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M5S e identità: il capolavoro della Casaleggio Associati

M5S

Abbiamo già analizzato il concetto d’identità con riferimento all’uso dell’identità culturale evidenziando i rischi che questo concetto pone alla libertà. Nello stesso articolo avevamo brevemente accennato all’uso del concetto d’identità nella costruzione delle fortune politiche. Quello a cui le forze politiche mirano oggi é creare un’identità che viene indossata dall’elettore. Nel momento questa identità viene indossata sarà difficile per questo elettore aprirsi al confronto e magari cambiare idea. Il voto viene slegato da un progetto e diventa una maniera per costruire la propria identità personale. In un mondo post ideologico e con la politica privata di strumenti per risolvere i problemi del presente, la creazione di un’identità a uso e consumo degli elettori diventa una maniera efficace per creare un consenso duraturo. Una forza politica non e più una portatrice di istanze sociali ma diventa un brand dove i politici sono allo stesso tempo testimonial e marketer di quel brand. Al partito/brand vengono associate caratteristiche che gli elettori desiderano impossessarsi e impadronirsi in maniera indiretta. Il partito o uomo politico diventano un vestito da indossare che dice quello che siamo, quello che non siamo e nutre la nostra autostima. Se il partito crea un’immagine di onestà, di essere il voto delle persone intelligenti e di essere al passo con i tempi, attraverso il voto o il sostegno a quel partito la persona si sente onesta, intelligente e moderna. In questa maniera le politiche che vengono condotte diventano secondarie, perché il voto non ha nulla a che fare con un progetto politico ma aiuta a definirsi.

Per secoli l’identità personale ha svolto un ruolo secondario. L’individuo si definiva solo e soltanto attraverso la comunità di appartenenza e la sua vita aveva senso solo e soltanto all’interno della comunità. Non a caso, nell’antica Grecia, la pena più severa era l’esilio, ovvero l’esclusione di una persona dalla comunità che lo costringeva ad essere nessuno. Nel corso degli ultimi secoli abbiamo assistito alla lenta ma inesorabile emancipazione dell’individuo dalla comunità. Avendo acquistato la propria indipendenza, l’individuo è stato costretto non solo a decidere cosa fare con essa ma anche ad autodefinirsi davanti alla collettività e agli altri individui. Il tutto è stato aggravato dalla crisi delle ideologie, del senso religioso e soprattutto dalla società dei consumi che ha esasperato l’individualità al fine di vendere merci che vengono utilizzate non per soddisfare un bisogno ma per definirsi. La politica non ha fatto altro che adeguarsi sfruttando il bisogno dell’individuo di definirsi per creare il consenso.

L’uso dell’identità in politica è sempre esistito. Il definirsi comunisti faceva parte dell’identità di tante persone. Tantissima gente indossava (e tuttora indossa) t-shirt di Che Guevara, andava a manifestazioni e votava PCI senza sapere o la voglia di sapere cosa il comunismo implichi. Da questo l’incoerenza di tanta gente che oltre a definirsi comunista indossava il cosiddetto Rolex. Quello che contava per queste persone non era tanto l’ideologia ma la possibilità di far parte di un qualcosa che li aiutava a definirsi, essere riconosciuti dagli altri e far parte di qualcosa di più grande. Quello che caratterizza invece le nuove identità politiche è che sono costruite praticamente nel nulla in quanto, oltre a fornire una definizione di se stessi all’individuo, hanno ben poco altro. Il primo tentativo di far politica basando il proprio messaggio politico prevalentemente sull’identità è stato probabilmente Forza Italia. La creatura di Berlusconi infatti è nata negli uffici di Publitalia che ha forgiato il partito come un brand sfruttando il collasso delle ideologie e la crisi della politica italiana post tangentopoli. Berlusconi (come Trump oggi) vendeva l’idea di uomo di successo e chi lo votava, non solo aspirava al successo, ma se ne sentiva già parte. Votare Forza Italia significava essere moderni, rivoluzionari (la rivoluzione liberale), anticomunisti e contro i partiti.  Il Movimento 5 Stelle è una Forza Italia agli steroidi, un voto identitario potenziato dall’uso della rete. Oltre al vuoto ideologico, quello che caratterizza le nuove identità  sono la velocità con cui l’identità si crea e l’uso delle immagini a sostegno dell’identità, due caratteriste potenziate proprio dalla rete ma soffermiamoci prima sul vuoto ideologico.

Il non essere né di destra né di sinistra è il riassunto migliore di questo. Non si tratta semplicemente della mancanza di coordinate filosofiche o economiche ma soprattutto evidenzia l’assenza di un progetto coerente per il futuro. Quello che manca è un filo conduttore e una lista di sogni o progetti disparati non costituiscono una direzione.  Il programma politico e i discorsi del M5S sono basati su pochi temi ma di ampio consenso: temi poco divisivi (riduzione del costo della politica, lotta alla corruzione, rinnovamento della classe politica etc) o equilibrismi per non scontentare nessuno (dai vaccini alla posizione sulla Cirinná). In questa maniera ognuno ci vede quello che vuole nel M5S che è una delle ragioni dell’ampio consenso. La Casaleggio ha creato un brand che può essere adottato da chiunque sia insoddisfatto con la politica o con la situazione attuale. Il M5S è come una scatola vuota che viene riempita a seconda delle circostanze; i discorsi e le proposte cambiano a seconda della convenienza politica. Non ci sono principi ma solo posizione tattiche e i dietrofront sono la norma se capaci di portare consenso. Per esempio: la scorsa legislatura si era aperta con una proposta dal parte del M5S di una legge sullo Ius Soli molto più radicale di quella proposta dal Pd mentre ora vanno al governo con la Lega. Questo permette di adattare la propria comunicazione senza problemi a seconda degli umori del paese. Durante le settimane precedenti alla formazione del governo, Il M5S ha flirtato con Lega e PD senza colpo ferire come se fare un governo con uno o con l’altro fosse la stessa cosa. Questo è stato possibile perché i propri elettori votano M5S non per i contenuti ma per quello che il M5S permette loro di fare: la possibilità di darsi un’identità. L’essere associati al M5S permette di sentirsi nel giusto, onesti, moderni, in lotta conto il male rappresentato dalla vecchia politica, coraggiosi insomma degli eroi moderni che lottano contro il male. Essere Grillini infatti da la sensazione di essere degli eroi che combattono mafie, pidioti, mala politica etc. Il vestito che si indossa, la sensazione che quel vestito dona è più importante del contenuto. Il voto e la militanza virtuale nel M5S hanno una funzione personale piuttosto che politica. È una risposta ai propri bisogni personali piuttosto che una soluzione ai problemi collettivi. La Casaleggio considera il voto come una specie di valuta per comprare qualcosa che solo loro possono dare. Il M5S è una merce con una serie di benefici sull’autostima di tante persone che viene comprata appunto con il voto o con la militanza sui social. Il problema di un partito con contenuti sempre in trasformazione e con propri elettori che danno ai contenuti un’importanza secondaria rispetto all’appartenenza è che non si sa mai dove si va a finire. Come spiegato in precedenza, il rischio del M5S è che possa diventare il cavallo di Troia dell’estrema destra in italia. I discorsi del M5S si sono radicalizzati nelle ultime settimane con l’alleanza con la lega. Questa radicalizzazione continuerà man mano che Salvini alzerà il tono delle sue dichiarazioni. Il M5S non prendendo una netta distanza per non far cadere il governo sdoganerà e renderà accettabili discorsi e un modo di fare politica vicino alla destra. Persone poco ideologizzate riterranno questo modo di pensare “normale” e “accettabile” perché normale e accettabile ai loro occhi è il M5S in quanto il movimento non viene giudicato e votato per i contenuti ma viene valutato per la sua capacità di rispondere ai bisogni personali dell’elettore. Un esempio lampante è come sono cambiati i loro discorsi sull’immigrazione. Il cambiamento non è rilevante solo da un punto di vista politico ma soprattutto da un punto di vista emotivo. Il livello di odio nei commenti non sono ancora ai livelli della Lega o dell’estrema destra ma vanno in quella direzione. I commenti alle pagine dei politici M5S su questo tema sono cambiati radicalmente nel giro di pochi mesi. Quest’odio è ora rivolto a immigrati ma può essere trasferito facilmente verso altri obbiettivi. Uno di questi obbiettivi può essere la stessa democrazia. Per anni il M5S ha attaccato istituzioni e politici senza fare una netta differenza. Non ce l’auguriamo ma cosa accadrebbe se il M5S tradisse le promesse fatte? Verso cosa verrà rivolta la rabbia? Cosa rimane come alternativa continuando la logica del non averli mai provati mai prima? Verso cosa e contro ci si rivolgerà la retorica del M5S per giustificare i propri insuccessi?

Il secondo elemento che contraddistingue le nuove identità politiche è la velocità con cui si creano senza l’aiuto di un evento catalizzante come poteva essere la seconda guerra mondiale e la resistenza per il PCI. La velocità dipende da tanti fattori: il vuoto ideologico, la necessità di trovare un appiglio in tempi dove il cambiamento è vorticoso e costante, il bisogno di comprendere la realtà sempre più complessa, la crisi dei partiti etc. Nonostante la presenza di tutti questo fattori, la velocita dipende soprattutto dall’uso di internet e dei social che sono utilizzati per creare velocemente e rafforzare l’identità ogni giorno. Qualcuno può obbiettare che la rete viene usata solo per accedere alle informazioni e se il M5S ha avuto successo è grazie alla sua abilità nel parlare direttamente agli elettori bypassando i mass media controllati dai poteri tradizionali e offrire la verità dei fatti. Insomma, il mezzo (internet) non ha nessun impatto sulle persone che sono dotate di una loro razionalità. In realtà il mezzo ci trasforma e non dipende solo da come lo usiamo come già evidenziato da Gunther Anders parlando della televisione e della radio negli anni 50. Innanzitutto la rete trasforma la nostra percezione del mondo. Quello che riceviamo attraverso la rete non è la realtà ma una versione della realtà preconfezionata da qualcuno. Il preconfezionamento dipende dalle motivazioni di quel qualcuno. Se questo era vero con la televisione e la radio che raggiungevano le masse, questo lo è ancora di più con la rete che permette di parlare al singolo. Prima di tutto la rete permette di raggiungere l’individuo con un messaggio adattato per quella persona (Cambridge Analitica). In basi ai propri gusti personali (i likes sulle pagine di facebook) è possibile creare dei profili psicologici e adattare il messaggio destinato a ciascun profilo. Secondo i social permettono la creazione di bolle che tengono l’individuo immune all’influenza di opinioni diverse. Quello che la Casaleggio ha creato è una galassia di siti e pagine facebook che vanno oltre il blog di Beppe Grillo o la pagina facebook del singolo parlamentare: La cosa, La fucina, Tse Tse, W il M5S etc. A questi vanno aggiunti le pagine create dai militanti: Luigi di Maio fan club, le pagina dei club locali etc. Tutte queste pagine diventano non soltanto il veicolo con cui diffondere un messaggio (non importa se la notizia sia vera o falsa) ma soprattutto diventano una cassa di risonanza di sentimenti. Se il PD si è trovato ad essere odiato da buona parte della rete non dipende solo dagli errori (orrori) fatti ma anche perché vittima di questa marea di pagine. Il singolo elettore di M5S non si riduce a mettere un like solo su di una pagina ma ritiene quasi un obbligo mettere un like a tutte queste pagine. Anche se questa persona facesse uno sforzo mettendo per esempio un like sulla pagina di Renzi (spesso solo per insultare), il messaggio di quest’ultimo si perderebbe nella bacheca imperversata da pagine controllate o ispirate dalla Casaleggio Associati. Il fatto che un messaggio venga ripetuto all’infinito da pagine diverse, rafforzato da commenti tutti sulla stessa linea rende il messaggio non solo vero ma l’unico che merita di essere ascoltato. In queste condizioni sarà difficile rompere quella bolla e instillare il dubbio.

Uno degli elementi che rende internet diverso dagli altri media è la sua interattività. Chi usa internet non è soltanto un soggetto passivo ma partecipa alla formazione dei contenuti sulla rete tramite like, commenti e condivisioni. Questa attività è praticamente giornaliera se non ad ogni ora. Questa interattività è abilmente sfruttata per tenere le persone sempre in contatto con le proprie idee e per legare emotivamente l’elettore a se. Se nel passato il militante comunista entrava in contatto e rafforzava la propria identità in momenti ben definiti (in sezione, alle manifestazioni o leggendo l’Unita), oggi ogni momento è buono perché in ogni momento il militante può essere in rete. Questo “lavaggio del cervello” è fatto senza rendersene conto in maniera molto insidiosa ma efficace allo stesso tempo. Abbiamo già parlato abbondantemente della farsa del voto sul contratto. Farsa era anche l’elezione di Di Maio a candidato premier. Il risultato del voto era scontato in mancanza di un vero dibattito e con la comunicazione diretta in maniera da ottenere il risultato voluto. Senza un vero confronto, l’obbiettivo di queste forme di partecipazione on line non è rendere democratica l’attività del M5S ma quello di radicare l’identità in breve tempo. I militanti si sentono partecipi e dunque parte del movimento. La partecipazione attraverso il voto e il fatto di rendere pubblico l’aver partecipato aumenta l’investimento emotivo. “Tutti i miei amici e conoscenti sanno delle mie idee perché le difendo non solo quando parlo con loro ma soprattutto in rete. Agli occhi di chi mi conosce sono diventato un tutt’uno con le mie idee e con il M5S.” Tornare indietro diventa impossibile perché significherebbe rinnegare se stessi e buttare a mare le energie e il tempo speso per il movimento. Facebook è la mia memoria di quello che ho sempre difeso, cancellare è impossibile e fare pubblica ammenda è doloroso. Per evitare quello che in psicologia e in marketing viene chiamato “cognitive dissonance”, reinterpreto la realtà e non ho problemi ad accettare qualsiasi versione apologetica che mi venga fornita. Un esempio? Come mai tanti nel M5S con una visione progressista sono ancora li nonostante il loro movimento sia diventato la spalla di Salvini? Questa è un altro elemento che potrebbe rafforzare un vento di estrema destra trascinando con sé anche persone in buona fede che guarderanno solo e soltanto all’attività del M5S che sposa la propria visione (reddito di cittadinanza o misure che tendono a ridurre il precariato) ignorando e sminuendo il resto (porti chiusi, attacchi alla stampa, flat tax).

