma e non dipende solo da come lo usiamo come già evidenziato da Gunther Anders parlando della televisione e della radio negli anni 50. Innanzitutto la rete trasforma la nostra percezione del mondo. Quello che riceviamo attraverso la rete non è la realtà ma una versione della realtà preconfezionata da qualcuno. Il preconfezionamento dipende dalle motivazioni di quel qualcuno. Se questo era vero con la televisione e la radio che raggiungevano le masse, questo lo è ancora di più con la rete che permette di parlare al singolo. Prima di tutto la rete permette di raggiungere l’individuo con un messaggio adattato per quella persona (Cambridge Analitica). In basi ai propri gusti personali (i likes sulle pagine di facebook) è possibile creare dei profili psicologici e adattare il messaggio destinato a ciascun profilo. Secondo i social permettono la creazione di bolle che tengono l’individuo immune all’influenza di opinioni diverse. Quello che la Casaleggio ha creato è una galassia di siti e pagine facebook che vanno oltre il blog di Beppe Grillo o la pagina facebook del singolo parlamentare: La cosa, La fucina, Tse Tse, W il M5S etc. A questi vanno aggiunti le pagine create dai militanti: Luigi di Maio fan club, le pagina dei club locali etc. Tutte queste pagine diventano non soltanto il veicolo con cui diffondere un messaggio (non importa se la notizia sia vera o falsa) ma soprattutto diventano una cassa di risonanza di sentimenti. Se il PD si è trovato ad essere odiato da buona parte della rete non dipende solo dagli errori (orrori) fatti ma anche perché vittima di questa marea di pagine. Il singolo elettore di M5S non si riduce a mettere un like solo su di una pagina ma ritiene quasi un obbligo mettere un like a tutte queste pagine. Anche se questa persona facesse uno sforzo mettendo per esempio un like sulla pagina di Renzi (spesso solo per insultare), il messaggio di quest’ultimo si perderebbe nella bacheca imperversata da pagine controllate o ispirate dalla Casaleggio Associati. Il fatto che un messaggio venga ripetuto all’infinito da pagine diverse, rafforzato da commenti tutti sulla stessa linea rende il messaggio non solo vero ma l’unico che merita di essere ascoltato. In queste condizioni sarà difficile rompere quella bolla e instillare il dubbio.

Uno degli elementi che rende internet diverso dagli altri media è la sua interattività. Chi usa internet non è soltanto un soggetto passivo ma partecipa alla formazione dei contenuti sulla rete tramite like, commenti e condivisioni. Questa attività è praticamente giornaliera se non ad ogni ora. Questa interattività è abilmente sfruttata per tenere le persone sempre in contatto con le proprie idee e per legare emotivamente l’elettore a se. Se nel passato il militante comunista entrava in contatto e rafforzava la propria identità in momenti ben definiti (in sezione, alle manifestazioni o leggendo l’Unita), oggi ogni momento è buono perché in ogni momento il militante può essere in rete. Questo “lavaggio del cervello” è fatto senza rendersene conto in maniera molto insidiosa ma efficace allo stesso tempo. Abbiamo già parlato abbondantemente della farsa del voto sul contratto. Farsa era anche l’elezione di Di Maio a candidato premier. Il risultato del voto era scontato in mancanza di un vero dibattito e con la comunicazione diretta in maniera da ottenere il risultato voluto. Senza un vero confronto, l’obbiettivo di queste forme di partecipazione on line non è rendere democratica l’attività del M5S ma quello di radicare l’identità in breve tempo. I militanti si sentono partecipi e dunque parte del movimento. La partecipazione attraverso il voto e il fatto di rendere pubblico l’aver partecipato aumenta l’investimento emotivo. “Tutti i miei amici e conoscenti sanno delle mie idee perché le difendo non solo quando parlo con loro ma soprattutto in rete. Agli occhi di chi mi conosce sono diventato un tutt’uno con le mie idee e con il M5S.” Tornare indietro diventa impossibile perché significherebbe rinnegare se stessi e buttare a mare le energie e il tempo speso per il movimento. Facebook è la mia memoria di quello che ho sempre difeso, cancellare è impossibile e fare pubblica ammenda è doloroso. Per evitare quello che in psicologia e in marketing viene chiamato “cognitive dissonance”, reinterpreto la realtà e non ho problemi ad accettare qualsiasi versione apologetica che mi venga fornita. Un esempio? Come mai tanti nel M5S con una visione progressista sono ancora li nonostante il loro movimento sia diventato la spalla di Salvini? Questa è un altro elemento che potrebbe rafforzare un vento di estrema destra trascinando con sé anche persone in buona fede che guarderanno solo e soltanto all’attività del M5S che sposa la propria visione (reddito di cittadinanza o misure che tendono a ridurre il precariato) ignorando e sminuendo il resto (porti chiusi, attacchi alla stampa, flat tax).

Per quanto riguarda il rapporto tra immagine, internet e identità, partiremo dall’analisi di Sartori sulla televisione fatta in “Homo Videns”. Come fatto da Anders, Sartori sottolinea come la televisione non sia soltanto un mezzo di comunicazione ma ha al suo interno una capacità “antropogenetica” ovvero il potere di creare un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano. Per Sartori l’homo sapiens deve il suo sapere e tutto il suo progredire alla sua capacità di astrazione. Quasi tutto il nostro vocabolario conoscitivo e teoretico consiste infatti in parole astratte che non hanno nessun preciso corrispettivo in cose visibili, non riconducibile né traducibile in immagini. Questo é ancora più importante quando si parla di politica che ha a che fare con concetti come giustizia, legittimità, legalità, libertà, eguaglianza, diritto etc che non sono riconducibili a entità visibili. Sartori precisa infatti che “tutta la nostra capacità di gestire la realtà politica, sociale ed economica nella quale viviamo, e ancor più di sottomettere la natura all’uomo, si impernia esclusivamente su un pensare per concetti che sono – per l’occhio nudo – entità invisibili e inesistenti.” La televisione produce immagini e cancella i concetti; ma così non ha fatto altro che atrofizzare la nostra capacità astraente e con essa tutta la nostra capacità di capire. La cultura dell’immagine non solo ci ha fatto perdere la capacità di astrazione ma ha rotto il delicato equilibrio tra passioni e razionalità. Il ragionamento di Sartori sulla televisione ha ancora la sua importanza anche se applicata a internet e ai social in particolare. Come utenti siamo stati prima educati all’uso della televisione e tendiamo ad usare internet nella stessa maniera con cui usiamo il televisore. Certo su internet troviamo articoli, editoriali e lunghe discussioni astratte ma prevalentemente, soprattutto attraverso i social, sono le immagini che dettano e compongono la gran parte dei contenuti. I social sono piene di meme, foto con frasi ad effetto, gif che si dilagano velocemente anche lontano dai sociali grazie a strumenti come whatsapp. Siamo perennemente in contatto con immagini con un significato politico non solo privi di astrazione ma di qualsiasi contenuto che permetta una discussione. Situazioni simili ma con contesti diversi vengono perennemente confrontate con il solo obbiettivo di indignare, divertire o sminuire gli opponenti politici. In altre parole, contribuiscono a rompere l’equilibrio tra passioni e razionalità a favore dei primi. I meme si diffondono rapidamente grazie proprio al loro impatto emotivo e alla loro capacità di rafforzare l’identità. Il meme rafforza la nostra autostima quando denigra un avversario o conferma il nostro punto di vista. Il senso ironico della maggioranza di questi prodotti mediatici copre di ridicolo gli avversari facendo sentire superiori i portatori di un’identità diversa da quella presa per scherno (i pidioti). La capacità di fare appello direttamente alle nostre emozioni permette la loro rapida diffusione attraverso la condivisione. L’atto di condividere un meme contribuisce all’investimento emotivo a cui abbiamo fatto cenno prima. La cosa principale è che queste immagini non portano nessuna discussione e non permettono un dibattito. Condivido il meme perché è in linea con la mia identità e facendo ciò rafforzo proprio la mia identità. In questa maniera il dibattito su internet diventa un dialogo tra sordi che si lanciano scherni, un tentativo di seppellire l’altro non la forza dei ragionamenti ma a furia di meme e parole d’ordine.

Poco abituati a leggere e a riflettere, il meme diventa l’unico messaggio politico efficace per creare una pubblica opinione fatta di persone poco interessate ad informarsi ma desiderose soltanto di appagare il loro desidero di autodefinirsi ed essere riconosciute da parte del mondo che li circonda. Ancor più che per la televisione come fatto notare da Sartori, i social premiano e promuovono la stravaganza, l’assurdità e l’insensatezza. Il risultato finale e un “pensieromelassa” creato da strambi, eccitati, esagerati e ballisti. Abituati infatti a pensare attraverso le immagini evitiamo le riflessioni considerate lunghe e noiose. Le persone abituate alla riflessione sono messe ai margini per dare spazio a un pensiero elementare fatto per immagini. La maniera con cui usiamo le immagini su internet influenza tutto il resto. Infatti le persone leggono solo il titolo che a loro volta sono fatti in maniera tale da generare reazioni emotive. I leader politici non scrivono più ma fanno video e se proprio devono scrivere qualcosa lo fanno nella maniera più breve possibile. Il tutto corredato da condividi se sei indignato, metti un like se sei d’accordo e così via.

