Il mito della fine della distinzione tra destra e sinistra

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Uno dei mantra dell’epoca moderna é che la distinzione tra destra e sinistra non esista piú e che questo spartiacque appartenga al passato. Per diverse ragioni non condivido minimamente questa idea: non solo non e` vero ma questo modo di ragionare nasconde molte insidie.
Prima di tutto, dire che non c’é piu’ una destra e una sinistra significa in qualche modo affermare che le nostre societá siamo omogenee e abbiamo tutti gli stessi interessi. In quest’ottica un operaio della FIAT di Melfi ha gli stessi interessi di Marchionne o un precario quelli di un banchiere. Le economie occidentali hanno visto negli ultimi anni un aumento delle ineguaglianze dove un 10% della popolazione ha e controlla piú della metá della ricchezza. Pensare e impegnarsi per una societá piu eguale é di sinistra, affidare solo al mercato la distribuzione delle risorse é una scelta di destra.
La seconda ragione é in qualche maniera connessa alla prima. Dire che al giorno d’oggi che non c`é piu’ differenza tra destra e sinistra significa avere una visione tecnocratica della democrazia. Non essendoci piú un ideale di societá a cui far riferimento , la democrazia e la politica si riducono a trovare la soluzione migliore ad ogni problema come se questo fosse sempre possibile. Di conseguenza il voto si riduce a scegliere il tecnico migliore che troverá la soluzione ideale al problema. In realtá non vi é una soluzione ideale in quanto ad ogni problema ci sono diverse soluzioni che avvantaggiano o sfavoriscono gruppi sociali diversi senza considerare che anche il tecnico ha i suoi interessi. Inoltre la naturale conseguenza di questo modo di ragionare e’ quello di lasciare al mercato la decisione di regolare la societá in quanto solo il mercato permetterá l’allocazione delle risorse in maniera efficente. Non é una caso che i gruppi culturali che hanno piú spinto verso l’affermazione della fine delle ideologie sono quelli vicini ai gruppi finanziari/industriali. Nel momento che lo stato non é piu’ uno strumento per raggiungere degli obiettivi politici, la naturale conseguenza é quella di ridurre il suo peso e lasciare al mercato tutte le scelte.

La negazione di una differenza tra destra e sinistra porta inevitabilmente ad una personalizzazione della politica con quello che ne consegue. Non essendoci un modello di riferimento si finisce per votare la persona o il salvatore della patria: il “ghepensi mi” di berlusconiana memoria. Lo scontro democratico si riduce solamente a dialettica dove prevale chi sa usare meglio la parola e i mass media. Non importa tanto quello che si dice ma come lo si dice e come si appare. La politica si riduce a marketing dove si cerca di piacere a piú persone possibili inseguendo l’ultimo sondaggio. Questo porta ad un immobolismo perché fare delle scelte fa perdere voti soprattutto quello del cosidetto centro o dei moderati, in granparte un elettorato disinformato che sceglie all’ultimo minuto e che non ama i cambiamenti. Uno dei tanti peccati della snistra negli ultimi anni é stata quella di cadere in questo tranello. Prima il tentativo di cercare di prendere voti nell’aria moderata e poi una volta arrivata al potere ha sempre cercato di dare un colpo alla botte e l’altro al cerchio per non scontentare nessuno.
Certo i partiti vanno cambiati in quanto non sono piú portatori di idee o modelli di societá diversi ma sono soltanto gruppi di potere, peró una cosa é impegnarsi per riformare i partiti un’altra cosa é dire che destra e sinistra non esistano piú. Chi basa la sua politica su questo non ha nessuna intenzione di riformare i partiti. Non é un caso che i partiti di protesta negano l’esistenza di una differenza tra destra e sinistra perché cercano di pescare voti da tutte le parti. Da un punto di vista elettorale questo funziona fino a quando non si é chiamati a prendere delle decisioni che inevitabilmente scontenteré qualcuno perché piaccia o no ogni scelta va in una direzione precisa . Il punto é scegliere in quale direzione si voglia andare e non tutti voglio andare nello stesso posto. Quindi fino a quando gli individui saranno diversi e fino a quando esisterá la possibilitá di scelta esisterá  sempre la distinzione tra destra e sinistra. La loro forma e i loro contenuti saranno diversi con il passare del tempo ma come direbbe Bobbio ma alla fine saremmo sempre chiamati a scegliere tra libertá e uguaglianza (o almeno un giusto equilibrio) e quindi a scegliere tra destra e sinistra.

Charlie e la pochezza della politica italiana

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Il caso Charlie é uno di quei casi che dimostrano la pochezza della classe politica italiana che avrebbe fatto meglio a tacere. Una pietosa strumentalizzazione per andare dietro il sentimento popolare rinunciando a una delle missioni a cui é tenuto il politico: quello di guida. Uno statista anticipa i cambiamenti, non si mette semplicemente a traino. Si é usato la triste vicenda di Charlie per andare addosso all’Europa perché il vento tira di la. Diamo qualche perla:

Grillo: “Ue senz’anima, peggio di Pilato”

Renzi: “Vicenda meritava attenzione diversa da Europa”.

Salvini: “È un omicidio con la complicità, anche questa volta, dell’Ue che tace”

Andiamo con ordine:

1) Incolpare la UE per la decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’uomo e’ da SOMARI. La CEDU non ha nulla a che fare con la UE. La CEDU non crea politica ma é. un organo giurisdizionale.

2) La CEDU ha ribadito quello giá deciso da tutte le corti britaniche fino all’alta corte. Tutte queste istituzioni e i medici coinvolti si sono allineati sullo stesso giudizio. Questo da una parte significa che mettere in mezzo l’Europa centra come i cavoli a merenda e secondo che forse la questione é molto piú profonda da quello che i media vogliono far apparire a cui i politici si sono allineati.

3) Omicidio? Attenzione diversa? Senz’anima? Certo se la si vede solo dalla parte di genitori che possono parlare si potrebbe anche capire. La realtá é che tutti gli organi giudiziari che hanno esaminato la questione (dalle corti inglesi a alla CEDU) sono partiti mettendo al centro gli interessi e soprattutto la dignitá del bambino. Nessuna cura lo avrebbe salvato, i dannni celebrali sono irreversibili e non sarebbe probabilmente sopravvisuto a un ipotetico viaggio a casa per farlo morire li senza tenere conto il dolore che prova. Capisco il travaglio dei genitori ma bisogna chiedersi se queste persone, cosi emotivamente coinvolte, siano in grado di prendere delle decisioni nell’interesse del bambino. E’ piú importante accontentare la volontá dei genitori, aiutare il loro dolore o la dignitá del bambino sottraendolo alla pena a cui é ridotto?

4) Tutta questa gente che si batte il petto per le sorti di questo bambino, che parla di omicidio o di Ponzio Pilato, dove cavolo sono quando ogni giorno i nostri mari ingoiano tanti bambini che non riescono a raggiungere le coste italiane?

Dopo la TV del dolore oggi ci tocca anche la politica del dolore. Una politica che sguizza nella pornografia dei sentimenti per strappare qualche applauso in piú. Si espongono i sentimenti come se questa gente fosse parte di un grosso reality quando sono pagati per pensare e dare opinioni basati sulla ragione proprio perché non coinvolti in prima persona. Se non siete in grado di farlo, abbiate almeno il buon gusto di tacere.

 

 

Il divario tra centro e periferia

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La Brexit, la vittoria di Trump e il successo elettorale della Le Pen hanno una cosa in comune: l’aver evidenziato il divario tra cittá e periferia (dove per periferia s’intende non soltando i quartieri marginali delle grandi citta ma anche le regioni rurali e le piccole cittá).  Londra aveva votato massiciamente a favore del “Remain”, la Clinton aveva praticamente fatto il pieno nelle grandi citta costiere lasciando a Trump le praterie. Lo stesso é accaduto in Francia dove le cittá hanno tendenzialmente rigettato la Le Pen, proprio dove il suo messaggio contro gli immigrati avrebbe dovuto avere piú appeal. L’avvento di Internet aveva fatto sperare nella fine della distinzione tra centro e periferia dove bastava un PC per essere al centro del mondo. La promessa di un mondo interconnesso avrebbe reso la distanza e il luogo irrilevante. Invece, nonostante le distanze si siano ridottte telematicamente, il divario tra centro e periferie é aumentato insieme al risentimento di quest’ultime nei confronti del potere accusato di ignorare le loro esigenze.

