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L’identità culturale e il suo assalto alla libertà

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Uno dei temi ricorrenti della politica di oggi e cavallo di battaglie dell’estrema destra, non solo in Italia, è il concetto di difesa dell’identità soprattutto quella culturale. A seguito della globalizzazione, della migrazione e dal contatto con altre culture imposto da un mondo sempre più piccolo, affiora l’esigenza di difendere un’identità culturale. Il concetto sembra affascinare soprattutto le giovani generazioni in quanto fornisce un punto di riferimento fermo in un mondo che ne offre pochi. In un periodo storico caratterizzato dai cambiamenti veloci imposti dalla tecnologia, il concetto d’identità culturale offre una specie di ancora di salvezza, un punto fermo da dove guardare il mondo dandosi un ruolo che permette di essere riconosciuti. Nel momento in cui la politica ha smesso di avere il ruolo guida abdicato all’economia e alla tecnologia, ecco che la politica basata sul concetto d’identità acquista importanza. Da una parte il concetto di difesa dell’identità ci dà l’illusione di tornare in controllo, mentre dall’altra parte permette alla politica di parlare di qualcosa. La difesa dell’identità culturale è la versione adulta del “fermate il mondo, voglio scendere”. Incapaci di comprendere e guidare i cambiamenti, spaventati dal futuro e incapaci di vivere il presente che si muove in maniera rapida, la politica ricorre alla difesa di un’identità per parlare agli elettori.

All’apparenza la difesa dell’identità culturale può apparire innocente, senza alcun pericolo per la democrazia o la semplice convivenza tra diversi gruppi all’interno della nostra società. In realtà, la difesa dell’identità culturale è il classico cavallo di Troia: innocente all’esterno ma che contiene pericoli al proprio interno dopo un’attenta analisi.

Il concetto d’identità richiama a un qualcosa che resta immobile e ben definito ma entrambe le cose sono illusorie. Ognuno di noi contiene molteplici identità che entrano in gioco a seconda dei momenti, con chi ci relazioniamo o la nostra età. Alcune di queste identità le riteniamo importanti e difese strenuamente, altre meno, tutte cambiano ma non esiste un’unica identità che permette di sintetizzare la nostra vita e tutte sue manifestazioni.  Se rapportiamo questo alla società (anche la più coesa), il tentativo di d’indentificare elementi che costituiscono un’identità comune è illusorio data la sua complessità e varietà. Qualsiasi tentativo risulterebbe una forzatura a servizio non dell’identità ma delle ragioni che si celano dietro la necessità di trovarla. Tutte le identità sono artificiali e costruite per servire un scopo, che sia quella personale o quella di un paese. L’identità non esiste in natura, è un processo cognitivo che richiede che qualcuno, o un qualcosa, decida che cosa faccia parte o meno di una determinata identità o quale identità tra le tante è importante e va difesa. Come spiegato da Remotti, l’identità è un mito, un grande mito del nostro tempo che promette un qualcosa che non c’è.

Tornando al concetto di cultura, quando ci si riferisce all’identità culturale si fa finta che sia un qualcosa di eterno, una specie di essenza alla base dell’essere italiani. Peccato che la cultura si evolve e cambia nel corso degli anni. L’identità culturale di oggi (febbraio 2018) è diversa dall’identità culturale degli italiani di 10 anni fa. Questi cambiamenti culturali sono oggi ancora più veloci perché condizionati dal passo del cambiamento tecnologico. Facebook, WhatsApp e Twitter fanno ormai parte di questa identità culturale. Se togliessimo la tecnologia non saremmo in grado di descrivere la cultura di oggi e la stessa tecnologia ci rende diversi culturalmente dagli italiani del passato, anche solo 10 anni fa. Pensiamo alla religione per fare un esempio lontano dalla tecnologia e che riteniamo lenta ai cambiamenti. La maniera con cui i credenti si approcciano alla religione cattolica oggi è completamente diverso agli stessi credenti prima del Concilio Vaticano secondo. Seppure parliamo della stessa religione, dello stesso paese e di un lasso di tempo relativamente breve, le diversità sono enormi. Se culturalmente ci evolviamo, possiamo veramente parlare di un’identità culturale? Possiamo veramente estrapolare un’essenza che accomuni l’essere italiani oggi e ieri? Considerando che ognuno di noi è un insieme d’identità, possiamo veramente identificare un minimo comune denominatore che accomuni tutti? Se quello che vogliamo difendere è in continuo cambiamento, possiamo veramente pensare di difenderlo e sottrarlo al cambiamento?

Che piaccia o meno, i cambiamenti culturali sono esistiti ed esisteranno sempre anche se vivessimo completamente isolati dal mondo esterno in quanto i cambiamenti non sono dettati solo e soltanto dall’esterno ma anche dal movimento del pensiero. Quello di fermare il tempo, di congelare i cambiamenti culturali è un sogno partito da Platone che accomuna tutti i regimi autoritari (destra e sinistra senza differenza). Per fermare i cambiamenti culturali c’è bisogno di un qualcosa che decida cosa vada accettato o meno come identità e che si impegni a far si che “l’identità modello”, scelta arbitrariamente, non venga corrotta (spesso e volentieri con la forza). Questo ruolo verrebbe dato allo stato (dato che la difesa dell’identità culturale diventa una priorità politica) e da qui la fine della libertà, perché l’unica maniera per fermare i cambiamenti culturali è quello di distruggere la libertà e i cambiamenti che vengono con essi. La liberta esiste e ha senso solo se c’è la possibilità di cambiare.

Per questo motivo tutta la discussione sulla difesa dell’identità culturale oltre ad essere inutile (quale identità, chi ne decide le caratteristiche, come fermare il progresso tecnologico, quale identità scegliere etc.) è pericoloso perché alla radice è fortemente autoritario. L’unica maniera per difendere l’identità culturale è quello di limitare la libertà. L’identità è qualcosa di fermo e non soggetto al dibattito e quindi ostile alla libertà di pensiero. Non si può essere per la libertà e poi negarla quando questa minaccia un ideale di nazione o cultura. Per questo motivo l’identità e l’affermazione di questo concetto in politica sono il vestito nuovo indossato da chi è contrario (cosciente o incoscientemente) alla libertà. Il concetto di difesa dell’identità culturale non rappresenta solo una minaccia alla libertà ma anche alla convivenza pacifica all’interno di una società.

Remotti ci ricorda che la ricerca dell’identità è una soprattutto ricerca del riconoscimento. Non ha senso parlare di un’identità senza qualcuno da cui apparire diverso a cui chiedere il riconoscimento. Una persona che vive sola in un’isola non ha bisogno di affermare la propria identità personale in quanto non c’è nessuno che può operare quel riconoscimento. Parlare d’identità ha senso solo all’interno di un contesto dove sono presenti altre identità la cui differenza è usata come cartina tornasole per definire la propria. Per questo motivo un’identità non è definita per se ma sempre contro qualcosa e la difesa dell’identità si riduce ad un’affermazione contro altre identità. Da qui la ragione per cui il ritorno alla politica identitaria ha portato a un aumento dei conflitti soprattutto in un mondo che ha visto le sue dimensioni collassare nel giro di pochi anni. Nel momento in cui il mondo diventa interconnesso, dove la vita quotidiana dipende anche da quello che accade in altri posti e la distinzione tra vicino e lontano diventa sempre più labile, lasciare che il mondo sia guidato da politiche identitarie è la ricetta per il disastro. La politica smette di essere un mezzo per costruire il futuro ma diventa una maniera per affermare un qualcosa che esiste senza la volontà di cambiarlo. Il centro dell’attività politica non è la ricerca della soluzione ai problemi, ma la ricerca del riconoscimento e l’affermazione di se stessi. Questa ricerca non può che essere fatta alle spese degli altri, dei diversi, degli appartamenti delle altre identità che sono costrette ad accettare o rifiutare l’identità portata avanti. La difesa dell’identità non permette l’alterazione e quindi il compromesso e senza la volontà di cercare una via di mezzo lo scontro rimane l’unica opzione.

Non a caso con l’affermazione delle politiche identitarie è aumentata anche la violenza politica. La difesa della propria identità può essere usata come chiave per comprendere il terrorismo islamico per esempio. L’estremismo islamico affascina tante persone perché appare come una risorsa in difesa di un ideale d’identità minacciato dalla corruzione dei paesi occidentali. Non viene forse imposta la sharia per difendere un’identità culturale? Tutto quello che l’occidente produce non viene vietato forse perché accusato di corrompere le pratiche tradizionali alla base della loro identità? Che differenza c’è tra chi vuole fermare i cambiamenti culturali imponendo la sharia e chi parla di difesa culturale nelle nostre arene politiche? Nessuna, solo l’identità imposta. L’uso del concetto d’identità in politica è pericoloso non solo in rapporto tra culture diverse. Purtroppo il concetto d’identità si è infiltrato che nel modo in cui si fa politica. I politici mirano a creare identità in maniera da sottrare i propri elettori al pensiero critico. Quando Berlusconi parla “di noi liberali contro i comunisti”, quando Di Maio parla di “onesti contro la casta”, quando la sinistra attacca l’etichetta di fascista a chi non appare conforme al proprio modo di vedere le cose, sono tutti esempi di come viene usato il concetto d’identità per fare politica. Il politico crea un’identità che viene indossata dall’elettore, nel momento che questa identità viene indossata sarà difficile per questo elettore aprirsi al confronto. Il voto viene slegato da un progetto ma diventa una maniera per costruire la propria identità, altro esempio di uso privato della politica  discusso in precedenza. Che democrazia si puó costruire se gli attori sono immuni all’alterazione? Che speranza ha la politica di generare un dibattitto democratico costruttivo quando i suoi attori sono impregnati in una logica tribale? La democrazia è soprattutto confronto e scambio di idee ma quando sullo scenario politico appaiono solo le identità, non rimane che lo scontro e la degenerazione del dibattito.

