Archive | December 2014

Internet e populismo: controllo del messaggio e rapporto diretto tra elettore e politico

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Abbiamo visto come Internet tende a rinchiudere le persone in confini virtuali, esponendoli solo al pensiero a loro vicino e sottraendoli al confronto con il diverso, a meno di avere uno spirito critico che risulta raro al giorno d’oggi per diverse ragioni: mancanza di tempo, idee politiche che diventano parte della nostra identità (Emotional Marketing), poca propensione alla partecipazione politica, incapacità di comprendere la realtà etc.  In questa maniera, ognuno crea un regime “autoritario” a sua immagine e somiglianza per se stesso, dove lo spazio di libertà dipende dallo spirito critico che ci doniamo. Una democrazia senza la possibilità di cambiare idea, dibattito, confronto e animata da persone armate di verità assolute (perché poco esposte al diverso) è una democrazia monca, non solo non in grado di difendere la libertà, ma anche incapace di intraprendere politiche efficaci che possono nascere soltanto dal confronto. Naturalmente, per fortuna, non tutti si comportano in questa maniera ma credo che questa è un’inclinazione che si sta rafforzando e rischia di caratterizzare sempre di più il nostro futuro, soprattutto con la tendenza dei vari media (TV, giornali, radio) ad amalgamarsi in un’unica piattaforma universale: la rete.

Una volta entrato nei confini virtuali dell’elettore (tramite un like sulla pagina facebook, twitter, seguendo il blog etc), il politico ha due fattori che può sfruttare a proprio favore: il pieno controllo del messaggio e il rapporto diretto con l’elettore senza nessuna forma d’intermediazione. Entrambi i fattori sono una manna per qualsiasi leader populista che gli permettono di evadere il confronto con la realtà.

Partiamo dal pieno controllo del messaggio. Su internet il messaggio corre direttamente dall’emittente (politico) al ricevente (elettore) senza nessuna forma di disturbo. Tramite internet, al politico è permesso di parlare solo di quello che gli fa comodo, eludere temi scomodi, dare la sua versione dei fatti senza confronto, citare solo ricerche e notizie che gli fanno comodo, mettere in risalto i successi e ignorare gli insuccessi. Questo è permesso perché non c’è nessuno che possa fare domande o mettere in risalto le incongruenze/falsità. L’immagine virtuale del politico è gestita da professionisti del settore che riescono a creare una forma di realtà che si sposa a perfezione con la visione incarnata dal politico. Permettetemi degli esempi per chiarire meglio quello che intendo. Se il politico di turno cavalca la questione dell’immigrazione clandestina, cercherà di mettere in risalto i crimini commessi dagli stranieri e qualsiasi dato, evento o concetto che si sposa con l’idea che il nostro paese sia invaso. Chi ha permesso a questo politico di entrare nel proprio confine virtuale avrà l’impressione di vivere in un paese invaso da immigrati, anche se la realtà è diversa. Alcune recenti ricerche hanno dimostrato quanto questo sia efficace. Se il politico di turno è al governo, parlerà solo delle riforme fatte, dei dati economici positivi ignorando tutto il resto. Se qualcosa non può essere ignorato, il politico sarà sempre nella posizione di dare la sua versione dei fatti.

In teoria l’elettore può sempre informarsi e cercare altre fonti ma, come abbiamo gia’ visto, questo è difficile per diverse ragioni. Certo qualcuno si prende la briga di obiettare tramite un proprio commento (se non viene cancellato), ma quanti leggono i migliaia di commenti o tweet dopo un intervento sulla rete di un politico? Inoltre, proprio perché il politico è seguito soprattutto dai propri elettori, i commenti in controtendenza sono una piccolissima minoranza che si perde nel mare del conformismo. Se va bene, il massimo di attenzione che si riesce a ottenere è una scarica d’insulti.