Le cause sono molteplici. Prima di tutto la diminuzione degli investimenti pubblici non solo in termini d’investimenti ma soprattutto nella capacitá del pubblico di generare domanda e sorreggere le economie perfiferiche. Meno investimenti pubblici uguale meno domanda che si traduce in meno economia per le aziende locali. Questo genera disoccupazione o sottocupazione che spinge i giovani a lasciare le regioni perfiferiche per spostarsi nelle grandi cittá.  La deindustrializzazione si fa sentire soprattutto lontano dal centro con aziende meno competitive perché non in contatto con i centri d’innovazione vicini alle grandi universitá. Lontani dal centro significa anche essere lontani dalla finanza e dal capitale necessario per creare impresa. La crisi finanziaria ha messo in crisi molte piccole banche che sostenevano le piccole aziende locali a cui risulta difficile attingere ai finanziamenti erogati dai grossi gruppi finanziari che sono collocati nelle grandi cittá. Il centro attira non solo investimenti ma soprattutto capitale umano a scapito delle perfiferie dove rimangono non soltando gli anziani ma la parte meno dinamica della propria popolazione.

La perdita d’influenza e soprattutto l’impoverimento delle regioni marginali potrebbe essere uno dei motori della politica nei prossimi anni. La storia di ogni nazione si sviluppa sulla base di fratture tra gruppi sociali . Secondo molti politologi (in particolar modo Rokkan), queste fratture sono alla base dei vari partiti (capitale lavoro alla base della contrapposizione tra partiti socialisti e borghesi, stato chiesa tra partiti liberali e cattolici etc). La prima frattura affrontata al momento della nascita degli stati nazione é stata proprio quella tra cittá e periferie. Dopo un paio di secoli e nonostante Internet, questa frattura non solo non é scomparsa ma sembra apparire sempre piú ampia. Se negli anni 90 la Lega Nord é stata il simbolo di una periferia dinamica che cercava di tenere per se il frutto del proprio sviluppo, oggi i partit anti-establishment con venature fortemente anti democratiche rischiano di diventare gli unici portavoce delle periferie abbandonate. Se le politiche economiche a livello continentele non verranno cambiate, se il pubblico non torna ad investire, i populismi e le piattaforme politiche autoritarie potrebbero trovare nelle periferie un gruppo sociale da cui partire per arrivare al potere. Al momento é forse solo voto di protesta ma la continuazione di questa situazione potrebbe aiutare queste forze a radicalizzare il proprio consenso. Se nei paesi islamici,l’estremismo religioso usa le campagne per conquistare il centro, nei paesi a tradizione democratiche le periferie potrebbero essere usate per scardinare il centro ormai divenuto sinonimo di establishment.

Il PD e la crisi esistenziale della sinistra

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In “Renzi e il PD sconfitti dal Renzismo” avevamo evidenziato la spaccatura al’interno del PD. Da una parte il Renzismo che si rifá ad una concenzione leaderistica della politica dove il partito é a servizio del leader, e dall’altra parte l’idea cara alla sinistra dove il leader é solo un funzionario del partito. Da una parte il tentivo ulteriore di personalizzare la politica, dall’altro la resistenza e l’attaccamento a schemi che rappresentano un ostacolo a chi pensa che la politica debba essere fatta solo attraverso l’occupazione del dibattito politico da parte del leader che vende se stesso come soluzione dei problemi. Questo modo diverso di concepire il ruolo del partito é soltanto una delle dinamiche centrifughe all’interno della sinistra non solo italiana, basti pensare alla lotta all’interno del partito laburista Brittanico tra  Corbyn e Blair o il duello tra Hamon e Valls in Francia.

La spaccatura tra partito e leadership coincide  con una spaccatura ideologica piú profonda. Da una parte la “sinistra pesante” che ha le sue radici nel mondo del lavoro e  basa la sua visione politica su un mondo che nel frattempo é cambiato e non esiste piú. Questa sinistra ha gli occhi rivolti al passato, o fa finta che nulla sia cambiato, perché non in grado di comprendre il presente e non  ha il coraggio di esplorare alternative. Dall’altra parte una “sinistra leggera” che si é adeguata al mondo ma ha messo da parte la speranza di cambiare il futuro accontentandosi semplicemente di gestire il presente dando dei colpi di trucco a un mondo formato e modellato dalle leggi di mercato. Una politica che pensa semplicemente a gestire il presente diventa irremediabilmente semplice gestione del potere che si sforza di apparire sempre nuova e punta sull’imaggine del leader perché incapace di pensare a un futuro. In entrambi i casi, siamo di fronte a due visioni fallimentari incapaci di comprendere il proprio ruolo.

La “sinistra pesante” sembra ferma agli anni ’70. Fa riferimento a schemi come capitale contro lavoro, sindacati o partiti di massa senza adeguarli ad un presente totalmente diverso da un passato quando queste idee spiegavano da sole con successo quello che accadeva. Concentriamoci sulla dicotomia tipicamente marxista capitale/ lavoro. Certamente gli interessi di un operaio sono diversi da quelle del proprio datore lavoro ma la liberalizzazione del mercati ha ridotto la distanza. Nel momento in cui il mercato é dominato dalla concorrenza, operaio e imprenditore sono riuniti dallo stesso obbiettivo di mantenere in vita l’azienda. In una crisi interminabile, davanti alla competizioni di paesi come la Cina, le aziende e i posti di lavoro sono come le foglie di Ungaretti, pronte a cadere da un momento all’altro. In questa situazione precaria, operai e imprenditori sono spesso nella stessa tincea a difendere interessi comuni. Questo vale soprattutto nelle piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto economico del nostro paese. Questo ha causato un’emorragia di voti che si é riversato su altri partiti tanto da spingere Umberto Bossi a gridare «Siamo il partito degli operai» alla luce del consenso che la lega raccoglie tuttora nelle fabbriche.

In passato il capitale aveva un volto, gli Agnelli, i Pirelli o i Moratti. Nel capitalismo moderno questa personificazione del capitale é diminuita. I fondi pensioni, il trading on-line e la diffusione dell’azionariato come forma di risparmio ha trasformato tanti operai e pensionati in piccoli capitalisti diminuendo la loro avversione nei confronti del capitale perché una parte del loro benessere dipende dalla salute dei mercati. Una fetta sempre maggiore di quella parte della societá che aveva a sinistra il proprio punto di riferimento politico fa dipendere il proprio benessere materiale dall’andamento delle borse. Il problema é che le borse sono scollegate dall’economia reale. Come ha dimostrato la crisi del 2008, l’economia reale é un minuscolo pilastro che deve sorreggere una sovrastruttura finanziaria fatta di derivati e prodotti finanziari. Questa sovrastruttura si tiene in piedi sulla fiducia, fino a quando le istituzioni finanziarie e i risparmiatori continueranno come nulla fosse tutto va bene. Nel momento qualcuno inizia a farsi domande e si ritira dal gioco, tutto rischia di crollare trascinando con se l’economia reale ovvero il lavoro e il futuro di tanta gente. La “sinistra pesante” fa ancora fatica a prendere in considerazione la dicotomia “economia reale/finanza”.Oggi fare gli interessi di lavoratori, impiegati e disoccupati non puó essere ridotto a una lotta per limitare il capitale a favore del lavoro perché condannerebbe tante aziende alla chiusura. Non si puó pensare di parlare solamente di riduzione dell’orario di lavoro (giusto), aumento dei salari (giusto), di lotta contro il precariato (giusto) senza includerlo in un discorso piú ampio che includa come ridurre la finanziarizzazione dell’economia e come rendere globali i diritti dei lavoratori. Come evidenziato in un altro post, la sinistra deve tornare ad essere internazionale. Se ci si limita a piccole battaglie nazionali (per quanto possano essere giuste come la lotta al precariato) si rischia di essere travolti dai mercati e di produrre povertá costringendo tante aziende a chiudere in quanto incapaci di competere con chi ha meno obblighi. Questa é la forza distruttrice dei mercati che spinge verso il basso salari e diritti e chi non lo fa é costtretto a lasciare il gioco. Battaglie nazionali di retrovia fine a se stesse sono battaglie miopi dove una vittoria puó rivelarsi una scorciatoia verso la sconfitta definitiva. Questa sinistra pensa di parlare agli operai (sempre meno) ma incapace di relazionarsi al proletariato del nuovo millenio ovvero i tanti giovani precari che non hanno nemmeno una prole come ricchezza. Non a caso i sindacati si stanno trasformando in organizzazioni a difesa degli interessi di pensionati e di quei pochi lavoratori a cui é rimasto il privilegio di usare lo sciopero come arma di lotta sociale. Accecati da vecchi schemi, la “Sinistra pesante” rimane fuori da alcune battaglie che potrebbero darle nuova linfa. Se il capitale e il lavoro sono stati alla base del capitalismo fino ad oggi, assume sempre nuova importanza una nuova forza capace di creare valore. Questa forza sono le informazioni raccolte sulla rete dai giganti nella new economy. Informazioni su cosa visitiamo, cosa ci piace e quello che compriamo online sono una grossa risorsa e sará sempre piú la foprza che guiderá l’economia del futuro e non solo quella virtuale. Per creare valore l’economia reale del presente  ha sempre bisogno del capitale (in maniera ridotta), del lavoro (sempre meno e piú specializzato) ma non puó piú fare a meno dei dati che permettono di usare al meglio capitale e lavoro.  Come gestire queste informazioni? Perché queste aziende non pagano per ottenere queste informazioni grazie al “lavoro” fornito gratuitamente da chi naviga? In una societá sempre piú robotizzata che riduce l’importanza del lavoro, perché non creare un reditto di cittadinanza dal valore di queste informazioni? Farsi queste domande e portare avanti delle proposte servirebbe per svecchiare e rendere piú attuale la “sinistra pesante” liberandola da vecchi circuiti ideologici autoreferenziali.