Per evitare fraintendimenti, qui non vogliamo assolutamente affermare che gli elettori del M5S siano stupidi e gli altri intelligenti (modo di ragionare proprio di una politica basata sull’identità). Anche gli altri partiti si stanno adeguando (forse troppo tardi) a questo modo di fare politica e la risposta ai meme del M5S non sono ragionamenti ma altri meme o pagine sui social con il compito di ironizzare il movimento grillino. Il consenso di un partito ha diverse origini ma riteniamo che la creazione di “un’identità grillina” attraverso la rete sia una delle chiavi per comprendere il successo del M5S. Chiunque voglia fare opposizione o voglia comprendere le ragioni che portano a votare il M5S non può basare la propria analisi solo e soltanto su argomenti razionali o evidenziando il malcontento degli italiani. Il consenso del M5S è anche il frutto della libera scelta delle persone, è anche la conseguenza di un sistema politico che perduto la propria credibilità ma è anche il frutto di una sapiente operazione condotta sui social. Per capire questa operazione non ci può solo limitare agli aspetti tecnici su come i social sono stati usati dalla Casaleggio ma si deve partire dal fatto che tutto lo sforzo fatto ha avuto come obbiettivo la creazione di un’identità politica. Cosi come tutte le iniziative marketing partono dalla definizione delle caratteristiche di un brand, cosi le iniziative sulla rete della Casaleggio sono create per rafforzare i messaggi secondari del M5S che vengono adottati da chi lo vota o semplicemente da chi si rende volontario nella rete per diffondere i contenuti. Questi messaggi secondari compongono appunto l’identità grillina che costituisce il patrimonio maggiore della forza politica di Di Maio. In parole semplici e per concludere, il consenso al M5S è come il tifo verso una squadra di calcio: immune alla critica e non destinata a cambiare perché cambiare comporta una rivoluzione profonda che metterebbe in crisi la maniera in cui noi veniamo percepiti non solo dagli altri ma anche da noi stessi.

 

 

 

Advertisements

Come i social hanno radicalizzato il voto

1200px-Facebook_like_thumb

Negli articoli precedenti ci siamo soffermati sui cambiamenti culturali che stanno trasformando la nostra società mettendo la sinistra, i suoi valori e ideali in un angolo. Il ripiegamento su sé stessi non solo ha solo relegato ai margini una buona parte della politica ma sta rendendo le persone più arrabbiate, insensibili o al massimo indifferenti. L’avvento di Internet e dei social ha accelerato questa trasformazione. Ironia della sorte, il mezzo che ci avrebbe permesso di unire il mondo e renderlo più piccolo sta allontanando le persone rendendoli mondi a sé stanti incuranti degli altri. Basta leggere i commenti sulle notizie che riguardano i migranti: tra gente che si augura l’affondamento delle navi, altri che vorrebbero sparargli o semplicemente manifestano la propria indifferenza si ha la voglia di chiudere tutto e domandarsi in che mondo viviamo. Ho sempre guardato quelle maestose folle oceaniche cariche di odio nei documentari nazisti come qualcosa di lontano, un monito di qualcosa che non deve più tornare. Invece quelle folle sembrano tornate, senza che la gente che le compongono ne sia consapevole. Non sono riunite in una piazza ma sono sulla rete, sui social a spalleggiarsi e a darsi forza. Cambia il luogo dove si assembrano, dal reale al virtuale, ma la carica di odio è la stessa come sono le stesse le dinamiche e le conseguenze sulla politica.  Certamente i social non sono i soli responsabili di questo incattivimento. Il liberismo ha aumentato la competizione sociale senza fornire paracaduti a chi non riesce a raggiungere quei modelli imposti dal marketing. La crisi economica e l’impotenza della politica nel risolvere i problemi hanno reso le persone disilluse riguardo una soluzione costringendoli a concentrarsi su sé stessi. La crisi delle ideologie e delle religioni hanno ridotto l’importanza del futuro e del desiderio di costruire un qualcosa di comune che salvi tutti dalla miseria del quotidiano obbligando le persone a macerare nella frustrazione del proprio presente. Quello che hanno fatto i social è fornire una piattaforma e un lievito che hanno permesso a queste dinamiche di poter moltiplicare la loro forza distruttrice.  Come hanno potuto i social contribuire all’incattivimento delle persone? Soprattutto, da un punto di vista politico, come hanno potuto radicalizzare l’elettorato?

Certamente Facebook ha aumentato l’invidia sociale. Una volta l’invidia sociale era solo verso i ricchi, i calciatori e le star che apparivano in televisione. Oggi siamo tutti delle star e proiettiamo la nostra immagine vera o presunta sui social. Le foto delle nostre vacanze, dei nostri party e dei nostri hobby creano una competizione per decidere chi sia più attraente socialmente, il tutto misurato in like e commenti. Se prima l’invidia si attenuava facendo ritorno alla vita di tutti i giorni, attraverso il contatto con persone che condividevano le nostre stesse preoccupazioni e problemi, oggi questo ritorno non è più possibile. I colleghi, gli amici e i vicini che prima fungevano da rifugio, oggi appaiono come “competitori” a cui bisogna mostrare di essere migliori. Le persone che ci sono vicine diventano oggetto d’invidia tanto e più dei divi. Il problema è che competizione e invidia sono creati sull’apparenza perché la realtà e i problemi di tutti i giorni non sono messi in mostra. Sulla rete tutti sembrano essere persone di successo messi a confronto con noi stessi in quanto ci è impossibile nascondere i nostri limiti. Siamo obbligati a mettere a confronto la nostra realtà fatta di luci e ombre con la realtà filtrata degli altri dove solo le luci vengono messe in scena. Da questa competizione impari, ne possiamo solo uscire sconfitti. Questo ci obbliga a trovare degli sfoghi, dei capri espiatori e qualcuno a cui paragonarci per sentirci meglio. La politica non fa altro che fornire questo: immigrati, rom, vagabondi, gente che vive a spese dello stato sociale etc.

I social aiutano l’indifferenza e la diminuzione di empatia nei confronti degli altri. Quotidianamente i social ci pongono situazione diverse con risposte emotive diverse. Passiamo nel giro di pochi secondi da immagini forti e di dolore a meme divertenti, da foto di gattini a persone in difficoltà sui gommoni. In questo passaggio vorticoso anestetizziamo la nostra reazione mettendo tutto sullo stesso piano. Quello che ci passa sullo nostro schermo diventa un mondo a parte che non ha nulla a che fare con il nostro. Negli anni 50, Gunther Anders parlando della televisione nel suo  ”L’uomo antiquato”, parla di un mondo che diventa fantasma.   Un mondo dove la realtà viene a noi e ci trasforma in consumatori di esso e non partecipi. Il fatto di non essere partecipi ci rende apatici perché è un qualcosa che non ci riguarda. Le emozioni che viviamo non ci spingono ad un’azione ma vengono consumate come forma d’intrattenimento. Il mondo che passa sui nostri schermi diventa e si confonde con una delle tante fiction che guardiamo. Ironia della sorte, Internet avrebbe dovuto aumentare l’interattività trasformando i propri fruitori da puri e semplici ricevitori in emittenti. Tramite la rete, il mondo non solo sarebbe venuto da noi, ma noi saremmo andati da lui. Quello che mi sembra di notare e che tutto questo non è avvenuto. Certo internet mantiene tutte le sue potenzialità di interazione, ma educati all’uso della televisione, molte di queste potenzialità non vengono sfruttate. Per mancanza di idee, di cultura o spirito critico, il mondo continua a venire da noi. Anzi, permettiamo solo a quella parte di mondo che si allinea con il nostro pensiero di venire da noi: appena qualcosa ci disturba, questa viene semplicemente filtrata! Alternativamente, si cerca nella marea di informazioni fornite dalla rete un link che dimostri il contrario o ci permetta di relativizzare l’informazione contrastante, attenuando in questa maniera il divario tra il nostro pensiero e la verità. Sempre Gunther Anders parla di “familiarizzazione del mondo” nel senso che “persone, cose, avvenimenti e situazioni estranei ci vengono presentati come se ci fossero familiari, ossia in una condizione familiarizzata” con la conseguenza neutralizzazione. La sofferenza altrui viene familiarizzata e comparata alla propria e tutto diventa secondario davanti ai propri problemi personali: “Tutti a pensare ai migranti e chi pensa a me?”, come se il pericolo di perdere la vita in mare, essere torturati nei lager libici, il fuggire da regimi repressivi sia paragonabile alle difficoltà medie di una persona che vive in occidente. Questo non significa che l’uomo occidentale non sia autorizzato a lamentarsi o che le sue difficoltà non sono reali o poco importanti. Significa semplicemente che non possiamo familiarizzare e mettere tutto sullo stesso livello, non possiamo usare la nostra esperienza personale come unico filtro per giudicare la realtà perché si finisce nel mettere tutto sullo stesso piano, senza nessuna distinzione, rendendoci apatici alla sofferenza degli altri. Non possiamo continuare a neutralizzare il mondo esteriore solo perché non ci permette di essere vittima e di giustificare il nostro malcontento.