Per quanto riguarda il rapporto tra immagine, internet e identità, partiremo dall’analisi di Sartori sulla televisione fatta in “Homo Videns”. Come fatto da Anders, Sartori sottolinea come la televisione non sia soltanto un mezzo di comunicazione ma ha al suo interno una capacità “antropogenetica” ovvero il potere di creare un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano. Per Sartori l’homo sapiens deve il suo sapere e tutto il suo progredire alla sua capacità di astrazione. Quasi tutto il nostro vocabolario conoscitivo e teoretico consiste infatti in parole astratte che non hanno nessun preciso corrispettivo in cose visibili, non riconducibile né traducibile in immagini. Questo é ancora più importante quando si parla di politica che ha a che fare con concetti come giustizia, legittimità, legalità, libertà, eguaglianza, diritto etc che non sono riconducibili a entità visibili. Sartori precisa infatti che “tutta la nostra capacità di gestire la realtà politica, sociale ed economica nella quale viviamo, e ancor più di sottomettere la natura all’uomo, si impernia esclusivamente su un pensare per concetti che sono – per l’occhio nudo – entità invisibili e inesistenti.” La televisione produce immagini e cancella i concetti; ma così non ha fatto altro che atrofizzare la nostra capacità astraente e con essa tutta la nostra capacità di capire. La cultura dell’immagine non solo ci ha fatto perdere la capacità di astrazione ma ha rotto il delicato equilibrio tra passioni e razionalità. Il ragionamento di Sartori sulla televisione ha ancora la sua importanza anche se applicata a internet e ai social in particolare. Come utenti siamo stati prima educati all’uso della televisione e tendiamo ad usare internet nella stessa maniera con cui usiamo il televisore. Certo su internet troviamo articoli, editoriali e lunghe discussioni astratte ma prevalentemente, soprattutto attraverso i social, sono le immagini che dettano e compongono la gran parte dei contenuti. I social sono piene di meme, foto con frasi ad effetto, gif che si dilagano velocemente anche lontano dai sociali grazie a strumenti come whatsapp. Siamo perennemente in contatto con immagini con un significato politico non solo privi di astrazione ma di qualsiasi contenuto che permetta una discussione. Situazioni simili ma con contesti diversi vengono perennemente confrontate con il solo obbiettivo di indignare, divertire o sminuire gli opponenti politici. In altre parole, contribuiscono a rompere l’equilibrio tra passioni e razionalità a favore dei primi. I meme si diffondono rapidamente grazie proprio al loro impatto emotivo e alla loro capacità di rafforzare l’identità. Il meme rafforza la nostra autostima quando denigra un avversario o conferma il nostro punto di vista. Il senso ironico della maggioranza di questi prodotti mediatici copre di ridicolo gli avversari facendo sentire superiori i portatori di un’identità diversa da quella presa per scherno (i pidioti). La capacità di fare appello direttamente alle nostre emozioni permette la loro rapida diffusione attraverso la condivisione. L’atto di condividere un meme contribuisce all’investimento emotivo a cui abbiamo fatto cenno prima. La cosa principale è che queste immagini non portano nessuna discussione e non permettono un dibattito. Condivido il meme perché è in linea con la mia identità e facendo ciò rafforzo proprio la mia identità. In questa maniera il dibattito su internet diventa un dialogo tra sordi che si lanciano scherni, un tentativo di seppellire l’altro non la forza dei ragionamenti ma a furia di meme e parole d’ordine.

Poco abituati a leggere e a riflettere, il meme diventa l’unico messaggio politico efficace per creare una pubblica opinione fatta di persone poco interessate ad informarsi ma desiderose soltanto di appagare il loro desidero di autodefinirsi ed essere riconosciute da parte del mondo che li circonda. Ancor più che per la televisione come fatto notare da Sartori, i social premiano e promuovono la stravaganza, l’assurdità e l’insensatezza. Il risultato finale e un “pensieromelassa” creato da strambi, eccitati, esagerati e ballisti. Abituati infatti a pensare attraverso le immagini evitiamo le riflessioni considerate lunghe e noiose. Le persone abituate alla riflessione sono messe ai margini per dare spazio a un pensiero elementare fatto per immagini. La maniera con cui usiamo le immagini su internet influenza tutto il resto. Infatti le persone leggono solo il titolo che a loro volta sono fatti in maniera tale da generare reazioni emotive. I leader politici non scrivono più ma fanno video e se proprio devono scrivere qualcosa lo fanno nella maniera più breve possibile. Il tutto corredato da condividi se sei indignato, metti un like se sei d’accordo e così via.

Per evitare fraintendimenti, qui non vogliamo assolutamente affermare che gli elettori del M5S siano stupidi e gli altri intelligenti (modo di ragionare proprio di una politica basata sull’identità). Anche gli altri partiti si stanno adeguando (forse troppo tardi) a questo modo di fare politica e la risposta ai meme del M5S non sono ragionamenti ma altri meme o pagine sui social con il compito di ironizzare il movimento grillino. Il consenso di un partito ha diverse origini ma riteniamo che la creazione di “un’identità grillina” attraverso la rete sia una delle chiavi per comprendere il successo del M5S. Chiunque voglia fare opposizione o voglia comprendere le ragioni che portano a votare il M5S non può basare la propria analisi solo e soltanto su argomenti razionali o evidenziando il malcontento degli italiani. Il consenso del M5S è anche il frutto della libera scelta delle persone, è anche la conseguenza di un sistema politico che perduto la propria credibilità ma è anche il frutto di una sapiente operazione condotta sui social. Per capire questa operazione non ci può solo limitare agli aspetti tecnici su come i social sono stati usati dalla Casaleggio ma si deve partire dal fatto che tutto lo sforzo fatto ha avuto come obbiettivo la creazione di un’identità politica. Cosi come tutte le iniziative marketing partono dalla definizione delle caratteristiche di un brand, cosi le iniziative sulla rete della Casaleggio sono create per rafforzare i messaggi secondari del M5S che vengono adottati da chi lo vota o semplicemente da chi si rende volontario nella rete per diffondere i contenuti. Questi messaggi secondari compongono appunto l’identità grillina che costituisce il patrimonio maggiore della forza politica di Di Maio. In parole semplici e per concludere, il consenso al M5S è come il tifo verso una squadra di calcio: immune alla critica e non destinata a cambiare perché cambiare comporta una rivoluzione profonda che metterebbe in crisi la maniera in cui noi veniamo percepiti non solo dagli altri ma anche da noi stessi.

 

 

 

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Salvini e la propaganda del cambiamento!

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Una volta giunti al potere, tutte le forze anti sistema hanno un problema: governare senza essere percepite come parte di quel sistema. Questo è un problema che Lega e M5S devono affrontare nella loro comunicazione e che avrà conseguenze anche sul loro operato. La politica non è espressione diretta della propria volontà, soprattutto in democrazia bisogna fare i conti con forze, poteri e interessi che si muovono spesso in direzione contraria ai propri obbiettivi. Questo obbliga al compromesso, parola che assume caratteri pornografici agli occhi di chi ha votato queste forze spinto dal desiderio di cambiare radicalmente tutto senza sapere esattamente con cosa sostituirlo e se il processo di cambiamento porterà ad una situazione migliore.  Come scritto nell’articolo sul governo Conte, quello che accomunerà e terrà unito il governo sarà la retorica e la comunicazione. Lega e M5S sono state brave a gestire la rabbia e a cavalcare il malcontento in un continuo appello alle emozioni e i prossimi mesi saranno la continuazione di questo. Gestire le emozioni una volta al potere significa cercare continuamente colpi ad effetto che possono generare discussione sui social, galvanizzare i propri elettori ed evitare una discussione approfondita su quello che veramente avviene. Aquarius, la scorta di Saviano e il censimento dei ROM sono esempi di questi colpi ad effetto.

Risulta chiaro che Salvini trasformerà il Viminale in una grossa cassa di risonanza per sé stesso. Userà il ministero per rafforzare la sua immagine di uomo forte e deciso. In un’epoca scarsamente ideologica, impaurita, incapace di comprendere la realtà e arrabbiata, la carta della personalizzazione della politica è una carta vincente seguendo le orme di Putin e Orban. Quello che Salvini sta cercando di fare va oltre la personalizzazione della politica. Non solo si offre come persona capace di risolvere i problemi dell’Italia ma si offre come capo branco dando a chi lo segue la possibilità di deresponsabilizzarsi. I suoi discorsi e i suoi atti sono una liberazione per l’odio e il malcontento repressi. Lui giustifica e autorizza a pensare con la pancia, libera dalla vergogna di avere pensieri violenti. La politica in un paese democratico ha soprattutto il compito di tenere il paese insieme, di mettere freno alle spinte radicali, di cercare compromessi tra egoismi contrapposti e muovere tutto il paese nella stessa direzione. Questo risulta difficile in un’epoca come la nostra dove la crisi ha creato maggiore povertà e la politica non riscuote più la fiducia degli elettori. In una situazione simile le persone non cercano più soluzioni ma capri espiatori e autoassoluzioni. La politica che si sofferma sulle soluzioni o su un’idea generale di paese non interessa più perché le promesse non hanno credibilità e si pensa solo al proprio tornaconto personale. I discorsi generali sono infatti ritenuti “buonisti” e percepiti come una immensa gabbia. Salvini non fa altro che aprire questa gabbia, non fa altro ad autorizzare qualsiasi pensiero ponendosi come valvola di sfogo a emozioni represse per tanto tempo. Da qui la critica agli intellettuali che compongono quella gabbia, da qui il famoso “E’ uno che la pensa come noi”. Dal Viminale, Salvini gode di una posizione privilegiata in quanto sarà costretto a fare pochi compromessi se non quelli con le forze dell’ordine che in parte lo sostengono. Da qui gli sarà facile costruire la sua immagine di uomo forte non aperto al compromesso. Gli basterà dirottare il dibattito con provvedimenti o dichiarazioni eclatanti. Con il modo d’interpretare il suo ruolo di ministro, Salvini pone 2 problemi al M5S.

Il primo problema riguarda il rischio per il M5S di essere cannibalizzato dalla Lega da un punto di vista elettorale. L’unica maniera per contrastare Salvini sarebbe quello di contrappore un’altra personalità personalizzando la loro offerta politica. Questo sarà difficile per due ragioni, la prima è legata a Di Maio, la seconda alla natura stessa del movimento. Mettendo da parte le capacità o meno di Di Maio di costruire un’immagine di uomo forte, l’essere al ministero del lavoro l’obbligherà a scendere a compromessi con sindacati, aziende e poteri locali. Insomma, gli sarà difficile gareggiare con Salvini per essere percepito come non parte del sistema e uomo di polso. Il ritorno (se si può parlare di ritorno) di Di Battista sganciato dai ministeri e con un linguaggio più rancoroso potrebbe essere l’alternativa, ma anche lui dovrà fare i conti con la natura del movimento. Il M5S è nato sulla base di una visione poco verticista. La natura movimentista si scontra con la personalizzazione della politica. Alla fine il movimento si adeguerà anche a questo, come si è adeguato a tante altre cose in passato, ma rischierebbe di perdere una componente importante alla base del suo successo.

Quello della natura è anche alla base del secondo problema con un Salvini aggressivo da un punto di vista della comunicazione. Il non essere né di destra né di sinistra aiuta a vincere le elezioni facendo il pieno di voti da una parte e l’altra. Più Salvini prende posizioni eclatanti più il M5S viene percepito di destra. Quando non si ha un’agenda politica basata su di un’idea precisa di paese e si è basato il proprio successo elettorali sulla rabbia, sui difetti e le colpe degli altri e su posizioni sfumate per non scontentare nessuno, una volta al potere ci si adegua. Il potere corrompe e ci si autoconvince di essere gli unici ad avere la risposta ai problemi del paese. Questo autoconvincimento obbliga a restare attaccati al potere e quindi a scendere a compromessi prima con le altre forze politiche e poi con la propria coscienza. In parole povere questo si tradurrà in un allineamento sempre maggiore del M5S alla Lega in un abbraccio che aiuta solo la Lega. Lo schiacciamento verso la Lega potrebbe alienare i voti di quei sinceri progressisti che vedevano nel M5S una sfonda per avere un paese più giusto in quanto disarma l’arma propagandista del non essere né di destra né di sinistra perché le scelte governative daranno una direzione.

La comunicazione del governo di muoverà probabilmente su tre linee: Grazie, Identità e Nemico. Per grazie intendiamo quello che fa ogni forza politica una volta al potere: pubblicizzare la propria attività marcando la discontinuità con il passato. La differenza sarà che a differenza della normale lista di provvedimenti, il marketing politico del M5S (alias Casaleggio associati) cercherà di creare un sentimento di riconoscenza nei confronti del governo per rafforzare il legame emotivo tra elettore e movimento: grazie per aver fatto quello, dopo anni di attesa finalmente si fa quello, se non fosse per il M5S o Lega etc.  In questa maniera oltre a giustificare la propria presenza al potere si cerca di rendere i propri seguaci riconoscenti verso il governo. L’essere riconoscenti mette in una posizione di inferiorità che limita la libertà in quanto si ha un debito da estirpare nei confronti di chi ci ha aiutato. Debito che va pagato non solo tramite il voto ma anche tramite la presenza in rete diventando parte di un megafono attraverso like, condivisioni e commenti.

Il M5S come la lega non ha semplici elettori ma persone che hanno abbracciato una specie di fede che compone la loro identità riducendo lo spirito critico. Quindi aspettiamoci molti atti simbolici: Salvini che mangia un’umile cotoletta su un volo militare verso la Libia, Fico che usa il bus e il tutto contornato con “si orgoglioso del cambiamento a cui hai partecipato”, “questo grazie a te”, “continua a sostenerci in questa battaglia”. In questa maniera viene ridotto lo spirito critico tramite l’aumento dell’autostima dell’elettore che si sente utile e parte di una causa. Sarà difficile convincere persone con una forte identità perché non si tratta solo di cambiare idea ma di rinunciare al proprio orgoglio e mettere in discussione non solo le proprie idee politiche ma anche altri aspetti della propria persona. L’identità è alla base dell’esercito di volontari sulla rete pronti a girare qualsiasi cosa a favore del M5S e ad assaltare chiunque la pensi diversamente. La difesa tout court del governo sulla rete da parte dei grillini li porterà inconsciamente sempre più a destra. Sganciati dalla distinzione tra destra e sinistra, sminuita la distinzione tra le due correnti, l’unica cosa da difendere è il governo e il movimento, non per ragioni politiche, ma per ragioni legate alla propria identità che gli è stata cuscita addosso grazie al lavoro sapiente della Casaleggio. Siccome il governo tende sempre più a piegarsi sulle posizioni di Salvini, il M5S può considerarsi come il cavallo di troia che ha potrebbe portare le masse italiane sulle posizioni di estrema destra: basta vedere come sia cambiato il loro atteggiamento sull’immigrazione.  Più a lungo il M5S rimarrà ancorato alla lega, più a lungo Salvini rimarrà in una posizione che gli permette di sdoganare odio, più facile sarà il processo di osmosi che porterà il pensiero e i discorsi degli elettori del M5S verso l’estrema destra senza lo stigma di essere etichettati “fascisti”La propaganda di Salvini e la porositá idologica del M5S sono ulteriori tasselli all’estremizzazione dell’elettorato giá spinto verso la radicalizzazione dai social.