Come se ne esce? Soprattutto come se ne esce difendendo la libertà e la convivenza? In una maniera sola: accettando la realtà fatta di identità fluide e soggette al cambiamento. Ne usciamo difendendo la libertà che sia essa religiosa o di pensiero. Solo difendendo i principi di società aperta si può garantire la libertà e la convivenza di diverse identità senza arrivare allo scontro. Non è solo una questione culturale ma anche una questione di sopravvivenza del genere umano sempre più compresso in distanze che si riducono che ci obbligano a vivere fianco a fianco. La critica che potrebbe essere mosse contro quello finora espresso sono essenzialmente due: non ha senso parlare di società aperta davanti alla minaccia del terrorismo e quella di relativismo culturale.

Se si è veramente preoccupati per le sorti della libertà, della democrazia o dei diritti umani minacciati dal terrorismo islamico, la maniera migliore per difenderli e spingere per la loro affermazione e non per la loro soppressione. Non ha senso combattere il terrorismo aiutandolo a raggiungere il suo obbiettivo principale che mira alla distruzione della nostra libertà e di come le nostre società sono costruite costituendo una minaccia alla loro identità.

Come spiegato in precedenza ci sono tante identità e la scelta degli elementi che la costituiscono è sempre un atto arbitrario. Non sono forse anche i concetti di libertà, società aperta, laicismo e tolleranza alla base dell’identità dell’occidente? Se proprio dobbiamo decidere un’identità, perché non scegliere un’identità che permette la coesistenza pacifica e non pregiudica il futuro della libertà? Se riteniamo importante questi elementi alla base della nostra identità di riferimento, possiamo veramente parlare di relativismo culturale?

Non possiamo continuare a ingolfare il dibattito politico con discussioni che non hanno al centro i problemi del nostro presente. Una politica mirata alla difesa di un qualcosa che in realtà non esiste può solo portare allo scontro, senza costruire un futuro migliore. È questa la politica che vogliamo?

 

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Il fascismo sta per tornare?

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Sembra strano e in qualche maniera deprimente rendersi conto che uno dei temi della campagna elettorale sia il fascismo e se questo stia per tornare. Anche “The Guardian” dedica un articolo sull’argomento a seguito dell’atto terroristico (è terrorismo anche quando l’attentatore parla italiano) avvenuto a Macerata. Anche qui ci poniamo la stessa domanda e proviamo a dare una risposta: il fascismo sta per tornare?

Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo definire cosa sia il fascismo. A differenza del Marxismo, il fascismo non ha un bagaglio ideologico ben definito, rimanendo fluido e spesso difficile da inquadrare. Il fascismo non ha un ideale preciso di società o di economia da costruire ma si materializza piuttosto come la risposta delle classi medie ai problemi di un’epoca che presenta pericoli e difficoltà per il benessere di questa classe. Siccome le difficoltà e i problemi sono specifici per ogni epoca, il fascismo assume forme diverse a seconda delle epoche e dei paesi. Per semplificare possiamo dire che abbiamo da una parte il “Fascismo storico” e dall’altra quello definito da Umberto Eco con l’espressione “fascismo eterno”. Il fascismo storico è l’abito che il fascismo indossa a seconda dei momenti storici, mentre il fascismo eterno è l’essenza di questo pensiero ovvero i tratti comuni che esso ha, non importa l’epoca o il paese in cui si manifesta. A seconda di cosa noi facciamo riferimento, la risposta alla domanda se il fascismo stia per tornare cambia e soprattutto pone questioni e risposte diverse su come affrontarlo.

Il dibattito attuale sembra incentrato soprattutto sul fascismo storico e piú precisamete sull’abito indossato dal fascismo nel ventennio mussoliniano. Il dibattito si svolge essenzialmente sui meriti e i demeriti di quel regime come se la bontà di un regime dipendesse solo dalle cose fatte e non da fattori altrettanto importanti come il rapporto tra stato e cittadini, la paura, la possibilità di vivere la vita che si vuole e altre considerazioni non riconducibili a una semplice lista di cose fatte. D’altronde nessun regime può sopravvivere ponendosi apertamente contro il proprio popolo. Tutti i regimi hanno la necessità di fare qualcosa che possa essere sfruttato dalla propria macchina propagandistica per costruire il consenso. La persistenza del dibattito sul ventennio deriva dal fatto che il nostro paese non ha mai fatto i conti con il proprio passato, preferendo nascondersi dietro la formuletta “degli Italiani brava gente”  ignorando i crimini commessi dal quel regime. Invece di affrontare collettivamente avvenimenti storici come Domenikon o Debra Libanos abbiamo preferito insabbiare tutto o, in maniera meno metaforica, nascondere tutto in un armadio e girarlo contro un muro. Il non aver fatto i conti con il proprio passato in maniera definitiva significa stare a discutere sui meriti e demeriti di un periodo storico lontanissimo. Lontanissimo non tanto nel numero degli anni, ma soprattutto per la trasformazione che il nostro paese ha avuto in questi decenni. Trasformazioni di natura economica, sociale e culturale. Per questa differenza abissale tra l’Italia di oggi e l’Italia del secondo decennio del secolo scorso, alla domanda se il fascismo stia tornando, la riposta non puó che essere negativa al momento. Partendo dal concetto di fascismo storico, non credo (almeno spero) ci sia una marcia su Roma dietro l’angolo o un uomo forte con un seguito numeroso capace di impadronirsi del potere e instaurare una dittatura attraverso il trasferimento del potere da organi statali a organi di partito. Se partiamo dal ventennio fascista, il dibattito sarebbe abbastanza marginale e riguarderebbe solo quelle forze come Forza Nuova o Casapound. Nonostante la presenza di dichiarazioni ambigue (si ma anche fatto cose bene) o politici che strizzanao l’occhio (l’antifascismo non mi competee), la societá italiana nella sua stragrande maggiornaza, nonostante tutto, non penso guardi a un regime del secolo scorso per risolvere i problemi di oggi. Viviamo in un’epoca postmoderna dove la societá civile é composta da una miriadi  di organizzazioni e gruppi che rendono difficile ingabbiare in una struttura rigida. Internet ha permesso di ridurre il potenziale propagandisstico dei mass media rendendo piú difficile imporre un messaggio unico. Inoltre i valori democratici sembrano condivisi (anche se in apparente ritirata) dalla maggioranza. Usando la metafora del vestito usato in precedenza, difficilmente quel vestito che poteva andare  bene poco meno di 100 anni fa possa essere riutilizzato o possa apparire interessante ad una societá edonistica e fortemente individualista. Solo persone in cerca d’identitá, ribelli in cerca di una causa o di un’interpretazione della realtà pronta ad essere utilizzata possa pensare seriamente al ritorno del fascismo delle camicie nere. Come spiegato nel precedente articolo, coloro che mostrano simpatie nei confronti del fascismo intendono prima di tutto mostrare la loro disaffezione nei confronti della democrazia accusata di averli lasciati indietro. Il fascismo (idealizzato in una forma edulcorata) diventa un’opzione di facile comprensione: basta con la democrazia con i suoi inutili riti, per risolvere tutto abbiamo bisogno di un altro “Lui”. Queste persone non son realmente fascisti, ma hanno individuato nella democrazia il capro espiatorio dei loro problemi o usano l’idea di fascismo per relazionarsi alla realtà dandosi un ruolo.