Un altro elemento che contribuisce alla radicalizzazione di chi usa i social è il fatto che solo informazioni ad alto contenuto emotivo diventano virali. La condivisione di un qualcosa è soprattutto un atto impulsivo, una decisione presa in una frazione di secondo mossa dall’urgenza di appagare l’impeto emotivo che un titolo o una foto crea. Questa è la ragione per cui tendiamo a condividere articoli sulla base del titolo senza leggerli; ragione che impone titoli drammatici a notizie normali per permettere la rapida diffusione e condivisione a fini pubblicitari. Lunghi articoli esplicativi non vengono condivisi così velocemente come meme, titoli drammatici o piccoli commenti miranti a far arrabbiare (anche divertire). Questa è una delle ragioni per cui le “Fake News” si diffondono più velocemente della verità, perché esse sono costruite non per informare ma per allarmare e diventare virali in un breve lasso di tempo. La poca propensione alla riflessione e alla lettura insieme alla tendenza a condividere solo quello che ci colpisce emotivamente fa sì che la rete diventi un contenitore di parole d’ordine e rabbia; una tragica cassa di risonanza di tutto ciò che sia distruttivo. Il male, e in genere tutto quello che non va bene, fa sempre più rumore di ciò che sia positivo. Un proverbio africano ci ricorda che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Fortune elettorali sono ormai costruite sfruttando questo. Si dà in pasto alla rete informazioni non necessariamente completamente false, ma comunque con un tono e un punto di vista che genera indignazione e rabbia. In questo contesto, le informazioni politiche che passano sulla rete si soffermano solo e soltanto sul negativo. La rete diventa un posto non per raccogliere informazioni e discutere ma per mostrare la propria indignazione. I commenti si fanno brevi, il sarcasmo diventa norma e la propria indignazione è la sola verità a cui tutti si devono adeguare. Invece di uno scambio di opinioni si ha un confronto a chi sia più indignato attraverso un rinfacciarsi continuo di scandali. In poche parole il famoso “Eh i marò?” oppure “E allora il PD? (da cambiare con Berlusconi a seconda delle circostanze) non mirano alla ricerca comune della verità ma a silenziare non chi dissente ma soprattutto la propria coscienza e il proprio spirito critico. Se riflettiamo sul fatto che una buona parte degli elettori si informa solo e soltanto su internet, capiamo bene che la realtà che una persona si costruisce riflette quello della rete: una realtà rabbiosa e indignata che si sposa benissimo con la necessità di sentirsi vittime per giustificare sé stessi (altro uso privato della politica).

Se nel passato recente mostrare indifferenza o disprezzo nei confronti del dolore altrui portava ad essere messi da parte obbligando a stare attenti a quello che si diceva, con i social tutto diventa possibile. In rete è sempre possibile trovare persone che la pensano come te non importa quello che pensi. Questo dà forza e non fa sentire soli. In questa maniera si diventa parte di un branco che permette la deresponsabilizzazione. Una volta deresponsabilizzati ci si sente autorizzati a dire quello che si vuole anche nel nome della libertà di pensiero. Una distorta visione della democrazia autorizza a dire che un’opinione vale un’altra, non importa quanto questa sia ancorata alla verità e poco importa che la democrazia non si basi solo e soltanto sulla libertà di pensiero ma anche sul rispetto degli individui. Messo da parte il “politicaly correct” e con politici che sguazzano nell’odio con il loro linguaggio per accaparrare consenso, la rete diventa la cassa di risonanza di un odio crescente. Chi cerca di ragionare viene silenziato con offese che non ammettono replica. La ragione viene messa da parte dal branco che viene aizzato e attirato dalla violenza verbale. Chi sfoga il proprio malessere trova subito sintonia e appoggio. In questa maniera, le maggioranze silenziose sono messe da parte e diventano sempre più piccole  silenziate da minoranze rumorose sempre più grandi mosse da un odio crescente e sempre più condiviso. Quello che conta non è la ragione ma quello che si sente, gli altri sono tenuti ad accettarlo o a rigettarlo. Chi accetta fa parte della propria tribù, chi dissente diventa automaticamente un nemico da distruggere. Tornando alle folle naziste, la rete e i social diventano in questa le nuove piazze dove ritrovarsi e farsi forza a vicenda. Far parte di questa piazza spesso non è una libera scelta ma quasi un obbligo per trovare accettazione da parte dei propri amici, per non sentirsi soli o semplicemente per spirito di emulazione confondendo il consenso che un’opinione ha con virtù e verità.

Con questi effetti, i social non stanno solo emarginando la sinistra ma contribuiscono a un’egemonia culturale che esalta il singolo, i suoi problemi e la sua rabbia a scapito di una visione comune ed egalitaria. L’indifferenza verso la sofferenza, l’odio e la rabbia generata e amplificata dai social mettono a repentaglio la stessa democrazia perché radicalizzano l’elettorato. Nel passato in presenza di minoranze rumorose che scendevano in strada vi era una maggioranza silenziosa che faceva sentire il proprio peso al momento del voto e che controbilanciava le spinte estremiste di queste minoranze. Una maggioranza silenziosa poco propensa ai cambiamenti radicali che preferiva la continuità agli strappi. Questa maggioranza silenziosa coincideva con il ceto medio conservatore poco ideologizzato. In altre parole, questa maggioranza silenziosa costituiva il cosiddetto centro. Le forze politiche per vincere le elezioni erano costrette a tagliare o a silenziare i propri estremi per non spaventare i moderati. Questo portava le forze politiche ad assomigliarsi sempre di più permettendo comunque il mantenimento della democrazia che ha sempre sofferto la presenza al proprio interno di forze radicali. Nel giro di pochi anni, l’elettorato si è però radicalizzato (non solo per colpa di internet) e i partiti fotocopia non sono più in grado di attirare il voto a scapito dei Salvini e dei Trump di turno che riescono ad apparire diversi. Questa radicalizzazione è prima di tutto sentimentale e poi politica. I politici che hanno capito la rabbia e l’hanno aizzata hanno vinto le elezioni. Questi politici attirano voti al di là degli schieramenti perché non attirano menti ma anime arrabbiate. La democrazia negli anni 20 del secolo scorso si è arresa al fascismo perché non ha più trovato il sostegno delle classi medie. Il fascismo è stata la rivoluzione delle classi medie estremizzate dalla crisi, dalla minaccia del proletariato organizzato e dall’odio verso le classi dei ricchi industriali. Per certi versi stiamo vivendo un’altra rivoluzione/radicalizzazione delle classi medie che probabilmente non porterà ad un’altra marcia su Roma ma a democrazie illiberali dove la democrazia esiste solo formalmente. In Italia per esempio, la fine di questo centro moderato è testimoniato dalla sconfitta del PD, dalla scomparsa della pletora dei partiti centristi che si rifacevano alla democrazia cristiana e anche dal ridimensionamento di Forza Italia che nel bene e nel male raccoglieva il voto del ceto medio spina dorsale della maggioranza silenziosa. Parafrasando De André, se la maggioranza silenziosa nel passato votava affinché:

“… tutto sia come prima 
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare”

Ora sono loro che bussano alle porte per gridare più forte. Non cercano giustizia ma sfogo alla propria rabbia. Cercano ancora sicurezza per sé stessi ma disciplina per gli altri. La paura di cambiare esiste ancora ma è la paura di diventare ultimi come negli anni 20, la paura di perdere il gioco dell’invidia sui social, la paura di cambiare e trovarsi in un posto dove si è irrilevanti.

Questo non significa che dobbiamo chiudere i social. La tecnologia avanza a passi da giganti ma l’uomo è limitato, obsoleto direbbe appunto Gunther Anders. L’uomo ha difficoltà nel cambiare e nel mettersi al passo con i cambiamenti tecnologici. Quello che abbiamo bisogno è un’educazione sentimentale e critica che ci permetta di usufruire dei social senza trasformarli in armi di distruzioni delle nostre vite e dei nostri sistemi sociali. Ci vorrà tempo e tanto lavoro per colmare questo divario tra quello che siamo ora e quella condizione che ci permetta di usare la tecnologia in maniera costruttiva. Probabilmente quanto avremmo colmato lo spazio, la tecnologia avrà fatto un altro balzo in avanti obbligandoci a colmare un altro vuoto. Comunque è necessario uno sforzo per colmare quel vuoto a partire dalle scuole e dall’educazione che viene impartita che non può più ignorare il mondo virtuale. I politici, gli intellettuali e chiunque abbia a cuore il futuro della nostra democrazia dovrebbe fare uno sforzo a non lasciarsi andare alla propria rabbia o usare quella rabbia per creare dei branchi pronti a seguirli senza discussione. Se non chiudiamo quel vuoto, la democrazia rischia di scomparire al suo interno. Questo non riguarda solo i social e come vengono vissuti o usati (Cambridge Analytics). Tutti i cambiamenti tecnologici avvengono in maniera così rapida da creare immediatamente un vuoto tra uomo e tecnologia senza donarci la possibilità di valutare completamente gli effetti. L’unica speranza è che prevalga il buon senso ma senza educazione e ragione tutto diventa difficile. Ragione ed educazione (in tutti i suoi significati) sono proprio quello che alla rete sembra mancare al momento.