Internet permette un rapporto più diretto tra politico ed elettori. Questo è positivo perché’ rende il politico più responsabile nei confronti di chi lo elegge, ma come tutte le cose, ha purtroppo anche un lato oscuro. Tutti i leader populisti cercano il contatto diretto con i propri elettori. Cavalcando l’onda emotiva e l’appoggio della massa, il leader populista si può permettere di ignorare, limitare e denigrare tutte le possibili forme d’intermediazione tra lui e il corpo elettorale: partiti, giornali, sindacati etc. Queste forme d’intermediazioni sono soprattutto delle forme di controllo che permettono a una democrazia di evitare una deriva plebiscitaria. Una vera democrazia e la libertà non possono coesistere con un potere senza controlli anche se “legittimato” dal voto. Una volta al potere e consolidato il rapporto con il proprio elettorato, il politico cercherà di usare il consenso plebiscitario per tacere altre forme di controllo all’interno dello stato, dal parlamento (esautorato dalla volontà popolare incarnato dal leader) alla magistratura.

Berlusconi per molti aspetti è stato (forse lo è ancora) un leader populista che ha cercato di trasformare la nostra democrazia in una forma plebiscitaria attorno alla sua persona. Il “ghe pensi mi”, il culto della persona, il rapporto diretto con gli elettori tramite la TV, la creazione di un partito centrato sulla sua figura senza opposizione all’interno, il suo contrapporsi alla magistratura e allergia a qualsiasi forma di controllo sono tutti tratti tipici di un leader populista che potevano portare a una deriva plebiscitaria della nostra democrazia. La tendenza dei leader populisti del presente è quella di creare il consenso al di fuori dei partiti o almeno di slegare la propria immagine e forza dal partito di riferimento. Tramite la rete e il contatto diretto con gli elettori, il politico è in grado di fare proprio questo: rendersi indipendente dal partito. Anzi, le fortune del partito (e dei suoi eletti) dipenderanno dalle fortune del proprio leader di riferimento. In questa maniera, i politici sono meno soggetti al controllo e al dibattito interno del proprio partito. Questo modo di fare sarà portato al governo una volta eletto. Con un rapporto diretto con i propri elettori, i parlamentari saranno semplici esecutori della volontà del leader, gli oppositori denigrati (i famosi gufi) e gli organi di controllo indipendenti rischiano di trovarsi isolati davanti a un leader che usa il consenso e il rapporto diretto con i propri elettori come clava per zittire il dissenso.

Internet ha sconvolto la maniera con cui si fanno politica e informazione. Al momento non abbiamo del tutto chiaro come usarlo. Il troppo entusiasmo e accettazione acritica di un mezzo ci fa dimenticare che un qualcosa non è buono per se ma lo è in base a come viene usato e dall’obiettivo che ci si pone. Le tendenze fin qui descritte saranno consolidate o scompariranno nel futuro secondo come la rete verrà capita e usata. Il rischio e’ che il populismo faccia prima di noi a imparare come usare la rete sfruttando i suoi lati meno evidenti e ignorati per troppo entusiasmo.

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Il dialogo tra sordi generato dalla rete al servizio del populismo

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In quest’articolo voglio continuare a parlare del legame tra internet e populismo iniziato nel mio precedente intervento. Lo scopo è sempre quello di mettere alla luce i lati oscuri della rete che possono mettere in crisi le nostre democrazie.

Internet è spesso descritta come una grossa piazza, dove la gente s’incontra e discute di tutto. Internet aiuta sicuramente il dibattito politico e la democrazia abbattendo le barriere e permettendo di scambiarsi opinioni indipendentemente dal luogo in cui ci si trova. Questo è inconfutabile ma bisogna porsi anche qualche domanda sulla qualità del dibattito e scindere la visione teoretica di come internet in teoria funzioni e come viene effettivamente usata nella vita di tutti i giorni. Personalmente ho l’impressione che il dibattito su internet avvenga tra persone che la pensano nella stessa maniera, limitando il confronto tra pensieri diversi. Quello che facciamo è mettere like alle pagina facebook con cui condividiamo la stessa visione, ci iscriviamo a forum frequentati da persone con simili vedute e leggiamo blog vicini alle nostre posizioni. Alla fine tendiamo a visitare sempre i soliti siti come dimostrato da diverse ricerche.