Diverso il discorso sul “fascismo eterno” (o Ur fascismo) ovvero sull’essenza del fascismo. Umberto Eco aveva individuato 10 segnali di allarme: dal maschilismo al culto del capo, dalla ricerca di un colpevole all’importanza data alle tradizioni etc. Una chiave di lettura del fascismo è considerarlo come “l’ideologia” delle classi medie in difficoltá. Come affermato da Bauman,  la classe media ha la necessitá di afferamarsi continuamente. Da una parte coltivano un risentimento nei confronti delle classi superiori, dall’altra parte la paura di perdere il loro ruolo e venire riassorbiti dalle classi popolari.  Per classi medie non intendiamo solo i liberi professionisti, ma anche una buona parte della classe operaia, soprattutto specializzata, che riusciva a condurre una vita più o meno agiata (o per lo meno poteva almeno sperare in un futuro migliore per i propri figli mandandoli all’universitá). Basti pensare agli operai della “rust belt “americana che sentendosi minacciati e traditi dalla modernitá hanno votato Trump. Viviamo in un’epoca liquida senza punti di riferimento con un futuro che porta incertezza. Le istituzioni democratiche sembrano lontane, addirittura viste come la causa dei problemi o nel migliore dei casi incapaci di risolverli. Le persone lasciate sole a risolvere problemi collettivi si trovano costrette ad affrontare la paura di essere liberi e il senso di responsabilità che viene con esso. La fine delle ideologie e il calo del senso religioso hanno lasciato una massa di persone senza punti di riferimenti a galleggiare nel nichilismo. In questa situazione di precarietà e paura, tutto quello che viene percepito come nuovo o diverso costituisce una minaccia. In questa maniera Il fascismo si pone come la realizzazione del sogno di Platone di congelare il presente opponendosi alla modernità e ai suoi cambiamenti visti come “corruzione” di un ordine sociale a cui si era capaci di relazionarsi e permetteva di trovare una dimensione vuota di minaccie. Corruzione e cambiamenti che minano soprattutto l’ordine che permetteva alle classi medie di svolgere un ruolo importante e gratificante . Da qui la necessità della ricerca di qualcosa di fermo: la tradizione, l’identità nazionale, il desiderio di tornare ad un’epoca felice (gli anni 60 o 80), la ricerca di un leader o la necessità di conformarsi a quello che appare la volontà popolare. Questi elementi possono essere usati per creare il vestito che il fascismo indosserà in questo secolo. Un vestito diverso da quello sperimentato finora ma che avrà gli stessi risultati in termini di riduzione di diritti, muovendo le nostre società verso un ideale meno aperto. Il problema è che non sapremo la forma di questo vestito fino a quando ci renderemo conto del profondo cambiamento dei nostri valori ritrovandoci in un modello politico dove gli individui tornano ad essere portatori di un senso solo e soltanto se conformi e parti di un’entità più grande. Il nuovo vestito potrebbe mantenere in vita la democrazia formale ma svuotandola dall’interno riducendo gli spazi di libertà e i diritti. Svuotamento che si concretizzerebbe in  una modifica della costituzione facendo passare il nostro paese da una repubblica parlamentare a un premierato più che forte limitando lo spazio di manovra delle opposizioni e il ruolo del parlamento in maniera ancora piú marcata di oggi. Cambiamento che si potrebbe manifestare anche nella maniera in cui permetteremo alla tecnologia di controllare quello che facciamo o sui limiti o meno dell’uso dei dati personali raccolti attraverso i dispositivi che stanno invadendo le nostre vite. Da questo punto di vista il fascismo storico del nostro secolo potrebbe materializzarsi in un atteggiamento molto permissivo nei confronti di stato e big corporation nell’uso di queste informazioni e nel controllo che da esso deriva.

Il cambiamento potrebbe essere portato avanti non nel nome di un’ideologia di stampo fascista ma per venire incontro alla volontà popolare e al suo desiderio di cambiamento in maniera da avere una politica piú vicina alle loro esigenze. La volontà popolare interpretata “correttamente” solo da una persona o da un partito diventerebbe la scusa democratica per ridurre il ruolo delle opposizioni etichettate come politicanti autoreferenti senza un vero consenso alle spalle se non di quei pochi ingenui o approfittatori che li sostengono. Per questo motivo la differenza tra “fascismo storico” e “fascismo eterno” diventa importante e richiede una maniera diversa di combatterlo. Se identificassimo il fascismo solo in quello storico ignorando la sua essenza, circoscriveremmo il fascismo in un ambito molto stretto. Tutto quello che non rientra in questa definizione e non assomiglia al vestito indossato dal fascismo nel secolo scorso, diventa in qualche maniera accettabile anche se al suo intorno porta con se le caratteristiche del fascismo eterno. Nessuno si definirà fascista perché la parola ha un significato sinistro, ma tutti lo saranno nel modo di pensare e agire politicamente senza forse nemmeno accorgersene. In un’epoca dove si fa politica attaccando etichette senza discutere dei contenuti, il fascismo tornerà a disposizione degli elettori con una confezione diversa. Alla stessa maniera bisogna smettere di definire come fascista qualsiasi cosa che non sia di sinistra. Se definissimo tutto come fascista, alla fine nulla lo è banalizzandolo e rendendolo accettabile.

Come allora combattere il fascismo eterno? Come affrontare e battere questo modo di essere e di fare politica?  In altre parole, come essere efficacemente antifascisti al giorno d’oggi? Ingaggiarsi nel dibattito sul fascismo storico ha senso perche è giusto non dimenticare ma bisogna stare attenti a non limitarsi solo a quello.  Bisogna evitare di accostare il fascismo solo alle carateristiche di un preciso periodo storico in maniera da non dare la possibilitá di definirsi “non fascisti” anche a chi ha un modo di fare politica che contiene gli elementi costitutivi di questa ideologia. Trump e Salvini non sono fascisti se visti e paragonati al ventennio mussoliniano e per loro é facile liberarsi di questa etichetta e apparire legittimamente democratici. Se peró li giudicassimo dal punto di vista del fascismo eterno, non possiamo non concludere che il loro modo di pensare e fare politica rasenta il fascismo. La loro affermazione elettorale non significa che il fascismo è giá tra di noi o che viviamo in una dittatura ma significa che il rigetto del fascismo da parte dei paesi occidentali si stia attenuando o per lo meno viene facilmente aggirato. Il fatto che non usino olio di ricino, non fanno saluti strani e non vestono di nero li ha resi accettabili anche da parte di chi lontanamente pensa di essere fascista proprio perché la discussione sul fascismo é stata incentrata roppo sul fascismo storico.

La lotta al fascismo eterno è destinata alla sconfitta se ci limitassimo solo alle manifestazioni, ai dibattiti storici o alle prese di posizioni perché per politici come Salvini e Trump sará semplice mostrare come loro sono lontani dal senso comune di intendere il fascismo. Oggi essere antifascisti significa combattere contro il fascismo eterno e la maniera con cui esso si manifesta. Oggi essere antifascisti si concretizza nella lotta per una societá aperta e piú giusta. Essere antifascisti significa lottare contro la paura che attanaglia le nostre vite. Il neo liberismo sta distruggendo le classi medie attraverso un’accumulazione di capitale che non ha precedenti se si esclude il decennio anteriore al primo conflitto mondiale (non a caso). La precarietà del lavoro,  la competizione sfrenata tra individui e l’arretramento dello stato sociale stanno generando un clima di paura. Quel clima di paura necessario per il mantenimento di un regime totalitario come ci ha insegato Hannah Arendt. L’incertezza del futuro richiede l’individuazione di un capro espiatorio a cui dare tutte le colpe, lo stesso capro espiatorio utilizzato dal fascismo per arrivare al potere: ieri gli ebrei, oggi gli immigrati. Essere antifascisti significa intraprendere e vincere una battaglia culturale che miri a dimostrare come il diverso non sia un pericolo e il successo finanziario non è l’unica maniera per valutare il valore di una persona. Bisogna battere il senso d’insicurezza parlando alla gente e non ritenere quel bisogno come un qualcosa di poca importanza. Viviamo in una delle epoche più sicure della storia umana eppure la gente vive in un immenso senso di insicurezza. Essere antifascisti significa prendere seriamente in considerazione quel bisogno ma anche far adottare al mondo una maniera diversa di vedere se stesso rigettando un’imposizione cupa creata per essere usata per accapparare il consenso. In conclusione, essere antifascisti oggi significa tornare a fare politica. Non una politica intesa a vincere soltando le elezioni, ma una politica che non permetta a quei fantasmi che si agitano nel profondo della natura umana di affiorare rendendo schiavi anche gli spiriti più liberi. Dovremmo forse usare meno la parola fascismo, smettere di usare l’antifascismo solo come un elemento per costruire la nostra identità e tornare a pensare e fare politica per costruire un ponte verso un futuro meno minaccioso.

 

 

 

Le promesse elettorali uccidono la democrazia

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La campagna elettorale é iniziata e con essa la lunga litania di promesse. I programmi elettorali sembrano libri di sogni che aspettano solo che la croce venga posta sul simbolo giusto per essere realizzati. Purtroppo le  promesse elettorali rimarranno per gran parte irrealizzabili perché la realtá non é fatta per adeguarsi ai sogni. I programmi elettorali dovrebbero partire dalla realtá per costruire un futuro possibile invece di partire da  un futuro utopico e poi pretendere che le condizioni materiali del presente si adeguino ad esso. Naturalmente la politica é fatta anche di sogni e ideali, ma slegarsi dalla realtá e vivere solo in un sogno non é un’opzione per chi intende la politica come mezzo per migliorare il presente e non solo un mezzo per creare una propria identitá o per darsi solo uno scopo nella vita. I sogni sono frutto del sonno e  il sonno della ragione genera mostri come le ideologie del secolo scorso, animate dai sogni, hanno dimostrato.  La politica fatta in maniera razionale non intende creare un paradiso in terra, ma parte dal tentativo di migliorare il presente tenendo conto che il mondo in cui  viviamo é limitato in termini di risorse e possibilitá come sono limitati gli uomini.