 

La veritá utile e internet

bocca-della-verita

Nell’articolo precedente ci siamo soffermati sulla “veritá utile” intesa come attitudine che fa ritenere un qualcosa vero non perché rispetta il principio di non contraddizione ma perché serve alla nostra sfera emotiva facendoci star meglio. Questo modo di comportarsi é sempre esistito. Basta pensare ai nostalgici di un regime o di un uomo politico caduto in disgrazia che continuano a mantenere ferma la propria fedeltá interpretando e reinterpretando il passato e la realtá per continuare a giustificare la loro posizione. Questa maniera fallace di valutare la realtá, che conduce a  perdere qualsiasi forma di oggettivitá, prende in psicologia il nome di “cognitive bias”. Per “veritá utile” intendiamo una forma di “cognitive biais” che si sviluppa soprattutto in rete facendo cambiare, non solo la percezione del mondo circostante, ma anche come si affronta la realtá (dal voto al rifiuto dei vaccini etc…). Come detto in precedenza la veritá utile ci far star meglio ma le ragioni del suo successo in rete sono molteplici per la natura stessa di internet.

Sempre nel precedente articolo, abbiamo accennato a come la rete tenda a rafforzare l’investimento emotivo. Se passiamo anni a condividere articoli su scie chimiche, diventerá piú difficile ammettere di essersi sbagliati. Ogni volta che condividiamo un articolo, discutiamo in rete o mettiamo un like aumentiamo questo investimento emotivo in una teoria o tesi. Questo avviene quotidianamente perché quotidianamente abbiamo accesso alla rete e alle informazioni che i social presentano sul nostro schermo. A furia di farlo ne veniamo velocemente risucchiati diventando un tutt’uno con questa idea perché Facebook o Google ci presentano le informazioni in base alle nostre preferenze. La raccolta dati da parte del giganti della rete serve per darci un’esperienza personalizzata di internet, mostrandoci contenuti a cui abbiamo giá mostrato interessse in precedenza attraverso la nostra navigazione. In questa maniera, ogni utente si trova in una specie di bolla telematica che rafforza le proprie convinzioni e la tenacia a difendere le proprie posizioni .Quello in cui crediamo compone la nostra identitá e la loro importanza nella composizione del nostro essere dipende dal tempo e dall’energia che dedichiamo ad esso. Tornare indietro diventa difficile perché non si tratta semplicemente di cambiare idea per abbracciare una veritá che meglio si sposa con la reltá. Cambiare idea significa non solo rendere inutile l’investimento emotivo fatto ma anche mettere in discussione la nostra identitá . Il paradosso é che piú assurda é la tesi che sosteniamo, piú difficile sará ammettere di essersi sbagliati. A questo va aggiunto lo scorno da pagare con le persone che conosciamo.  I nostri amici ci definiscono e si relazionano con noi anche in base a quello in cui crediamo e di cui amiamo parlare. Ammettere di essersi sbagliati ha un effetto sulla nostra autostima perché questa ammissione significa dare ragione ad altre persone facendoci sentire inferiori o per lo meno piú stupidi. La “veritá utile” viene in soccorso, riducendo il pericolo e la necessitá di fare quel costoso passo indietro aiutandoci a selezionare solo le informazioni che ci fanno comodo.

La rete é una miniera infinita di informazioni e non importa se siano accurate, complete o affidabili. L’esplosione di dati e la facilitá di accesso rende facilissima la possibilitá di crearsi una veritá a proprio uso e consumo. Internet é come se fosse composta da infiniti pezzi di un puzzle. A differenza di un puzzle normale dove i pezzi possono essere assocciati ad un numero finito di altri pezzi, nella rete possiamo associare questi pezzi a nostro piacimento. Per far ció, basta trovare una coincidenza, una similaritá o una qualsiasi relazione per mettere due pezzi insieme anche se non sono minimamente compatibili. In questa maniera si costruisce una realtá che ha bisogno solo di un nesso logico per stare in piedi ma il fatto che un qualcosa abbia un senso logico non significa che sia vero. Sarebbe come se un ingegnere disegnasse un ponte su un foglio di carta. Nel disegnare questo ponte, il nostro ingegnere si assicura solamente che il ponte colleghi due rive di un fiume senza prendere in considerazioni iul peso, i venti, i materiali etc. Il ponte disegnato avrebbe anche un nesso logico sulla carta ma uno volta costruito non resterebbe in piedi un secondo. La “veritá utile” ci permette di dare un senso logico alle cose  dandoci una miniera di informazioni che ci permettono di non mettere le nostre idee o teorie alla prova dei fatti. Una delle ragioni del complottismo é proprio quella di mettere insieme dei ragionamenti che permettano di diffendere il senso logico di una costruzione mentale tenendola lontana dalla prova dei fatti. Per questo motivo l’accusare poteri oscuri o macchinazioni segrete serve proprio per sminuire e rendere irrilevante tutto ció che cozza con quello in cui crediamo.

Sulla rete é facilissimo trovare informazioni o articoli che aiutano questi processi grazie all’abbondanza e alla facilitá di accesso a una miriade infinita di informazioni. Queste informazioni non devono necessariamente essere fasulle ma basta intepretarle o inserirle in contesti diversi per ottenere e dimostrare quello che si vuole. La rete é come una scatola di cioccolatini che contiene non solo dei piaceri per il palato ma anche dei sassolini. Se noi prendessimo solo i cioccolatini ignorando le pietre, ci convinceremmo effettivamente che la scatola contenga solo dolci. La stessa cosa avviene nella rete dove prendiamo in considerazioni solo le informazioni che raffiorzano le nostra idee, ignorando il resto convincendoci della validitá del nostro pensiero. Un solo sassolino o informazione contraria dovrebbe obbligarci a riformulare il nostro pensiero ma in rete non sará difficile trovare un articolo o l’opinione di qualcuno che confuti l’esistenza stessa del sassolino. Alla fine molte delle discussioni sulla rete si trasformano in una discussione tra campane sorde dove si finisce a lanciarsi link vicendevolmente.

In passato prima dell’avvento di internet, se qualcuno affermava delle castronerie veniva in qualche modo isolato o deriso. Questa persona in qualche maniera era costretta a cambiare idea o a dimostrare la soliditá delle sue tesi altrimenti si condannava all’isolamento. Umberto Eco riassunse in maniera efficace questo meccanismo:

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.».

La rete permette di trovare facilmente persone che condividono il proprio pensiero e quindi di rafforzare ancora di piú le proprie convinzioni. La rete dá l’impressione di fare numero, di far parte di un gruppo e di non essere soli. Non importa quanto idiota sia quello in cui crediamo, sui social troveremo sempre qualcuno pronto a capirci e a darci ragione.

La facilitá di accesso all’informazione dá l’illusione di poter essere esperti su qualsiasi argomento. Questa illusione parte da un errore di fondo. Si ritiene un esperto una persona che ha una miniera di dati. In reltá l’esperienza non dipende soltanto da quanto si sa ma anche da altri fattori come la capacitá di elaborare queste informazioni, dalla padronanza delle conoscenze che permette un certo discernimento delle informazioni e dall’abiltá di comprenderle a fondo che é ben diverso dal semplice sapere e dalla ripetizione di informazioni come un pappagallo. In altre parole, sapere é importante ma é altrettando importante saper applicare quello che si sa in un contesto corretto. Internet é certamente un mezzo che puó aiutare ad elevarsi culturamente, certamente aiuta nell’accumulazione del sapere ma se si approccia il mezzo senza metodo e spirito critico si rischia di avere una visione della realta molto dettagliata ma completamente distorta. E’ come se una persona indosasse degli occhiali rossi, il mondo circostante sará pieno di dettagli ma distorto in quanto tutto tenderebbe verso quel colore.  Se una persona é convinta che i vaccini siano dannosi andrá su internet cercando tutto quello che rafforza la sua tesi. Certo questa persona sará piena di informazioni, si sentirá una specie di esperto sul tema anche se non ha studiato medicina per capire a fondo quello che legge ma soprattutto mancando dello spirito critico che dovrebbe spingerlo a prendere in considerazioni le tesi contrarie. Il fatto di sentirsi degli esperti permette anche di ignorare e sminuire il parere di chi magari ha passato un’esistenza a studiare la materia. Nel nome di una concezione distorta della democrazia,il parere di un tizio qualunque ha lo stesso valore di un esperto in materia e pretende di avere lo stesso rispetto. La differenza tra l’opinione di un esperto e il tizio qualunque non risiede in una presunta autoritá ma in un lungo processo che ha portato a delle conclusioni basate su un approccio razionale che ha coinvolto altri esperti. E’ vero che qualche volta dei neofiti hanno portato un approccio diverso e altrettando valido ad una materia, ma quando questo é accaduto  é stato possibile perché l’approccio diverso aveva una credibilitá basata su una serie di argomenti e nuove informazioni. Un idea é valida e merita ripsetto non per il fatto di essere stata concepita ma dallo scrutinio a cui e stata sottoposta. In rete accade spesso che delle idee abbiano forza per il fatto di essere in grado di affascinare e stuzzicare la fantasia o sempicemente si sposano bene con la propria concezione della realtá.

Purtroppo non esiste una bocca della veritá come massimo giudice per sapere se qualcosa sia vero o no. In un’epoca dove ognuno si crea la propria realtá e si costruisce la propria veritá, siamo tutti giudici e proni all’errore. Il pericolo é quello di avere una societá composta di campane sorde poco propense al confronto ma in grado sempre e comunque di trovare sostegno alle proprie tesi. Se da una parte internet ha aiutato lo sviluppo della democrazia del sapere umano grazie all’accesso veloce all’informazione e aprendo canali di comunicazione a chi é fuori dai circoli mediatici tradizionali, dall’altra parte rischia di pregiudicare il tutto perché non siamo ancora in grado di processare in maniera corretta quello che passa davanti ai nostri schermi. La sfida del futuro non sará tanto quello di avere un accesso sempre piú rapido all rete ma un’educazione all’uso della stessa.