Il concetto di Nemico sarà uno delle colonne della comunicazione delle forze al governo. L’obbiettivo è tenere alto il livello della rabbia e dirigerla verso qualcun altro che non sia il governo. Aspettiamoci tensioni con l’Europa, il prendersela con i mercati, con le ONG e un probabile braccio di ferro con i sindacati soprattutto quando Di Maio dovrà iniziare a lavorare sui tavoli di crisi. Il nemico permette di giustificare i propri insuccessi ma soprattutto di tenere in linea e sempre pronti all’azione il proprio esercito di internauti sui social. In presenza di un nemico, si stringono i ranghi e si agisce senza pensare affidandosi ciecamente di chi è preposto a guidare la guerra. Il nemico inoltre rafforza l’identità dividendo il mondo tra noi ( i giusti) e gli altri (la kasta) e si sa che il nemico non è in buonafede e non vale la pena prendere in considerazione quello che dice.

Il successo del governo da un punto di vista comunicativo dipenderà dunque dalla capacità di tenere i propri seguaci motivati e dirigere la loro rabbia verso qualcun’altro. All’opposizione il compito risulta facile in quanto è naturale prendersela con chi detiene il potere. Al governo invece diventa piú difficile in quanto si è responsabili del paese e di tutto quello che viene deciso. A lega e M5S risulterà meno difficile comunque proprio a causa dell’identità discussa in precedenza. Il concetto d’identità si definisce in base a chi non condivide quella identità ovvero il nemico. Più forte e radicata l’identità, più semplice sarà accusare altri dei fallimenti o di quello che non va bene. Renzi (i gufi) e Berlusconi (magistratura rossa) hanno a loro modo usato questa tattica ma a differenza loro l’aderenza al M5S e in parte alla lega hanno una valenza molto piú forte del semplice voto. Renzi potrà anche continuare a mangiare i popcorn, ma lo spettacolo che rischia di vedere non è detto che sia piacevole né per il suo partito né per il paese. Nella foga partigiana, il paese rischia di fare la fine di quello che si butta dal 100 piano: 99mo piano e tutto va be, 98simo e tutto va bene…

 

 

 

 

 

Come i social hanno radicalizzato il voto

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Negli articoli precedenti ci siamo soffermati sui cambiamenti culturali che stanno trasformando la nostra società mettendo la sinistra, i suoi valori e ideali in un angolo. Il ripiegamento su sé stessi non solo ha solo relegato ai margini una buona parte della politica ma sta rendendo le persone più arrabbiate, insensibili o al massimo indifferenti. L’avvento di Internet e dei social ha accelerato questa trasformazione. Ironia della sorte, il mezzo che ci avrebbe permesso di unire il mondo e renderlo più piccolo sta allontanando le persone rendendoli mondi a sé stanti incuranti degli altri. Basta leggere i commenti sulle notizie che riguardano i migranti: tra gente che si augura l’affondamento delle navi, altri che vorrebbero sparargli o semplicemente manifestano la propria indifferenza si ha la voglia di chiudere tutto e domandarsi in che mondo viviamo. Ho sempre guardato quelle maestose folle oceaniche cariche di odio nei documentari nazisti come qualcosa di lontano, un monito di qualcosa che non deve più tornare. Invece quelle folle sembrano tornate, senza che la gente che le compongono ne sia consapevole. Non sono riunite in una piazza ma sono sulla rete, sui social a spalleggiarsi e a darsi forza. Cambia il luogo dove si assembrano, dal reale al virtuale, ma la carica di odio è la stessa come sono le stesse le dinamiche e le conseguenze sulla politica.  Certamente i social non sono i soli responsabili di questo incattivimento. Il liberismo ha aumentato la competizione sociale senza fornire paracaduti a chi non riesce a raggiungere quei modelli imposti dal marketing. La crisi economica e l’impotenza della politica nel risolvere i problemi hanno reso le persone disilluse riguardo una soluzione costringendoli a concentrarsi su sé stessi. La crisi delle ideologie e delle religioni hanno ridotto l’importanza del futuro e del desiderio di costruire un qualcosa di comune che salvi tutti dalla miseria del quotidiano obbligando le persone a macerare nella frustrazione del proprio presente. Quello che hanno fatto i social è fornire una piattaforma e un lievito che hanno permesso a queste dinamiche di poter moltiplicare la loro forza distruttrice.  Come hanno potuto i social contribuire all’incattivimento delle persone? Soprattutto, da un punto di vista politico, come hanno potuto radicalizzare l’elettorato?

Certamente Facebook ha aumentato l’invidia sociale. Una volta l’invidia sociale era solo verso i ricchi, i calciatori e le star che apparivano in televisione. Oggi siamo tutti delle star e proiettiamo la nostra immagine vera o presunta sui social. Le foto delle nostre vacanze, dei nostri party e dei nostri hobby creano una competizione per decidere chi sia più attraente socialmente, il tutto misurato in like e commenti. Se prima l’invidia si attenuava facendo ritorno alla vita di tutti i giorni, attraverso il contatto con persone che condividevano le nostre stesse preoccupazioni e problemi, oggi questo ritorno non è più possibile. I colleghi, gli amici e i vicini che prima fungevano da rifugio, oggi appaiono come “competitori” a cui bisogna mostrare di essere migliori. Le persone che ci sono vicine diventano oggetto d’invidia tanto e più dei divi. Il problema è che competizione e invidia sono creati sull’apparenza perché la realtà e i problemi di tutti i giorni non sono messi in mostra. Sulla rete tutti sembrano essere persone di successo messi a confronto con noi stessi in quanto ci è impossibile nascondere i nostri limiti. Siamo obbligati a mettere a confronto la nostra realtà fatta di luci e ombre con la realtà filtrata degli altri dove solo le luci vengono messe in scena. Da questa competizione impari, ne possiamo solo uscire sconfitti. Questo ci obbliga a trovare degli sfoghi, dei capri espiatori e qualcuno a cui paragonarci per sentirci meglio. La politica non fa altro che fornire questo: immigrati, rom, vagabondi, gente che vive a spese dello stato sociale etc.

I social aiutano l’indifferenza e la diminuzione di empatia nei confronti degli altri. Quotidianamente i social ci pongono situazione diverse con risposte emotive diverse. Passiamo nel giro di pochi secondi da immagini forti e di dolore a meme divertenti, da foto di gattini a persone in difficoltà sui gommoni. In questo passaggio vorticoso anestetizziamo la nostra reazione mettendo tutto sullo stesso piano. Quello che ci passa sullo nostro schermo diventa un mondo a parte che non ha nulla a che fare con il nostro. Negli anni 50, Gunther Anders parlando della televisione nel suo  ”L’uomo antiquato”, parla di un mondo che diventa fantasma.   Un mondo dove la realtà viene a noi e ci trasforma in consumatori di esso e non partecipi. Il fatto di non essere partecipi ci rende apatici perché è un qualcosa che non ci riguarda. Le emozioni che viviamo non ci spingono ad un’azione ma vengono consumate come forma d’intrattenimento. Il mondo che passa sui nostri schermi diventa e si confonde con una delle tante fiction che guardiamo. Ironia della sorte, Internet avrebbe dovuto aumentare l’interattività trasformando i propri fruitori da puri e semplici ricevitori in emittenti. Tramite la rete, il mondo non solo sarebbe venuto da noi, ma noi saremmo andati da lui. Quello che mi sembra di notare e che tutto questo non è avvenuto. Certo internet mantiene tutte le sue potenzialità di interazione, ma educati all’uso della televisione, molte di queste potenzialità non vengono sfruttate. Per mancanza di idee, di cultura o spirito critico, il mondo continua a venire da noi. Anzi, permettiamo solo a quella parte di mondo che si allinea con il nostro pensiero di venire da noi: appena qualcosa ci disturba, questa viene semplicemente filtrata! Alternativamente, si cerca nella marea di informazioni fornite dalla rete un link che dimostri il contrario o ci permetta di relativizzare l’informazione contrastante, attenuando in questa maniera il divario tra il nostro pensiero e la verità. Sempre Gunther Anders parla di “familiarizzazione del mondo” nel senso che “persone, cose, avvenimenti e situazioni estranei ci vengono presentati come se ci fossero familiari, ossia in una condizione familiarizzata” con la conseguenza neutralizzazione. La sofferenza altrui viene familiarizzata e comparata alla propria e tutto diventa secondario davanti ai propri problemi personali: “Tutti a pensare ai migranti e chi pensa a me?”, come se il pericolo di perdere la vita in mare, essere torturati nei lager libici, il fuggire da regimi repressivi sia paragonabile alle difficoltà medie di una persona che vive in occidente. Questo non significa che l’uomo occidentale non sia autorizzato a lamentarsi o che le sue difficoltà non sono reali o poco importanti. Significa semplicemente che non possiamo familiarizzare e mettere tutto sullo stesso livello, non possiamo usare la nostra esperienza personale come unico filtro per giudicare la realtà perché si finisce nel mettere tutto sullo stesso piano, senza nessuna distinzione, rendendoci apatici alla sofferenza degli altri. Non possiamo continuare a neutralizzare il mondo esteriore solo perché non ci permette di essere vittima e di giustificare il nostro malcontento.

Un altro elemento che contribuisce alla radicalizzazione di chi usa i social è il fatto che solo informazioni ad alto contenuto emotivo diventano virali. La condivisione di un qualcosa è soprattutto un atto impulsivo, una decisione presa in una frazione di secondo mossa dall’urgenza di appagare l’impeto emotivo che un titolo o una foto crea. Questa è la ragione per cui tendiamo a condividere articoli sulla base del titolo senza leggerli; ragione che impone titoli drammatici a notizie normali per permettere la rapida diffusione e condivisione a fini pubblicitari. Lunghi articoli esplicativi non vengono condivisi così velocemente come meme, titoli drammatici o piccoli commenti miranti a far arrabbiare (anche divertire). Questa è una delle ragioni per cui le “Fake News” si diffondono più velocemente della verità, perché esse sono costruite non per informare ma per allarmare e diventare virali in un breve lasso di tempo. La poca propensione alla riflessione e alla lettura insieme alla tendenza a condividere solo quello che ci colpisce emotivamente fa sì che la rete diventi un contenitore di parole d’ordine e rabbia; una tragica cassa di risonanza di tutto ciò che sia distruttivo. Il male, e in genere tutto quello che non va bene, fa sempre più rumore di ciò che sia positivo. Un proverbio africano ci ricorda che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Fortune elettorali sono ormai costruite sfruttando questo. Si dà in pasto alla rete informazioni non necessariamente completamente false, ma comunque con un tono e un punto di vista che genera indignazione e rabbia. In questo contesto, le informazioni politiche che passano sulla rete si soffermano solo e soltanto sul negativo. La rete diventa un posto non per raccogliere informazioni e discutere ma per mostrare la propria indignazione. I commenti si fanno brevi, il sarcasmo diventa norma e la propria indignazione è la sola verità a cui tutti si devono adeguare. Invece di uno scambio di opinioni si ha un confronto a chi sia più indignato attraverso un rinfacciarsi continuo di scandali. In poche parole il famoso “Eh i marò?” oppure “E allora il PD? (da cambiare con Berlusconi a seconda delle circostanze) non mirano alla ricerca comune della verità ma a silenziare non chi dissente ma soprattutto la propria coscienza e il proprio spirito critico. Se riflettiamo sul fatto che una buona parte degli elettori si informa solo e soltanto su internet, capiamo bene che la realtà che una persona si costruisce riflette quello della rete: una realtà rabbiosa e indignata che si sposa benissimo con la necessità di sentirsi vittime per giustificare sé stessi (altro uso privato della politica).

Se nel passato recente mostrare indifferenza o disprezzo nei confronti del dolore altrui portava ad essere messi da parte obbligando a stare attenti a quello che si diceva, con i social tutto diventa possibile. In rete è sempre possibile trovare persone che la pensano come te non importa quello che pensi. Questo dà forza e non fa sentire soli. In questa maniera si diventa parte di un branco che permette la deresponsabilizzazione. Una volta deresponsabilizzati ci si sente autorizzati a dire quello che si vuole anche nel nome della libertà di pensiero. Una distorta visione della democrazia autorizza a dire che un’opinione vale un’altra, non importa quanto questa sia ancorata alla verità e poco importa che la democrazia non si basi solo e soltanto sulla libertà di pensiero ma anche sul rispetto degli individui. Messo da parte il “politicaly correct” e con politici che sguazzano nell’odio con il loro linguaggio per accaparrare consenso, la rete diventa la cassa di risonanza di un odio crescente. Chi cerca di ragionare viene silenziato con offese che non ammettono replica. La ragione viene messa da parte dal branco che viene aizzato e attirato dalla violenza verbale. Chi sfoga il proprio malessere trova subito sintonia e appoggio. In questa maniera, le maggioranze silenziose sono messe da parte e diventano sempre più piccole  silenziate da minoranze rumorose sempre più grandi mosse da un odio crescente e sempre più condiviso. Quello che conta non è la ragione ma quello che si sente, gli altri sono tenuti ad accettarlo o a rigettarlo. Chi accetta fa parte della propria tribù, chi dissente diventa automaticamente un nemico da distruggere. Tornando alle folle naziste, la rete e i social diventano in questa le nuove piazze dove ritrovarsi e farsi forza a vicenda. Far parte di questa piazza spesso non è una libera scelta ma quasi un obbligo per trovare accettazione da parte dei propri amici, per non sentirsi soli o semplicemente per spirito di emulazione confondendo il consenso che un’opinione ha con virtù e verità.