In questa maniera diventiamo sempre più impermeabili alle opinioni diverse. Tendiamo a creare un ambiente virtuale attorno a noi dove risuona solamente il nostro pensiero unico. Naturalmente non tutti utilizzano internet in questa maniera, ma ritengo che quello descritto sia la tendenza prevalente che limita il dibattito e indebolisce le nostre democrazie che non ha nulla da guadagnare da un dialogo tra sordi.

La ragione d’essere della democrazia è la possibilità che persone con opinioni diverse possano convivere e decidere pacificamente chi governa grazie all’uso del voto. Il dibattito politico e la convivenza di anime diverse, facilitato dalla libertà di espressione, permettono di ridurre l’attrito tra le diverse componenti della società. Questo funziona bene solo in presenza di una certa permeabilità tra le diverse correnti. Il rischio è che internet possa irrigidire le varie posizioni all’insegna del manicheismo. Se si discute solo con chi condivide le stesse opinioni e in più si legge e ci s’informa attraverso i soliti canali, può accadere che le linee di separazione tra le diverse anime della società si possano irrigidire portando il dibattito politico ad assomigliare più a uno scontro che a un confronto.

L’anonimato e il nascondersi dietro una tastiera fanno perdere anche il rispetto nei confronti di coloro che la pensano diversamente. Per avere un’idea di questo, basta farsi un giro tra i commenti lasciati agli articoli online  o sui post di un politico. Chi tende a pensarla in maniera diversa è puntualmente ricoperto d’insulti. Questo rafforza la tendenza a starsene nei confini virtuali che ci diamo tra persone con vedute simili.

In passato le nostre vite si sviluppavano solo nello spazio fisico. La limitatezza di questo spazio ci obbligava a entrare in contatto con persone diverse da noi. Nei giorni nostri, le nostre vite hanno una prosecuzione nel mondo virtuale. Questo mondo è pressoché infinito, come infinita è la possibilità di creare spazi indipendenti, da condividere solo con chi si vuole facilitando l’isolamento. La maniera di fare politica del passato, che obbligava a condividere gli spazi fisici (volantinaggio, comizi, la presenza di militanti per le strade etc), è moribonda. Viviamo in una società sempre più individualista e edonista che mette in secondo piano la sfera pubblica. La tendenza a vedere la politica come qualcosa di sporco a prescindere spinge a esprimere con fastidio le proprie opinioni in pubblico.  Cerchiamo di non avere discussioni con amici su temi forti per paura di pregiudicare i nostri rapporti. Tutto questo spinge a trasportare nel virtuale la nostra dimensione politica ma la trasportiamo in luoghi sicuri, dove siamo certi di trovare consenso e di non pregiudicare la nostra autostima, poiché ci sarà facile trovare consenso a quello che affermiamo.

In questa maniera è molto facile per un leader populista evitare non solo il confronto, ma anche il fatto che i propri elettori siano esposti a opinioni diverse. Non a caso tutti i leader populisti criticano la stampa e il mondo dell’informazione invitando i propri elettori a ignorare i media tradizionali. Il mondo dell’informazione non è esente da critiche naturalmente, ma l’obiettivo del leader populista non è quello di migliorare la qualità della stampa o la sua libertà. Il vero obiettivo è di ridurre lo spirito critico dei propri elettori, sottraendoli all’esposizione a opinioni diverse. Il classico esempio di questo comportamento è Grillo. Solo in questa maniera si può spiegare il perché abbia messo alla berlina vari giornalisti, il continuo invito a informarsi solo sul proprio blog, il dichiarare che i giornali siano morti, la produzione in massa di video e post per denunciare le malefatte dell’informazione e l’esaltazione quasi messianica d’internet come unico mezzo per informarsi. La stampa italiana non è il massimo (eufemismo) e va riformata per garantire una maggiore libertà ma secondo me c’è una differenza abissale tra cercare di migliorare la circolazione dell’informazione e il limitarsi alla critica distruttiva per legittimare solo l’informazione che passa attraverso i propri canali.