In “PD e la sua natura postmoderna” avevamo evidenziato come Il continuo cambiamento e la mancanza di una finalitá sono alcune delle caratteristiche della societá moderna.  Da un punto di vista culturale questo é dovuto alla moltiplicazione e alla diffusione dei mezzi di comunicazione ( soprattutto internet) che ha permesso lo sviluppo di infiniti modelli culturali. La societá non e’ piu un blocco piú o meno uniforme ma la composizione variegata di diverse subculture. Non essendoci piú un gruppo di riferimento (quello che era la classe operaia per il PCI), avere un messaggio unico che riesca a fare appello a un numero sufficente di persone  é una chimera. Il PD nel tentativo di essere forza maggioritaria é stato costretto a diventare un contenitore di diverse anime rappresentando interessi e opinioni in contrasto tra loro. La sinistra si e’ sbriciolata in diversi gruppi con prioritá e sensibilitá diverse: dalla difesa degli animali al diritto all’eutanasia, dai diritti degli omesessuali alla difesa degli emigrati, dalla lotta contro l’inquinamento alla difesa della multiculturalitá. Queste vocazioni sono spesso in contrasto tra loro.

Per tenere unito il partito, si é rinunciato ad avere un’ideologia e una coerenza di pensiero che rischierebbe di incrementare la conflitualitá tra le diverse anime. Per tenere insieme il tutto, non rimane che la personalizzazione della politica dove il politico agisce da collante. La “sinistra leggera” ha la vocazione maggioritaria e giustamente non si accontenta di un ruolo di opposizione ma cerca di andare al governo. Per far ció deve essere in grado di far appello al cosidetto centro. Per centro o maggioranza silenziosa non intendiamo i moderati (o il voto cattolico) ma quella grossa fetta di elettori male informati e poco interessati alla politica che fanno vincere o perdere un’elezione. Per prendere il voto di questo centro si punta sulla comunicazione, sulla personalitá del leader e soprattutto si adotta un linguaggio rassicurante e spesso vuoto. Nel far ció la “sinistra pesante” risulta una zavorra, perché il suo linguaggio ideologico tende a spaventare gli elettori che per fomazione personale non guardano a sinistra. La “sinistra leggera” non si illude di cambiare radicalmente il presente, si accontenta semplicemente di mettere delle pezze per risultare il meno conflittuale possibile per assicurarsi la rielezione. In un mondo sempre piú arrabiato dove la gente perde velocemente fiducia, la “sinistra leggera” ha solo l’illusione di essere una forza di governo perché sará vittima di forze politiche che in elezione in elezione avranno la capacitá di sembrare piú nuove e alternative.

Il PD soffre inoltre di una fusione a freddo mal riuscita tra sinistra democristiana e quello che era rimasto del PCI. Se da un punto di vista sociale ed economico le distanze erano colmabili, questo non si puó dire su altri temi come i principi non negoziabili cari a Benedetto XVI. In un partito disomogeneo, la prioritá politica é il mantenimento dell’unitá del partito. Con questa prioritá, governare diventa difficile, sarebbe come essere su di una nave che perde pezzi dove i marinai cercano prima di tutto di tenere il vascello insieme per non affondare e la direzione diventa una priorita secondaria. Anche la questione morale divenuta pietra al collo per il PD deriva in parte da questa fusione. La presenza di due partiti uniti in alleanze costringeva a controllarsi vicendevolmente. Una volta riuniti in un unico partito, quei gruppi di potere locale che fanno politica solo per interesse personale hanno avuto vita facile a coalizzarsi e prendere il controllo del partito. Chi fa politica per vocazione é stato messo ai margini o  é  stato costretto a chudere un occhio e a relativizzare quello che accadeva per il bene dell’unico partito di sinistra rimasto. Per i semplici iscritti che componevano la forza dell’ultmo partito di massa non e’ rimasto altro che andare via e abbandonare l’impegno politico non disposti a sacrificare tempo ed energia per un partito che non scalda piú i cuori ridotto ormai a semplice gestione del potere.

Tutte queste forze centrifughe hanno portato alla situazione attuale dove il PD rischia la scissione in mille pezzi. Se da una parte la scissione sarebbe salutare per affrontare le contraddizioni spiegate in precedenza e riprendere un discorso coerente basato su una visione comune della societa, il rischio reale é che si tratti di una una frattura tra poteri senza un cambiamento radicale. La paura é ridurre all’irrelevanza la sinistra italiana divisa tra tante sigle in perenne conflitto tra loro. Conflitto non basato su una visione diversa, ma su risentimenti personali incapaci di trovare una sintesi per il bene del paese. Quello che manca alla sinistra non é un nuovo simbolo o un nuovo leader, ma un esercizio collettivo che ambisca a comprendere il presente per creare una direzione verso il futuro. L’obbiettivo dovrebbe essere cambiare la cultura dominante per poi cambiare qelle forze politiche ed economiche che stanno rendendo le nostre societa sempre piú ingiuste. Lottare conto l’ingiustizia per avere una societá piú egalitaria é l’uno vero collante della sinistra, il nostro principo non negoziabile. In una societá dominata dall’egoismo e dall’edonismo, questa battaglia é la piú difficile da combattere non solo per la soppravivenza della sinsitra ma per la soppravivenza di un senso comune che dia ancora senso alle nostre democrazie.

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La veritá utile e internet

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Nell’articolo precedente ci siamo soffermati sulla “veritá utile” intesa come attitudine che fa ritenere un qualcosa vero non perché rispetta il principio di non contraddizione ma perché serve alla nostra sfera emotiva facendoci star meglio. Questo modo di comportarsi é sempre esistito. Basta pensare ai nostalgici di un regime o di un uomo politico caduto in disgrazia che continuano a mantenere ferma la propria fedeltá interpretando e reinterpretando il passato e la realtá per continuare a giustificare la loro posizione. Questa maniera fallace di valutare la realtá, che conduce a  perdere qualsiasi forma di oggettivitá, prende in psicologia il nome di “cognitive bias”. Per “veritá utile” intendiamo una forma di “cognitive biais” che si sviluppa soprattutto in rete facendo cambiare, non solo la percezione del mondo circostante, ma anche come si affronta la realtá (dal voto al rifiuto dei vaccini etc…). Come detto in precedenza la veritá utile ci far star meglio ma le ragioni del suo successo in rete sono molteplici per la natura stessa di internet.