Con questi effetti, i social non stanno solo emarginando la sinistra ma contribuiscono a un’egemonia culturale che esalta il singolo, i suoi problemi e la sua rabbia a scapito di una visione comune ed egalitaria. L’indifferenza verso la sofferenza, l’odio e la rabbia generata e amplificata dai social mettono a repentaglio la stessa democrazia perché radicalizzano l’elettorato. Nel passato in presenza di minoranze rumorose che scendevano in strada vi era una maggioranza silenziosa che faceva sentire il proprio peso al momento del voto e che controbilanciava le spinte estremiste di queste minoranze. Una maggioranza silenziosa poco propensa ai cambiamenti radicali che preferiva la continuità agli strappi. Questa maggioranza silenziosa coincideva con il ceto medio conservatore poco ideologizzato. In altre parole, questa maggioranza silenziosa costituiva il cosiddetto centro. Le forze politiche per vincere le elezioni erano costrette a tagliare o a silenziare i propri estremi per non spaventare i moderati. Questo portava le forze politiche ad assomigliarsi sempre di più permettendo comunque il mantenimento della democrazia che ha sempre sofferto la presenza al proprio interno di forze radicali. Nel giro di pochi anni, l’elettorato si è però radicalizzato (non solo per colpa di internet) e i partiti fotocopia non sono più in grado di attirare il voto a scapito dei Salvini e dei Trump di turno che riescono ad apparire diversi. Questa radicalizzazione è prima di tutto sentimentale e poi politica. I politici che hanno capito la rabbia e l’hanno aizzata hanno vinto le elezioni. Questi politici attirano voti al di là degli schieramenti perché non attirano menti ma anime arrabbiate. La democrazia negli anni 20 del secolo scorso si è arresa al fascismo perché non ha più trovato il sostegno delle classi medie. Il fascismo è stata la rivoluzione delle classi medie estremizzate dalla crisi, dalla minaccia del proletariato organizzato e dall’odio verso le classi dei ricchi industriali. Per certi versi stiamo vivendo un’altra rivoluzione/radicalizzazione delle classi medie che probabilmente non porterà ad un’altra marcia su Roma ma a democrazie illiberali dove la democrazia esiste solo formalmente. In Italia per esempio, la fine di questo centro moderato è testimoniato dalla sconfitta del PD, dalla scomparsa della pletora dei partiti centristi che si rifacevano alla democrazia cristiana e anche dal ridimensionamento di Forza Italia che nel bene e nel male raccoglieva il voto del ceto medio spina dorsale della maggioranza silenziosa. Parafrasando De André, se la maggioranza silenziosa nel passato votava affinché:

“… tutto sia come prima 
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare”

Ora sono loro che bussano alle porte per gridare più forte. Non cercano giustizia ma sfogo alla propria rabbia. Cercano ancora sicurezza per sé stessi ma disciplina per gli altri. La paura di cambiare esiste ancora ma è la paura di diventare ultimi come negli anni 20, la paura di perdere il gioco dell’invidia sui social, la paura di cambiare e trovarsi in un posto dove si è irrilevanti.

Questo non significa che dobbiamo chiudere i social. La tecnologia avanza a passi da giganti ma l’uomo è limitato, obsoleto direbbe appunto Gunther Anders. L’uomo ha difficoltà nel cambiare e nel mettersi al passo con i cambiamenti tecnologici. Quello che abbiamo bisogno è un’educazione sentimentale e critica che ci permetta di usufruire dei social senza trasformarli in armi di distruzioni delle nostre vite e dei nostri sistemi sociali. Ci vorrà tempo e tanto lavoro per colmare questo divario tra quello che siamo ora e quella condizione che ci permetta di usare la tecnologia in maniera costruttiva. Probabilmente quanto avremmo colmato lo spazio, la tecnologia avrà fatto un altro balzo in avanti obbligandoci a colmare un altro vuoto. Comunque è necessario uno sforzo per colmare quel vuoto a partire dalle scuole e dall’educazione che viene impartita che non può più ignorare il mondo virtuale. I politici, gli intellettuali e chiunque abbia a cuore il futuro della nostra democrazia dovrebbe fare uno sforzo a non lasciarsi andare alla propria rabbia o usare quella rabbia per creare dei branchi pronti a seguirli senza discussione. Se non chiudiamo quel vuoto, la democrazia rischia di scomparire al suo interno. Questo non riguarda solo i social e come vengono vissuti o usati (Cambridge Analytics). Tutti i cambiamenti tecnologici avvengono in maniera così rapida da creare immediatamente un vuoto tra uomo e tecnologia senza donarci la possibilità di valutare completamente gli effetti. L’unica speranza è che prevalga il buon senso ma senza educazione e ragione tutto diventa difficile. Ragione ed educazione (in tutti i suoi significati) sono proprio quello che alla rete sembra mancare al momento.

 

Qualche riflessione sul governo Conte

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Tanto tuonò…che arrivo il governo. Dopo 80 giorni di giochi politici, lanci, rilanci, ritirate e fughe in avanti è nato l’unico governo possibile dopo le elezioni del 4 marzo. Unico governo possibile per la retorica antistema che li ha portati a vincere le elezioni, unico governo possibile per non spaccare il paese dato che Salvini aveva vinto prevalentemente al Nord mentre Di Maio al sud. Negli anni 90 l’Irlanda ebbe al potere la “rainbow coalition” (coalizione arcobaleno), l’Italia può vantarsi di avere quello che in tanti chiamano già il governo Jamaica per i suoi colori simili a quelli della bandiera del paese caraibico: giallo (M5S), verde (lega) e forse nero (Fratelli d’Italia, appoggio esterno). Mentre la Giamaica fa pensare all’allegria, al reggae e allo sballo, questo governo ci riporta alla difficile realtà della politica italiana.

Il governo Conte nasce dalla necessità. L’incertezza politica stava generando un clima di sfiducia nei mercati con ripercussioni sullo spread e sul costo del nostro debito pubblico. Salvini dopo il caso Savona poteva andare al voto forte dei sondaggi che lo danno in forte ascesa. Lo avrebbe fatto volentieri ma la sua base elettorale è costituita anche da piccoli imprenditori che del mercato ne pagano i capricci e da qui la necessità di non tirare troppo la corda. Necessità sia per la Lega che per il M5S di cimentarsi con il potere. Per la Lega arrivare al governo significa diventare maggiorenni e capaci di dirigere il paese senza l’ombra di Forza Italia. Per il M5S dimostrare di essere una forza di governo e scrollarsi l’etichetta di principianti. Per entrambi la necessità di mostrare di non essere bravi solo a distruggere o a criticare ma anche capaci di trasformare le parole in fatti.

Se la necessità è ragione sufficiente per stare insieme nel breve periodo, da sola non basta, non tanto per rimanere a lungo al potere ma soprattutto per cambiare le cose. Alla base di questo governo non c’è un’ideologia, un progetto o una visione comune del futuro. Il famoso contratto non è altro che un mezzo per creare consenso, un libro dei sogni che non prende in considerazioni le costrizioni della realtà come le coperture non può essere considerato un progetto. Senza una visione comune, il governo rischia di essere una lunga lotta di posizione fatta di veti e attriti generati da parole fino a quando uno deciderà di staccare la presa al governo, probabilmente Salvini all’inizio del prossimo anno se i sondaggi continueranno a premiarlo. Quello che accomunerà e terrà unito il governo sarà la retorica e la comunicazione. Lega e M5S sono state brave a gestire la rabbia e a cavalcare il malcontento in un continuo appello alle emozioni e i prossimi mesi saranno la continuazione di questo. Gestire le emozioni una volta al potere significa cercare continuamente colpi ad effetto che possono generare discussione sui social, galvanizzare i propri elettori ed evitare una discussione approfondita su quello che veramente avviene. Se la cosa si limitasse solamente alla comunicazione non sarebbe un problema, d’altra parte è quello che fanno tutti (chi più chi meno) una volta al potere. Il problema nasce quando il tentativo di cercare il colpo ad effetto è mirato a nascondere il vuoto progettuale. In queste condizioni, senza un progetto che funzioni come stella polare, l’onestà diventa giustizialismo, l’aiuto ai deboli si trasforma in assistenzialismo, prima gli italiani diventa sciovinismo, l’opposizione diventa nemica del popolo e il complotto diventa la risposta facile da usare per giustificare e spiegare le mancanze dell’azione governativa.

Passando alla composizione del governo, la prima cosa che colpisce è il gran numero dei cosiddetti professori: da Tria a Savona, da Moavero Milanesi allo stesso Conte. Questo è in contraddizione (una delle tante) del M5S che aveva fatto della sua ai professori uno dei suoi gridi di battaglia, tanto da far dire a Grillo che avrebbe preferito una casalinga al ministero dell’Economia. Dopo che Lega e M5S avevano fatto del governo Monti il male assoluto, scelgono il braccio destro del professore lombardo come ministro degli esteri. Il fatto di aver fatto ricorso a tanti professori è l’amissione più evidente di uno dei limiti del M5S: la mancanza di una classe dirigente. Un tecnico per quanto vicino possa essere alle forze politiche che lo sostengono, porta con se le sue idee personali che non hanno partecipato alla formazione del programma di partito. Questo significa che al governo ci sono tre forze: M5S, Lega e i professori. Se a questo aggiungiamo il fatto che ogni governo deve fare i conti con i boiardi dei ministeri, è facile comprendere che trovare una sintesi sarà difficile. Non sarei sorpreso se i prossimi mesi siano caratterizzati da un continuo stillicidio di dimissioni o minacce di dimissioni.

Questo governo comunque è un momento di cesura per la storia politica italiana almeno per i partiti che agiscono sulla scena al momento. Non penso sia nata la terza repubblica anche perché ritengo che non sia mai nata la seconda repubblica. Viviamo ancora in un lungo momento di passaggio nato dopo tangentopoli. Un periodo dove la costituzione è rimasta la stessa, mentre le forze politiche continuano a cambiare senza trovare un minimo di stabilità che possa far dire che una seconda Repubblica sia nata. Siamo ancora nella prima repubblica e mezza dove quel mezzo rappresenta un presente liquido che rincorre se stesso in un continuo cambiamento della scena politica con un minimo impatto sulla maniera con cui il paese si trascina tra corruzione, evasione e declino economico.

La Lega, ma soprattutto Salvini, hanno dimostrato di essere bravissimi a parlare alla pancia degli italiani. Confesso di aver fatto un grosso errore nel sottovalutare Salvini. Il suo linguaggio semplice a tratti rozzo e il suo passato antimeridionale non rappresentavano il viatico migliore per arrivare al potere. Invece ha dimostrato non solo di stimolare, interpretare e ascoltare la rabbia degli italiani ma anche di guidarla e trasformarla in voto anche da parte di chi lo odiava fino a pochi mesi fa. La cosa dovrebbe preoccupare soprattutto con la mancanza di una sinistra o di una qualsiasi altra forza politica sulla scena politica capace di portare avanti un progetto. Senza un programma la battaglia viene combattuto sul campo della retorica e lì Salvini ha dimostrato di saper come vincere.

Il M5S si è completamente trasformato: dallo streaming alla decisione nelle stanze segrete, dall’andar soli al governo a formare un’alleanza, dal governo non eletti dal popolo a Conte, dal politico megafono a Di Maio (Casaleggio) a dirigere i giochi. Il tutto fatto in maniera magistrale senza rotture parlamentari nonostante la variegata composizione di questa forza politica. Quello che prima era un movimento che si vantava di essere una forza guidata dal collettivo (in realtà il tutto diretto dalla Casaleggio) è diventato il partito più Leninista del panorama politico italiano. Solo un partito con una forte organizzazione interna può premettersi di dialogare prima con la lega, poi con il PD e dopo tornare a fare in governo con la Lega senza generare malcontenti evidenti del gruppo parlamentare. Se a questo aggiungiamo il regolamento draconiano del gruppo parlamentare, ci rendiamo conto che la visione ingenua del movimento venduta ai propri elettori era l’ennesima idea a uso e consumo per creare un’identità da far vestire ai propri seguaci. Certamente la gestione del potere e del governo continuerà a richiedere una forte centralizzazione del potere che si scontrerà con l’anima movimentista e purista. Sarà più forte la voglia di rimanere al governo nel tentativo di cambiare le cose o il purismo della prima ora che costituisce la ragione d’essere del M5S?  Una cosa va comunque riconosciuto al movimento grillino, arrivare al governo significa la fine della politica della testimonianza (non ci alleiamo, siamo gli onesti, siamo puri etc) e l’inizio della politica vera e propria dove bisogna sporcarsi le mani. Questo è positivo per il dibattito politico e per la stessa democrazia che non si giova molto nell’avere al proprio interno forze politiche che sono in parlamento senza nessuna intenzione di governare. inoltre stare al governo potrebbe aiutare a creare quella classe dirigente che manca.

Forza Italia è davanti ad un bivio che non riguarda solo il dopo Berlusconi. Devono inseguire Salvini nella retorica estremista o cercare di attirare il cosiddetto voto moderato? In realtà le televisioni di Berlusconi con i tanti programmi anti immigrati, gli articoli di Belpietro o di Sallusti hanno sdoganato il radicalismo di destra. I moderati si sono lasciati andare ai loro istinti facilitati dalla situazione difficile. Cercare di aggregare il cosiddetto centro rimane difficile perché quel centro è probabilmente scomparso.

Per quanto avessi preferito un governo M5S-PD per il bene del paese, la posizione di Renzi era comprensibile da un punto di vista politico e non solo personale. In un’alleanza con M5S, il PD sarebbe diventato subalterno con la fine di una qualsiasi speranza di una rinascita ( o forse nascita) di una sinistra progressista. Essere al governo significa perdere voti e dopo anni con l’accusa di essere interessati solo alle poltrone, l’opposizione avrebbe fatto bene. Ora sono all’opposizione e il PD deve decidere cosa fare con essa. Se pensano di tornare al potere con giochi cosmetici (il fronte repubblicano) o ridurre tutto a una questione di persone (Renzi, Calenda o Gentiloni) possiamo anche dare per morta la sinistra in Italia. Quello che manca è una visione vera, un progetto concreto che sposi la modernità senza la rinuncia ma un rilancio del principio di eguaglianza. Se invece si pensa di fare opposizione facendo le pulci alla maggioranza non c’è futuro politicamente ed elettoralmente. Si dovrebbe smettere di rincorrere il centro o i moderati. Il tentativo si Renzi di conquistare il centro si è dimostrato vincente nel breve periodo ma inutile nel lungo. Non solo perché si perde il voto a sinistra ma soprattutto perché vale lo stesso ragionamento fatto per forza Italia: il voto moderato non esiste più. Non esiste più perché il voto moderato è sempre stato un voto poco ideologico cementificato dalla paura nei confronti del cambiamento. Oggi siamo tutti delusi e arrabbiati perché questo è uno dei tratti della modernità. Il cambiamento non fa più paura perché il presente non piace a nessuno. Il centro ha senso conquistarlo in un sistema bipolare o sostanzialmente bipolare (Ulivo – PDL), ma in un sistema tripolare se non quadripolare la varietà di scelta obbliga a prendere una posizione chiara e distinta. Il tentativo della conquista del centro rende le forze politiche simili facendo risaltare le forze che rimangono diverse e quindi alternative in un’epoca di profonda insoddisfazione. Questo non significa diventare estremisti ma semplicemente presentarsi con un programma chiaro senza la paura di perder voti di coloro che possano essere in disaccordo. La fine del centro e del moderatismo è un brutto segnale per la democrazia. La svolta verso una democrazia illiberale è diventata un’opzione anche per l’Italia quando ci sono personaggi come Salvini e forze politiche come il M5S che basano il loro consenso sulla critica al sistema e al passato tout court premendo sul cambiamento. Il sistema che va cambiato include anche le regole alla base del gioco democratico. Senza un’opposizione seria e con una visione alternativa, la morsa che lentamente stringe e limita la democrazia potrebbe essersi già messa in moto in Italia. La Polonia e l’Ungheria non sono così lontane.

