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Il mito della fine della distinzione tra destra e sinistra

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Uno dei mantra dell’epoca moderna é che la distinzione tra destra e sinistra non esista piú e che questo spartiacque appartenga al passato. Per diverse ragioni non condivido minimamente questa idea: non solo non e` vero ma questo modo di ragionare nasconde molte insidie.
Prima di tutto, dire che non c’é piu’ una destra e una sinistra significa in qualche modo affermare che le nostre societá siamo omogenee e abbiamo tutti gli stessi interessi. In quest’ottica un operaio della FIAT di Melfi ha gli stessi interessi di Marchionne o un precario quelli di un banchiere. Le economie occidentali hanno visto negli ultimi anni un aumento delle ineguaglianze dove un 10% della popolazione ha e controlla piú della metá della ricchezza. Pensare e impegnarsi per una societá piu eguale é di sinistra, affidare solo al mercato la distribuzione delle risorse é una scelta di destra.
La seconda ragione é in qualche maniera connessa alla prima. Dire che al giorno d’oggi che non c`é piu’ differenza tra destra e sinistra significa avere una visione tecnocratica della democrazia. Non essendoci piú un ideale di societá a cui far riferimento , la democrazia e la politica si riducono a trovare la soluzione migliore ad ogni problema come se questo fosse sempre possibile. Di conseguenza il voto si riduce a scegliere il tecnico migliore che troverá la soluzione ideale al problema. In realtá non vi é una soluzione ideale in quanto ad ogni problema ci sono diverse soluzioni che avvantaggiano o sfavoriscono gruppi sociali diversi senza considerare che anche il tecnico ha i suoi interessi. Inoltre la naturale conseguenza di questo modo di ragionare e’ quello di lasciare al mercato la decisione di regolare la societá in quanto solo il mercato permetterá l’allocazione delle risorse in maniera efficente. Non é una caso che i gruppi culturali che hanno piú spinto verso l’affermazione della fine delle ideologie sono quelli vicini ai gruppi finanziari/industriali. Nel momento che lo stato non é piu’ uno strumento per raggiungere degli obiettivi politici, la naturale conseguenza é quella di ridurre il suo peso e lasciare al mercato tutte le scelte.

La negazione di una differenza tra destra e sinistra porta inevitabilmente ad una personalizzazione della politica con quello che ne consegue. Non essendoci un modello di riferimento si finisce per votare la persona o il salvatore della patria: il “ghepensi mi” di berlusconiana memoria. Lo scontro democratico si riduce solamente a dialettica dove prevale chi sa usare meglio la parola e i mass media. Non importa tanto quello che si dice ma come lo si dice e come si appare. La politica si riduce a marketing dove si cerca di piacere a piú persone possibili inseguendo l’ultimo sondaggio. Questo porta ad un immobolismo perché fare delle scelte fa perdere voti soprattutto quello del cosidetto centro o dei moderati, in granparte un elettorato disinformato che sceglie all’ultimo minuto e che non ama i cambiamenti. Uno dei tanti peccati della snistra negli ultimi anni é stata quella di cadere in questo tranello. Prima il tentativo di cercare di prendere voti nell’aria moderata e poi una volta arrivata al potere ha sempre cercato di dare un colpo alla botte e l’altro al cerchio per non scontentare nessuno.
Certo i partiti vanno cambiati in quanto non sono piú portatori di idee o modelli di societá diversi ma sono soltanto gruppi di potere, peró una cosa é impegnarsi per riformare i partiti un’altra cosa é dire che destra e sinistra non esistano piú. Chi basa la sua politica su questo non ha nessuna intenzione di riformare i partiti. Non é un caso che i partiti di protesta negano l’esistenza di una differenza tra destra e sinistra perché cercano di pescare voti da tutte le parti. Da un punto di vista elettorale questo funziona fino a quando non si é chiamati a prendere delle decisioni che inevitabilmente scontenteré qualcuno perché piaccia o no ogni scelta va in una direzione precisa . Il punto é scegliere in quale direzione si voglia andare e non tutti voglio andare nello stesso posto. Quindi fino a quando gli individui saranno diversi e fino a quando esisterá la possibilitá di scelta esisterá  sempre la distinzione tra destra e sinistra. La loro forma e i loro contenuti saranno diversi con il passare del tempo ma come direbbe Bobbio ma alla fine saremmo sempre chiamati a scegliere tra libertá e uguaglianza (o almeno un giusto equilibrio) e quindi a scegliere tra destra e sinistra.