Sempre nel precedente articolo, abbiamo accennato a come la rete tenda a rafforzare l’investimento emotivo. Se passiamo anni a condividere articoli su scie chimiche, diventerá piú difficile ammettere di essersi sbagliati. Ogni volta che condividiamo un articolo, discutiamo in rete o mettiamo un like aumentiamo questo investimento emotivo in una teoria o tesi. Questo avviene quotidianamente perché quotidianamente abbiamo accesso alla rete e alle informazioni che i social presentano sul nostro schermo. A furia di farlo ne veniamo velocemente risucchiati diventando un tutt’uno con questa idea perché Facebook o Google ci presentano le informazioni in base alle nostre preferenze. La raccolta dati da parte del giganti della rete serve per darci un’esperienza personalizzata di internet, mostrandoci contenuti a cui abbiamo giá mostrato interessse in precedenza attraverso la nostra navigazione. In questa maniera, ogni utente si trova in una specie di bolla telematica che rafforza le proprie convinzioni e la tenacia a difendere le proprie posizioni .Quello in cui crediamo compone la nostra identitá e la loro importanza nella composizione del nostro essere dipende dal tempo e dall’energia che dedichiamo ad esso. Tornare indietro diventa difficile perché non si tratta semplicemente di cambiare idea per abbracciare una veritá che meglio si sposa con la reltá. Cambiare idea significa non solo rendere inutile l’investimento emotivo fatto ma anche mettere in discussione la nostra identitá . Il paradosso é che piú assurda é la tesi che sosteniamo, piú difficile sará ammettere di essersi sbagliati. A questo va aggiunto lo scorno da pagare con le persone che conosciamo.  I nostri amici ci definiscono e si relazionano con noi anche in base a quello in cui crediamo e di cui amiamo parlare. Ammettere di essersi sbagliati ha un effetto sulla nostra autostima perché questa ammissione significa dare ragione ad altre persone facendoci sentire inferiori o per lo meno piú stupidi. La “veritá utile” viene in soccorso, riducendo il pericolo e la necessitá di fare quel costoso passo indietro aiutandoci a selezionare solo le informazioni che ci fanno comodo.

La rete é una miniera infinita di informazioni e non importa se siano accurate, complete o affidabili. L’esplosione di dati e la facilitá di accesso rende facilissima la possibilitá di crearsi una veritá a proprio uso e consumo. Internet é come se fosse composta da infiniti pezzi di un puzzle. A differenza di un puzzle normale dove i pezzi possono essere assocciati ad un numero finito di altri pezzi, nella rete possiamo associare questi pezzi a nostro piacimento. Per far ció, basta trovare una coincidenza, una similaritá o una qualsiasi relazione per mettere due pezzi insieme anche se non sono minimamente compatibili. In questa maniera si costruisce una realtá che ha bisogno solo di un nesso logico per stare in piedi ma il fatto che un qualcosa abbia un senso logico non significa che sia vero. Sarebbe come se un ingegnere disegnasse un ponte su un foglio di carta. Nel disegnare questo ponte, il nostro ingegnere si assicura solamente che il ponte colleghi due rive di un fiume senza prendere in considerazioni iul peso, i venti, i materiali etc. Il ponte disegnato avrebbe anche un nesso logico sulla carta ma uno volta costruito non resterebbe in piedi un secondo. La “veritá utile” ci permette di dare un senso logico alle cose  dandoci una miniera di informazioni che ci permettono di non mettere le nostre idee o teorie alla prova dei fatti. Una delle ragioni del complottismo é proprio quella di mettere insieme dei ragionamenti che permettano di diffendere il senso logico di una costruzione mentale tenendola lontana dalla prova dei fatti. Per questo motivo l’accusare poteri oscuri o macchinazioni segrete serve proprio per sminuire e rendere irrilevante tutto ció che cozza con quello in cui crediamo.

Sulla rete é facilissimo trovare informazioni o articoli che aiutano questi processi grazie all’abbondanza e alla facilitá di accesso a una miriade infinita di informazioni. Queste informazioni non devono necessariamente essere fasulle ma basta intepretarle o inserirle in contesti diversi per ottenere e dimostrare quello che si vuole. La rete é come una scatola di cioccolatini che contiene non solo dei piaceri per il palato ma anche dei sassolini. Se noi prendessimo solo i cioccolatini ignorando le pietre, ci convinceremmo effettivamente che la scatola contenga solo dolci. La stessa cosa avviene nella rete dove prendiamo in considerazioni solo le informazioni che raffiorzano le nostra idee, ignorando il resto convincendoci della validitá del nostro pensiero. Un solo sassolino o informazione contraria dovrebbe obbligarci a riformulare il nostro pensiero ma in rete non sará difficile trovare un articolo o l’opinione di qualcuno che confuti l’esistenza stessa del sassolino. Alla fine molte delle discussioni sulla rete si trasformano in una discussione tra campane sorde dove si finisce a lanciarsi link vicendevolmente.

In passato prima dell’avvento di internet, se qualcuno affermava delle castronerie veniva in qualche modo isolato o deriso. Questa persona in qualche maniera era costretta a cambiare idea o a dimostrare la soliditá delle sue tesi altrimenti si condannava all’isolamento. Umberto Eco riassunse in maniera efficace questo meccanismo:

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.».

La rete permette di trovare facilmente persone che condividono il proprio pensiero e quindi di rafforzare ancora di piú le proprie convinzioni. La rete dá l’impressione di fare numero, di far parte di un gruppo e di non essere soli. Non importa quanto idiota sia quello in cui crediamo, sui social troveremo sempre qualcuno pronto a capirci e a darci ragione.

La facilitá di accesso all’informazione dá l’illusione di poter essere esperti su qualsiasi argomento. Questa illusione parte da un errore di fondo. Si ritiene un esperto una persona che ha una miniera di dati. In reltá l’esperienza non dipende soltanto da quanto si sa ma anche da altri fattori come la capacitá di elaborare queste informazioni, dalla padronanza delle conoscenze che permette un certo discernimento delle informazioni e dall’abiltá di comprenderle a fondo che é ben diverso dal semplice sapere e dalla ripetizione di informazioni come un pappagallo. In altre parole, sapere é importante ma é altrettando importante saper applicare quello che si sa in un contesto corretto. Internet é certamente un mezzo che puó aiutare ad elevarsi culturamente, certamente aiuta nell’accumulazione del sapere ma se si approccia il mezzo senza metodo e spirito critico si rischia di avere una visione della realta molto dettagliata ma completamente distorta. E’ come se una persona indosasse degli occhiali rossi, il mondo circostante sará pieno di dettagli ma distorto in quanto tutto tenderebbe verso quel colore.  Se una persona é convinta che i vaccini siano dannosi andrá su internet cercando tutto quello che rafforza la sua tesi. Certo questa persona sará piena di informazioni, si sentirá una specie di esperto sul tema anche se non ha studiato medicina per capire a fondo quello che legge ma soprattutto mancando dello spirito critico che dovrebbe spingerlo a prendere in considerazioni le tesi contrarie. Il fatto di sentirsi degli esperti permette anche di ignorare e sminuire il parere di chi magari ha passato un’esistenza a studiare la materia. Nel nome di una concezione distorta della democrazia,il parere di un tizio qualunque ha lo stesso valore di un esperto in materia e pretende di avere lo stesso rispetto. La differenza tra l’opinione di un esperto e il tizio qualunque non risiede in una presunta autoritá ma in un lungo processo che ha portato a delle conclusioni basate su un approccio razionale che ha coinvolto altri esperti. E’ vero che qualche volta dei neofiti hanno portato un approccio diverso e altrettando valido ad una materia, ma quando questo é accaduto  é stato possibile perché l’approccio diverso aveva una credibilitá basata su una serie di argomenti e nuove informazioni. Un idea é valida e merita ripsetto non per il fatto di essere stata concepita ma dallo scrutinio a cui e stata sottoposta. In rete accade spesso che delle idee abbiano forza per il fatto di essere in grado di affascinare e stuzzicare la fantasia o sempicemente si sposano bene con la propria concezione della realtá.