Un dibattito animato da campane sorde è una scimmiottatura della democrazia dove si cerca di vincere il voto non con la forza delle opinioni ma con la forza con cui sono espresse.

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Quel modo di usare Internet che aiuta il populismo

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Abbiamo visto come l’incapacità di comprendere la realtà sia uno degli elementi alla base del populismo che riesce a riempire questo vuoto con una visione semplicistica delle cose facile da adottare. Il successo del populismo dipende principalmente dalla velocità con cui è in grado d’imporre la sua visione e soprattutto dalla capacità di evadere il confronto. Oggi il populismo è più insidioso che mai perché’ ha la possibilità di contare su di un nuovo alleato che gli permette di fare proprio questo: Internet.

La rete è unanimemente considerata uno strumento tecnologico al servizio della democrazia per diverse ragioni, tra le cui:

A) Il controllo da parte di un potere centrale è più difficile rendendo libero l’accesso all’informazione anche quella scomoda al potere. Questo permette anche un maggiore controllo da parte degli elettori sugli eletti aumentando la trasparenza.

B)Tutte le istanze hanno la possibilità di far sentire la propria voce senza la necessità di passare attraverso un giornale o un canale televisivo che possono fungere da filtro decidendo cosa va detto e cosa no.

C) Possibilità da parte delle persone di potersi aggregare e fare pressione sulla politica al di fuori dei partiti.

D) Un rapporto più diretto tra eletti ed elettori (attraverso i social media per esempio).

La libertà di informare ed essere informati non possono essere gli unici criteri per valutare la salute di una democrazia. Questa dipende anche dalla qualità delle informazioni che circolano e dalla maniera con cui il dibattito si sviluppa attorno a queste informazioni. Da questo punto di vista, la rete mi appare deficitaria con il rischio di diventare un alleato prezioso del populismo.

La rete è ormai diventata un ricettacolo di teorie strampalate malgrado l’assenza di qualsiasi conferma. Queste teorie del complotto resistono e continuano a far proseliti alla faccia di argomentazioni razionali grazie principalmente a quello che in psicologia è conosciuto con l’espressione bias di conferma”. Una volta convinti di un qualcosa, diventato nel frattempo anche parte della nostra identità, processiamo le informazioni dando maggiore peso a tutto quello a conferma del nostro pensiero e sminuendo qualsiasi elemento contrario.

Il bias di conferma portato in rete è rafforzato all’ennesima potenza, dando origine a quello che chiamerei “google democracy”: una forma di confronto democratico dove si ha la possibilità illimitata di accesso a informazioni senza la possibilità di un vero confronto.

Attraverso i motori di ricerca, cerchiamo solo gli elementi che rafforzano le nostre tesi e che confutino le obiezioni, senza soffermarci seriamente ad ascoltare chi la pensa in maniera differente. Tendiamo a leggere articoli e ascoltare opinioni espresse anche da perfetti sconosciuti solo per il fatto che condividiamo la stessa maniera con cui vediamo un aspetto della vita, alcune volte senza essere sicuri che queste persone abbiano la conoscenza necessaria per esprimere un parere affidabile.  L’approccio non è quello di avvicinarsi alla verità ma di trovare argomentazioni a supporto di cio’ che riteniamo  vero a priori senza un reale confronto.  Questo facilita il populismo perché’ gli elettori usano lo stesso approccio anche quando si informano di politica.

Abbiamo visto che la mancanza di una proposta politica concreta, il creare consenso attraverso l’individuazione di un nemico e proporre quello che l’elettore si aspetta senza valutare la fattibilità o l’opportunità siano alcune delle caratteristiche del populismo che lo rendono vulnerabile in presenza di un dibattito serio. Il confronto e la discussione sono i nemici di qualsiasi leader populista perché’ metterebbero in luce i lati deboli di un modo fare politica che basa tutto sulla comunicazione e sul consenso facile.