Charlie e la pochezza della politica italiana

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Il caso Charlie é uno di quei casi che dimostrano la pochezza della classe politica italiana che avrebbe fatto meglio a tacere. Una pietosa strumentalizzazione per andare dietro il sentimento popolare rinunciando a una delle missioni a cui é tenuto il politico: quello di guida. Uno statista anticipa i cambiamenti, non si mette semplicemente a traino. Si é usato la triste vicenda di Charlie per andare addosso all’Europa perché il vento tira di la. Diamo qualche perla:

Grillo: “Ue senz’anima, peggio di Pilato”

Renzi: “Vicenda meritava attenzione diversa da Europa”.

Salvini: “È un omicidio con la complicità, anche questa volta, dell’Ue che tace”

Andiamo con ordine:

1) Incolpare la UE per la decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’uomo e’ da SOMARI. La CEDU non ha nulla a che fare con la UE. La CEDU non crea politica ma é. un organo giurisdizionale.

2) La CEDU ha ribadito quello giá deciso da tutte le corti britaniche fino all’alta corte. Tutte queste istituzioni e i medici coinvolti si sono allineati sullo stesso giudizio. Questo da una parte significa che mettere in mezzo l’Europa centra come i cavoli a merenda e secondo che forse la questione é molto piú profonda da quello che i media vogliono far apparire a cui i politici si sono allineati.

3) Omicidio? Attenzione diversa? Senz’anima? Certo se la si vede solo dalla parte di genitori che possono parlare si potrebbe anche capire. La realtá é che tutti gli organi giudiziari che hanno esaminato la questione (dalle corti inglesi a alla CEDU) sono partiti mettendo al centro gli interessi e soprattutto la dignitá del bambino. Nessuna cura lo avrebbe salvato, i dannni celebrali sono irreversibili e non sarebbe probabilmente sopravvisuto a un ipotetico viaggio a casa per farlo morire li senza tenere conto il dolore che prova. Capisco il travaglio dei genitori ma bisogna chiedersi se queste persone, cosi emotivamente coinvolte, siano in grado di prendere delle decisioni nell’interesse del bambino. E’ piú importante accontentare la volontá dei genitori, aiutare il loro dolore o la dignitá del bambino sottraendolo alla pena a cui é ridotto?

4) Tutta questa gente che si batte il petto per le sorti di questo bambino, che parla di omicidio o di Ponzio Pilato, dove cavolo sono quando ogni giorno i nostri mari ingoiano tanti bambini che non riescono a raggiungere le coste italiane?

Dopo la TV del dolore oggi ci tocca anche la politica del dolore. Una politica che sguizza nella pornografia dei sentimenti per strappare qualche applauso in piú. Si espongono i sentimenti come se questa gente fosse parte di un grosso reality quando sono pagati per pensare e dare opinioni basati sulla ragione proprio perché non coinvolti in prima persona. Se non siete in grado di farlo, abbiate almeno il buon gusto di tacere.

 

 

Il PD e la crisi esistenziale della sinistra

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In “Renzi e il PD sconfitti dal Renzismo” avevamo evidenziato la spaccatura al’interno del PD. Da una parte il Renzismo che si rifá ad una concenzione leaderistica della politica dove il partito é a servizio del leader, e dall’altra parte l’idea cara alla sinistra dove il leader é solo un funzionario del partito. Da una parte il tentivo ulteriore di personalizzare la politica, dall’altro la resistenza e l’attaccamento a schemi che rappresentano un ostacolo a chi pensa che la politica debba essere fatta solo attraverso l’occupazione del dibattito politico da parte del leader che vende se stesso come soluzione dei problemi. Questo modo diverso di concepire il ruolo del partito é soltanto una delle dinamiche centrifughe all’interno della sinistra non solo italiana, basti pensare alla lotta all’interno del partito laburista Brittanico tra  Corbyn e Blair o il duello tra Hamon e Valls in Francia.