Purtroppo non esiste una bocca della veritá come massimo giudice per sapere se qualcosa sia vero o no. In un’epoca dove ognuno si crea la propria realtá e si costruisce la propria veritá, siamo tutti giudici e proni all’errore. Il pericolo é quello di avere una societá composta di campane sorde poco propense al confronto ma in grado sempre e comunque di trovare sostegno alle proprie tesi. Se da una parte internet ha aiutato lo sviluppo della democrazia del sapere umano grazie all’accesso veloce all’informazione e aprendo canali di comunicazione a chi é fuori dai circoli mediatici tradizionali, dall’altra parte rischia di pregiudicare il tutto perché non siamo ancora in grado di processare in maniera corretta quello che passa davanti ai nostri schermi. La sfida del futuro non sará tanto quello di avere un accesso sempre piú rapido all rete ma un’educazione all’uso della stessa.

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La veritá utile

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Nelle ultime settimane si é fatto un gran parlare di post-veritá riguardo le bufale che circolano su internet.  Notizie inventate di sana pianta, o esageratamente gonfiate, imperversano ormai sui social network e non hanno difficoltá a trovare creduloni pronti a condividere e indignarsi, prendendo per buono qualsiasi cosa che rafforzi il proprio pregiudizio. Le ragioni dietro la creazione di queste notizie non é un mistero. Da una parte c’é gente che specula sulla credulitá delle persone convertendo il traffico di visite in moneta sonante tramite la pubblicitá on line. Dall’altra parte si cerca di alterare l’umore degli elettori creando un sentimento di rabbia e frustrazione da dirigere contro governi, politici e istituzioni. In una fase storica dominata dalla frammentazione dei mezzi di comunicazione e con il voto deciso su base emotiva piú che razionale, le elezioni si vincono giocando sui sentimenti e la percezione della realtá da parte degli elettori. Se é facile capire le ragioni dietro la creazione delle cosidette bufale, un po’ meno e soprattutto meno discussa é la ragione per cui queste bufale hanno successo e persistono sui social. Troppo facile limitarsi alla scarsa istruzione delle persone o alla loro credulitá. Siamo tutti vittime di bufale in una maniera o nell’altra, non importa la nostra istruzione o il nostro scetticismo.

Evitando da una parte speculazioni filosofiche che negano il concetto di veritá e dall’altra parte i dogmi religiosi che affermano che esiste una sola veritá assoluta chiamata Dio, il concetto comune di veritá si rifá al pensiero scientifico. Per veritá si intende un concetto, idea o giudizio che é coerente e non in contrasto con la realtá oggettiva. Condividendo il pensiero di Popper,  non possiamo mai arrivare alla veritá assoluta o essere sicuri di essa, quello che possiamo fare é cercare di avvicinarsi il piú possibile. Essere nel vero significa sforzarsi per essere il piú vicino possibile alla veritá abbracciando la tesi che piú appare aderente alla realtá delle cose . Nel mondo scientifico, significa per esempio rinunciare a una teoria quando una migliore viene presentata. Perché teorie del complotto (dai retilliani alle scie chimiche) hanno migliaia di seguaci quando la rete é piena di informazioni che le smentiscono? Da un punto di vista politico, perché si continua a credere ai doni di Putin, ai terremoti declassati o agli immigrati in hotel a 5 stelle con piscine e sauna? Perché allora le bufale resistono quando sono chiaramente inventate?

Il problema é proprio quello di partire da un’idea scientifica di veritá, evitando di prendere in considerazione la sua parte emotiva. Quando si condivide una bufala su internet, il fatto che il nostro giudizio o pensiero sia in linea con la realtá  non é importante. Un qualcosa é vero o falso a seconda se  é utile o meno, non perché essa sia coerente con una realtá oggettiva. Un qualcosa é vero non perché rispetta il principio di non contraddizione ma perché serve alla nostra sfera emotiva. Quello che cerchiamo non é una veritá assoluta, arida e immobile ma una “veritá utile” che é fluida, relativa ma soprattutto confortante.

Proviamo a dare qualche esempio su cosa riteniamo per “veritá utile”. La gente crede alle scie chimiche per diverse ragioni. Il complotto da un senso alle loro esistenze: la lotta contro gli untori del cielo li fa sentire eroi. Essere in pochi a crederlo rafforza la loro adesione, gli dá una ragione per guardare tutti dall’alto in basso e sentirsi meglio aumentando la propria autostima:“Guarda tutta questa gente istruita che non si accorge di cosa sta accadendo sulle loro testa. Io alzo la testa e osservo, a me non mi fregano”. Il complotto giustifica anche le loro (vere o presunte) miserie esistenziali: “La mia infelicitá non dipende da me ma da oscure forze che dominano e controllano il mondo che agiscono contro i miei interessi”. Possiamo fornire tutte le informazioni o prove che vogliamo, si continuerá a credere in un qualcosa che serve alle loro vite. La veritá nel puro senso della parola non ha l’obbiettivo di farci star meglio, al contrario spesso la veritá  fa male perché distrugge le nostre illusioni. Per questo motivo, approcciamo la realtá assorbendo e ritenendo vero solo quello che serve a farci star meglio.

Da un punto di vista politico, le bufale sono una delle essenze del populismo. Come spiegato in precedenza, il populismo ha succsso perche semplfica la realtá e la rende comprensibile. La post-veritá ha proprio lo scopo di semplificare la realtá e renderla piú comprensibile.  Le bufale sugli immigrati vanno per la maggiore perché identificano un nemico, danno la ragione per cui non troviamo lavoro, spiega perché i governi sono inefficaci, permettono di canalizzare la nostra frustrazione quotidiana e danno una speranza e il controllo della situazione (per star meglio basta mandare a casa tutti).

In un’era dove tutto é misurato dall’utilitá e caratterizzato dalla ricerca del piacere immediato, la veritá non ha fatto altro che piegarsi allo spirito del tempo. Essere nel vero non e’ piú un principio, un fine a se stesso per uscire dallo stato di bruti per vivere in “virtude e conoscenza” che da solo vale la pena di perseguire. Ha valore essere nel vero e pagare un prezzo (il tempo che spendiamo nella ricerca e nella riflessione) solo se é utile alla nostra persona procurandoci un piacere immediato. La “veritá utile” riduce tutto a opinione senza l’obbligo di cambiarla se non aderisce ai fatti. Se la dicotomia tra opinione e veritá diventa insostenibile, allora ci si rifugia in complotti o interpretazioni dei fatti tali da non obbligarci a cambiare opinione. Quando crediamo in qualcosa e ci facciamo porta bandiera di un’idea (dalle scie chimiche ad una ideologia politica), facciamo un investimento emotivo. Cambiare idea significherebbe non solo ammettere di avere torto ma anche mettere in crisi una parte della propria identitá rendendo vano tutto l’investimento emotive fatto in qualcosa.

Nell’epoca dei social network, l’invesimento emotivo diventa ancora piú alto e piú difficile da rinunciare. Se passiamo anni a condividere articoli su scie chimiche, diventerá piú difficile ammettere di essersi sbagliati. La veritá utile viene in soccorso, riducendo il pericolo e la necessitá di fare quel costoso passo indietro. Alla fine la veritá utile é un guscio, un mondo irreale fatto a nostra immagine e somiglianza in cui rifugiarsi. Un mondo in cui siamo noi in controllo, dove le contraddizioni del mondo reale spariscono non obbligandoci al faticoso tentativo di comprendere la realtá. In un mondo dominato dall’edonismo e dal costante intratenimento, la veritá utile é la soluzione perfetta  e pigra per rinunciare al tentativo di elevarsi culturalmente. Quello che impariamo dalla cosidettá universitá della vita (le informazioni che troviamo sulla rete spesso provenienti da fonti per lo meno dubbie) su qualsiasi argomento ci permette di non sentirci a disagio davanti a chi ha magari speso una vita di studi su quell’argomento. L’universitá della vita ci fa sentire meglio riguardo la nostra ignoranza perché ci fa sentire saggi e non vittime della manipolazione e della falsitá delle istituzioni culturali tradizionali. Se l’attacco alle elite é una delle caratteristiche del populismo, la veritá utile é uno degli strumenti a sua disposizione per deligittimare e sminuire il peso degli intelettuali e impostare il dibattitto politico non sulla razionalitá ma sull’emotivitá. Per questo motivo, le varie bufale e teorie del complotto possono anche farci ridere ma sono pericolose in quanto erodono la democrazia inquinando il dibattito politico.                   