Si puó obbiettare che le promesse elettorali siano una specie di gioco: tutti sanno che non verranno mantenute. Perchá allora si continua ad usarle? Perché il fatto che siano irrealizzabili non metta in cattiva luce chi le propone? Chi la spara grossa non dovrebbe essere considerato un imbonitore o cialtrone?  Le promesse elettorali creano consenso perché sono un’altro esempio dell’uso privato della politica. Nel precedente articolo avevamo definito l’uso privato della politica come  la maniera in cui la politica é usata per soddisfare bisogni individuali che vengono appagati semplicemente attraverso la maniera con cui il voto viene utilizzato o semplicemente pensato. Anche se la fiducia nella classe politica é molto bassa, ho fiducia nelle promesse fatte da quel politico perché rappresentano una speranza per uscire dalla mia insoddisfacente situazione odierna. Il fatto di credere in un qualcosa o in una promessa mi da una via di uscita e riduce il mio sentimento di rassegnazione. Non importa sapere se la promessa sia realizzabile o meno, quello che importa é che mi permetta di stare bene perché mi fornisce la soluzione pronta all’uso dei miei problemi. La promessa diventa un’ancora di salvataggio per non cadere nella disperazione, una maniera per alimentare l’ottimismo. La promessa elettorale fatta per risolvere un problema collettivo viene sganciata dalla sfera pubblica diventando una mezzo per soddisfare (per lo meno temporaneamante) un bisogno privato. In questa maniera le promesse elettorali diventano un’altro mezzo per trasformare la politica in una una merce come le altre avente valore solo e soltanto se ha una funzione per l’individuo che la usa.

L’uso privato della politica non é l’unico impatto sulla democrazia da parte delle promesse elettorali. Il promettere troppo é uno degli elementi alla base dell’antipolitica contrapposta ad una politica incapace di soddisfare le attese che essa stessa genera  con le promesse. La politica non sará mai in grado di forgiare la realtá a sua immagine e somiglianza perché il presente non é la diretta conseguenza di un volere politico. Il potere politico non é assoluto in quanto  deve scendere a patti con le forze del mercato, gli interessi di parte, l’opinione pubblica o semplicemente il fatto che gli uomini sono destinati a compiere errori anche se in buona fede. Come nella vita di tutti i giorni dove non riusciamo a trovare la donna/uomo perfetta/o, il lavoro dei sogni o raggiungere un determinato obbiettivo professionale perché dobbiamo scontrarci/incontrarci con le volontá di altre persone e con i nosti limiti (il tempo, il nostro carattere etc),  cosi nella vita pubblica dove le variabili sono infinitamente maggiori (al netto di capacitá, dell’effettiva volonta di cambiamento, corruzione etc).  La differenza tra  ció che potrebbe essere e la realtá crea un senso d’insoddisfazione e di sconforto che necessita di essere curato.  Al momento questa insoddisfazione viene “curata”  attraverso un  sentimento ostile che si rivolge (a torto o a ragione) essenzialmente contro la classe politica, ma nulla vieta che alla fine sia la stessa democrazia come sistema di governo ad essere messa in  discussione per essere incapace di soddisfare le aspettative generate dalle continue promesse. Basta farsi un giro per la rete per notare i primi sintomi di questo malessere crescente nei confronti della democrazia. I social network sono diventati una cassa di risonanza di slogan fascisti e un luogo dove si annida la nostalgia per il ventennio. Le persone che manifestano una simpatia nel confronto del fascismo intendono prima di tutto mostrare la loro disaffezione nei confronti della democrazia accusata di averli lasciati indietro. L’incapacitá di comprendere il presente non li permette di entare nel dibattito politico. Questo li obbilga ad evitare il confronto sui singoli temi trincerandosi su posizioni radicali e di critica totale al sistema. In questo caso l’adozione di posizioni radicali viene usato per dare un senso alla realtá e levarli dalla situazione di essere inadeguati culturalmente davanti alla realtá. Il fascismo (in una forma edulcorata) diventa un’opzione di facile comprensione: basta con la democrazia con i suoi inutili riti, per risolvere tutto abbiamo bisogno di un altro “Lui”.Non tutti sono veramente fasciti, ma tanti hanno individuato nella democrazia il capro espiatorio dei loro problemi.

In questa maniera il dibattito politico non sembra piú limitato a trovare le soluzioni ai nostri problemi all’interno di un regime democratico ma ormai si va oltre mettendo in discussione la stessa democrazia. All’interno di una logica consumistica  incentrata solo al soddisfacimento immediato del proprio piacere, tutto diventa secondario e valutato solo nella sua capacitá o meno di raggiungere quei modelli di vita imposti dal consumismo stesso. Nel momento in cui la democrazia sembra essere un ostacolo al raggiungimento di questi modelli (che sono e rimangono irrangiungibili) non rimane altro che metterla in discussione. Questa é una delle ragioni che hanno portato Trump al potere come discusso in un precedente articolo ma nulla vieta che nel futuro possa arrivare al potere qualcuno piú pericoloso sull’onda di uno spirito antidemocratico. E’ avvenuto nel passato, puó avvenire nel futuro in maniere diverse ma con la stessa sostanza. Se la democrazia vuole salvarsi bisogna migliorare la qualita del dibattito politico partendo dai problemi e non dalla fantasia con cui si creano programmi e promesse elettorali. Un vecchio slogan sessatontino diceva: la fantasia al potere. Forse é arrivata ma nella maniera sbagliata.

L’uso privato della politica

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La democrazia e i diritti civili sono nati grazie all’affermazione dell’individuo ma le politiche neoliberiste insieme al consumismo hanno snaturato l’individualismo e con  esso anche la maniera con cui la politica viene vissuta dai suoi attori. Come magistralmente esposto da Popper, l’individualismo non va confuso con egoismo in quanto sono due concetti distinti e la presenza di uno non nega l’altro. Per confermare questo concetto, Popper continua argomentando che l’opposto di individualismo é collettivismo e non egoismo che é l’opposto di altruismo. Una persona dunque può essere individualista ma altruista allo stesso tempo. La democrazia viene vissuta in maniera individuale attraverso il voto e il godimento dei diritti civili e politici ma allo stesso tempo ha anche una dimensione altruista attraverso la partecipazione alla vita politica. Questa partecipazione infatti é condivisa con altre persone con una finalitá comune mirata a migliorare la vita di tutti coloro ( o gran parte) che fanno parte del gruppo di appartenenza a cui la politica é indirizzata.

La democrazia é un sistema di governo dove la sovranità é esercitata collettivamente da tutti  attraverso la partecipazione politica del singolo.  Nessun sistema democratico puó sopravvivere se i suoi cittadini non avessero il senso di responsabilitá nei confronti del resto della comunitá. Il voto dovrebbe essere la traduzione pratica di ció che l’individuo pensa sia giusto per la propria comunitá. Il voto é un atto individuale carico peró di una responsabilitá nei confronti della collettivitá.

Separare l’individualismo dall’altruismo lasciandolo agli istinti egoistici mina la stabilitá democratica e ne cambia la natura. Una societá democratica non puó funzionare se gli individui sono mossi solamente dal proprio utile egoistico perché non saranno in grado di collaborare per risolvere i problemi comuni. Le democrazia impone la convivenza politica dei propri cittadini che sono costretti a comporre le proprie differenze attraverso il compromesso continuo. Tutti gli attori all’interno di una democrazia sono obbligati a trovare un via di mezzo tra i propri interessi e quelli della collettivitá e non possono spingere all’infinito le proprie istanze senza il rischio di compromettere il sistema che obbliga alla mediazione permettendo la loro coabitazione piú o meno pacifica.

Il voto é anche e resterá sempre una maniera per raggiungere e difendere i propri interessi ma richiede sempre una visione d’insieme(o per lo meno legato ad un gruppo di appartenenza).  Il voto verso un partito, movimento o uomo politico é motivato non solo da fini pratici  che una volta raggiunti mogliorano la vita dell’individuo (riduzione delle tasse, piú sicurezza)ma anche da una certa idea di paese, economia e societá che il politico o forza politica rappresenta. I partiti (anche quando rappresentavano gli interessi di un gruppo specifico) sono costretti a trovare un compromesso tra le diverse istanze e dare una visione d’insieme in maniera da raccogliere voti da piú parti. La stessa partecipazione politica obbliga a diluire l”io” in “noi” in quanto  viene fatta da individui che condividono spazio e tempo per portare avanti le loro battaglie. Le battaglie politiche diventano importanti quando un gruppo numeroso di persone riesce a limare le proprie differenze trovandosi d’accordo su una linea comune che vada bene per tutti.