Seguici su twitter:@viamila18

La veritá utile

894367880-la-scuola-di-atene-stanza-della-segnatura-musei-vaticani-raffaello

Nelle ultime settimane si é fatto un gran parlare di post-veritá riguardo le bufale che circolano su internet.  Notizie inventate di sana pianta, o esageratamente gonfiate, imperversano ormai sui social network e non hanno difficoltá a trovare creduloni pronti a condividere e indignarsi, prendendo per buono qualsiasi cosa che rafforzi il proprio pregiudizio. Le ragioni dietro la creazione di queste notizie non é un mistero. Da una parte c’é gente che specula sulla credulitá delle persone convertendo il traffico di visite in moneta sonante tramite la pubblicitá on line. Dall’altra parte si cerca di alterare l’umore degli elettori creando un sentimento di rabbia e frustrazione da dirigere contro governi, politici e istituzioni. In una fase storica dominata dalla frammentazione dei mezzi di comunicazione e con il voto deciso su base emotiva piú che razionale, le elezioni si vincono giocando sui sentimenti e la percezione della realtá da parte degli elettori. Se é facile capire le ragioni dietro la creazione delle cosidette bufale, un po’ meno e soprattutto meno discussa é la ragione per cui queste bufale hanno successo e persistono sui social. Troppo facile limitarsi alla scarsa istruzione delle persone o alla loro credulitá. Siamo tutti vittime di bufale in una maniera o nell’altra, non importa la nostra istruzione o il nostro scetticismo.

Evitando da una parte speculazioni filosofiche che negano il concetto di veritá e dall’altra parte i dogmi religiosi che affermano che esiste una sola veritá assoluta chiamata Dio, il concetto comune di veritá si rifá al pensiero scientifico. Per veritá si intende un concetto, idea o giudizio che é coerente e non in contrasto con la realtá oggettiva. Condividendo il pensiero di Popper,  non possiamo mai arrivare alla veritá assoluta o essere sicuri di essa, quello che possiamo fare é cercare di avvicinarsi il piú possibile. Essere nel vero significa sforzarsi per essere il piú vicino possibile alla veritá abbracciando la tesi che piú appare aderente alla realtá delle cose . Nel mondo scientifico, significa per esempio rinunciare a una teoria quando una migliore viene presentata. Perché teorie del complotto (dai retilliani alle scie chimiche) hanno migliaia di seguaci quando la rete é piena di informazioni che le smentiscono? Da un punto di vista politico, perché si continua a credere ai doni di Putin, ai terremoti declassati o agli immigrati in hotel a 5 stelle con piscine e sauna? Perché allora le bufale resistono quando sono chiaramente inventate?

Il problema é proprio quello di partire da un’idea scientifica di veritá, evitando di prendere in considerazione la sua parte emotiva. Quando si condivide una bufala su internet, il fatto che il nostro giudizio o pensiero sia in linea con la realtá  non é importante. Un qualcosa é vero o falso a seconda se  é utile o meno, non perché essa sia coerente con una realtá oggettiva. Un qualcosa é vero non perché rispetta il principio di non contraddizione ma perché serve alla nostra sfera emotiva. Quello che cerchiamo non é una veritá assoluta, arida e immobile ma una “veritá utile” che é fluida, relativa ma soprattutto confortante.

Proviamo a dare qualche esempio su cosa riteniamo per “veritá utile”. La gente crede alle scie chimiche per diverse ragioni. Il complotto da un senso alle loro esistenze: la lotta contro gli untori del cielo li fa sentire eroi. Essere in pochi a crederlo rafforza la loro adesione, gli dá una ragione per guardare tutti dall’alto in basso e sentirsi meglio aumentando la propria autostima:“Guarda tutta questa gente istruita che non si accorge di cosa sta accadendo sulle loro testa. Io alzo la testa e osservo, a me non mi fregano”. Il complotto giustifica anche le loro (vere o presunte) miserie esistenziali: “La mia infelicitá non dipende da me ma da oscure forze che dominano e controllano il mondo che agiscono contro i miei interessi”. Possiamo fornire tutte le informazioni o prove che vogliamo, si continuerá a credere in un qualcosa che serve alle loro vite. La veritá nel puro senso della parola non ha l’obbiettivo di farci star meglio, al contrario spesso la veritá  fa male perché distrugge le nostre illusioni. Per questo motivo, approcciamo la realtá assorbendo e ritenendo vero solo quello che serve a farci star meglio.

Da un punto di vista politico, le bufale sono una delle essenze del populismo. Come spiegato in precedenza, il populismo ha succsso perche semplfica la realtá e la rende comprensibile. La post-veritá ha proprio lo scopo di semplificare la realtá e renderla piú comprensibile.  Le bufale sugli immigrati vanno per la maggiore perché identificano un nemico, danno la ragione per cui non troviamo lavoro, spiega perché i governi sono inefficaci, permettono di canalizzare la nostra frustrazione quotidiana e danno una speranza e il controllo della situazione (per star meglio basta mandare a casa tutti).

In un’era dove tutto é misurato dall’utilitá e caratterizzato dalla ricerca del piacere immediato, la veritá non ha fatto altro che piegarsi allo spirito del tempo. Essere nel vero non e’ piú un principio, un fine a se stesso per uscire dallo stato di bruti per vivere in “virtude e conoscenza” che da solo vale la pena di perseguire. Ha valore essere nel vero e pagare un prezzo (il tempo che spendiamo nella ricerca e nella riflessione) solo se é utile alla nostra persona procurandoci un piacere immediato. La “veritá utile” riduce tutto a opinione senza l’obbligo di cambiarla se non aderisce ai fatti. Se la dicotomia tra opinione e veritá diventa insostenibile, allora ci si rifugia in complotti o interpretazioni dei fatti tali da non obbligarci a cambiare opinione. Quando crediamo in qualcosa e ci facciamo porta bandiera di un’idea (dalle scie chimiche ad una ideologia politica), facciamo un investimento emotivo. Cambiare idea significherebbe non solo ammettere di avere torto ma anche mettere in crisi una parte della propria identitá rendendo vano tutto l’investimento emotive fatto in qualcosa.

Nell’epoca dei social network, l’invesimento emotivo diventa ancora piú alto e piú difficile da rinunciare. Se passiamo anni a condividere articoli su scie chimiche, diventerá piú difficile ammettere di essersi sbagliati. La veritá utile viene in soccorso, riducendo il pericolo e la necessitá di fare quel costoso passo indietro. Alla fine la veritá utile é un guscio, un mondo irreale fatto a nostra immagine e somiglianza in cui rifugiarsi. Un mondo in cui siamo noi in controllo, dove le contraddizioni del mondo reale spariscono non obbligandoci al faticoso tentativo di comprendere la realtá. In un mondo dominato dall’edonismo e dal costante intratenimento, la veritá utile é la soluzione perfetta  e pigra per rinunciare al tentativo di elevarsi culturalmente. Quello che impariamo dalla cosidettá universitá della vita (le informazioni che troviamo sulla rete spesso provenienti da fonti per lo meno dubbie) su qualsiasi argomento ci permette di non sentirci a disagio davanti a chi ha magari speso una vita di studi su quell’argomento. L’universitá della vita ci fa sentire meglio riguardo la nostra ignoranza perché ci fa sentire saggi e non vittime della manipolazione e della falsitá delle istituzioni culturali tradizionali. Se l’attacco alle elite é una delle caratteristiche del populismo, la veritá utile é uno degli strumenti a sua disposizione per deligittimare e sminuire il peso degli intelettuali e impostare il dibattitto politico non sulla razionalitá ma sull’emotivitá. Per questo motivo, le varie bufale e teorie del complotto possono anche farci ridere ma sono pericolose in quanto erodono la democrazia inquinando il dibattito politico.                   

Seguici su twitter:@viamila18

Terrorismo 2.0 e il suo brand

nizzacamionstrage0

L’aspetto forse piú sconcertante dei fatti di Nizza é che l’autore dell’attentato  era uno sconosciuto per le forze dell’ordine in quanto non era stato mai associato a gruppi estremisti. Mohamed Lahouaiej Bouhlel era un perfetto uomo qualunque, diventato lupo solitario all’improvviso. Questo aspetto contrasta l’idea che spesso si ha dell’ISIS o di Al-Quaeda come organizzazioni terroristiche dotate di un vertice e organizzate in cellule. Questa visione sbagliata deriva dalla maniera in cui le organizzazioni terroristiche hanno sempre agito in Europa,  le brigate rosse per fare un esempio. Se questa fosse la maniera in cui il terrorismo islamico é organizzato, basterebbe un maggior controllo del territorio e un coordinamento delle itelligence per batterlo. Per smantellare un’organizzazione terroristica organizzata in questa maniera basterebbe seguire il flusso di armi o denaro, infiltrare operatori di polizia al loro interno o semplicemente fare in maniera che uno dei terroristi inizi a collaborare per far crollare il castello di carta. Come i fatti di Nizza hanno purtroppo dimostrato,  il terrorismo islamico funziona in maniera diversa: non ha bisogno di strutture o catene di comando (per l’ISIS questo vale soprattutto in Europa), ne’ tantomeno di cellule interconnesse dedite al recrutamento o all’attuazione dei massacri. In poche parole, la maniera in cui sono organizzati non offre la possibilita’ di trovare il filo per sciogliere la matassa.  Il terrorismo islamico non e’ dotato di un corpo da ricercare e fermare ma é qualcosa di piu’ sfuggente e inafferabbile. Il terrorismo islamico funziona piu’ come un brand e capire la maniera in cui opera é importante per attuare una strategia che possa contrastarlo.