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Qualche riflessione sul Mattarellum!

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Dopo aver spiegato le ragioni per cui Renzi sta spingendo per il Mattarellum, soffermiamoci su questo sistema elettorale cercando di riflettere su quali possano essere i suoi effetti sulla politica italiana. Partiamo da una premessa, questa proposta nasce come al solito da una visione a corto termine che parte da una valutazione della situazione corrente adottando la legge elettorale che fa piú comodo alla forza di maggioranza. Il PDL adottó il Porcellum per evitare che l’allora Ulivo stravincesse le elezioni del 2006 attraverso il Mattarellum. Renzi propose l’Italicum sicuro che avrebbe vinto le elezioni con quel sistema alla luce dei sondaggi di allora. Il ritorno del Mattarellum serve questa volta a prevenire una vittoria del M5s per le ragioni spiegate in precedenza. Il risultato é che continuiamo a cambiare legge elettorale non permettendo al sistema politico di consolidarsi.

Il Mattarellum é comunque un passo avanti rispetto al Porcellum, Italicum o Consultellum (la versione dell’Italicum dopo la probabile revisione della corte costituzionale). Prima di tutto gode di un appoggio trasversale: PD, Lega, Fratelli D’Italia e parte di Forza Italia. Anche il M5S in passato si era mostrato a favore di questo sistema elettorale. Crediamo fortemente che la legge elettorale, come la carta costituzionale, sia una delle regole di quel gioco chiamato democrazia e queste regole vanno scritte insieme. Con regole imposte a maggioranza come il Porcellum, o l’Italicum, si rischia di avere una legge elettorale diversa a ogni elezione con un sistema politico delegittimato dove avremmo sempre una parte del paese esclusa che sará libera di dire che il gioco é truccato. Un sistema democratico dove le forze politiche polemizzano non solo sulle politiche da addottare ma anche sulle regole che lo tengono insieme, é un sistema politico che rischia di essere delegittimato aumentando la distanza tra istituzioni e cittadini.

Il secondo punto a favore del Mattarellum é che il politico deve andare a caccia dei voti nel collegio a differenza delle liste bloccate del Porcellum o i capi lista dell’italicum. Nella versione originale del Mattarellum, usata agli albori della seconda Republica, la parte proporzionale prevedeva delle liste bloccate e andrebbe riformata. Parte proporzionale a parte, il sistema obbliga il politico a essere presente sul territorio e portarne avanti le sue istanze. Questo ridurebbe quella distanza tra politici e cittadini che il porcellum aveva acuito. Non si vota solamente per una una lista ma anche il lavoro e la credibilitá del candidato obbligandolo ad ascoltare e tenere in considerazione la volontá dei suoi elettori. Se non lo facesse, qualcun’altro lo farebbe conquistando il collegio. Infatti, con questo sistema politico, l’elettore tiene in considerazione non solo il partito di appartenenza ma anche la storia del politico. Questo obbligherebbe le forze politiche a candidare persone pulite e competenti. Chi mai voterebbe un Razzi qualsiasi per rappresentare il proprio collegio? Se Forza Italia presentasse Razzi, significherebbe regalare un parlamentare alle altre forze che contendono quel collegio. Il Mattarellum sarebbe salutare da questo punto di vista rendendo la democrazia un processo continuo di miglioramento perché il successo di una coalizione dipenderebbe anche dalla qualitá dei candidati presentati. Questo non significa che dal momento che adottiamo il Matarrellum la corruzione scompare e dalla prima elezione abbiamo un parlamento di gente competente. Il Mattarellum semplicemente forzerebbe le forze politiche a fare delle considerazioni diverse al momento della scelta dei propri candidati e questo, nel lungo periodo, aiuterebbe la formazione di una classe politica migliore. Questo processo sarebbe potenziato se i candidati nel singolo collegio venissero scelti attraverso delle primarie evitando candidati paracadutati dall’alto.

A differenza di quanto affermato al momento dell’introduzione del Mattarellum e di quanto comunemente creduto, il sistema non porta a una diminuzione di partiti. Il Mattarellum purtroppo porta alla formazione di coalizioni politiche non omogenee che non garantiscono la stabilitá di governo. Questa é la ragione principale della debolezza dei governi dell’Ulivo messi insieme dalla paura di restare fuori dal parlamento oltre che dall’antiberlusconismo. Il motivo é facilmente spiegabile con un piccolo esempio. Poniamo un paese con soli 5 collegi e tre partiti: A, B e C. Il partito A non ha problemi a portare a casa i collegi 1 e 2 dato che ha dalla sua parte non solo i sondaggi ma soprattutto il fatto che quei collegi sono sempre stati vinti dal quel partito nel passato (pensate al PD nei coleggi emiliani). Il partito B ha la stessa situazione di vantaggio nei collegi 3 e 4. Le elezioni si decidono nel collegio 5 dove esiste un piccolo partito regionale che non ha consensi al di fuori di questo collegio ma con il suo 8% diventa l’ago della bilancia. A e B devono vincere in quel collegio per portare a casa le elezioni e il loro consenso si equivale al 46%. L’unica maniera per vincere le elezioni é formare una coalizione con C o siglare un patto di desistenza (A o B non presenta il proprio candidato nel collegio 5 facendo confluire i propri voti su C). Il risultato finale é che C, nonostante sia minuscolo, sará in grado di portare non solo un parlamentare ma di essere decisivo nella formazione di un governo di coalizione con A o B. Allargate l’esempio dei 5 collegi all’Italia intera dove piccole liste che con il loro 2% a livello nazionale possono decidere alcuni collegi in bilico o alcune liste territoriali (pensate a Mastella in Campania) e potete capire il perché questo sistema porta a governi fragili e aiuta le scissioni all’interno dei partiti. Certo nel lungo andare i partiti eviterebbero di formare grosse coalizioni perché verrebbero puniti dagli elettori che opterebbero per coalizioni in grado di formare governi stabili ma questo non é scontato con partiti che cambiano nome continuamente e politici spesso mossi da calcoli a breve termine.

L’esempio in precedenza mostra un altro limite del Mattarellum: le questioni locali diventano questioni nazionali. Per vincere in quel collegio o per accontentare quel piccolo partito regionale si finisce a mettere in piedi micropolitiche cha fanno perdere l’indirizzo generale del paese. Pensate alla Lega e quanto abbia influenzato i governi di centrodestra con misure ad hoc mirate ad aiutare esclusivamente una parte del paese. Questa é una delle tante ragioni per cui Salvini sarebbe felice di tornare al Mattarellum.

In mancanza di meglio, il Mattarellum é un passo in avanti ma se si decidesse di adottare questo sistema, lo si deve portare avanti per almeno un paio di decenni per permettere a quei processi di automiglioramento di produrre i propri effetti. Al Mattarellum vanno aggiunte dei regolamenti parlamentari che rendano piú difficili le scissioni e magari delle modifiche per evitare i patti di desistenza in maniera da obliggare I partiti ad avere un programma commune prima di formare dei governi.

Dal nostro punto di vista riteniamo che il sistema migliore per il nostro paese rimane il doppio turno alla francese. La Francia uscita dalla quarte repubblica aveva un sistema politico frammentato con governi instabili. Il doppio turno ha permesso una riduzione dei partiti garantendo stabilitá. Il primo turno permetterebbe di valutare la forza di piccoli partiti non obbligando a grandi coalizioni al secondo turno.

Alternativamente va bane anche il proporzionale a patto di avere una lista di sbarramento seria (5%) con alleanze tra partite rese chiare prima del voto.