 

 

 

 

 

 

Mattarella, la Costituzione e gli avvelenatori di pozzi

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Il rifiuto di nominare Savona come ministro dell’Economia è uno di quei momenti storici di cui se ne parlerà per anni. Tra qualche anno i manuali di Diritto Costituzionale parleranno di questo rifiuto e la dottrina costituzionale discuterà sul piano giuridico della decisione del Presidente della Repubblica. I costituzionalisti sono spaccati: da una parte una minoranza guidata da Onida e l’Associazione Nazionale Giuristi Democratici che pensano che Mattarella abbia esagerato nella sua interpretazione della costituzione; dall’altra parte Cassese, Ainis, De Servo, Flick e Zagrebelzky (non chiaramente ma lo fa intendere) sono dalla parte del Presidente della Repubblica. Il fatto che i costituzionalisti non sono unanimi dovrebbe far riflettere e richiamare alla calma. Invece una parte della politica grida allo scandalo, mentre la rete si lascia andare a sfoghi gridando al colpo di stato o alla Merkel che guida il paese. Il risultato finale è un avvelenamento dei pozzi che aiuterà certo a vincere le elezioni ma rischia di compromettere la democrazia nel nostro paese. Premesso che personalmente penso che Mattarella abbia commesso un errore politico, ritengo che la sua decisione sia costituzionalmente corretta o per lo meno in linea con essa. Non voglio fare il costituzionalista di turno (anche se studiare diritto pubblico è una cosa che ricordo con piacere dei miei studi universitari) ma il ragionamento sulle motivazioni di Mattarella sono importanti per capire che gridare all’impeachment o al colpo di stato non ha senso anche se non si è d’accordo con la scelta del presidente.

La discussione non può che partire dal famoso articolo 92:

“Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.”

Da questo si evince che il Capo dello Stato nomina i ministri, ovvero è responsabile della nomina dato che è lui che mette la firma e non si può chiedere a qualcuno di mettere la firma senza il suo consenso. Se il suo consenso non fosse necessario la costituzione avrebbe previsto che il presidente del Consiglio sceglie i ministri e va a chiedere il voto di fiducia al parlamento senza il passaggio dal Quirinale. Lo stesso articolo non dice che il presidente del consiglio “indica” ma “propone”. Nel linguaggio comune “propone” non implica un obbligo.

Oltre la costituzione scritta c’è anche la costituzione materiale ovvero quella effettivamente vigente. La costituzione materiale si basa sulla costituzione scritta ma ha anche al suo interno le consuetudini che fanno giurisprudenza. Nella storia repubblicana i Presidenti della repubblica hanno spesso e volentieri rifiutato la nomina di ministri. I casi piú famosi sono:

1978: Pertini non vuole Darida come ministro della difesa

1994: Scalfaro non vuole Previti alla giustizia

2001: Ciampi dice No a Maroni alla giustizia

2014: Napolitano non vuole Gratteri sempre alla giustizia

In realtà i casi probabilmente sono maggiori, tenuti nascosti all’interno delle stanze del potere per non portare alla luce un disaccordo tra il capo dello stato e il capo del governo. Anche Einaudi obbligò Pella a cambiare la sua compagine governativa. Einaudi non è un presidente a caso. Oltre ad essere il primo Presidente della Repubblica, è stato il pieno osservatore di essa. Avendo un passato in Gran Bretagna, Einaudi interpretava il ruolo del presidente della Repubblica alla stregua di quello del monarca inglese: non autorizzato a intromettersi nelle discussioni politiche. Si obietta che Mattarella abbia infatti voluto dare un indirizzo politico che non gli compete. Anche questo non mi sembra corretto. Mattarella aveva proposto Giorgetti in via XX Settembre. Giorgetti a differenza di Savona non è un tecnico ma fa parte attiva del partito politico che componeva la maggioranza in essere. Come si può affermate che Mattarella voglia dare un indirizzo politico diverso bocciando un tecnico e proponendo come ministro un esponente del partito?

Le ragioni di Mattarella non si fermano solo alla costituzione materiale. Come fatto notare da Zagrebelsky, il presidente della Repubblica non è un semplice notaio ma è chiamato a garantire la costituzione. L’articolo 68 chiaramente afferma infatti:

“Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale, è il garante dell’indipendenza e dell’integrità della nazione, vigila sul rispetto della Costituzione, assicura il rispetto dei trattati e dei vincoli derivanti dall’appartenenza dell’Italia ad organizzazioni internazionali e sovranazionali”

Tutti i suoi atti devono essere fatti alla luce di questo articolo a maggior ragione quando vi è una responsabilità diretta come la nomina dei ministri come da articolo 92 precedentemente menzionato. La nomina di Savona comportava un rischio sia del rispetto della costituzione sia dei vincoli internazionali. Si può discutere quanto fosse alto il rischio ma questo indubbiamente c’era. Il tutto parte dal famoso “piano B” che potete trovare a questo link. I punti salienti al fine della nostra discussione sono:

  • Il piano è da attuare in segreto (no referendum, no voto in parlamento)
  • Il piano avrebbe portato ad una svalutazione minima del 15-25% e probabile default
  • Inflazione e perdita d’acquisto dei salari
  • Difficolta di aziende e privati che hanno debiti in Euro all’estero

La segretezza significa che né il parlamento né il popolo attraverso un referendum possano esprimersi. In poche parole una decisione che vale del futuro del paese viene presa da poche persone perché la segretezza è alla base della decisione. Le rassicurazioni di Savona del non voler uscire dall’Italia sono inutili se a dirle è uno che vuole uscire in segretezza ed è appoggiato da forze politiche che nella prima bozza del contratto prendono in considerazione misure per uscire dall’Euro. Inoltre il piano comporterebbe una violazione dei trattati internazionali in quanto l’Italia si tirerebbe fuori senza il loro rispetto. L’articolo 47 della costituzione inoltre afferma:

La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese. 

L’economia non è una scienza esatta ma penso che tutti possiamo essere d’accordo che svalutazione, default e inflazione siano tutto tranne una forma di tutela del risparmio.

Sulla base di tutto questo, Mattarella ha ritenuto la nomina di Savona un potenziale rischio per il rispetto della costituzione e in quanto garante ha sentito di avere il dovere di stoppare la nomina. Uno può condividere o meno le paure di Mattarella. Personalmente ritengo abbia fatto un errore perché aveva altri mezzi per controllare affinché il governo agisca in conformità alla costituzione (per esempio rimandando le leggi in parlamento). Il punto è che Mattarella abbia agito nel tentativo di rispettare la costituzione e se lui riteneva Savona un pericolo per essa aveva il diritto e l’obbligo di fermare la nomina. Una cosa è discutere se le preoccupazioni di Mattarella siano giustificate, un’altra è accusarlo di violare la costituzione, di aver fatto un golpe o di ipotizzare un impeachment che non ha nessuna speranza di avere esito positivo davanti alla Corte Costituzionale. Una cosa è dire che Mattarella ha violato la costituzione, un’altra è dire che le valutazioni che hanno portato Mattarella a quella decisione siano sbagliate.

La distinzione può sembrare di lana caprina ma in realtà è essenziale per capire come certe forze politiche agiscono e come questo comportamento sia dannoso per la democrazia nel nostro paese. La politica non ha più a che fare con il ragionamento e la discussione. Il voto viene conquistato con l’uso delle emozioni come precedentemente spiegato. Riscaldare gli animi è una strategia vincente. Creare vittimismo (il mio voto non conta), trovare un nemico (la Germania, la UE i mercati), galvanizzare le folle dando all’elettore le vesti dell’eroe sono mezzi di marketing politico per ridurre il pensiero critico e legare a se gli elettori. Anche le ragioni dietro l’impeachment avevano a che fare piú con le emozioni che con le considerazioni razionali:  “Impeachment per il capo dello Stato serve a evitare le reazioni della popolazione”   Il problema è che questo modo di fare politica è efficace per creare consenso ma pone rischi alla tenuta della democrazia. Una volta che le persone sono convinte che il loro voto non conti, che la democrazia non esiste e le istituzioni sono delegittimate non rimane nulla a difesa della libertà. La democrazia non può difendersi con la forza e se lo facesse perderebbe di credibilità. La democrazia ha senso e si difende se gli attori all’interno di essa agiscono in sua difesa e nel rispetto delle sue regole. Chiediamoci se gridare all’impeachment o al golpe solo perché non si condivide le ragioni che hanno portato il Presidente a questa decisione rafforzi o meno le nostre istituzioni democratiche. Il continuo avvelenamento dei pozzi è una politica folle perché prima o poi bisogna andare a bere dai quei pozzi. Chi oggi avvelena i pozzi e frantuma la credibilità delle istituzioni, un giorno sarà chiamato a guidarle e il suo compito risulterà difficile proprio perché le istituzioni delegittimate non hanno forza. In questa maniera tutto diventa accettabile in politica (come in guerra e in amore) senza considerare che la democrazia nasce e ha la sua ragione di essere nel porre dei limiti alla battaglia politica. Senza quei limiti non vi è più democrazia ma solo dura e pura lotta per il potere. In queste condizione nessuna democrazia può resistere a lungo. Mattarella ha fatto una scelta (forse sbagliata) ma mossa dal rispetto e nel tentativo di rispettare la costituzione. Sarebbe opportuno limitare la discussione sulle ragioni che hanno portato alla decisione piuttosto che dare per scontato la violazione della costituzione. Un clima teso come quello che si respira in questi giorni non giova a nessuno ma soprattutto non giova alla nostra democrazia.

 

 

 

 

 

 

 

Il tragico errore di Mattarella!

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Anche se nelle sue prerogative (art 92 della costituzione é rafforzato dai precedenti Pertini/Cossiga su Darida,  Scalfaro/Berlusconi su Previti, Ciampi/Berlusconi su Maroni e Napolitano/Renzi su Gratteri) Mattarella ha commesso un errore politico a non far partire il governo Conte. Non credo che le sue perplessità fossero solo su Savona ma anche sulla persona di Conte che in base all’art 95 é responsabile della politica generale del governo e invece sarebbe stato una specie di passacarte del duo Salvini/DI Maio. In un governo con un presidente senza autorità e per di più non esperto in economia, Savona avrebbe avuto vita facile a dettare la sua linea. Forzando la mano peró porterà il paese al voto in un clima teso che non porta nulla di buono.

Mattarella si é opposto a Savona perché la sua nomina avrebbe dato ai mercati  un messaggio di paura in quanto il ministro scelto girava fino alla settimana scorsa con slide su come uscire dall’Euro da un giorno all’altro (il famoso piano B che attuava un abbandono dell’area Euro senza nemmeno il voto del parlamento). Le motivazioni di Mattarella sono essenzialmente due: 1) La nomina di Savona avrebbe mandato un messaggio ai mercati che avrebbero portato ad un aumento dei tassi d’interesse mettendo a rischio i bilanci statali e delle famiglie in quanto l’Italia con un tale ministro puó uscire dall’Euro da un momento all’altro 2) Problema democratico in quanto non si puó uscire dall’Euro senza un dibattito e senza averne discusso in campagna elettorale (sua paura di un’uscita all’improvviso paventata da Savona).

In entrambi i casi Mattarella sbaglia per me e avrà il risultato di peggiorare la posizione del paese economicamente e da un punto di vista democratico. La sua scelta porterà comunque a tensione sui mercati e porterà il paese alle prossime elezioni in una specie di referendum sull’euro dato che lui ha rafforzato cosi un messaggio: Lega e M5S sono anti Euro. Se fossi un investitore o avessi interessi in Italia (quote in aziende, risparmi, titolare di titoli di Stato) prenderei una posizione cauta vendendo e sganciandosi dal paese prima che sia troppo tardi fino a quando le cose tornino al meglio. I nostri mesi prima delle elezioni saranno un calvario sui mercati con un governo in carica solo per gli affari correnti. I tassi sul nostro debito saliranno e sarà più difficile per le aziende finanziare la crescita (addio nuovi posti di lavoro), chi ha i mutui pagherà di più (addio aumento dei consumi) e lo stato spenderà maggiori somme per pagare gli interessi (soldi che potevano servire per qualcosa di più utile invece che pagare grossi gruppi finanziari). Se a questo aggiungiamo che la BCE terminerà il programma di Quantitative Easing a Settembre, le cose non si mettono bene. Anche se i mercati puniscono l’Italia per l’incertezza generata da forze anti Euro, per Salvini sarà facile dare la colpa al Presidente della Repubblica.

Il problema non è solo economico ma anche politico e democratico. Lega e M5S cavalcheranno (in parte anche a ragione) l’idea di un voto tradito (anche se non erano alleati durante le scorse elezioni). Una democrazia dove le istituzioni sono deboli, dominati da partiti antisistema che basano il loro consenso sulla rabbia, senza un minimo di regole condivise (legge elettorale in primis) si rischia di brutto.  Al centro del voto ci sarà l’Europa e metteranno di mezza la Germania e tutto quello che serve per far ribollire il sangue nelle vene. Le posizioni sull’Euro si radicalizzeranno su due poli, pro o contro Euro senza dare nessuno spazio a posizioni intermedie che mirano a modificare la regole della moneta unica, la BCE o a rafforzare l’unione politica o fiscale. Inoltre avrà un procedimento a cascata all’interno delle due forze politiche rafforzando chi ha posizioni anti Euro, creando le condizioni per la classica previsione che si autoadempia.

Mattarella ha fornito un grossolano aiuto a Salvini che probabilmente otterrà il suo obbiettivo: andare al voto in un clima rovente che lo avvantaggia. Di Maio dall’altra parte si é fatto raggirare e forse ha capito dopo il trappolone in cui si è cascato. Per settimane ci avevano detto che le poltrone e i nomi non contavano ma quello che gli premeva era di portare il contratto al governo. Invece si sono impuntati proprio sul nome, un nome lontano anni luce dall’idea del politico grillino. Un nome figlio dell’establishment che ha lavorato in aziende a cui il M5S si è sempre opposto (Unicredit e Impregilo) senza parlare dei suoi guai giudiziari. Invece hanno sostenuto Salvini, che alla luce dei sondaggi, pensa di arrivare al governo da solo e tanti saluti ai veti di Di Maio o Mattarella. Salvini sapeva che Savona era irricevibile da parte di Mattarella e usa il suo nome per andare al voto senza prendersi la colpa di aver rotto.  Inoltre andrebbe al voto portando un M5S compromesso agli occhi degli elettori progressisti del M5S che non hanno visto di buon occhio il tentativo di formare un governo con la Lega. Stessa Lega che avrá un richiamo molto piú forte nei confronti di quegli elettori del M5S che sono contro l’Euro e l’Europa in generale.