In questo senso possiamo dire che il gioco democratico si sviluppa intorno due dimensioni, una individuale e l’altra collettiva. Una chiave di lettura per comprendere l’attuale crisi democratica é  l’incapacitá di gestire queste due dimensioni in maniera equilibrata. Sulla dimensione collettiva e la sua crisi si é scritto e parlato tanto. Per esempio Bauman sottolineava come il liberismo abbia portato ad un’atomizzazione della vita delle persone costrette a trovare soluzioni individuali a problemi collettivi. Il ritiro dello stato sociale, l’egemonia dell’economia sulla politica, e la crisi di tutti i corpi sociali intermedi (dai partiti ai sindacati) non permettono di gestire al meglio quella dimensione collettiva che man mano si riduce ripiegando la politica a sola dimensione individuale. La dimensione di gruppo ha perso terreno non solo a causa dela perdita d’importanza e di potere di qualsiasi cosa che si propone di gestire il pubblico ma anche nella maniera con cui le persone si pongono davanti ad altri individui e al resto della societá. Il consumismo con la sua logica dell’appagamento immediato ha effettuato un cambiamento culturale radicale rendendo le nostre societá piú egoiste. Secondo questa logica, nel mondo moderno tutto ha un senso solo e soltanto se puó servire a soddisfare un bisogno personale prima possibile. Il modo con cui la politica viene vissuta individualmente é fatto in una maniera tale da appagare un bisogno individuale perdendo la sua dimensione altruistica. Il voto (o piú in generale come la politica viene vissuta) viene liberato dalla responsabilitá verso la collettivitá ripiegando tutto sull’individuo che finisce per fare un uso privato della politica.

Per uso privato della politica non si intende l’uso di essa per arricchirsi o per raggiungere qualsiasi altro obbiettivo, piú o meno materiale, a danno di altri usando il voto per arrivare a posizioni di potere. Per uso privato della politica intendiamo la maniera in cui la politica é usata per soddisfare bisogni individuali che vengono appagati semplicemente attraverso la maniera con cui il voto viene utilizzato o semplicemente pensato. La versione  piú evidente e rozza di quest’uso é il voto di scambio ovvero il voto in cambio di soldi o la semplice promessa di un posto di lavoro o di una licenza. Il voto di scambio é l’esempio piú lampante di come una persona utilizzi il proprio voto non curandosi della sua responsabilitá nei confronti della collettivitá, riducendo tutto a dimensione individuale. Con la crisi nelle istituzioni e la sfiducia nella politica (dimensione collettiva), il voto di scambio diventa sempre piú comune. Se il voto di scambio ha di solito riguardato una parte limitata (si spera) dell’elettorato, ci sono altre maniere con cui la politica é usata in maniera privata senza che ci sia uno scambio o una promessa di scambio da parte del politico di turno.

Per molti il voto e la politica sono diventati una maniera per scaricare le proprie frustrazioni. Viviamo in una societá fortemente competitiva dove il valore del singolo dipende dalla posizione sociale e dalla professione svolta. Il marketing ci impone modelli irraggiungibili aumentando il senso di insoddisfazione. La politica diventa una maniera per trovare un capro espiatorio per giustificare le proprie difficoltá incolpando i politici, gli immigrati, i sindacati e cosi via. Non importa se questo sia vero o quanta riflessione é stata fatta dietro queste considerazioni. Votare chi é contro la politica o gli immigrati serve ad alleviare il senso di colpa e trovare una giustificazione ai propri fallimenti personali davanti a degli obbiettivi scelti da altri . Si vota non tanto per un progetto ma per sentirsi meglio. Il voto non é un mezzo per costruire un qualcosa per tutti ma un mezzo per soddisfare un bisogno particolare dell’individuo.

Sempre Bauman ha evidenziato come la nostra epoca sia dominata dal senso della paura: nonostante viviamo in una delle epoca piú sicure, ci sentiamo minacciati. Il terrorismo e la criminalitá sembrano essere presenti in ogni strada pronti a tagliare le nostre gole. Anche in questo caso la politica viene in aiuto senza risolvere il problema. Votare quel politico che promette di mettere tutti in galera, di erigere muri o di dare pene piú severe serve a farci sentire piú tranqulli. Non importa perdere tempo per discutere o riflettere se le ricette proposte servano veramente a rendere le nostre strade piú sicure. Quello che conta é che dare il proprio sostegno a quel politico ci faccia sentire piú sicuri ora. Non si vota quel politico perché risolve il problemma della sicurezza, si vota il politico perché ci da un sollievo immediato alle nostre insicurezze. Il soddisfacimento immediato del senso privato d’insicurezza diventa piú importante di un’effettiva soluzione del problema che valga per tutti.

Si parla di rivolta contro le elite soprattutto culturali. Il successo di politici apparentemente poco sofisticati da un punto di vista culturale non é un caso. Il sostegno al politico che si scaglia contro gli intelettuali ha un fine privato anche in questo caso: permette di dirsi che la cultura non é cosi importante per non sentirsi a disagio. Per altri ancora la politica e il voto vengono usati per darsi un’identitá o sentirsi parte di un gruppo. La politica viene usata per rompere la propria solitudine o il prioprio malessere individuale. Il sentirsi parte di una corrente di pensiero serve a farsi sentire accettati. I politici devono sempre mostrare sondaggi che li danno vincenti alle prossime elezioni perche tanti tendono ad accodarsi al partito che probabilemte vincerá le elezioni in maniera da sentirsi vincenti, fenomeno conosciuto in psicologia con l’espressione “basking in reflected glory”

Di esempi se ne potrennero probabilmente farne tanti altri ma quello che deve essere sottolineato é che tutte queste maniere di vivere la politica hanno in comune un uso egoistico, riducendo l’importanza della collettivitá e le conseguenze su di essa. Il voto e la politica non vengono piú usati per  cambiare il presente ma hanno una visione di corto raggio. Non c’é piú una visione o degli obbiettivi comuni da raggiungere ma solo bisogni individuali da soddisfare il prima possibile. Il voto e la politica diventano una merce come altre che hanno valore solo e soltanto se hanno una funzione per l’individuo che li usa. Se per politica s’intende l’arte di governare le societá, come possono queste essere governate se i singoli individui usano la politica non per governare la societá ma per soddisfare solamente i propri bisogni personali? L’uso privato della politica é l’altra faccia della medaglia della spoliticizzazione delle masse. Se da un lato gran parte degli individui perde interesse nei confronti della politica, per altri la politica ha solo un fine personale. Qualunque sia il risvolto della medaglia, il risultato finale é lo stesso: riduzione della dimensione di gruppo o collettiva. Con individui poco interessati al destino del proprio insieme, la gestione di esso verrá lasciato al mercato o ha chi ha la forza di prenderselo in quanto non ci sará nessuno a far guardia, troppo occupati a curarsi del proprio destino personale.

 

Rosatellum

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Il Rosatellum é una legge elettorale miope che pensa solo a risolvere il problema politico principale per molte delle forze politiche all’interno del parlamento: limitare il M5S. La legge é stata fatta in maniera per sfruttare al meglio le debolezze del movimento grillino.

La prima debolezza é autoprodotta dal M5S, la loro testardaggine a rifiutare qualsiasi forma di collaborazione con le altre forze politiche. Con un sistema tripolare, nessuna forza politica vincerá il voto popolare conquistando la maggioranza nel parlamento. Questo significa che il prossimo governo nascerá dopo il voto sulla base di accordi politici tra forze politiche concorrenti, qualcosa che il M5S non é disposto a fare a meno di sancire la propria fine in quanto il suo consenso e basato sulla percezione di essere “antistema”. Alla fine questo fa anche comodo al movimento nel breve periodo (non hanno una classe dirigente che possa governare) e nel lungo periodo (lasciare che i partiti di governo si facciano consumare dalla crisi aspettando il momento opportuno per raccogliere i frutti).

La seconda debolezza é alla base di uno dei meccenismo all’interno di questa legge. Non c’é il voto disgiunto ma il voto viene espresso in un’unica scheda. Una volta scelto il candidato del colleggio maggioritario, l’elettore puó scegliere nella parte proporzionale solo una delle liste che appoggioano quel candidato. In questa maniera il M5S si trova svantaggiato in quanto hanno poche persone di profilo e radicate nel territorio che permettono di raccogliere voti quando messi in competizione con persone piú conosciute con una lunga stroria politica alle spalle (sindaci, consiglieri regionali, assesori etc). Con il M5S che sceglie i propri candidati attraverso primarie con scarsa partecipazione, si finisce per candidare perfetti sconosciuti.

Non so se la cosa sia costituzionale, in quanto la libertá dell’elettore vine in qualche modo limitata. Il problema principale e che si continua a cambiare legge elettorale non permettendo al sistema politica di adattarsi. Questo fa comodo a tutte le foraze politiche che si riservono il diritto di cambiare la legge lelettorale a loro piacimento una volta al potere. La legge elettorale non diventa al disopra della lotta politica come negli altri paesi, ma un mezzo con cui fare politica.

Contro l’ottimismo

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La visione positiva del futuro e’ uno degli elementi vincenti che ha consentito all’occidente di imporsi da un punto di vista culturale ed economico. Come illustrato dal professor Galimberti, quest’ottimismo deriva dalla cultura cristiana alla base dell’occidente. I greci avevano una visione ciclica del tempo che é stata soppiantata da una visione lineare conforma alla teologia cristiana, dove il passato é peccato, il presente redenzione e il futuro é salvezza. Il futuro ha sempre una valenza positiva per un cristiano perche’ “siamo nelle mani di Dio” che per definizione é magnanimo. Se questa fiducia incrollabile nel futuro ci ha permesso un certo progresso, oggi quest’ottimismo costituisce un serio pericolo quando le  tante forze (mai state cosi forti in passato)che modellano le nostre vite sono lasciate senza controllo nel nome della fiducia di un futuro sempre roseo. Dovremmo ormai considerare l’ottimismo forzato e autoconsolatorio come una minaccia al genere umano.