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Perché Renzi vuole il Mattarellum

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Nell’ultima assemblea del PD, il segretario del Partito Democratico ha rilanciato il Mattarellum come sistema elettorale da usare alle prossime politiche. Il Mattarellum e’ un sistema misto dove i ¾ dei parlamentari vengono eletti con un sistema maggioritario uninominale a turno unico (l’italia é divisa in colleggi e diventa parlamentare il candidato che in ogni singolo coleggio prende piú voti mentre i restanti candidati rimangono a casa) e il restante quarto é eletto con un sistema proporzionale a liste bloccate, con una quota di sbarramento al 4%. La quota proporzonale, nell’idea dell’attuale Presidente della Repubblica, serviva per garantire il diritto di tribuna alle formazioni politiche con un certo seguito nel paese che non vogliano allearsi o fare patti di desitenza con altre forze.

Come spiegato nel predente articolo, la ragione primaria dell’esistenza del governo Gentiloni é quella di fare una legge elettorale che serva a limitare le possibilitá del M5S di arrivare al potere da soli. Il Mattarellum si presta benissimo a questo scopo per almeno 3 ragioni:

  • La prima ragione é di natura matematica. In un sistema tripolare come il nostro (PD, M5S e Centrodestra) é praticamente impossibile per qualsiasi forza politica conquistare la metá dei parlamentari per formare un governo da soli. Con forze che si eqivalgono o quasi, ogni coalizione parte in teoria con un 30% dei seggi con il sistema maggioritario. La possibilitá del M5S di arrivare al governo da soli é ulterormente limitata dal fatto che PD e Centrodestra hanno un seguito concentrato in alcune regioni. Sará impossibile per il M5S vincere un numero sufficiente di colleggi in Toscana, Emilia, Umbria e Marche dove il PD ha un forte seguito. In Veneto, Friuli e Lombardia la parte del leone la fará l’alleanza tra Forza Italia e Lega. Per arrivare al governo il M5S dovrebbe fare man bassa dei colleggi nel resto d’Italia, cosa difficile dato che a Roma pagheranno la crisi della giunta Raggi e in altri posti dello stivale il clientelismo e la forza dei ras politici locali saranno un ostacolo per arrivare primi nei colleggi. In poche parole il Mattarellum é la legge elettorale viatico per una Große Koalition o una riedizione del Patto del Nazareno, come chiamarlo dipende dalla vostra sensibilitá politica.
  • La seconda ragione ha a che fare con la struttura dei partiti. Nonostante il calo d’iscritti, il PD rimane una macchina elettorale di tutto rispetto. Nei colleggi uninominale conta tantissimo la capacitá di portare al voto la gente soprattutto nei colleggi in bilico. Il M5S rimane una forza nata su Internet senza ancora una presenza importante sul territorio. Certo le cose per il partito di Grillo stanno cambiando da questo punto di vista ma buona parte degli elettori e militanti del M5S limitano la loro partecipazione politica sulla rete. Le elezioni si vincono sul territorio parlando anche alla gente lontana da Internet (anziani). La Lega e’ una forza radicata sul territorio e Forza Italia conta di una rete di notabili in grado di mobilitare l’elettorato all’avvicinarsi di tornate elettorali.
  • L’ultima ragione ha a che fare con la classe dirigente del partito di Grillo. Per vincere nei colleggi hai bisogno di gente conosciuta: politici nazionali esposti alla luce dei riflettori dei media o politici locali con una lunga esperienza politica (sindaci, consiglieri comunali e regionali). Quando l’elettore deve scegliete tra 3 o 4 candidati chi deve rappresentare il proprio territorio, tende a votare quello piú conosciuto in quanto genera piú fiducisa. Il M5S é deficitario da questo punto di vista. Con l’esclusione di pochi parlamentari (Di Maio, Di Battista, Fico e pochi altri), i restanti parlamentari del movimento sono dei perfetti sconociuti. Non avendo una classe politica locale con una lunga esperienza, si rischia di candidare una lunga lista di signor nessuno che pagheranno dazio davanti a politici di lungo corso.

Il Mattarelum sembra essere fatto apposta per agreggare il consenso tra le diverse forze politiche e ha le carte in tavolo per diventare la prossima legge elettorale. La minoranza PD non avrebbe nulla in contrario. I colleggi verrebbero ripartiti in maniera tale da garantire l’elezione ai leader della minoranza paracadutandoli in colleggi sicuri. La Lega sfrutterebbe il suo radicamento in una parte ristretta del paese. Forza Italia e Alfano appaiono essere contrari al momento. Forza Italia si troverebbe a fare i conti con la Lega. Con un sistema maggioritario sarebbero costretti a scendere a patti con i padani se vogliono portare dei parlamentari a Roma aumentando la forza di ricatto di Salvini. Alla fine non mi sorprenderei comunque se parte di Forza Italia appoggiasse il maggioritario soprattutto quei parlamentari che godono di un forte consenso a livello locale.   Alfano sembra essere contrario ma alla fine appoggerá la proposta: con un sistema proporzionale non ha nessuna speranza di superare la quota di sbarramento mentre con il maggioritario e attraverso un patto di desistenza con il PD, Alfano sarebbe in parlamento anche nella prossima legislatura. M5S? In passato avevano appoggiato la proposta Giachetti per tornare al Mattarellum. Oggi sembrano contrari per calcoli politici per le motivazioni date in precedenza e la loro giravolta sul Mattarellum sarebbe difficile da spiegare dopo il dietro front sull’Italicum.

Il Mattarellum é la legge che serve a questo paese? Nel prossimo articolo la nostra opinione.

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Qualche riflessione sul governo Gentiloni

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Il governo Gentiloni ricorda molto il secondo governo Amato, anch’esso terzo governo in una legislatura di centro sinistra. Gentiloni segue Renzi che aveva fatto le scarpe a Letta, cosi come Amato segui D’Alema che aveva fatto le scarpe a Prodi con la collaborazione di Bertinotti. Come il dottor Sottile, Gentiloni avrá lo scopo di tirare a campare per allontanare il piú possibile le urne aspettando un miracolo o un salvatore che possa evitare la sconfitta alle prossime elezioni e, visto che ci siamo, arrivare a settembre per il vitalizio. Oltre a trovare una soluzione alla crisi bancaria, la meno dolorosa  finanziaramente ed elettoralmente possibile (mission impossible!), l’unico vero scopo di questo governo e’ varare una nuova legge elettorale che non permetta al M5S di governare da solo, obbligandoli ad uscire dal loro purismo e a cercare un minimo di dialogo con le restanti forze politiche. 