La spaccatura tra partito e leadership coincide  con una spaccatura ideologica piú profonda. Da una parte la “sinistra pesante” che ha le sue radici nel mondo del lavoro e  basa la sua visione politica su un mondo che nel frattempo é cambiato e non esiste piú. Questa sinistra ha gli occhi rivolti al passato, o fa finta che nulla sia cambiato, perché non in grado di comprendre il presente e non  ha il coraggio di esplorare alternative. Dall’altra parte una “sinistra leggera” che si é adeguata al mondo ma ha messo da parte la speranza di cambiare il futuro accontentandosi semplicemente di gestire il presente dando dei colpi di trucco a un mondo formato e modellato dalle leggi di mercato. Una politica che pensa semplicemente a gestire il presente diventa irremediabilmente semplice gestione del potere che si sforza di apparire sempre nuova e punta sull’imaggine del leader perché incapace di pensare a un futuro. In entrambi i casi, siamo di fronte a due visioni fallimentari incapaci di comprendere il proprio ruolo.

La “sinistra pesante” sembra ferma agli anni ’70. Fa riferimento a schemi come capitale contro lavoro, sindacati o partiti di massa senza adeguarli ad un presente totalmente diverso da un passato quando queste idee spiegavano da sole con successo quello che accadeva. Concentriamoci sulla dicotomia tipicamente marxista capitale/ lavoro. Certamente gli interessi di un operaio sono diversi da quelle del proprio datore lavoro ma la liberalizzazione del mercati ha ridotto la distanza. Nel momento in cui il mercato é dominato dalla concorrenza, operaio e imprenditore sono riuniti dallo stesso obbiettivo di mantenere in vita l’azienda. In una crisi interminabile, davanti alla competizioni di paesi come la Cina, le aziende e i posti di lavoro sono come le foglie di Ungaretti, pronte a cadere da un momento all’altro. In questa situazione precaria, operai e imprenditori sono spesso nella stessa tincea a difendere interessi comuni. Questo vale soprattutto nelle piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto economico del nostro paese. Questo ha causato un’emorragia di voti che si é riversato su altri partiti tanto da spingere Umberto Bossi a gridare «Siamo il partito degli operai» alla luce del consenso che la lega raccoglie tuttora nelle fabbriche.