Per un qualsiasi prodotto, un brand é molto piú di un logo o uno slogan. Il brand é soprattutto carico di un significato che i responsabili di marketing cercano di associare al prodotto. Questo significato o i valori associati al prodotto permettono all’azienda di differenziarsi e di fidelizzare il cliente. Non compriamo cose solo per il loro uso ma anche per associare noi stessi a un’idea che il prodotto trasmette. Per esempio, perché una persona comprerebbe mai una Ferrari? Certamente non per l’uso dato che anche una normale utilitaria permetterebbe di spostarsi da un punto A ad un punto B. Per la bellezza? Ci sono tante macchine sportive altrettanto accattivanti ad un costo molto inferiore. La gente compra Ferrari perché significa successo, possedere una Ferrari significa dire al mondo io sono al vertice perché me la posso permettere. In un’epoca dominata dal nichilismo con persone in cerca di un’identitá che possa dare una direzione, cosa compriamo serve anche a dire chi siamo. Nella stessa maniera, l’ISIS ha creato un brand con cui estremizza e recruta tanti giovani, spingendoli a compiere atti cruenti anche senza mai essere andati in Siria o entrati direttamente in contatto  con un’organizzazione terroristica. Il brand permette il recrutamento di terroristi slegati tra loro e quindi impossibile da stanare e fermare in anticipo. Questo permette all’estremismo islamico di avere un  potenziale immenso esercito di dormienti  che non bisogna addestrare ma semplicemente spingere all’azione:

“Se non siete in possesso di pallottole o di ordigni, afferrate una pietra e spaccategli la testa. Oppure uccidente con un coltello. O investitelo con un’auto. Gettatelo dall’alto di un palazzo. O strangolatelo con le mani. Usate il veleno!”.

Questo brand viene costruito on line attraverso video di propaganda che vengono visti soprattutto dai giovani che possono decidere di partire per la Siria o semplicemente diventare martiri in qualche angolo d’Europa. Video che mostrano i combattenti dell’ISIS come novelli rambo senza paura, come se la guerra fosse un video gioco. Quello che l’ISIS vende é la possibilita di diventare un qualcuno e di dare un significato alla propria esistenza attraverso una causa. Quali sono i significati e i valori associati a questo “prodotto”? Il coraggio, la possibilitá di dirsi “buoni islamici”, l’eroismo del buono che combatte il male, diventare guerrieri di una guerra santa etc. Cosi come il populismo attira tanti giovani europei dando l’illusione di essere dei ribelli che operano per il cambiamento contro vari nemici, cosi il fondamentalismo islamico dá la possibilita a tanti giovani musulmani la possibilitá di diventare ribelli e combattere quella societá che li ha emarginati e costretti a vivere in grandi periferie senza speranza perché il liberismo economico ha distrutto la possibilitá di un riscatto sociale.

Combattere il terrorismo con bombe, limitando i diritti o trattando tutti gli islamici come nemici o cittadini di serie B farebbe proprio il gioco dell’ISIS perché rafforzerebbe l’appeal del loro prodotto. Piú si emarginano i giovani islamici trattandoli come nemici, piú grande diventa il risentimento di questi ultimi nei confronti delle societá che li esclude e degli stati che li trattano come potenziali nemici. Il risultato finale e’ rafforzare la propaganda dell’estremismo religioso e del potere seduttivo del brand “terrorismo islamico”. Quello che servirebbe invece é  qualcosa di piú sottile, distruggere il brand minuziosamente creato dalla propaganda fondamentalista, ragionamento troppo sottile in una clima dominato da politici e opinionisti assetati di vendetta.

Perche’ Trump?

Donald Trump

Non sono americano e non vivo negli USA per dare delle risposte definitive ma qualche riflessione su Trump si puo’ fare dato che il fenomeno e’ simile a quello attraversato da tante (se non tutte) le democrazie occidentali.

Prima di tutto vi e’ una componente populista. Trump riesce a semplificare il discorso politico dando poche certezze in un’epoca che non ne ha. Semplifica la realtà dando soluzioni semplici anche se non funzioneranno. All’elettore basta e avanza perché gli verra’ dato una chiave di lettura di quello che lo circonda dandogli piu’ sicurezza. Cio’ che si conosce non spaventa e attraverso le parole di Trump si ha l’illusione di capire quello che succede e cio’ che serve per far tornare l’america grande di nuovo.

Umberto Eco ci ha lasciato ricordandoci come la rete ha dato la voce a tanti imbecilli. Il risultato e’ un dibattito politico che tende al basso e vince non chi dice qualcosa di intelligente ma quello che l’imbecille vuole ascoltare. Il voto di una persona intelligente o istruita vale quando quella di chi non sa nemmeno per cosa vota e alla fine il politico le elezioni le vince raccogliendo piu’ voti possibili e non convicendo piu’ persone sagge possibili. Non a caso Trump ha affermato di amare i ‘the Poorly Educated’ ovvero quelli senza educazione.

La societa’ americane e’ fortemente individualistica e lui rappresenta il sogno, il modello a cui tutti volgiono aspirare: ricco, belle donne e famoso. Nel momento in cui i politici non vendono progetti ma la loro immagine, in una societa’ come quella americana essere Donald Trump aiuta. La crisi dei partiti e della politica ha portato a una forte personalizzazione della politica che raggiunge i suoi apici in elezioni di questo tipo. Quando qualcuno come la Palin o l’ultimo attore di Hollywood dichiara di appoggiare Trump le sue sue parole sono sempre le stesse: e’ un leader, e’ un vincente, e’ un combattente etc. I programmi e la visione di societa’ finiscono in secondo ordine. Nel momento che si assiste a uno scontro di personalita’, il dibattito diventa impossibile a uso e consumo degli imbecilli di Eco.

Naturalmente vi e’ il malcontento. Tutti non sono contenti della classe politica e vogliono un cambiamento radicale. Trump non viene dall’ establishment del partito repubblicano, non e’ un politico di professione e quindi rappresenta il cambiamento. Qualche parola va spesa su questo malcontento e cosa si intende per esso. Certamente vi e’ l’impoverimento della classe media, certamente ci sono disoccupati e questo spiegherebbe l’ascesa di Sanders ma non quella di Trump dato che proviene da quell’un per cento che fotte il resto del paese. Anche chi ha un lavoro si dice non contento, anche chi non nessun problema si dice non contento. Allora da dove viene questo malcontento anche da parte di chi ha un lavoro e puo’ permettersi una vacanza? Da una parte vi e’ la paura di perdere tutto (e per questo il diverso e’ una minaccia) dall’altra parte continuiamo a porci traguardi irraggiungibili. Il consumismo ci pone delle mete irraggiungibili attraverso i miti del marketing. Dobbiamo essere tristi e inappagati per continuare a comprare e naturalmente diamo la colpa ai politici quando non riusciamo a raggiungere quella perfezione promessa dalla pagine patinate dei nostri giornali.

Cosi come negli anni 20 con il fascismo l’Italia aveva messo in luce quei sentimenti che hanno portato in crisi le democrazie liberali, cosi l’Italia negli anni 90 con Berlusconi ha anticipato quel malessere che sta intaccando le democrazie al giorno d’oggi. Dovremmo finire di lamentarci che siamo indietro in tutto dato che purtroppo siamo dei precursori in politica.

Perché non ti porti un immigrato a casa?

Immigrazione-890x395_c

“Perché non ti porti un immigrato a casa?” E’ stata questa la risposta di Salvini a Morandi che ricordava quello che è stata l’emigrazione italiana ad un paese con la memoria corta . E’ la stessa risposta che spesso ricevono tutti coloro che ricordano il dovere del nostro paese di dare asilo ai perseguitati e di trattare umanamente tutti coloro che sbarcano sulle nostre coste (se ci arrivano) spinti dalla fame e dal desiderio di una vita migliore, senza che questo significhi  aprire le frontiere a tutti come spesso viene grossolanamente inteso il dovere dell’accoglienza.

La frase nasconde una delle tante sfaccettature dell’antipolitica che sta inquinando la democrazia in Italia; un tentativo di spostate nella sfera privata un argomento di interesse pubblico nel tentativo di sfuggire a un dibattito razionale continuando a raccattare voti sfruttando l’emotività e l’istinto a chiudersi di un popolo che si sta impoverendo e pensa di risolvere la crisi trovando nel diverso la causa dei propri mali.

Perché allora chi parla di disoccupazione non si porta un disoccupato a casa? Perché non si chiede a chi a cura il sistema sanitario nazionale di dare un proprio letto a un malato? Per avere il diritto di discutere di legalità o della condizione delle carceri, bisogna portarsi un ergastolano a casa e richiuderlo in cantina? Tutti questi temi sono sfide a cui lo stato deve trovare una soluzione e non si può chiedere di più alla singola persona che già paga le tasse destinate in teoria ad affrontare questi problemi. Lo stesso vale per l’immigrazione, è un problema che riguarda tutto il sistema paese a cui la classe dirigente deve dare una soluzione e non lavarsi le mani avendo la pretesa che debba essere risolto da chi ha una sensibilità maggiore su questa tematica.