Quello che il populista fa è di creare subito una base di elettori a colpi di slogan e proposte ampiamente condivisibili all’interno di un messaggio politico fortemente emotivo contro la casta, la corruzione, gli immigrati etc. Chi lo critica, mettendo alla luce i punti deboli della proposta e questo  modo pericoloso di fare politica, viene subito tacciato di far parte di quel mondo da distruggere causa dei mali d’oggi (da qui la critica feroce contro il mondo accademico, la stampa e gli intellettuali in genere). Le persone ammaliate dal leader populista di turno useranno internet per sostenere il proprio pensiero andando a trovare sulla rete argomentazioni, dati e articoli a sostegno delle proprie tesi. Data la vastità delle informazioni a disposizione e la quasi totale mancanza di una forma di confronto su quello appare sulla rete (fact checking) è facilissimo trovare sostegno a qualsiasi idea.

Il confronto delle idee richiede tempo e pazienza cose che la rete non ha sfornando a ciclo continuo informazioni, opinioni e dati che rendono impossibile un vero confronto.  Oggi qualsiasi leader populista sa come usare la rete perché’ gli permette di evitare il confronto e di usare i propri seguaci come casse di risonanza del proprio pensiero. Vedremo come nei prossimi articoli.

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L’incapacità di comprendere la realtà alla base del populismo

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Il populismo e’ certamente uno dei mali che sta affliggendo le democrazie europee e non solo. Nonostante il grande uso del termine, la definizione di populismo non e’ univoca e si presta a diverse interpretazioni. Chiariamo subito che essere populista non significa ne’ fare gli interessi del popolo ne’ cercare di riavvicinare il popolo alla democrazia. D’altronde non ho ancora trovato una forza politica o un politico che cerca voti affermando di fare politica contro il popolo ovvero contro coloro cui chiede il voto.

A scanso di equivoci, qui usiamo l’accezione di populismo usato generalmente dalla scienza della politica che per populismo intende un atteggiamento politico/culturale demagogico che tende a creare consenso assecondando “le aspettative del popolo, indipendentemente da ogni valutazione del loro contenuto, della loro opportunità” (dal dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti)

Il populismo non ha un suo bagaglio ideologico ben definito ma si caratterizza per un certo modo di fare politica che di solito fa leva su tutti o alcuni dei seguenti temi:

A) Il popolo vittima delle élite culturali, politiche ed economiche. Il leader populista si pone come difensore del popolo contro queste élite.
B) L’identificazione di un nemico: immigrati, rom, ebrei, Europa, casta, banche etc. Sfruttando il malcontento, il populista canalizza la frustrazione e le difficoltà della gente contro un obiettivo. Si nega la differenza tra destra e sinistra riducendo la politica ad una lotta contro un nemico comune.
C) Mancanza di una soluzione alternativa una volta che il nemico e’ stato rimosso o limitato. Gli slogan tendono a sostituire la proposta.
D) Nostalgia verso un passato idealizzato quando le cose funzionavano (quando c’era lui, la DC rubava ma almeno c’era lavoro etc)
E) L’insofferenza nei confronti delle forme di intermediazione tra stato e società (partiti, sindacati e altre forme associative) e nei confronti di organi indipendenti come la magistratura.

Naturalmente questa lista non è esaustiva ma il filo comune che lega tutti questi elementi è la semplificazione della realtà. Il populismo fornisce un’interpretazione della realtà pronta per essere accettata e usata senza la necessità di approfondimenti, conoscenze o di capacità di analisi . Come esseri umani siamo costantemente chiamati a dare un senso a quello che ci circonda. Dare un perché a quello che accade intorno a noi e’ vitale perché’ abbiamo bisogno dell’illusione di essere in controllo delle nostre vite, rimuovendo il senso di paura generato dall’ignoto. Capire il presente ci fa sentire in sintonia con il mondo non facendoci sentire in balia degli eventi. Il populismo permette di dare un ordine e fornisce delle coordinate da usare nella vita di tutti i giorni per spiegare quello che accade.