E’un governo tattico, di piccolo cabotaggio che cercherá di fare meno danni possibili soprattutto da un punto di vista del consenso elettorale, un governo e una maggioranza con una visione di breve termine che ha come orizzonte solo e soltando il voto piuttosto che la soluzione ai vari problemi di questo paese. Facendo cosi si condannerá all’immobilismo esponendo il PD a mesi di erosione continua in un clima economico che tende al peggio.  In questa maniera diventerá lo strumento migliore per Il M5S e la destra  per rafforzare il loro peso elettorale puntando il dito verso una maggioranza che cerca di rimanere legata alla poltrona. In una clima dove domina l’antipolitica e la rabbia generata dalle difficoltá  economiche, questo governo non fará  altro che aumentare quel distacco tra elettori e politica che danneggerá non solo le forze al potere ma soprattutto la fiducia e la credibilitá delle nostre istituzioni. In tal senso, una carta che questo governo potrebbe giocarsi é il taglio dei costi della politica per disinnescare una delle armi che il M5S userá nella prossima campagna elettorale. Gentiloni si trova nella situazione ideale per farlo “Cari parlamentari del PD, molti di voi non saranno in questo parlamento nella prossima legislatura e la riduzione dei costri potrebbe aiutare qualcuno di voi ad essere rieletto”. Le condizioni per farlo ci sono, la volontá, l’impatto elettorale e gli effetti reali di una riforma del genere saranno tutti da verificare.
Un elemento interessante da notare é che una volta arrivato al potere, il maggior partito della sinistra italiano ha portato a palazzo Chigi tre personaggi che per storia e cultura hanno poco a che fare con la storia della sinistra democratica: Letta proviene dalla Democrazia Cristiana, Renzi dal Partito Popolare mentre Gentiloni e’ stato uno dei fondatori della Margherita dopo una gioventú passata nella sinistra extraparlamentare. Ulteriore dimostrazione di come la sinistra italiana sia incapace di esprimere una visione del futuro e una classe dirigente che non sia il riciclaggio di qualche extraparlamentare pentito o un democristiano tirato a nuovo.  Mancando una vera spinta riformista e un’alternativa al modello liberista, la voglia di rinnovamento e le speranze di cambiamento vengono raccolte da forze che puntano tutto sullo stravolgimento dello status quo, come se lo stravolgimento in se stesso bastasse a migliorare le cose. Queste forze aspirano sinceramente ad un cambiamento ma basano il loro consenso sulla contrapposizione netta alla classe politica attuale, non differenziando tra politico e istituzione, tra impossibilitá e scarsa volonta politica, tra mediazione necessaria in democrazia e inciucio. Questa confusione si trasforma in un rigetto totale di tutto ció che suona vagamente politico creando le basi a chi in futuro userá questo malcontento per rigettare non solo la classe politica ma la democrzia come la conosciamo. Le loro parole e le loro azioni si prestano non solo a dare voce ad un giusto malcotento ma danno corpo e alimentano gli spiriti autodistruttivi all’interno di un popolo il cui l’individualismo, il machismo e lo scarso senso della collettivitá mal si conciliano con la democrazia.
Il governo Gentiloni nato nelle stanze del potere si presta bene a questa retorica soprattutto per chi per opportunismo (tanti politici di opposizione) o per incapacitá non distinguere il piano politico da quello costituzionale. Il risultato é una serie di affermazioni e un’idea generale che abbiamo a che fare con un governo incostituzionale. Non importa se questo non regge da un punto di vista giuridico (art 92 della costituzione) l’importante é notare come questo sentimento distruttivo sia presente e venga rafforzato da questo governo. Dalle parole di Gentiloni, questo governo nasce dalla responsabilitá e dalla neccesitá di dare stabilitá alle istituzioni ma raggiungerá l’esatto opposto perché ció che da stabilitá alle istituzioni non dipende dal numero di parlamentari di una maggioranza ma dal rispetto che esse godono agli occhi dei cittadini. Che rispetto possono avere oggi il parlamento e un governo composto da persone di basso profilo tenuto insieme solo dalla volontá di tardare il momento del voto?
Per queste ragioni, quello di  Gentiloni é un governo pezza:  una pezza per arrivare a fine legislatura, una pezza tra renzismo e partito, una pezza per nascondere i limiti di un’azione politica che non e’ andato oltre ai proclami e alla creazione del personaggio Renzi. Questa pezza fatta di belle parole e di un vuoto senso di responsabilitá sará solo in grado di rendere il buco piú grande. Un buco fatto di frustrazione, sfiducia nelle istituizioni e disaffezione nei confronti della politica e nella democrazia.  Il problema é cosa passerá da quel buco.
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Renzi e il PD sconfitti dal Renzismo

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Dopo le elezioni europee dove Renzi aveva preso il 40% avevamo affermato che  non si poteva accontentare di rimanere a galleggiare. La gente vedeva in lui il cambiamento e lo pretendeva. Questo lo avrebbe obbligato a cercare un legame diretto con gli elettori mettendo a rischio l’unitá del PD. Nei mille giorni a palazzo Chigi, Renzi non ha fatto altro che cercare questo legame diretto, scavalcando il suo partito. Ha cercato di rafforzare la sua posizione nel paese attravero la narrazione di un paese che cambiava nonostante i gufi. La riforma costituzionale non era una delle prioritá che la gente chiedeva ma la sua modifica, dove in tanti avevano fallito, sarebbe stata un’altra dimostrazione della sua capacitá di cambiare il paese. Una riforma piú utile alla sua immagine di riformatore che al paese. Si e’ buttato in questa avventura sicuro di portare a casa una facile vittoria  puntando sulla stanchezza degli italiani verso una politica immobile. Il referendum sarebbe dovuto essere un’altra tappa di legimittazione della sua leadership e il rafforzamento dell’idea che il paese fosse in movimento grazie a lui. Prima di pentirsene, ha cercato di personalizzare il referendum chiedendo un voto su di lui (votate Si altrimenti mi dimetto) come per sigillare e rendere un tutt’uno il cambiamento con la sua presenza a Palazzo Chigi.
 La troppa fretta, l’auto illusione di essere un cavallo di razza, l’arroganza mostrata nei confronti di chi la pensa diversamente da lui, e tutto quello che compone il lato oscuro del renzismo lo hanno tradito non lasciandogli vedere quello che stava accadendo. Il suo ottimismo mal si conciliava con le difficoltá quotidiane che l’Italia affrontava e alla fine la sua visione felice del paese e’ risultata quasi offensiva. La gente non ha votato per difendere la costituzione ma semplicemnete per mostrare la rabbia nei confronti di un cambiamento che appariva solo sulle testate dei giornali e nei TG ma non nel loro quotidiano e nelle loro tasche.
Chiamatelo voto di pancia, chiamatela anti politica, chiamatela come volete ma il renzismo non si é trasformato in risposta politica al populismo e alla sfiducia degli italiani verso il sistema politico. La sua rottamazione si é trasformata presto in conservazione del potere accettando come amici di viaggio prima Alfano e poi Verdini. La sua vicinanza a De Luca, nessun serio tentativo di ridurre i costi della politica, la vicinanza agli ambienti della finanza hanno reso presto Renzi un’altro rappresentante di quel potere che gli Italiani vogliono rovesciare senza sapere bene cosa fare dopo. La riforma della costituzione era si un principio di cambiamento ma era diventata presto la merce di scambio di un sistema che vendeva un piccolo cambiamento in cambio del mantenimento dello status quo. Lo scambio non ha convinto gli Italiani che hanno presferito rigettare la riforma pur di cambiare quel sistema di potere che offriva il cambiamento.

Passato l’effeto della novitá, il renzismo é diventato presto sinonimo di vecchia politica che vendeva ottimismo e riforme senza un reale effetto nella vita degli italiani. Renzi ha cercato di apparire nuovo sottraendosi ai vecchi riti di partito rimunciando al tentativo di compromesso e andando allo scontro con la sinistra del PD. Quello scontro gli serviva per dimostrare quando lui fosse nuovo in contrasto non solo ai D’Alema e ai Bersani ma soprattutto in contrasto con il proprio partito dove partito fa sinonimo con malapolitica, corruzione e causa di tutti i mali nel cuore e nella ente di tanti italiani. Il referendum doveva essere una tappa importante del renzismo dove il PD sarebbe stato ridotto all’impotenza davanti al legame diretto tra Renzi e italiani che sarebbe stato saldato dalla vittoria del Sí. La vittoria al referendum avrebbe rafforzato ancora di piú quell’indentificazione tra Renzi e PD costrigendo all’irrelevanza politica chi all’interno del partito non si piegava al renzismo. Il no alla riforma Boschi era da parte di molti all’interno del PD non tanto il tentativo  di riprendersi il partito ma soprattutto di evitare la fine dell’ultimo partito di massa in Italia che si sarebbe trasformato in un altro partito personale dove la propria fortuna e soppravivenza dipendono dalle sorti del leader. In poche parole volevano evitare quello che Berlusconi e’stato per Forza Italia.Il contrasto era tra due visioni. Da una parte il Renzismo che si rifá ad una concenzione leaderistica della politica dove il partito é a servizio del leader, e dall’altra la vecchia concenzione dove il partito viene prima del leader e questo e’ soltando un funzionario. Da una parte il tentivo ulteriore di personalizzare la politica, dall’altro la resistenza e l’attaccamentoa vecchi schemi che sono un ostacolo a quella personalizzazione.

Cosa accadrá ora? Molto dipendenderá da come Renzi interpreterá quel 40% e dalla capacitá o meno della minoranza del PD di riportare Renzi al ruolo di funzionario. Renzi vorrá andare al voto subito evitando di essere logorato puntando a quel 40% che lui ritiene “suo”. Se non riuscirá a portare il paese al voto,  vorrá dire il partito ha avuto la meglio sul leader. In questo caso Renzi fará anche un passo indietro come segretario del PD, lascerá il PD logorarsi mandandolo alla sconfitta elettorale nel 2018. Un PD sconfitto sará pronto per essere fagocitato dal partito della Leopolda sancendo la fine dell’ultimo partito di massa italiano.
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