Come cittadini abbiamo il diritto di esprimere la nostra opinione su come la politica affronta i problemi del paese, anche se non siamo personalmente toccati dal problema.  Abbiamo il diritto/dovere di influenzare le scelte politiche anche se quelle scelte non ci riguardano direttamente perché’ viviamo in una comunità di persone e abbiamo un senso di responsabilità verso il resto del gruppo a cui apparteniamo. Abbiamo il diritto di dire la nostra  su come il nostro vivere comune va modellato e di esprimere il nostro  pensiero riguardo il tipo di paese in cui vogliamo vivere.

Per questo motivo la domanda di Salvini non è solo antipolitica ma la negazione del senso di appartenenza ad una comunità più grande. E’ lo stesso spirito alla base dell’omertà o del “fatti i cazzi tuoi” tanto in voga non solo in politica ma nella vita di tutti i giorni. Un altro esempio di come le nostre società stiano perdendo il senso di solidarietà trasformandosi in una collezione di individui slegati che si ritirano dalla  politica per tornarci solo quando i propri interessi sono toccati.

Credo sia arrivato il momento che i politici alla Salvini si ricordino che il loro ruolo non si limita solamente a cercare consenso come se la democrazia fosse un grosso reality tanto di moda ai nostri giorni.  Sono infatti chiamati, non solo a trovare soluzioni, ma anche a svolgere un ruolo guida all’interno del paese, elevando il dibattito politico per rispetto nei confronti  degli elettori che meritano molto di più di clown capaci solo di frasi ad effetto e azioni eclatanti.

Seguici su twitter:@viamila18

Internet e populismo: controllo del messaggio e rapporto diretto tra elettore e politico

via mila_n

Abbiamo visto come Internet tende a rinchiudere le persone in confini virtuali, esponendoli solo al pensiero a loro vicino e sottraendoli al confronto con il diverso, a meno di avere uno spirito critico che risulta raro al giorno d’oggi per diverse ragioni: mancanza di tempo, idee politiche che diventano parte della nostra identità (Emotional Marketing), poca propensione alla partecipazione politica, incapacità di comprendere la realtà etc.  In questa maniera, ognuno crea un regime “autoritario” a sua immagine e somiglianza per se stesso, dove lo spazio di libertà dipende dallo spirito critico che ci doniamo. Una democrazia senza la possibilità di cambiare idea, dibattito, confronto e animata da persone armate di verità assolute (perché poco esposte al diverso) è una democrazia monca, non solo non in grado di difendere la libertà, ma anche incapace di intraprendere politiche efficaci che possono nascere soltanto dal confronto. Naturalmente, per fortuna, non tutti si comportano in questa maniera ma credo che questa è un’inclinazione che si sta rafforzando e rischia di caratterizzare sempre di più il nostro futuro, soprattutto con la tendenza dei vari media (TV, giornali, radio) ad amalgamarsi in un’unica piattaforma universale: la rete.

Una volta entrato nei confini virtuali dell’elettore (tramite un like sulla pagina facebook, twitter, seguendo il blog etc), il politico ha due fattori che può sfruttare a proprio favore: il pieno controllo del messaggio e il rapporto diretto con l’elettore senza nessuna forma d’intermediazione. Entrambi i fattori sono una manna per qualsiasi leader populista che gli permettono di evadere il confronto con la realtà.

Partiamo dal pieno controllo del messaggio. Su internet il messaggio corre direttamente dall’emittente (politico) al ricevente (elettore) senza nessuna forma di disturbo. Tramite internet, al politico è permesso di parlare solo di quello che gli fa comodo, eludere temi scomodi, dare la sua versione dei fatti senza confronto, citare solo ricerche e notizie che gli fanno comodo, mettere in risalto i successi e ignorare gli insuccessi. Questo è permesso perché non c’è nessuno che possa fare domande o mettere in risalto le incongruenze/falsità. L’immagine virtuale del politico è gestita da professionisti del settore che riescono a creare una forma di realtà che si sposa a perfezione con la visione incarnata dal politico. Permettetemi degli esempi per chiarire meglio quello che intendo. Se il politico di turno cavalca la questione dell’immigrazione clandestina, cercherà di mettere in risalto i crimini commessi dagli stranieri e qualsiasi dato, evento o concetto che si sposa con l’idea che il nostro paese sia invaso. Chi ha permesso a questo politico di entrare nel proprio confine virtuale avrà l’impressione di vivere in un paese invaso da immigrati, anche se la realtà è diversa. Alcune recenti ricerche hanno dimostrato quanto questo sia efficace. Se il politico di turno è al governo, parlerà solo delle riforme fatte, dei dati economici positivi ignorando tutto il resto. Se qualcosa non può essere ignorato, il politico sarà sempre nella posizione di dare la sua versione dei fatti.

In teoria l’elettore può sempre informarsi e cercare altre fonti ma, come abbiamo gia’ visto, questo è difficile per diverse ragioni. Certo qualcuno si prende la briga di obiettare tramite un proprio commento (se non viene cancellato), ma quanti leggono i migliaia di commenti o tweet dopo un intervento sulla rete di un politico? Inoltre, proprio perché il politico è seguito soprattutto dai propri elettori, i commenti in controtendenza sono una piccolissima minoranza che si perde nel mare del conformismo. Se va bene, il massimo di attenzione che si riesce a ottenere è una scarica d’insulti.

Internet permette un rapporto più diretto tra politico ed elettori. Questo è positivo perché’ rende il politico più responsabile nei confronti di chi lo elegge, ma come tutte le cose, ha purtroppo anche un lato oscuro. Tutti i leader populisti cercano il contatto diretto con i propri elettori. Cavalcando l’onda emotiva e l’appoggio della massa, il leader populista si può permettere di ignorare, limitare e denigrare tutte le possibili forme d’intermediazione tra lui e il corpo elettorale: partiti, giornali, sindacati etc. Queste forme d’intermediazioni sono soprattutto delle forme di controllo che permettono a una democrazia di evitare una deriva plebiscitaria. Una vera democrazia e la libertà non possono coesistere con un potere senza controlli anche se “legittimato” dal voto. Una volta al potere e consolidato il rapporto con il proprio elettorato, il politico cercherà di usare il consenso plebiscitario per tacere altre forme di controllo all’interno dello stato, dal parlamento (esautorato dalla volontà popolare incarnato dal leader) alla magistratura.

Berlusconi per molti aspetti è stato (forse lo è ancora) un leader populista che ha cercato di trasformare la nostra democrazia in una forma plebiscitaria attorno alla sua persona. Il “ghe pensi mi”, il culto della persona, il rapporto diretto con gli elettori tramite la TV, la creazione di un partito centrato sulla sua figura senza opposizione all’interno, il suo contrapporsi alla magistratura e allergia a qualsiasi forma di controllo sono tutti tratti tipici di un leader populista che potevano portare a una deriva plebiscitaria della nostra democrazia. La tendenza dei leader populisti del presente è quella di creare il consenso al di fuori dei partiti o almeno di slegare la propria immagine e forza dal partito di riferimento. Tramite la rete e il contatto diretto con gli elettori, il politico è in grado di fare proprio questo: rendersi indipendente dal partito. Anzi, le fortune del partito (e dei suoi eletti) dipenderanno dalle fortune del proprio leader di riferimento. In questa maniera, i politici sono meno soggetti al controllo e al dibattito interno del proprio partito. Questo modo di fare sarà portato al governo una volta eletto. Con un rapporto diretto con i propri elettori, i parlamentari saranno semplici esecutori della volontà del leader, gli oppositori denigrati (i famosi gufi) e gli organi di controllo indipendenti rischiano di trovarsi isolati davanti a un leader che usa il consenso e il rapporto diretto con i propri elettori come clava per zittire il dissenso.

Internet ha sconvolto la maniera con cui si fanno politica e informazione. Al momento non abbiamo del tutto chiaro come usarlo. Il troppo entusiasmo e accettazione acritica di un mezzo ci fa dimenticare che un qualcosa non è buono per se ma lo è in base a come viene usato e dall’obiettivo che ci si pone. Le tendenze fin qui descritte saranno consolidate o scompariranno nel futuro secondo come la rete verrà capita e usata. Il rischio e’ che il populismo faccia prima di noi a imparare come usare la rete sfruttando i suoi lati meno evidenti e ignorati per troppo entusiasmo.

Seguici su twitter:@viamila18

Il dialogo tra sordi generato dalla rete al servizio del populismo

10559825_10153145813199899_6567136184004133807_n

In quest’articolo voglio continuare a parlare del legame tra internet e populismo iniziato nel mio precedente intervento. Lo scopo è sempre quello di mettere alla luce i lati oscuri della rete che possono mettere in crisi le nostre democrazie.

Internet è spesso descritta come una grossa piazza, dove la gente s’incontra e discute di tutto. Internet aiuta sicuramente il dibattito politico e la democrazia abbattendo le barriere e permettendo di scambiarsi opinioni indipendentemente dal luogo in cui ci si trova. Questo è inconfutabile ma bisogna porsi anche qualche domanda sulla qualità del dibattito e scindere la visione teoretica di come internet in teoria funzioni e come viene effettivamente usata nella vita di tutti i giorni. Personalmente ho l’impressione che il dibattito su internet avvenga tra persone che la pensano nella stessa maniera, limitando il confronto tra pensieri diversi. Quello che facciamo è mettere like alle pagina facebook con cui condividiamo la stessa visione, ci iscriviamo a forum frequentati da persone con simili vedute e leggiamo blog vicini alle nostre posizioni. Alla fine tendiamo a visitare sempre i soliti siti come dimostrato da diverse ricerche.