Viviamo in un mondo sempre più complesso (basti pensare alla tecnologia e a tutti i fenomeni sociali ad essa connessi) e la sua comprensione è sempre meno facile per almeno tre ragioni. La prima è che richiede un minimo di cultura e capacità di analisi. La conoscenza richiesta deve spaziare su diversi campi e deve essere guidata da una certa cultura politica (senso civico) che permetta un minimo di analisi per avere una visione completa. L’aumentare del sapere umano ha generato una certa specializzazione che mette spesso in secondo piano la comprensione degli affari pubblici non permettendo di comprendere a pieno quello che accade nella vita politica. La seconda è che questo tentativo di comprendere la realtà richiede tempo ed energia. Non tutti hanno la voglia, passione o sentono il dovere di informarsi sulla cosa pubblica. In una società profondamente edonistica come la nostra, il pensare al pubblico finisce per essere marginalizzato per prioritizzare tutto quello che velocemente porta piacere o benessere alla propria persona. Com’è facile dedurre dai questi due punti, l’incomprensione della realtà riguarda tutti e non è necessariamente legato al titolo di studio conseguito. Anche chi ha una cultura superiore alla media può essere ammaliato dalle sirene del populismo perché’ non sufficentemente interessato alla vita politica del proprio paese per esempio. La terza ragione ha a che fare con i cambiamenti rapidi all’interno delle nostre società portatrici di nuove istanze che generano attrito nella parte più conservatrice dell’elettorato (diritti per i gay, eutanasia, Jus soli etc.). Il populismo cavalca questa opposizione al cambiamento dando poco importanza a questi temi per concentrarsi su temi di facile presa. Il fatto che questi temi siano rimossi dall’agenda populista dona l’illusione di poter fermare questi cambiamenti che tanto spaventano.

Alla luce di tutto questo, si puo’ comprendere come il leader populista abbia una capacita’ rasserenante: permette di dare un senso alla realtà, si pone come difensore contro chi lavora per rovinare la vita della gente comune e si pone come argine nei confronti dei cambiamenti.

Ci sono varie maniere per fermare questa degenerazione della democrazia. Naturalmente dare risposte concrete ai problemi, riducendo la paura per il futuro, e’ la maniera migliore per arginare questo pericolo insieme ad una classe politica piu’ onesta. Personalmente non credo che una buona politica e la prosperita’ economica siano sufficienti. Basti pensare a come il populismo avanzi in paesi come Svizzera e Svezia che sono lontani dai problemi economici e dagli scandali politici che affligono i paesi mediterranei. Il populismo non e’ soltanto il frutto avvelenato della rabbia e della sfiducia nella politica generata dai periodi di crisi ma anche la consenguenza dell’incapacita’ di comprendere il presente e dalla scarsa attenzione che viene dedicata a questa comprensione. Soltanto il rafforzamento del senso di responsabilita’ del singolo nei confronti della cosa pubblica puo’ porre un serio argine a questo fenomeno. Senso di responsabilita’ che porterebbe ad una maggiore attenzione verso il dibattito pubblico e all’informazione. Naturalmente il giornalismo deve fare la sua parte tornando ad informare mettendo in secondo piano la spettacolarizzazione della politica per fare ascolti. Il giornalista deve essere sempre nelle condisioni di fare domande scomode mettendo i politici davanti ai fatti e non limitandosi a registrare la solita litania di slogan.

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Emotional Marketing e democrazia.