Mattarella doveva ingoiare il rospo e mandare Lega e M5S a governare ma soprattutto obbligarli a fare i conti con le loro promesse fatte. In quanto presidente ha la facoltà di rimandare al parlamento le leggi senza copertura e adottare la politica dei moniti. Sarebbe stata una legislatura di scontro ma almeno avrebbe aperto un dibattito e smascherato le bugie e le illusioni generate da due forze politiche che hanno sempre basato il loro consenso sull’essere anti-establishment, carta che diventa piú difficile da usare una volta arrivati al potere. Mattarella é un intellettuale di altri tempi, sicuro che con la ragione si possa spiegare e convincere tutti su temi materiali come questo ma la realtà é diversa e quello che conta sono le emozioni…cosa che Salvini ha capito benissimo e sa fare molto bene. Cosa che gli riuscirà ancora meglio nelle prossime settimane. Sono sicuro delle buone intenzioni dietro la decisione (sicuramente sofferta) ma il risultato che otterrà rischia di essere catastrofico.

Post Scriptum: Alla luce della formazione del governo Conte, bisogna ammettere che quello che sembrava un errore politico si é trasformato in un successo per Mattarella che ha ottenuto quello che cercava: un governo M5S e Lega senza una evidente rottura anti Euro. Ha chiamato il bluff di Di Maio e Salvini e ha portato la partita a casa. Una partita rischiosa ma vinta dal suo punto di vista.  Chapeau!

 

 

 

 

 

Il contratto Lega-M5S come strumento di ricerca del consenso

 

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In un’epoca priva di contenuti e senza un’idea di futuro, la politica non può fare altro che ripiegarsi sulla personalizzazione, all’uso delle parole per vendere un qualcosa e la spettacolarizzazione di tutto quello che avviene sulla scena politica. La formazione di questo nuovo governo non si sottrae purtroppo a questa logica. Partiamo dall’uso del termine contratto (senza concentrarsi troppo sul fatto che sia molto generico e che non fornisce la maniera con cui finanziare le proposte contenute). L’idea che si vuol far passare è che sia vincolante e che le parti che firmano il contratto siano in qualche maniera costrette alla sua realizzazione. L’idea é quella del contratto firmato tra due privati, dove le parti si riservano il diritto di portare l’altra parte davanti ad un giudice se inadempiente. Questo non avviene in politica. Non puoi portare un partito politico davanti alla corte costituzionale, fargli pagare una multa o non farli partecipare alle prossime elezioni per sanzione l’inadempienza. L’unica sanzione è di natura politica ovvero la possibilità di ritirare la fiducia al governo. La sanzione politica è alla base di qualsiasi alleanza all’interno di un sistema politico pluripartitico, il prezzo da pagare se si rompono i patti. Nulla di nuovo sotto al cielo tranne l’uso a fini propagandistici (legittimo) del termine contratto per far passare l’idea di un qualcosa che non c’è e per non usare il termine alleanza perché entrambe le forze politiche coinvolte sono interessate a mantenere la propria “purezza” davanti a propri elettori. Se le cose si dovessero mettere male, possono sempre tornare dai propri elettori e accusare l’altra parte di aver rotto il contratto e che il governo era dettato dal senso di responsabilità che li ha costretti a trovare un’intesa con una forza rivale.

Passiamo alla votazione on line mettendo da parte le osservazioni del garante della privacy sulla piattaforma. L’dea alla base è lodevole: chiedere ai propri militanti di approvare un qualcosa deciso dai vertici del partito e spero che la politica vada sempre più in questa direzione anche se è tutto da capire come. Il problema è che la democrazia all’interno di un partito come la democrazia in generale non può limitarsi solo e soltanto al voto. Che senso ha organizzare il voto senza un minimo di discussione dove contrari e favorevoli possono discutere? Il voto è fatto tutto in un giorno e mi domando in quanti abbiano veramente letto l’intero documento. Anche la domanda sulla piattaforma Rousseau è posta in maniera da evitare un dibattito e per spingere verso il SI. La domanda è stata formulata nella maniera seguente “Approvi il contratto del governo del cambiamento?” . Naturale che uno voti si. In fondo chi è contro il cambiamento? A che é servito votare M5S se non per il cambiamento? In altre parole, la domanda non è neutra ma è una “loaded question” ovvero una domanda elaborata in maniera tale da stimolare una determinata risposta. Chi fa seriamente indagini di mercato conosce bene i pericoli di una domanda del genere all’interno di un questionario… oppure lo costruisce in maniera tale da influenzare i risultati. Se a questo aggiungiamo il fatto che si è votato senza nemmeno sapere chi avrebbe occupato il ruolo di Presidente del Consiglio si capisce che quel voto non ha nulla a che fare con la democrazia interna di una forza politica ma é uno strumento per rafforzare il consenso.

Senza un vero dibattito, alla fine ci si affida al proprio leader (personalizzazione) e si vota sulla fiducia che si ha in lui. Non a caso il voto online é stato introdotto da un video di Di Maio dove spiega le ragioni per cui votare un “SI” e su come quel contratto sia un successo senza che un’opinione contraria sia ascoltata. La personalizzazione e la seguente demagogia alla base di essa sono il pericolo di tutti i sistemi a democrazia diretta dove non esistono corpi intermedi che organizzano, conducono e animano il dibattito politico riducendo la democrazia a pura retorica. In Germania, i socialdemocratici hanno chiesto ai loro elettori di approvare la Große Koalition ma vi é stato un lungo e lacerante dibattito interno. L’accordo di coalizione fu firmato il 7 Febbraio mentre i militanti socialdemocratici hanno votato a Marzo. Il voto online cosi come è stato organizzato serve solamente alla spettacolarizzazione della politica con un obiettivo preciso: la “tribalizzazione” del consenso. Gli elettori vengono fidelizzati e ancorati ad un partito usando le dinamiche psicologiche di un gruppo. Creando un nemico (la Kasta), facendoli sentire speciali (siamo gli onesti e nel giusto) e coinvolgendoli attraverso queste operazioni in maniere da aumentare il sunk cost (tempo perso ed investimento emotivo). Bisogna ammetterlo, la Casaleggio ci sa fare. Non a caso si occupa di comunicazione.

 

 

 

La modernità ha ucciso la sinistra!

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Le elezioni del 4 Marzo hanno mostrato un avanzamento della destra e il quasi annientamento della sinistra italiana. Il giorno dopo è iniziata la solita analisi della sconfitta tanto cara ai leader della sinistra nostrana. Da una parte si accusa il PD di non essere abbastanza di sinistra, mentre dall’altra si accusa i piccoli partiti di aver diviso la sinistra e non essere in grado di attrare il voto. Altri hanno fatto notare come il M5S sia la nuova sinistra dimenticando la loro natura postideologica e la loro ambiguità su tanti temi dall’antifascismo al sindacato. Il reddito di cittadinanza sembra essere stato lo strumento che ha permesso al movimento di Grillo di sfondare a sinistra dimenticando che la sinistra è strettamente connessa al concetto di lavoro. Chi rimane fuori dai processi produttivi si condanna all’incapacità politica perché incapaci di cambiarli, lasciando al capitale e a chi lo detiene la possibilità di cambiare le regole del gioco a proprio piacimento. Con forse dovute eccezioni (apparentemente Gran Bretagna e Portogallo), le elezioni italiane sembrano confermare un processo di disintegrazione della sinistra a livello internazionale causato da un massiccio cambiamento culturale. La scomparsa della sinistra italiana (ben oltre il PD) è non solo il frutto di scelte tattiche sbagliate, campagne elettorali condotte malamente, comunicazione debole e leader arroganti ma la naturale conseguenza di un cambiamento di valori iniziato anni fa e che abbiamo spesso evidenziato in questo blog.

La modernità si caratterizza per un ripiegamento dell’individuo verso se stesso. Lo sfaldamento dello stato sociale, delle ideologie, il calo del senso religioso insieme a una crescente competizione tra gli individui a caccia del soddisfacimento immediato dei propri desideri stanno muovendo la società verso l’ideale Thatcheriano di una collezione d’individui.  Avevamo precedentemente evidenziato come l’affermazione del liberismo abbia reso le nostre società più egoiste. La stessa partecipazione politica è stata sganciata da una visione comune del futuro ed essa ha senso solo e soltanto quando soddisfa un desiderio immediato dell’individuo. Alla stessa stregua, la ricerca della verità ha ragione di esistere solo se contribuisce al benessere personale. Se il positivismo nasce dalla necessità e dal desiderio di mettere in piedi dei processi e dei metodi per arrivare ad una verità universale e valida per tutti, la modernità, vissuta dagli individui comuni che si battono per la sopravvivenza giornaliera, impone di scegliere la verità che fa comodo. Il risultato finale è un’atomizzazione della società dove, come evidenziato da Bauman, gli individui sono costretti a trovare soluzioni individuali a problemi collettivi. Se il secolo scorso si era aperto con grandi movimenti politici che raccoglievano i bisogni di una massa di lavoratori senza diritti per tradurli in azione politica collettiva, il secolo corrente sembra andare verso individui lasciati a se stessi incapaci e poco desiderosi di un’azione collettiva.

I partiti di sinistra prima si sono adeguati al cambiamento culturale e poi ne sono stati travolti. La terza via è stato il tentativo di assecondare la spinta che proveniva da parte della società verso un maggiore individualismo. Nel primo momento la mossa ha portato a un’estensione dell’elettorato basato su un inganno: gli operai, i precari e i disoccupati votavano i partiti di sinistra pensando di votare per un modello di società più equo, mentre le classi più ambienti li votavano perché avevano capito che questi partiti avevano rinunciato a qualsiasi velleità redistributiva. La “terza via” ha rinunciato a cambiare la struttura economica anche perché, una volta liberalizzati i mercati, era diventato impossibile attuare politiche neokeynesiane in un paese solo. Senza una collaborazione tra le diverse forze di sinistra a livello internazionale, le sinistre nei singoli paesi si sono impegnate a rendere le loro economie più competitive cercando di minimizzare gli aspetti negativi con misure tampone. Invece di evitare che la competizione nel mercato fosse fatta a scapito dei lavoratori, cercando di globalizzare anche i diritti del lavoro, le sinistre nazionali sono state costrette ad adeguarsi limitando i diritti dei lavoratori per evitare, o per lo meno rallentare, quei processi economici che portano a spostare la produzione in paesi a basso costo di manodopera. Con una classe operaia sempre piú piccola e arrabbiata nei loro confronti, i partiti di sinistra sono diventati rappresentanti soprattutto delle classi borghesi progressiste.

Incapaci di dare una visione alternativa all’economia, nel tentativo di parlare ad una fetta maggiore di persone mancando un blocco sociale sufficiente per vincere le elezioni, alla sinistra non era rimasto che puntare tutto sulle battaglie per i diritti delle minoranze, battaglie miranti a cambiare il sistema dei diritti ma non la struttura economica profondamente ingiusta della società moderna. In altre parole, la sinistra ha smesso di aggregare chi non ha il potere economico per cambiare gli equilibri a favore di quest’ultimi, per diventare un contenitore mirante a rafforzare i diritti dei singoli senza una visione comune, trasformando il PD nel partito delle classi borghesi progressiste. A Milano e a Torino, il primo partito nel centro è stato il PD che perde voti nelle periferie lasciate alla destra. La sinistra ha smesso di rappresentare ed essere presente nei quartieri che più di tutti hanno sofferto la crisi e le sue conseguenze. Il taglio della spesa sociale non solo ha reso queste periferie invivibili ma anche delle vere e proprie prigioni sociali da dove è difficile sottrarsi data l’azzeramento degli ascensori sociali. La mancata gestione delle politiche migratorie ha reso difficile la convivenza,  soprattutto senza la presenza di un partito e di una politica nel territorio capace di elaborare una visione comune a difesa degli interessi di tutti coloro che volenti e nolenti sono costretti a vivere nelle periferie (non solo geografiche). Per la destra è stato facile farsi rappresentante di una rabbia crescente dipingendo la sinistra come lontana e interessata solo agli immigrati e ai gay. Senza forze politiche capaci di mettere insieme le diverse istanze di chi è rimasto ai margini delle politiche neoliberiste, per la destra non è stato difficile mettere i poveri contro altri poveri.

Per molti la naturale risposta a tutto questo sarebbe quella di spostare semplicemente il baricentro del PD (e dei partiti di sinistra in generale) più a sinistra tornando a difendere gli interessi di lavoratori dipendenti, disoccupati e precari. La sinistra dovrebbe quindi tornare a parlare e rappresentare le periferie (soprattutto quelle economiche) cambiando la narrazione e ponendosi contro le politiche neoliberiste. Sinceramente non sono convinto che un semplice ritorno a una sinistra tradizionale sia sufficiente. Se la sinistra tornasse semplicemente a proporre un agenda alternativa al presente sarebbe fallimentare perché chi dovrebbe votarla è imbevuto di quella cultura che costituisce il presente e che ha categoricamente rifiutato i valori alla base della sinistra.  Anche se domani all’improvviso la sinistra si ponesse giustamente contro le politiche neoliberiste, temo che il risultato non sarebbe migliore da un punto di vista elettorale con la conseguenza di condannarsi all’irrilevanza politica.

Una forza politica di sinistra ha senso solo e soltanto se si pone come guida di un blocco sociale o per lo meno riesce a essere collante degli interessi di diversi gruppi sociali trovando un’agenda comune. Oggi, la creazione di questo programma comune è estremamente difficile perché il presente si caratterizza proprio per la mancanza di un senso comune e della capacità di comprendere che gli individui possono avere interessi comuni contrapposti ad altri interessi. Gli interessi contrapposti non sono quelli della “kasta” (facile collante ma di poca durata) ma un intero sistema che obbliga alla precarietà e che non è sostenibile nel lungo periodo da un punto di vista ambientale e delle risorse disponibili. Nonostante le nostre economie producano disuguaglianza, il concetto di classe sociale è totalmente scomparso all’interno del dibattito politico. Nessuno si definisce povero ma tutti appartenenti alla classe media. Viviamo in una favola autoimposta dove ognuno di noi è un Steve Jobs in divenire, che la felicità dipende solo e soltanto dalle nostre capacità  indipendentemente dalle circostanze. L’altro, con cui conviviamo, non è un altro disgraziato sulla stessa barca, ma uno che lotta per lo stesso pezzo di felicità. Il ripiegarsi su se stessi significa che il lavorare insieme per un progetto diverso e comune non è un opzione. La difesa dei diriitti del lavoro si scontra con la massa di giovani precari che cerca un lavoro per se piuttosto che creare le condizioni affinché ci sia un lavoro dignitoso per tutti. Il neoliberismo ha imposto una cultura dell’ognuno per se che impedisce qualsiasi aggregazione che possa portare a costruire una casa comune. Non esistono più problemi sociali ma solo e soltanto problemi personali.