La fiducia che tutto andrá sempre bene é una pericolosa illusione. Viviamo in una specie di epoca di Icaro,  una societá che pensa di essere senza limiti destinata comunque a fare i conti con il sole della realtá prima o poi. Il riscaldamento globale é  l’esempio forse piú lampante. Se  la catastrofe ambientale non viene seriamente presa in considerazione  é anche perché incosciamente riteniamo che tutto si risolverá in una maniera o nell’altra. Una visione preoccupata dell’avvenire ci obbligherebbe ad avere un’atteggiamento  diverso nei confronti del nostro futuro da un punto di vista ambientale e probabilmente avremmo giá preso delle misure piú incisive per contrastare il deterioramento del nostro pianeta. Anche in economia l’ottimismo é illusorio oltre ad essere dannoso. Che senso ha da un punto di vista economico essere ottimisti e pensare che in un mondo finito da un punto di vista delle risorse la crescita possa essere illimitata? Alla base della crisi del 2008 non vi era forse la convinzione ottimistica che i mercati sarebbero cresciuti all’infinito? Come guardare l’attuale momento di crescita delle borse completamente scollegato dall’andamento dell’economia? Tra un investitore e uno scomettitore non c’é nessuna differenza al giorno d’oggi: entrambi pensano che sia il loro momento fortunato.

L’ottimismo  autoimposto é anche uno dei meccanismi con cui oggi il potere preserva se stesso. Il capitalismo ha bisogno di agenti che abbiano fiducia nel futuro affinché comprino, magari a debito. Debito possibile solo se ci sono attori che concedono quel credito perché sicuri che venga restituito con gli interessi. Creditori e debitori mossi dalla fiducia cieca del futuro costruiscono giganteschi castelli nelle nuvole destinati a crollare al minimo mancamento di quella fiducia, come la crisi dei subprime ha giá mostrato negli anni scorsi. L’ottimismo serve alle classi dirigenti per evitare che il resto si renda conto della propria posizione di precarietá e si ribelli.  L’ottimismo infatti previene la formazione di un minimo di solidarieta’ tra le persone: “se c’é gente senza casa o senza lavoro e colpa loro e non del sistema che permette a tutti di avere delle possibilitá”. “Anche se oggi sono precario, mal pagato e arrivo a stento a fine mese, sono sicuro che le cose miglioreranno se m’impegno”.

L’ottimismo é una droga che condanna alla passivitá, acquietando quella rabbia necessaria al cambiamento. Questo non significa che bisogna avere pensieri negativi, rassegnarsi al peggio o condannarsi all’infelicitá come se questa fosse un sinonimo di pessimismo. Non essere ottimisti ad ogni costo significa prendere coscienza che la realtá non é la diretta conseguenza della propriá volontá. Essere pessimisti significa rendersi conto che il futuro si costruisce partendo da un’analisi onesta del presente e non truccando il futuro con la proiezione dei propri desideri. Si deve lavorare per un futuro migliore partendo dal presente senza ignorare ció che di negativo la realtá ci presenta o dare per scontato che tanto tutto magicamente si aggiusta. Un fine positivo non é un elemento intrinseco delle cose e dovremmo lavorare per costruire il futuro e non subirlo perche’ convinti che questo non abbia bisogno del nostro intervento per essere soddisfacente.

L’augurio migliore che si possa fare all’Italia per questa campagna elettorale é che questa sia dominata da un pessimismo ragionato che porti a prendere coscienza della propria condizione e pensare a come uscirne. Invece ho paura che sará la solita rassegna di sogni e del tanto “siamo italiani e ne usciremo fuori”: basta chiudere le frontiere, mettere al potere gente nuova o zittire i gufi. Monicelli aveva ragione nel definire la speranza una trapppola, una brutta parola da eliminare.

 

 

Il mito della fine della distinzione tra destra e sinistra

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Uno dei mantra dell’epoca moderna é che la distinzione tra destra e sinistra non esista piú e che questo spartiacque appartenga al passato. Per diverse ragioni non condivido minimamente questa idea: non solo non e` vero ma questo modo di ragionare nasconde molte insidie.
Prima di tutto, dire che non c’é piu’ una destra e una sinistra significa in qualche modo affermare che le nostre societá siamo omogenee e abbiamo tutti gli stessi interessi. In quest’ottica un operaio della FIAT di Melfi ha gli stessi interessi di Marchionne o un precario quelli di un banchiere. Le economie occidentali hanno visto negli ultimi anni un aumento delle ineguaglianze dove un 10% della popolazione ha e controlla piú della metá della ricchezza. Pensare e impegnarsi per una societá piu eguale é di sinistra, affidare solo al mercato la distribuzione delle risorse é una scelta di destra.
La seconda ragione é in qualche maniera connessa alla prima. Dire che al giorno d’oggi che non c`é piu’ differenza tra destra e sinistra significa avere una visione tecnocratica della democrazia. Non essendoci piú un ideale di societá a cui far riferimento , la democrazia e la politica si riducono a trovare la soluzione migliore ad ogni problema come se questo fosse sempre possibile. Di conseguenza il voto si riduce a scegliere il tecnico migliore che troverá la soluzione ideale al problema. In realtá non vi é una soluzione ideale in quanto ad ogni problema ci sono diverse soluzioni che avvantaggiano o sfavoriscono gruppi sociali diversi senza considerare che anche il tecnico ha i suoi interessi. Inoltre la naturale conseguenza di questo modo di ragionare e’ quello di lasciare al mercato la decisione di regolare la societá in quanto solo il mercato permetterá l’allocazione delle risorse in maniera efficente. Non é una caso che i gruppi culturali che hanno piú spinto verso l’affermazione della fine delle ideologie sono quelli vicini ai gruppi finanziari/industriali. Nel momento che lo stato non é piu’ uno strumento per raggiungere degli obiettivi politici, la naturale conseguenza é quella di ridurre il suo peso e lasciare al mercato tutte le scelte.

La negazione di una differenza tra destra e sinistra porta inevitabilmente ad una personalizzazione della politica con quello che ne consegue. Non essendoci un modello di riferimento si finisce per votare la persona o il salvatore della patria: il “ghepensi mi” di berlusconiana memoria. Lo scontro democratico si riduce solamente a dialettica dove prevale chi sa usare meglio la parola e i mass media. Non importa tanto quello che si dice ma come lo si dice e come si appare. La politica si riduce a marketing dove si cerca di piacere a piú persone possibili inseguendo l’ultimo sondaggio. Questo porta ad un immobolismo perché fare delle scelte fa perdere voti soprattutto quello del cosidetto centro o dei moderati, in granparte un elettorato disinformato che sceglie all’ultimo minuto e che non ama i cambiamenti. Uno dei tanti peccati della snistra negli ultimi anni é stata quella di cadere in questo tranello. Prima il tentativo di cercare di prendere voti nell’aria moderata e poi una volta arrivata al potere ha sempre cercato di dare un colpo alla botte e l’altro al cerchio per non scontentare nessuno.
Certo i partiti vanno cambiati in quanto non sono piú portatori di idee o modelli di societá diversi ma sono soltanto gruppi di potere, peró una cosa é impegnarsi per riformare i partiti un’altra cosa é dire che destra e sinistra non esistano piú. Chi basa la sua politica su questo non ha nessuna intenzione di riformare i partiti. Non é un caso che i partiti di protesta negano l’esistenza di una differenza tra destra e sinistra perché cercano di pescare voti da tutte le parti. Da un punto di vista elettorale questo funziona fino a quando non si é chiamati a prendere delle decisioni che inevitabilmente scontenteré qualcuno perché piaccia o no ogni scelta va in una direzione precisa . Il punto é scegliere in quale direzione si voglia andare e non tutti voglio andare nello stesso posto. Quindi fino a quando gli individui saranno diversi e fino a quando esisterá la possibilitá di scelta esisterá  sempre la distinzione tra destra e sinistra. La loro forma e i loro contenuti saranno diversi con il passare del tempo ma come direbbe Bobbio ma alla fine saremmo sempre chiamati a scegliere tra libertá e uguaglianza (o almeno un giusto equilibrio) e quindi a scegliere tra destra e sinistra.

Charlie e la pochezza della politica italiana

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Il caso Charlie é uno di quei casi che dimostrano la pochezza della classe politica italiana che avrebbe fatto meglio a tacere. Una pietosa strumentalizzazione per andare dietro il sentimento popolare rinunciando a una delle missioni a cui é tenuto il politico: quello di guida. Uno statista anticipa i cambiamenti, non si mette semplicemente a traino. Si é usato la triste vicenda di Charlie per andare addosso all’Europa perché il vento tira di la. Diamo qualche perla:

Grillo: “Ue senz’anima, peggio di Pilato”

Renzi: “Vicenda meritava attenzione diversa da Europa”.

Salvini: “È un omicidio con la complicità, anche questa volta, dell’Ue che tace”

Andiamo con ordine:

1) Incolpare la UE per la decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’uomo e’ da SOMARI. La CEDU non ha nulla a che fare con la UE. La CEDU non crea politica ma é. un organo giurisdizionale.