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La politica e’ diventata ormai una campagna marketing gestita da professionisti del settore dove si cerca di vendere un politico/partito in cambio del voto. L’obiettivo e’ quello di creare un legame emotivo tra politico ed elettore tramite quello che in gergo viene chiamato “Emotional Marketing”. Il confronto tra programmi, idee e valutazioni su come si e’ governato passa in secondo piano perché, come nel mondo della pubblicità, il messaggio basato sulle emozioni è più efficace di quello razionale.
I politici non parlano più’ alla testa dei propri elettori ma ai loro istinti. I politici di successo sono coloro in grado di suscitare emozioni in chi li ascolta: fiducia, speranza, paura, appartenenza, rabbia etc. La reazione emotiva da parte dell’elettore crea un legame con il politico che non può essere razionalizzato in pieno, rendendo il legame più duraturo in quanto meno soggetto alla critica razionale. In questa maniera l’appartenenza ad un partito o la devozione verso un uomo politico diventa parte integrante dell’identità dell’elettore che sarà restio a cambiare idea. In presenza di fallimenti politici, casi di corruzione o qualsiasi comportamento/esternazione infelice, l’elettore reinterpreterà l’accaduto in maniera tale da giustificare il proprio credo politico. La reinterpretazione di quello che accade e’ più’ facile e meno traumatica che riconoscere di aver commesso un errore o di aver dato fiducia alla persona sbagliata, soprattutto nel breve termine. Questa maniera di fare politica non e’ nuova dato che si e’ sempre fatto un grande uso della paura (basta vedere i manifesti elettorali del 1948) e dell’appartenenza religiosa o ideologica (parte dell’identità della persona) per raccogliere il consenso. Negli ultimi anni l’uso massiccio di queste tecniche sempre più’ raffinate, insieme alla maggiore diffusione dei media, ha reso l’uso delle emozioni la maniera prevalente con cui i politici raccolgono e mantengono il consenso.
Uno dei vantaggi della democrazia e’ il confronto tra diversi punti di vista che permette di mettere in evidenza gli aspetti migliori e peggiori di qualsiasi proposta politica migliorando cosi il processo decisionale. Una democrazia e’ limitata e non in grado di produrre politiche efficaci in un sistema dove il dibattito politico e’ mosso dalle emozioni e gli elettori sono trincerati in gabbie identitarie che limitano l’uso della ragione e la possibilità di scelta.
Naturalmente e’ impossibile vietare ai politici e ai loro strateghi di marketing di usare le emozioni per raccogliere il consenso ma nulla vieta di cercare delle soluzioni che possano limitare queste pratiche. Per esempio si potrebbe: organizzare in maniera diversa le discussioni tra politici in televisione, limitare l’uso del denaro durante le campagne elettorali, cercare di rendere la stampa più’ libera in grado di effettuare un controllo più’ efficace sulla classe politica etc etc. Il cambiamento migliore rimane comunque sempre quello da un punto di vista culturale. Il voto dovrebbe tornare ad essere semplicemente uno strumento con cui l’elettore decide chi sia più’ capace di condurre una comunità e non una specie di giudizio universale per decidere chi ha ragione pretendo una scelta di campo a vita. Bisognerebbe smettere di vedere la coerenza fine a stessa come un valore assoluto. La democrazia esiste anche sulla base del rifiuto di pensare che una persona o un gruppo di persone sia perfetto e in grado di prendere sempre le decisioni giuste. Per questo motivo il rendersi conto di aver sbagliato e cambiare idea non dovrebbe essere stigmatizzato ma apprezzato perché’ permette l’alternanza vero sale di una democrazia. Il voto costituirà sempre una parte della nostra identità’ ma l’esaltazione del suo aspetto pratico (decidere chi governa) e la riduzione degli aspetti emotivi obbligherebbero i politici a sudarsi il voto potendo contare sempre meno su di un elettorato che li vota a prescindere. Un elettorato meno vincolato emotivamente permetterebbe di avere una vera alternanza e una classe politica migliore composta da persone in grado di proporre soluzioni e non solo slogan.

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La felicità attraverso la partecipazione

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Cos’è la felicità? In qualche maniera la felicità ha a che fare con le aspettative che abbiamo di noi stessi. La felicità (o l’infelicità) puo’ essere intesa come la distanza tra come percepiamo noi stessi e quello che vogliamo essere. Al giorno d’oggi è difficile essere felici in un mondo in cui siamo costantemente bombardati da messaggi pubblicitari che ci ricordano in continuazione come dovremo essere, cosa  possedere e fare. Questi modelli difficili da raggiungere sono una delle cause dell’infelicità dell’uomo moderno, obbligato a spendere per tramutare in realta’ il sogno creato artificialmente da altri per i propri interessi.