Il problema non è soltanto quello della percezione della propria posizione all’interno di un sistema economico insieme all’incapacità di lottare per un futuro migliore con le persone che occupano lo stesso posto. La società moderna si caratterizza anche per una frammentazione culturale. L’esplosione dei mezzi di comunicazione e la capacità di comunicare con persone lontane (scambiandosi opinioni, stili e atteggiamenti) ha portato ad un’esplosione di subculture e maniere diverse di vivere la vita. La varietà delle sfaccettature e dei relativi temi portati dal presente ci obbliga ad adottare una posizione su ogni tematica. In passato membri della stessa classe sociale erano accumunati non solo dalle stesse condizioni economiche  ma anche dagli stessi modelli di vita e da una maniera comune di vedere le cose. In ogni caso, la questione sociale era predominante e usata da collante da parte della sinistra per tenere insieme il proprio elettorato. Questo non è più possibile non solo perché come detto prima i problemi sociali sono diventati problemi individuali, ma anche perché è impossibile avere una posizione su ogni tema senza scontentare nessuno. Dato che i problemi sociali non fungono più da catalizzatore, ogni volta che la sinistra prende posizione su un qualcosa (e nemmeno in maniera unanime) perde voti. La destra invece utilizza pochi temi ma capaci di aggregare senza creare divisioni al proprio elettorato: la lotta al diverso, la difesa dell’indennità culturale e meno tasse. Il resto viene lasciato al buon senso una volta arrivati al potere oppure all’”altrismo”: ci sono cose piú importanti evitando di prendere posizione. Lo stesso ha fatto il M5S con posizioni pilatesche su molti temi (vedi Ius Soli e legge Cirinná) e il continuo martellamento su temi popolari su cui tutti sono d’accordo: onestà, lotta alla casta, riduzioni dei costi della politica evitando il più possibile di parlare del resto.

Per questo motivo appare inutile parlare di uguaglianza, fraternità, solidarietà se gli individui hanno perso una visione comune delle cose. Inutile cercare di offrire un modello di società che possa piacere a tutti perché siamo diventati troppo diversi per adeguarci ad un’offerta preconfezionata. Se a questo aggiungiamo il conseguente atteggiamento di rifiuto di tutte quelle forme organizzative all’interno della società civile (partiti, sindacati, associazioni, NGO) e una sfiducia nella politica, si capisce come il compito della sinistra di forgiare il futuro pare sconfitto in partenza. La sinistra ha tre alternative: continuare a difendere il sistema in essere ponendosi come forza di governo adeguandosi al sistema economico fino a quando si auto regge, fare finta che il tempo si sia fermato credendo che quello che ci permetteva di comprendere il passato sia ancora valido oppure iniziare una lunga traversata nel deserto dove è tutto da decidere, dal primo passo alla meta finale. Nel primo caso ci si accetta la personalizzazione della politica  svuotandola di significato riducendo la politica a sola comunicazione e piccolo cabotaggio (Renzi ne é stato un esempio). Nel secondo caso si continua a interpretare e reinterpretare la realtà sulla base di idee che non hanno più attinenza con il presente riducendo la politica a sola testimonianza per un uso personale per creare un’identità da contrappore ad una realtà che non ci piace. La terza opzione è quella più difficile perché ci obbliga a mettere da parte tutto il nostro armamentario ideologico legato a un’epoca che non c’è più. Tornare a studiare e comprendere il presente per poi decidere come cambiarlo per reintrodurre nella storia quei valori che sono la ragione d’essere della sinistra. Per far ciò non ci si può limitare soltanto ad un progetto politico ma richiede la necessità di cambiare la cultura dominante. Progettazione del futuro e cambiamento culturale che non possono limitarsi all’interno di una visione nazionale ma deve abbracciare la globalità perché le sfide della nostra epoca sono globali.

 

 

 

 

 

L’identità culturale e il suo assalto alla libertà

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Uno dei temi ricorrenti della politica di oggi e cavallo di battaglie dell’estrema destra, non solo in Italia, è il concetto di difesa dell’identità soprattutto quella culturale. A seguito della globalizzazione, della migrazione e dal contatto con altre culture imposto da un mondo sempre più piccolo, affiora l’esigenza di difendere un’identità culturale. Il concetto sembra affascinare soprattutto le giovani generazioni in quanto fornisce un punto di riferimento fermo in un mondo che ne offre pochi. In un periodo storico caratterizzato dai cambiamenti veloci imposti dalla tecnologia, il concetto d’identità culturale offre una specie di ancora di salvezza, un punto fermo da dove guardare il mondo dandosi un ruolo che permette di essere riconosciuti. Nel momento in cui la politica ha smesso di avere il ruolo guida abdicato all’economia e alla tecnologia, ecco che la politica basata sul concetto d’identità acquista importanza. Da una parte il concetto di difesa dell’identità ci dà l’illusione di tornare in controllo, mentre dall’altra parte permette alla politica di parlare di qualcosa. La difesa dell’identità culturale è la versione adulta del “fermate il mondo, voglio scendere”. Incapaci di comprendere e guidare i cambiamenti, spaventati dal futuro e incapaci di vivere il presente che si muove in maniera rapida, la politica ricorre alla difesa di un’identità per parlare agli elettori.

All’apparenza la difesa dell’identità culturale può apparire innocente, senza alcun pericolo per la democrazia o la semplice convivenza tra diversi gruppi all’interno della nostra società. In realtà, la difesa dell’identità culturale è il classico cavallo di Troia: innocente all’esterno ma che contiene pericoli al proprio interno dopo un’attenta analisi.

Il concetto d’identità richiama a un qualcosa che resta immobile e ben definito ma entrambe le cose sono illusorie. Ognuno di noi contiene molteplici identità che entrano in gioco a seconda dei momenti, con chi ci relazioniamo o la nostra età. Alcune di queste identità le riteniamo importanti e difese strenuamente, altre meno, tutte cambiano ma non esiste un’unica identità che permette di sintetizzare la nostra vita e tutte sue manifestazioni.  Se rapportiamo questo alla società (anche la più coesa), il tentativo di d’indentificare elementi che costituiscono un’identità comune è illusorio data la sua complessità e varietà. Qualsiasi tentativo risulterebbe una forzatura a servizio non dell’identità ma delle ragioni che si celano dietro la necessità di trovarla. Tutte le identità sono artificiali e costruite per servire un scopo, che sia quella personale o quella di un paese. L’identità non esiste in natura, è un processo cognitivo che richiede che qualcuno, o un qualcosa, decida che cosa faccia parte o meno di una determinata identità o quale identità tra le tante è importante e va difesa. Come spiegato da Remotti, l’identità è un mito, un grande mito del nostro tempo che promette un qualcosa che non c’è.

Tornando al concetto di cultura, quando ci si riferisce all’identità culturale si fa finta che sia un qualcosa di eterno, una specie di essenza alla base dell’essere italiani. Peccato che la cultura si evolve e cambia nel corso degli anni. L’identità culturale di oggi (febbraio 2018) è diversa dall’identità culturale degli italiani di 10 anni fa. Questi cambiamenti culturali sono oggi ancora più veloci perché condizionati dal passo del cambiamento tecnologico. Facebook, WhatsApp e Twitter fanno ormai parte di questa identità culturale. Se togliessimo la tecnologia non saremmo in grado di descrivere la cultura di oggi e la stessa tecnologia ci rende diversi culturalmente dagli italiani del passato, anche solo 10 anni fa. Pensiamo alla religione per fare un esempio lontano dalla tecnologia e che riteniamo lenta ai cambiamenti. La maniera con cui i credenti si approcciano alla religione cattolica oggi è completamente diverso agli stessi credenti prima del Concilio Vaticano secondo. Seppure parliamo della stessa religione, dello stesso paese e di un lasso di tempo relativamente breve, le diversità sono enormi. Se culturalmente ci evolviamo, possiamo veramente parlare di un’identità culturale? Possiamo veramente estrapolare un’essenza che accomuni l’essere italiani oggi e ieri? Considerando che ognuno di noi è un insieme d’identità, possiamo veramente identificare un minimo comune denominatore che accomuni tutti? Se quello che vogliamo difendere è in continuo cambiamento, possiamo veramente pensare di difenderlo e sottrarlo al cambiamento?

Che piaccia o meno, i cambiamenti culturali sono esistiti ed esisteranno sempre anche se vivessimo completamente isolati dal mondo esterno in quanto i cambiamenti non sono dettati solo e soltanto dall’esterno ma anche dal movimento del pensiero. Quello di fermare il tempo, di congelare i cambiamenti culturali è un sogno partito da Platone che accomuna tutti i regimi autoritari (destra e sinistra senza differenza). Per fermare i cambiamenti culturali c’è bisogno di un qualcosa che decida cosa vada accettato o meno come identità e che si impegni a far si che “l’identità modello”, scelta arbitrariamente, non venga corrotta (spesso e volentieri con la forza). Questo ruolo verrebbe dato allo stato (dato che la difesa dell’identità culturale diventa una priorità politica) e da qui la fine della libertà, perché l’unica maniera per fermare i cambiamenti culturali è quello di distruggere la libertà e i cambiamenti che vengono con essi. La liberta esiste e ha senso solo se c’è la possibilità di cambiare.

Per questo motivo tutta la discussione sulla difesa dell’identità culturale oltre ad essere inutile (quale identità, chi ne decide le caratteristiche, come fermare il progresso tecnologico, quale identità scegliere etc.) è pericoloso perché alla radice è fortemente autoritario. L’unica maniera per difendere l’identità culturale è quello di limitare la libertà. L’identità è qualcosa di fermo e non soggetto al dibattito e quindi ostile alla libertà di pensiero. Non si può essere per la libertà e poi negarla quando questa minaccia un ideale di nazione o cultura. Per questo motivo l’identità e l’affermazione di questo concetto in politica sono il vestito nuovo indossato da chi è contrario (cosciente o incoscientemente) alla libertà. Il concetto di difesa dell’identità culturale non rappresenta solo una minaccia alla libertà ma anche alla convivenza pacifica all’interno di una società.

Remotti ci ricorda che la ricerca dell’identità è una soprattutto ricerca del riconoscimento. Non ha senso parlare di un’identità senza qualcuno da cui apparire diverso a cui chiedere il riconoscimento. Una persona che vive sola in un’isola non ha bisogno di affermare la propria identità personale in quanto non c’è nessuno che può operare quel riconoscimento. Parlare d’identità ha senso solo all’interno di un contesto dove sono presenti altre identità la cui differenza è usata come cartina tornasole per definire la propria. Per questo motivo un’identità non è definita per se ma sempre contro qualcosa e la difesa dell’identità si riduce ad un’affermazione contro altre identità. Da qui la ragione per cui il ritorno alla politica identitaria ha portato a un aumento dei conflitti soprattutto in un mondo che ha visto le sue dimensioni collassare nel giro di pochi anni. Nel momento in cui il mondo diventa interconnesso, dove la vita quotidiana dipende anche da quello che accade in altri posti e la distinzione tra vicino e lontano diventa sempre più labile, lasciare che il mondo sia guidato da politiche identitarie è la ricetta per il disastro. La politica smette di essere un mezzo per costruire il futuro ma diventa una maniera per affermare un qualcosa che esiste senza la volontà di cambiarlo. Il centro dell’attività politica non è la ricerca della soluzione ai problemi, ma la ricerca del riconoscimento e l’affermazione di se stessi. Questa ricerca non può che essere fatta alle spese degli altri, dei diversi, degli appartamenti delle altre identità che sono costrette ad accettare o rifiutare l’identità portata avanti. La difesa dell’identità non permette l’alterazione e quindi il compromesso e senza la volontà di cercare una via di mezzo lo scontro rimane l’unica opzione.

Non a caso con l’affermazione delle politiche identitarie è aumentata anche la violenza politica. La difesa della propria identità può essere usata come chiave per comprendere il terrorismo islamico per esempio. L’estremismo islamico affascina tante persone perché appare come una risorsa in difesa di un ideale d’identità minacciato dalla corruzione dei paesi occidentali. Non viene forse imposta la sharia per difendere un’identità culturale? Tutto quello che l’occidente produce non viene vietato forse perché accusato di corrompere le pratiche tradizionali alla base della loro identità? Che differenza c’è tra chi vuole fermare i cambiamenti culturali imponendo la sharia e chi parla di difesa culturale nelle nostre arene politiche? Nessuna, solo l’identità imposta. L’uso del concetto d’identità in politica è pericoloso non solo in rapporto tra culture diverse. Purtroppo il concetto d’identità si è infiltrato che nel modo in cui si fa politica. I politici mirano a creare identità in maniera da sottrare i propri elettori al pensiero critico. Quando Berlusconi parla “di noi liberali contro i comunisti”, quando Di Maio parla di “onesti contro la casta”, quando la sinistra attacca l’etichetta di fascista a chi non appare conforme al proprio modo di vedere le cose, sono tutti esempi di come viene usato il concetto d’identità per fare politica. Il politico crea un’identità che viene indossata dall’elettore, nel momento che questa identità viene indossata sarà difficile per questo elettore aprirsi al confronto. Il voto viene slegato da un progetto ma diventa una maniera per costruire la propria identità, altro esempio di uso privato della politica  discusso in precedenza. Che democrazia si puó costruire se gli attori sono immuni all’alterazione? Che speranza ha la politica di generare un dibattitto democratico costruttivo quando i suoi attori sono impregnati in una logica tribale? La democrazia è soprattutto confronto e scambio di idee ma quando sullo scenario politico appaiono solo le identità, non rimane che lo scontro e la degenerazione del dibattito.

Come se ne esce? Soprattutto come se ne esce difendendo la libertà e la convivenza? In una maniera sola: accettando la realtà fatta di identità fluide e soggette al cambiamento. Ne usciamo difendendo la libertà che sia essa religiosa o di pensiero. Solo difendendo i principi di società aperta si può garantire la libertà e la convivenza di diverse identità senza arrivare allo scontro. Non è solo una questione culturale ma anche una questione di sopravvivenza del genere umano sempre più compresso in distanze che si riducono che ci obbligano a vivere fianco a fianco. La critica che potrebbe essere mosse contro quello finora espresso sono essenzialmente due: non ha senso parlare di società aperta davanti alla minaccia del terrorismo e quella di relativismo culturale.

Se si è veramente preoccupati per le sorti della libertà, della democrazia o dei diritti umani minacciati dal terrorismo islamico, la maniera migliore per difenderli e spingere per la loro affermazione e non per la loro soppressione. Non ha senso combattere il terrorismo aiutandolo a raggiungere il suo obbiettivo principale che mira alla distruzione della nostra libertà e di come le nostre società sono costruite costituendo una minaccia alla loro identità.