2) La CEDU ha ribadito quello giá deciso da tutte le corti britaniche fino all’alta corte. Tutte queste istituzioni e i medici coinvolti si sono allineati sullo stesso giudizio. Questo da una parte significa che mettere in mezzo l’Europa centra come i cavoli a merenda e secondo che forse la questione é molto piú profonda da quello che i media vogliono far apparire a cui i politici si sono allineati.

3) Omicidio? Attenzione diversa? Senz’anima? Certo se la si vede solo dalla parte di genitori che possono parlare si potrebbe anche capire. La realtá é che tutti gli organi giudiziari che hanno esaminato la questione (dalle corti inglesi a alla CEDU) sono partiti mettendo al centro gli interessi e soprattutto la dignitá del bambino. Nessuna cura lo avrebbe salvato, i dannni celebrali sono irreversibili e non sarebbe probabilmente sopravvisuto a un ipotetico viaggio a casa per farlo morire li senza tenere conto il dolore che prova. Capisco il travaglio dei genitori ma bisogna chiedersi se queste persone, cosi emotivamente coinvolte, siano in grado di prendere delle decisioni nell’interesse del bambino. E’ piú importante accontentare la volontá dei genitori, aiutare il loro dolore o la dignitá del bambino sottraendolo alla pena a cui é ridotto?

4) Tutta questa gente che si batte il petto per le sorti di questo bambino, che parla di omicidio o di Ponzio Pilato, dove cavolo sono quando ogni giorno i nostri mari ingoiano tanti bambini che non riescono a raggiungere le coste italiane?

Dopo la TV del dolore oggi ci tocca anche la politica del dolore. Una politica che sguizza nella pornografia dei sentimenti per strappare qualche applauso in piú. Si espongono i sentimenti come se questa gente fosse parte di un grosso reality quando sono pagati per pensare e dare opinioni basati sulla ragione proprio perché non coinvolti in prima persona. Se non siete in grado di farlo, abbiate almeno il buon gusto di tacere.

 

 

Il divario tra centro e periferia

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La Brexit, la vittoria di Trump e il successo elettorale della Le Pen hanno una cosa in comune: l’aver evidenziato il divario tra cittá e periferia (dove per periferia s’intende non soltando i quartieri marginali delle grandi citta ma anche le regioni rurali e le piccole cittá).  Londra aveva votato massiciamente a favore del “Remain”, la Clinton aveva praticamente fatto il pieno nelle grandi citta costiere lasciando a Trump le praterie. Lo stesso é accaduto in Francia dove le cittá hanno tendenzialmente rigettato la Le Pen, proprio dove il suo messaggio contro gli immigrati avrebbe dovuto avere piú appeal. L’avvento di Internet aveva fatto sperare nella fine della distinzione tra centro e periferia dove bastava un PC per essere al centro del mondo. La promessa di un mondo interconnesso avrebbe reso la distanza e il luogo irrilevante. Invece, nonostante le distanze si siano ridottte telematicamente, il divario tra centro e periferie é aumentato insieme al risentimento di quest’ultime nei confronti del potere accusato di ignorare le loro esigenze.

Le cause sono molteplici. Prima di tutto la diminuzione degli investimenti pubblici non solo in termini d’investimenti ma soprattutto nella capacitá del pubblico di generare domanda e sorreggere le economie perfiferiche. Meno investimenti pubblici uguale meno domanda che si traduce in meno economia per le aziende locali. Questo genera disoccupazione o sottocupazione che spinge i giovani a lasciare le regioni perfiferiche per spostarsi nelle grandi cittá.  La deindustrializzazione si fa sentire soprattutto lontano dal centro con aziende meno competitive perché non in contatto con i centri d’innovazione vicini alle grandi universitá. Lontani dal centro significa anche essere lontani dalla finanza e dal capitale necessario per creare impresa. La crisi finanziaria ha messo in crisi molte piccole banche che sostenevano le piccole aziende locali a cui risulta difficile attingere ai finanziamenti erogati dai grossi gruppi finanziari che sono collocati nelle grandi cittá. Il centro attira non solo investimenti ma soprattutto capitale umano a scapito delle perfiferie dove rimangono non soltando gli anziani ma la parte meno dinamica della propria popolazione.

La perdita d’influenza e soprattutto l’impoverimento delle regioni marginali potrebbe essere uno dei motori della politica nei prossimi anni. La storia di ogni nazione si sviluppa sulla base di fratture tra gruppi sociali . Secondo molti politologi (in particolar modo Rokkan), queste fratture sono alla base dei vari partiti (capitale lavoro alla base della contrapposizione tra partiti socialisti e borghesi, stato chiesa tra partiti liberali e cattolici etc). La prima frattura affrontata al momento della nascita degli stati nazione é stata proprio quella tra cittá e periferie. Dopo un paio di secoli e nonostante Internet, questa frattura non solo non é scomparsa ma sembra apparire sempre piú ampia. Se negli anni 90 la Lega Nord é stata il simbolo di una periferia dinamica che cercava di tenere per se il frutto del proprio sviluppo, oggi i partit anti-establishment con venature fortemente anti democratiche rischiano di diventare gli unici portavoce delle periferie abbandonate. Se le politiche economiche a livello continentele non verranno cambiate, se il pubblico non torna ad investire, i populismi e le piattaforme politiche autoritarie potrebbero trovare nelle periferie un gruppo sociale da cui partire per arrivare al potere. Al momento é forse solo voto di protesta ma la continuazione di questa situazione potrebbe aiutare queste forze a radicalizzare il proprio consenso. Se nei paesi islamici,l’estremismo religioso usa le campagne per conquistare il centro, nei paesi a tradizione democratiche le periferie potrebbero essere usate per scardinare il centro ormai divenuto sinonimo di establishment.

Il PD e la crisi esistenziale della sinistra

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In “Renzi e il PD sconfitti dal Renzismo” avevamo evidenziato la spaccatura al’interno del PD. Da una parte il Renzismo che si rifá ad una concenzione leaderistica della politica dove il partito é a servizio del leader, e dall’altra parte l’idea cara alla sinistra dove il leader é solo un funzionario del partito. Da una parte il tentivo ulteriore di personalizzare la politica, dall’altro la resistenza e l’attaccamento a schemi che rappresentano un ostacolo a chi pensa che la politica debba essere fatta solo attraverso l’occupazione del dibattito politico da parte del leader che vende se stesso come soluzione dei problemi. Questo modo diverso di concepire il ruolo del partito é soltanto una delle dinamiche centrifughe all’interno della sinistra non solo italiana, basti pensare alla lotta all’interno del partito laburista Brittanico tra  Corbyn e Blair o il duello tra Hamon e Valls in Francia.

La spaccatura tra partito e leadership coincide  con una spaccatura ideologica piú profonda. Da una parte la “sinistra pesante” che ha le sue radici nel mondo del lavoro e  basa la sua visione politica su un mondo che nel frattempo é cambiato e non esiste piú. Questa sinistra ha gli occhi rivolti al passato, o fa finta che nulla sia cambiato, perché non in grado di comprendre il presente e non  ha il coraggio di esplorare alternative. Dall’altra parte una “sinistra leggera” che si é adeguata al mondo ma ha messo da parte la speranza di cambiare il futuro accontentandosi semplicemente di gestire il presente dando dei colpi di trucco a un mondo formato e modellato dalle leggi di mercato. Una politica che pensa semplicemente a gestire il presente diventa irremediabilmente semplice gestione del potere che si sforza di apparire sempre nuova e punta sull’imaggine del leader perché incapace di pensare a un futuro. In entrambi i casi, siamo di fronte a due visioni fallimentari incapaci di comprendere il proprio ruolo.

La “sinistra pesante” sembra ferma agli anni ’70. Fa riferimento a schemi come capitale contro lavoro, sindacati o partiti di massa senza adeguarli ad un presente totalmente diverso da un passato quando queste idee spiegavano da sole con successo quello che accadeva. Concentriamoci sulla dicotomia tipicamente marxista capitale/ lavoro. Certamente gli interessi di un operaio sono diversi da quelle del proprio datore lavoro ma la liberalizzazione del mercati ha ridotto la distanza. Nel momento in cui il mercato é dominato dalla concorrenza, operaio e imprenditore sono riuniti dallo stesso obbiettivo di mantenere in vita l’azienda. In una crisi interminabile, davanti alla competizioni di paesi come la Cina, le aziende e i posti di lavoro sono come le foglie di Ungaretti, pronte a cadere da un momento all’altro. In questa situazione precaria, operai e imprenditori sono spesso nella stessa tincea a difendere interessi comuni. Questo vale soprattutto nelle piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto economico del nostro paese. Questo ha causato un’emorragia di voti che si é riversato su altri partiti tanto da spingere Umberto Bossi a gridare «Siamo il partito degli operai» alla luce del consenso che la lega raccoglie tuttora nelle fabbriche.