Per questo motivo, la felicità parte dall’accettazione di quello che siamo e dalla propensione a raggiungere un ideale possibile e non troppo distante. L’accettazione del presente come modo di realizzare la felicità è alla base di molte filosofie orientali ( e non solo) e di tanti libri sull’argomento che vanno per la maggiore al momento. L’accettazione di se stessi può essere un punto di partenza ma da sola non e’ sufficiente. Il ritenere che la felicità dipenda esclusivamente da noi stessi ci porta a isolarci dal mondo come se il contesto attorno a noi non sia rilevante per il nostro stato d’animo. La realtà è che il nostro benessere dipende anche dal mondo che ci circonda. La ricerca della felicità personale sarà più difficile in un mondo dove il resto della gente e’ infelice. A meno che decidessimo di vivere come eremiti, non viviamo isolati e siamo in continua relazione con altri individui la cui felicità o infelicità ha un impatto sulla nostra. Per questo motivo la nostra felicità è influenzata dalla maniera in cui il nostro mondo è organizzato e dalle decisioni prese per dirigerlo. In altre parole, la nostra felicita’ e i nostri sforzi per esserlo sono condizionati dalla politica in senso lato.

Il pensiero dominante invece e’ che la felicità dipenda solo ed esclusivamemte da noi stessi. Viviamo in una fase storica dove il mondo appare in decadenza: crisi economica, instabilità politica, riscaldamento globale, migrazioni etc. Abbiamo l’impressione che non possiamo contare sulla politica per risolvere questi problemi e la tentazione e’ quella di ritirarsi dal mondo e dalla partecipazione politica per ripiegare su noi stessi. Questo sentimento non e’ nuovo e si e’ spesso ripetuto nel corso della storia dell’umanità. Per esempio, lo stoicismo ebbe il suo massimo punto di diffusione durante la decadenza dell’impero romano. Nel presente, il ritiro dalla partecipazione e’ stato rafforzato dall’ideologia liberalista. Questa ideologia, da una parte ha privato gli stati dei poteri per cambiare le cose delegando al mercato la possibilità di scegliere per noi, dall’altra, ha ridotto l’importanza della società la cui esistenza e’ stata addirittura negata dalla Thatcher. La cultura dominante ha fatto passare l’idea che tutto cio’ che e’ pubblico e’ marcio oppure che se qualcuno e’ senza lavoro e’ perché non lo cerca. Lo stato sociale viene ormai inteso come carità che pesa sulle spalle di chi si e’ fatto da solo e che lavora duramente per sostenere nullafacenti. Bill Gates e Steve Jobs sono le icone del nostro tempo, eroi senza macchia in grado di creare la propria fortuna dal nulla perche l’hanno voluta e cercata duramente. Il risultato di questo modo di pensare sono i tanti libri in circolazione che insegnano ad essre felici ignorando o sminuendo tutto il resto affermando che la felicita’ dipenda solo da noi e dai nostri pensieri: un lavaggio di cervelo di massa che riflette l’ideologia economica dominante. Tutto questo fa dimenticare i tanti che non ce la fanno, una mobilita’ sociale ormai ferma e una disuguaglianza crescente che condanna tanti alla dissocupazione e all’infelicita’. Problemi come l’ambiente, la corruzione o la povertà vengono minimizzati e fatti passati in secondo piano.
Se abbiamo veramente a cuore la nostra felicità e il nostro futuro, dobbiamo combattere questo sentimento di ritiro dalla cosa pubblica e cercare di cambiare il mondo che ci circonda, che volenti o nolenti influenzerà sempre le nostre vite. La partecipazione, come direbbe Gaber, e’ libertà ma e’anche una delle chiavi per arrivare alla felicità.  Partecipazione significa essere parti di un progetto insieme ad altri individui riducendo il senso di impotenza. Il mondo non cambierà immediatamente ma dare uno scopo alle nostre vite, che non sia legato alla  sola accumulazione materiale fatta passare come la maniera piu’ rapida per essere felici,  e’ un primo passo per la realizzazione della nostra felicità.

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