Come spiegato in precedenza ci sono tante identità e la scelta degli elementi che la costituiscono è sempre un atto arbitrario. Non sono forse anche i concetti di libertà, società aperta, laicismo e tolleranza alla base dell’identità dell’occidente? Se proprio dobbiamo decidere un’identità, perché non scegliere un’identità che permette la coesistenza pacifica e non pregiudica il futuro della libertà? Se riteniamo importante questi elementi alla base della nostra identità di riferimento, possiamo veramente parlare di relativismo culturale?

Non possiamo continuare a ingolfare il dibattito politico con discussioni che non hanno al centro i problemi del nostro presente. Una politica mirata alla difesa di un qualcosa che in realtà non esiste può solo portare allo scontro, senza costruire un futuro migliore. È questa la politica che vogliamo?

 

Il fascismo sta per tornare?

neonazinovembre

 

Sembra strano e in qualche maniera deprimente rendersi conto che uno dei temi della campagna elettorale sia il fascismo e se questo stia per tornare. Anche “The Guardian” dedica un articolo sull’argomento a seguito dell’atto terroristico (è terrorismo anche quando l’attentatore parla italiano) avvenuto a Macerata. Anche qui ci poniamo la stessa domanda e proviamo a dare una risposta: il fascismo sta per tornare?

Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo definire cosa sia il fascismo. A differenza del Marxismo, il fascismo non ha un bagaglio ideologico ben definito, rimanendo fluido e spesso difficile da inquadrare. Il fascismo non ha un ideale preciso di società o di economia da costruire ma si materializza piuttosto come la risposta delle classi medie ai problemi di un’epoca che presenta pericoli e difficoltà per il benessere di questa classe. Siccome le difficoltà e i problemi sono specifici per ogni epoca, il fascismo assume forme diverse a seconda delle epoche e dei paesi. Per semplificare possiamo dire che abbiamo da una parte il “Fascismo storico” e dall’altra quello definito da Umberto Eco con l’espressione “fascismo eterno”. Il fascismo storico è l’abito che il fascismo indossa a seconda dei momenti storici, mentre il fascismo eterno è l’essenza di questo pensiero ovvero i tratti comuni che esso ha, non importa l’epoca o il paese in cui si manifesta. A seconda di cosa noi facciamo riferimento, la risposta alla domanda se il fascismo stia per tornare cambia e soprattutto pone questioni e risposte diverse su come affrontarlo.

Il dibattito attuale sembra incentrato soprattutto sul fascismo storico e piú precisamente sull’abito indossato dal fascismo nel ventennio mussoliniano. Il dibattito si svolge essenzialmente sui meriti e i demeriti di quel regime come se la bontà di un regime dipendesse solo dalle cose fatte e non da fattori altrettanto importanti come il rapporto tra stato e cittadini, la paura, la possibilità di vivere la vita che si vuole e altre considerazioni non riconducibili a una semplice lista di cose fatte. D’altronde nessun regime può sopravvivere ponendosi apertamente contro il proprio popolo. Tutti i regimi hanno la necessità di fare qualcosa che possa essere sfruttato dalla propria macchina propagandistica per costruire il consenso. La persistenza del dibattito sul ventennio deriva dal fatto che il nostro paese non ha mai fatto i conti con il proprio passato, preferendo nascondersi dietro la formuletta “degli Italiani brava gente”  ignorando i crimini commessi dal quel regime. Invece di affrontare collettivamente avvenimenti storici come Domenikon o Debra Libanos abbiamo preferito insabbiare tutto o, in maniera meno metaforica, nascondere tutto in un armadio e girarlo contro un muro. Il non aver fatto i conti con il proprio passato in maniera definitiva significa stare a discutere sui meriti e demeriti di un periodo storico lontanissimo. Lontanissimo non tanto nel numero degli anni, ma soprattutto per la trasformazione che il nostro paese ha avuto in questi decenni. Trasformazioni di natura economica, sociale e culturale. Per questa differenza abissale tra l’Italia di oggi e l’Italia del secondo decennio del secolo scorso, alla domanda se il fascismo stia tornando, la riposta non puó che essere negativa al momento. Partendo dal concetto di fascismo storico, non credo (almeno spero) ci sia una marcia su Roma dietro l’angolo o un uomo forte con un seguito numeroso capace di impadronirsi del potere e instaurare una dittatura attraverso il trasferimento del potere da organi statali a organi di partito. Se partiamo dal ventennio fascista, il dibattito sarebbe abbastanza marginale e riguarderebbe solo quelle forze come Forza Nuova o Casapound. Nonostante la presenza di dichiarazioni ambigue (si ma anche fatto cose bene) o politici che strizzano l’occhio (l’antifascismo non mi compete), la societá italiana nella sua stragrande maggioranza, nonostante tutto, non penso guardi a un regime del secolo scorso per risolvere i problemi di oggi. Viviamo in un’epoca postmoderna dove la societá civile é composta da una miriadi  di organizzazioni e gruppi che rendono difficile ingabbiare in una struttura rigida. Internet ha permesso di ridurre il potenziale propagandistico dei mass media rendendo piú difficile imporre un messaggio unico. Inoltre i valori democratici sembrano condivisi (anche se in apparente ritirata) dalla maggioranza. Usando la metafora del vestito usato in precedenza, difficilmente quel vestito che poteva andare  bene poco meno di 100 anni fa possa essere riutilizzato o possa apparire interessante ad una societá edonistica e fortemente individualista. Solo persone in cerca d’identitá, ribelli in cerca di una causa o di un’interpretazione della realtà pronta ad essere utilizzata possa pensare seriamente al ritorno del fascismo delle camicie nere. Come spiegato nel precedente articolo, coloro che mostrano simpatie nei confronti del fascismo intendono prima di tutto mostrare la loro disaffezione nei confronti della democrazia accusata di averli lasciati indietro. Il fascismo (idealizzato in una forma edulcorata) diventa un’opzione di facile comprensione: basta con la democrazia con i suoi inutili riti, per risolvere tutto abbiamo bisogno di un altro “Lui”. Queste persone non son realmente fascisti, ma hanno individuato nella democrazia il capro espiatorio dei loro problemi o usano l’idea di fascismo per relazionarsi alla realtà dandosi un ruolo.

Diverso il discorso sul “fascismo eterno” (o Ur fascismo) ovvero sull’essenza del fascismo. Umberto Eco aveva individuato 10 segnali di allarme: dal maschilismo al culto del capo, dalla ricerca di un colpevole all’importanza data alle tradizioni etc. Una chiave di lettura del fascismo è considerarlo come “l’ideologia” delle classi medie in difficoltá. Come affermato da Bauman,  la classe media ha la necessitá di affermarsi continuamente. Da una parte coltivano un risentimento nei confronti delle classi superiori, dall’altra parte la paura di perdere il loro ruolo e venire riassorbiti dalle classi popolari.  Per classi medie non intendiamo solo i liberi professionisti, ma anche una buona parte della classe operaia, soprattutto specializzata, che riusciva a condurre una vita più o meno agiata (o per lo meno poteva almeno sperare in un futuro migliore per i propri figli mandandoli all’universitá). Basti pensare agli operai della “rust belt “americana che sentendosi minacciati e traditi dalla modernitá hanno votato Trump. Viviamo in un’epoca liquida senza punti di riferimento con un futuro che porta incertezza. Le istituzioni democratiche sembrano lontane, addirittura viste come la causa dei problemi o nel migliore dei casi incapaci di risolverli. Le persone lasciate sole a risolvere problemi collettivi si trovano costrette ad affrontare la paura di essere liberi e il senso di responsabilità che viene con esso. La fine delle ideologie e il calo del senso religioso hanno lasciato una massa di persone senza punti di riferimenti a galleggiare nel nichilismo. In questa situazione di precarietà e paura, tutto quello che viene percepito come nuovo o diverso costituisce una minaccia. In questa maniera Il fascismo si pone come la realizzazione del sogno di Platone di congelare il presente opponendosi alla modernità e ai suoi cambiamenti visti come “corruzione” di un ordine sociale a cui si era capaci di relazionarsi e permetteva di trovare una dimensione vuota di minacce. Corruzione e cambiamenti che minano soprattutto l’ordine che permetteva alle classi medie di svolgere un ruolo importante e gratificante . Da qui la necessità della ricerca di qualcosa di fermo: la tradizione, l’identità nazionale, il desiderio di tornare ad un’epoca felice (gli anni 60 o 80), la ricerca di un leader o la necessità di conformarsi a quello che appare la volontà popolare. Questi elementi possono essere usati per creare il vestito che il fascismo indosserà in questo secolo. Un vestito diverso da quello sperimentato finora ma che avrà gli stessi risultati in termini di riduzione di diritti, muovendo le nostre società verso un ideale meno aperto. Il problema è che non sapremo la forma di questo vestito fino a quando ci renderemo conto del profondo cambiamento dei nostri valori ritrovandoci in un modello politico dove gli individui tornano ad essere portatori di un senso solo e soltanto se conformi e parti di un’entità più grande. Il nuovo vestito potrebbe mantenere in vita la democrazia formale ma svuotandola dall’interno riducendo gli spazi di libertà e i diritti. Svuotamento che si concretizzerebbe in  una modifica della costituzione facendo passare il nostro paese da una repubblica parlamentare a un premierato più che forte limitando lo spazio di manovra delle opposizioni e il ruolo del parlamento in maniera ancora piú marcata di oggi. Cambiamento che si potrebbe manifestare anche nella maniera in cui permetteremo alla tecnologia di controllare quello che facciamo o sui limiti o meno dell’uso dei dati personali raccolti attraverso i dispositivi che stanno invadendo le nostre vite. Da questo punto di vista il fascismo storico del nostro secolo potrebbe materializzarsi in un atteggiamento molto permissivo nei confronti di stato e big corporation nell’uso di queste informazioni e nel controllo che da esso deriva.

Il cambiamento potrebbe essere portato avanti non nel nome di un’ideologia di stampo fascista ma per venire incontro alla volontà popolare e al suo desiderio di cambiamento in maniera da avere una politica piú vicina alle loro esigenze. La volontà popolare interpretata “correttamente” solo da una persona o da un partito diventerebbe la scusa democratica per ridurre il ruolo delle opposizioni etichettate come politicanti autoreferenti senza un vero consenso alle spalle se non di quei pochi ingenui o approfittatori che li sostengono. Per questo motivo la differenza tra “fascismo storico” e “fascismo eterno” diventa importante e richiede una maniera diversa di combatterlo. Se identificassimo il fascismo solo in quello storico ignorando la sua essenza, circoscriveremmo il fascismo in un ambito molto stretto. Tutto quello che non rientra in questa definizione e non assomiglia al vestito indossato dal fascismo nel secolo scorso, diventa in qualche maniera accettabile anche se al suo intorno porta con se le caratteristiche del fascismo eterno. Nessuno si definirà fascista perché la parola ha un significato sinistro, ma tutti lo saranno nel modo di pensare e agire politicamente senza forse nemmeno accorgersene. In un’epoca dove si fa politica attaccando etichette senza discutere dei contenuti, il fascismo tornerà a disposizione degli elettori con una confezione diversa. Alla stessa maniera bisogna smettere di definire come fascista qualsiasi cosa che non sia di sinistra. Se definissimo tutto come fascista, alla fine nulla lo è banalizzandolo e rendendolo accettabile.

Come allora combattere il fascismo eterno? Come affrontare e battere questo modo di essere e di fare politica?  In altre parole, come essere efficacemente antifascisti al giorno d’oggi? Ingaggiarsi nel dibattito sul fascismo storico ha senso perché è giusto non dimenticare ma bisogna stare attenti a non limitarsi solo a quello.  Bisogna evitare di accostare il fascismo solo alle caratteristiche di un preciso periodo storico in maniera da non dare la possibilitá di definirsi “non fascisti” anche a chi ha un modo di fare politica che contiene gli elementi costitutivi di questa ideologia. Trump e Salvini non sono fascisti se visti e paragonati al ventennio mussoliniano e per loro é facile liberarsi di questa etichetta e apparire legittimamente democratici. Se peró li giudicassimo dal punto di vista del fascismo eterno, non possiamo non concludere che il loro modo di pensare e fare politica rasenta il fascismo. La loro affermazione elettorale non significa che il fascismo è giá tra di noi o che viviamo in una dittatura ma significa che il rigetto del fascismo da parte dei paesi occidentali si stia attenuando o per lo meno viene facilmente aggirato. Il fatto che non usino olio di ricino, non fanno saluti strani e non vestono di nero li ha resi accettabili anche da parte di chi lontanamente pensa di essere fascista proprio perché la discussione sul fascismo é stata incentrata troppo sul fascismo storico.

La lotta al fascismo eterno è destinata alla sconfitta se ci limitassimo solo alle manifestazioni, ai dibattiti storici o alle prese di posizioni perché per politici come Salvini e Trump sará semplice mostrare come loro sono lontani dal senso comune di intendere il fascismo. Oggi essere antifascisti significa combattere contro il fascismo eterno e la maniera con cui esso si manifesta. Oggi essere antifascisti si concretizza nella lotta per una societá aperta e piú giusta. Essere antifascisti significa lottare contro la paura che attanaglia le nostre vite. Il neo liberismo sta distruggendo le classi medie attraverso un’accumulazione di capitale che non ha precedenti se si esclude il decennio anteriore al primo conflitto mondiale (non a caso). La precarietà del lavoro,  la competizione sfrenata tra individui e l’arretramento dello stato sociale stanno generando un clima di paura. Quel clima di paura necessario per il mantenimento di un regime totalitario come ci ha insegato Hannah Arendt. L’incertezza del futuro richiede l’individuazione di un capro espiatorio a cui dare tutte le colpe, lo stesso capro espiatorio utilizzato dal fascismo per arrivare al potere: ieri gli ebrei, oggi gli immigrati. Essere antifascisti significa intraprendere e vincere una battaglia culturale che miri a dimostrare come il diverso non sia un pericolo e il successo finanziario non è l’unica maniera per valutare il valore di una persona. Bisogna battere il senso d’insicurezza parlando alla gente e non ritenere quel bisogno come un qualcosa di poca importanza. Viviamo in una delle epoche più sicure della storia umana eppure la gente vive in un immenso senso di insicurezza. Essere antifascisti significa prendere seriamente in considerazione quel bisogno ma anche far adottare al mondo una maniera diversa di vedere se stesso rigettando un’imposizione cupa creata per essere usata per accaparrare il consenso. In conclusione, essere antifascisti oggi significa tornare a fare politica. Non una politica intesa a vincere soltanto le elezioni, ma una politica che non permetta a quei fantasmi che si agitano nel profondo della natura umana di affiorare rendendo schiavi anche gli spiriti più liberi. Dovremmo forse usare meno la parola fascismo, smettere di usare l’antifascismo solo come un elemento per costruire la nostra identità e tornare a pensare e fare politica per costruire un ponte verso un futuro meno minaccioso.