In passato il capitale aveva un volto, gli Agnelli, i Pirelli o i Moratti. Nel capitalismo moderno questa personificazione del capitale é diminuita. I fondi pensioni, il trading on-line e la diffusione dell’azionariato come forma di risparmio ha trasformato tanti operai e pensionati in piccoli capitalisti diminuendo la loro avversione nei confronti del capitale perché una parte del loro benessere dipende dalla salute dei mercati. Una fetta sempre maggiore di quella parte della societá che aveva a sinistra il proprio punto di riferimento politico fa dipendere il proprio benessere materiale dall’andamento delle borse. Il problema é che le borse sono scollegate dall’economia reale. Come ha dimostrato la crisi del 2008, l’economia reale é un minuscolo pilastro che deve sorreggere una sovrastruttura finanziaria fatta di derivati e prodotti finanziari. Questa sovrastruttura si tiene in piedi sulla fiducia, fino a quando le istituzioni finanziarie e i risparmiatori continueranno come nulla fosse tutto va bene. Nel momento qualcuno inizia a farsi domande e si ritira dal gioco, tutto rischia di crollare trascinando con se l’economia reale ovvero il lavoro e il futuro di tanta gente. La “sinistra pesante” fa ancora fatica a prendere in considerazione la dicotomia “economia reale/finanza”.Oggi fare gli interessi di lavoratori, impiegati e disoccupati non puó essere ridotto a una lotta per limitare il capitale a favore del lavoro perché condannerebbe tante aziende alla chiusura. Non si puó pensare di parlare solamente di riduzione dell’orario di lavoro (giusto), aumento dei salari (giusto), di lotta contro il precariato (giusto) senza includerlo in un discorso piú ampio che includa come ridurre la finanziarizzazione dell’economia e come rendere globali i diritti dei lavoratori. Come evidenziato in un altro post, la sinistra deve tornare ad essere internazionale. Se ci si limita a piccole battaglie nazionali (per quanto possano essere giuste come la lotta al precariato) si rischia di essere travolti dai mercati e di produrre povertá costringendo tante aziende a chiudere in quanto incapaci di competere con chi ha meno obblighi. Questa é la forza distruttrice dei mercati che spinge verso il basso salari e diritti e chi non lo fa é costtretto a lasciare il gioco. Battaglie nazionali di retrovia fine a se stesse sono battaglie miopi dove una vittoria puó rivelarsi una scorciatoia verso la sconfitta definitiva. Questa sinistra pensa di parlare agli operai (sempre meno) ma incapace di relazionarsi al proletariato del nuovo millenio ovvero i tanti giovani precari che non hanno nemmeno una prole come ricchezza. Non a caso i sindacati si stanno trasformando in organizzazioni a difesa degli interessi di pensionati e di quei pochi lavoratori a cui é rimasto il privilegio di usare lo sciopero come arma di lotta sociale. Accecati da vecchi schemi, la “Sinistra pesante” rimane fuori da alcune battaglie che potrebbero darle nuova linfa. Se il capitale e il lavoro sono stati alla base del capitalismo fino ad oggi, assume sempre nuova importanza una nuova forza capace di creare valore. Questa forza sono le informazioni raccolte sulla rete dai giganti nella new economy. Informazioni su cosa visitiamo, cosa ci piace e quello che compriamo online sono una grossa risorsa e sará sempre piú la foprza che guiderá l’economia del futuro e non solo quella virtuale. Per creare valore l’economia reale del presente  ha sempre bisogno del capitale (in maniera ridotta), del lavoro (sempre meno e piú specializzato) ma non puó piú fare a meno dei dati che permettono di usare al meglio capitale e lavoro.  Come gestire queste informazioni? Perché queste aziende non pagano per ottenere queste informazioni grazie al “lavoro” fornito gratuitamente da chi naviga? In una societá sempre piú robotizzata che riduce l’importanza del lavoro, perché non creare un reditto di cittadinanza dal valore di queste informazioni? Farsi queste domande e portare avanti delle proposte servirebbe per svecchiare e rendere piú attuale la “sinistra pesante” liberandola da vecchi circuiti ideologici autoreferenziali.

In “PD e la sua natura postmoderna” avevamo evidenziato come Il continuo cambiamento e la mancanza di una finalitá sono alcune delle caratteristiche della societá moderna.  Da un punto di vista culturale questo é dovuto alla moltiplicazione e alla diffusione dei mezzi di comunicazione ( soprattutto internet) che ha permesso lo sviluppo di infiniti modelli culturali. La societá non e’ piu un blocco piú o meno uniforme ma la composizione variegata di diverse subculture. Non essendoci piú un gruppo di riferimento (quello che era la classe operaia per il PCI), avere un messaggio unico che riesca a fare appello a un numero sufficente di persone  é una chimera. Il PD nel tentativo di essere forza maggioritaria é stato costretto a diventare un contenitore di diverse anime rappresentando interessi e opinioni in contrasto tra loro. La sinistra si e’ sbriciolata in diversi gruppi con prioritá e sensibilitá diverse: dalla difesa degli animali al diritto all’eutanasia, dai diritti degli omesessuali alla difesa degli emigrati, dalla lotta contro l’inquinamento alla difesa della multiculturalitá. Queste vocazioni sono spesso in contrasto tra loro.

Per tenere unito il partito, si é rinunciato ad avere un’ideologia e una coerenza di pensiero che rischierebbe di incrementare la conflitualitá tra le diverse anime. Per tenere insieme il tutto, non rimane che la personalizzazione della politica dove il politico agisce da collante. La “sinistra leggera” ha la vocazione maggioritaria e giustamente non si accontenta di un ruolo di opposizione ma cerca di andare al governo. Per far ció deve essere in grado di far appello al cosidetto centro. Per centro o maggioranza silenziosa non intendiamo i moderati (o il voto cattolico) ma quella grossa fetta di elettori male informati e poco interessati alla politica che fanno vincere o perdere un’elezione. Per prendere il voto di questo centro si punta sulla comunicazione, sulla personalitá del leader e soprattutto si adotta un linguaggio rassicurante e spesso vuoto. Nel far ció la “sinistra pesante” risulta una zavorra, perché il suo linguaggio ideologico tende a spaventare gli elettori che per fomazione personale non guardano a sinistra. La “sinistra leggera” non si illude di cambiare radicalmente il presente, si accontenta semplicemente di mettere delle pezze per risultare il meno conflittuale possibile per assicurarsi la rielezione. In un mondo sempre piú arrabiato dove la gente perde velocemente fiducia, la “sinistra leggera” ha solo l’illusione di essere una forza di governo perché sará vittima di forze politiche che in elezione in elezione avranno la capacitá di sembrare piú nuove e alternative.

Il PD soffre inoltre di una fusione a freddo mal riuscita tra sinistra democristiana e quello che era rimasto del PCI. Se da un punto di vista sociale ed economico le distanze erano colmabili, questo non si puó dire su altri temi come i principi non negoziabili cari a Benedetto XVI. In un partito disomogeneo, la prioritá politica é il mantenimento dell’unitá del partito. Con questa prioritá, governare diventa difficile, sarebbe come essere su di una nave che perde pezzi dove i marinai cercano prima di tutto di tenere il vascello insieme per non affondare e la direzione diventa una priorita secondaria. Anche la questione morale divenuta pietra al collo per il PD deriva in parte da questa fusione. La presenza di due partiti uniti in alleanze costringeva a controllarsi vicendevolmente. Una volta riuniti in un unico partito, quei gruppi di potere locale che fanno politica solo per interesse personale hanno avuto vita facile a coalizzarsi e prendere il controllo del partito. Chi fa politica per vocazione é stato messo ai margini o  é  stato costretto a chudere un occhio e a relativizzare quello che accadeva per il bene dell’unico partito di sinistra rimasto. Per i semplici iscritti che componevano la forza dell’ultmo partito di massa non e’ rimasto altro che andare via e abbandonare l’impegno politico non disposti a sacrificare tempo ed energia per un partito che non scalda piú i cuori ridotto ormai a semplice gestione del potere.

Tutte queste forze centrifughe hanno portato alla situazione attuale dove il PD rischia la scissione in mille pezzi. Se da una parte la scissione sarebbe salutare per affrontare le contraddizioni spiegate in precedenza e riprendere un discorso coerente basato su una visione comune della societa, il rischio reale é che si tratti di una una frattura tra poteri senza un cambiamento radicale. La paura é ridurre all’irrelevanza la sinistra italiana divisa tra tante sigle in perenne conflitto tra loro. Conflitto non basato su una visione diversa, ma su risentimenti personali incapaci di trovare una sintesi per il bene del paese. Quello che manca alla sinistra non é un nuovo simbolo o un nuovo leader, ma un esercizio collettivo che ambisca a comprendere il presente per creare una direzione verso il futuro. L’obbiettivo dovrebbe essere cambiare la cultura dominante per poi cambiare qelle forze politiche ed economiche che stanno rendendo le nostre societa sempre piú ingiuste. Lottare conto l’ingiustizia per avere una societá piú egalitaria é l’uno vero collante della sinistra, il nostro principo non negoziabile. In una societá dominata dall’egoismo e dall’edonismo, questa battaglia é la piú difficile da combattere non solo per la soppravivenza della sinsitra ma per la soppravivenza di un senso comune che dia ancora senso alle nostre democrazie.

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