In questa maniera diventiamo sempre più impermeabili alle opinioni diverse. Tendiamo a creare un ambiente virtuale attorno a noi dove risuona solamente il nostro pensiero unico. Naturalmente non tutti utilizzano internet in questa maniera, ma ritengo che quello descritto sia la tendenza prevalente che limita il dibattito e indebolisce le nostre democrazie che non ha nulla da guadagnare da un dialogo tra sordi.

La ragione d’essere della democrazia è la possibilità che persone con opinioni diverse possano convivere e decidere pacificamente chi governa grazie all’uso del voto. Il dibattito politico e la convivenza di anime diverse, facilitato dalla libertà di espressione, permettono di ridurre l’attrito tra le diverse componenti della società. Questo funziona bene solo in presenza di una certa permeabilità tra le diverse correnti. Il rischio è che internet possa irrigidire le varie posizioni all’insegna del manicheismo. Se si discute solo con chi condivide le stesse opinioni e in più si legge e ci s’informa attraverso i soliti canali, può accadere che le linee di separazione tra le diverse anime della società si possano irrigidire portando il dibattito politico ad assomigliare più a uno scontro che a un confronto.

L’anonimato e il nascondersi dietro una tastiera fanno perdere anche il rispetto nei confronti di coloro che la pensano diversamente. Per avere un’idea di questo, basta farsi un giro tra i commenti lasciati agli articoli online  o sui post di un politico. Chi tende a pensarla in maniera diversa è puntualmente ricoperto d’insulti. Questo rafforza la tendenza a starsene nei confini virtuali che ci diamo tra persone con vedute simili.

In passato le nostre vite si sviluppavano solo nello spazio fisico. La limitatezza di questo spazio ci obbligava a entrare in contatto con persone diverse da noi. Nei giorni nostri, le nostre vite hanno una prosecuzione nel mondo virtuale. Questo mondo è pressoché infinito, come infinita è la possibilità di creare spazi indipendenti, da condividere solo con chi si vuole facilitando l’isolamento. La maniera di fare politica del passato, che obbligava a condividere gli spazi fisici (volantinaggio, comizi, la presenza di militanti per le strade etc), è moribonda. Viviamo in una società sempre più individualista e edonista che mette in secondo piano la sfera pubblica. La tendenza a vedere la politica come qualcosa di sporco a prescindere spinge a esprimere con fastidio le proprie opinioni in pubblico.  Cerchiamo di non avere discussioni con amici su temi forti per paura di pregiudicare i nostri rapporti. Tutto questo spinge a trasportare nel virtuale la nostra dimensione politica ma la trasportiamo in luoghi sicuri, dove siamo certi di trovare consenso e di non pregiudicare la nostra autostima, poiché ci sarà facile trovare consenso a quello che affermiamo.

In questa maniera è molto facile per un leader populista evitare non solo il confronto, ma anche il fatto che i propri elettori siano esposti a opinioni diverse. Non a caso tutti i leader populisti criticano la stampa e il mondo dell’informazione invitando i propri elettori a ignorare i media tradizionali. Il mondo dell’informazione non è esente da critiche naturalmente, ma l’obiettivo del leader populista non è quello di migliorare la qualità della stampa o la sua libertà. Il vero obiettivo è di ridurre lo spirito critico dei propri elettori, sottraendoli all’esposizione a opinioni diverse. Il classico esempio di questo comportamento è Grillo. Solo in questa maniera si può spiegare il perché abbia messo alla berlina vari giornalisti, il continuo invito a informarsi solo sul proprio blog, il dichiarare che i giornali siano morti, la produzione in massa di video e post per denunciare le malefatte dell’informazione e l’esaltazione quasi messianica d’internet come unico mezzo per informarsi. La stampa italiana non è il massimo (eufemismo) e va riformata per garantire una maggiore libertà ma secondo me c’è una differenza abissale tra cercare di migliorare la circolazione dell’informazione e il limitarsi alla critica distruttiva per legittimare solo l’informazione che passa attraverso i propri canali.

Un dibattito animato da campane sorde è una scimmiottatura della democrazia dove si cerca di vincere il voto non con la forza delle opinioni ma con la forza con cui sono espresse.

Seguici su twitter:@viamila18

Quel modo di usare Internet che aiuta il populismo

DSC_0856

Abbiamo visto come l’incapacità di comprendere la realtà sia uno degli elementi alla base del populismo che riesce a riempire questo vuoto con una visione semplicistica delle cose facile da adottare. Il successo del populismo dipende principalmente dalla velocità con cui è in grado d’imporre la sua visione e soprattutto dalla capacità di evadere il confronto. Oggi il populismo è più insidioso che mai perché’ ha la possibilità di contare su di un nuovo alleato che gli permette di fare proprio questo: Internet.

La rete è unanimemente considerata uno strumento tecnologico al servizio della democrazia per diverse ragioni, tra le cui:

A) Il controllo da parte di un potere centrale è più difficile rendendo libero l’accesso all’informazione anche quella scomoda al potere. Questo permette anche un maggiore controllo da parte degli elettori sugli eletti aumentando la trasparenza.

B)Tutte le istanze hanno la possibilità di far sentire la propria voce senza la necessità di passare attraverso un giornale o un canale televisivo che possono fungere da filtro decidendo cosa va detto e cosa no.

C) Possibilità da parte delle persone di potersi aggregare e fare pressione sulla politica al di fuori dei partiti.

D) Un rapporto più diretto tra eletti ed elettori (attraverso i social media per esempio).

La libertà di informare ed essere informati non possono essere gli unici criteri per valutare la salute di una democrazia. Questa dipende anche dalla qualità delle informazioni che circolano e dalla maniera con cui il dibattito si sviluppa attorno a queste informazioni. Da questo punto di vista, la rete mi appare deficitaria con il rischio di diventare un alleato prezioso del populismo.

La rete è ormai diventata un ricettacolo di teorie strampalate malgrado l’assenza di qualsiasi conferma. Queste teorie del complotto resistono e continuano a far proseliti alla faccia di argomentazioni razionali grazie principalmente a quello che in psicologia è conosciuto con l’espressione bias di conferma”. Una volta convinti di un qualcosa, diventato nel frattempo anche parte della nostra identità, processiamo le informazioni dando maggiore peso a tutto quello a conferma del nostro pensiero e sminuendo qualsiasi elemento contrario.

Il bias di conferma portato in rete è rafforzato all’ennesima potenza, dando origine a quello che chiamerei “google democracy”: una forma di confronto democratico dove si ha la possibilità illimitata di accesso a informazioni senza la possibilità di un vero confronto.

Attraverso i motori di ricerca, cerchiamo solo gli elementi che rafforzano le nostre tesi e che confutino le obiezioni, senza soffermarci seriamente ad ascoltare chi la pensa in maniera differente. Tendiamo a leggere articoli e ascoltare opinioni espresse anche da perfetti sconosciuti solo per il fatto che condividiamo la stessa maniera con cui vediamo un aspetto della vita, alcune volte senza essere sicuri che queste persone abbiano la conoscenza necessaria per esprimere un parere affidabile.  L’approccio non è quello di avvicinarsi alla verità ma di trovare argomentazioni a supporto di cio’ che riteniamo  vero a priori senza un reale confronto.  Questo facilita il populismo perché’ gli elettori usano lo stesso approccio anche quando si informano di politica.

Abbiamo visto che la mancanza di una proposta politica concreta, il creare consenso attraverso l’individuazione di un nemico e proporre quello che l’elettore si aspetta senza valutare la fattibilità o l’opportunità siano alcune delle caratteristiche del populismo che lo rendono vulnerabile in presenza di un dibattito serio. Il confronto e la discussione sono i nemici di qualsiasi leader populista perché’ metterebbero in luce i lati deboli di un modo fare politica che basa tutto sulla comunicazione e sul consenso facile.

Quello che il populista fa è di creare subito una base di elettori a colpi di slogan e proposte ampiamente condivisibili all’interno di un messaggio politico fortemente emotivo contro la casta, la corruzione, gli immigrati etc. Chi lo critica, mettendo alla luce i punti deboli della proposta e questo  modo pericoloso di fare politica, viene subito tacciato di far parte di quel mondo da distruggere causa dei mali d’oggi (da qui la critica feroce contro il mondo accademico, la stampa e gli intellettuali in genere). Le persone ammaliate dal leader populista di turno useranno internet per sostenere il proprio pensiero andando a trovare sulla rete argomentazioni, dati e articoli a sostegno delle proprie tesi. Data la vastità delle informazioni a disposizione e la quasi totale mancanza di una forma di confronto su quello appare sulla rete (fact checking) è facilissimo trovare sostegno a qualsiasi idea.

Il confronto delle idee richiede tempo e pazienza cose che la rete non ha sfornando a ciclo continuo informazioni, opinioni e dati che rendono impossibile un vero confronto.  Oggi qualsiasi leader populista sa come usare la rete perché’ gli permette di evitare il confronto e di usare i propri seguaci come casse di risonanza del proprio pensiero. Vedremo come nei prossimi articoli.

Seguici su twitter:@viamila18