In passato il capitale aveva un volto, gli Agnelli, i Pirelli o i Moratti. Nel capitalismo moderno questa personificazione del capitale é diminuita. I fondi pensioni, il trading on-line e la diffusione dell’azionariato come forma di risparmio ha trasformato tanti operai e pensionati in piccoli capitalisti diminuendo la loro avversione nei confronti del capitale perché una parte del loro benessere dipende dalla salute dei mercati. Una fetta sempre maggiore di quella parte della societá che aveva a sinistra il proprio punto di riferimento politico fa dipendere il proprio benessere materiale dall’andamento delle borse. Il problema é che le borse sono scollegate dall’economia reale. Come ha dimostrato la crisi del 2008, l’economia reale é un minuscolo pilastro che deve sorreggere una sovrastruttura finanziaria fatta di derivati e prodotti finanziari. Questa sovrastruttura si tiene in piedi sulla fiducia, fino a quando le istituzioni finanziarie e i risparmiatori continueranno come nulla fosse tutto va bene. Nel momento qualcuno inizia a farsi domande e si ritira dal gioco, tutto rischia di crollare trascinando con se l’economia reale ovvero il lavoro e il futuro di tanta gente. La “sinistra pesante” fa ancora fatica a prendere in considerazione la dicotomia “economia reale/finanza”.Oggi fare gli interessi di lavoratori, impiegati e disoccupati non puó essere ridotto a una lotta per limitare il capitale a favore del lavoro perché condannerebbe tante aziende alla chiusura. Non si puó pensare di parlare solamente di riduzione dell’orario di lavoro (giusto), aumento dei salari (giusto), di lotta contro il precariato (giusto) senza includerlo in un discorso piú ampio che includa come ridurre la finanziarizzazione dell’economia e come rendere globali i diritti dei lavoratori. Come evidenziato in un altro post, la sinistra deve tornare ad essere internazionale. Se ci si limita a piccole battaglie nazionali (per quanto possano essere giuste come la lotta al precariato) si rischia di essere travolti dai mercati e di produrre povertá costringendo tante aziende a chiudere in quanto incapaci di competere con chi ha meno obblighi. Questa é la forza distruttrice dei mercati che spinge verso il basso salari e diritti e chi non lo fa é costtretto a lasciare il gioco. Battaglie nazionali di retrovia fine a se stesse sono battaglie miopi dove una vittoria puó rivelarsi una scorciatoia verso la sconfitta definitiva. Questa sinistra pensa di parlare agli operai (sempre meno) ma incapace di relazionarsi al proletariato del nuovo millenio ovvero i tanti giovani precari che non hanno nemmeno una prole come ricchezza. Non a caso i sindacati si stanno trasformando in organizzazioni a difesa degli interessi di pensionati e di quei pochi lavoratori a cui é rimasto il privilegio di usare lo sciopero come arma di lotta sociale. Accecati da vecchi schemi, la “Sinistra pesante” rimane fuori da alcune battaglie che potrebbero darle nuova linfa. Se il capitale e il lavoro sono stati alla base del capitalismo fino ad oggi, assume sempre nuova importanza una nuova forza capace di creare valore. Questa forza sono le informazioni raccolte sulla rete dai giganti nella new economy. Informazioni su cosa visitiamo, cosa ci piace e quello che compriamo online sono una grossa risorsa e sará sempre piú la foprza che guiderá l’economia del futuro e non solo quella virtuale. Per creare valore l’economia reale del presente  ha sempre bisogno del capitale (in maniera ridotta), del lavoro (sempre meno e piú specializzato) ma non puó piú fare a meno dei dati che permettono di usare al meglio capitale e lavoro.  Come gestire queste informazioni? Perché queste aziende non pagano per ottenere queste informazioni grazie al “lavoro” fornito gratuitamente da chi naviga? In una societá sempre piú robotizzata che riduce l’importanza del lavoro, perché non creare un reditto di cittadinanza dal valore di queste informazioni? Farsi queste domande e portare avanti delle proposte servirebbe per svecchiare e rendere piú attuale la “sinistra pesante” liberandola da vecchi circuiti ideologici autoreferenziali.

In “PD e la sua natura postmoderna” avevamo evidenziato come Il continuo cambiamento e la mancanza di una finalitá sono alcune delle caratteristiche della societá moderna.  Da un punto di vista culturale questo é dovuto alla moltiplicazione e alla diffusione dei mezzi di comunicazione ( soprattutto internet) che ha permesso lo sviluppo di infiniti modelli culturali. La societá non e’ piu un blocco piú o meno uniforme ma la composizione variegata di diverse subculture. Non essendoci piú un gruppo di riferimento (quello che era la classe operaia per il PCI), avere un messaggio unico che riesca a fare appello a un numero sufficente di persone  é una chimera. Il PD nel tentativo di essere forza maggioritaria é stato costretto a diventare un contenitore di diverse anime rappresentando interessi e opinioni in contrasto tra loro. La sinistra si e’ sbriciolata in diversi gruppi con prioritá e sensibilitá diverse: dalla difesa degli animali al diritto all’eutanasia, dai diritti degli omesessuali alla difesa degli emigrati, dalla lotta contro l’inquinamento alla difesa della multiculturalitá. Queste vocazioni sono spesso in contrasto tra loro.

Per tenere unito il partito, si é rinunciato ad avere un’ideologia e una coerenza di pensiero che rischierebbe di incrementare la conflitualitá tra le diverse anime. Per tenere insieme il tutto, non rimane che la personalizzazione della politica dove il politico agisce da collante. La “sinistra leggera” ha la vocazione maggioritaria e giustamente non si accontenta di un ruolo di opposizione ma cerca di andare al governo. Per far ció deve essere in grado di far appello al cosidetto centro. Per centro o maggioranza silenziosa non intendiamo i moderati (o il voto cattolico) ma quella grossa fetta di elettori male informati e poco interessati alla politica che fanno vincere o perdere un’elezione. Per prendere il voto di questo centro si punta sulla comunicazione, sulla personalitá del leader e soprattutto si adotta un linguaggio rassicurante e spesso vuoto. Nel far ció la “sinistra pesante” risulta una zavorra, perché il suo linguaggio ideologico tende a spaventare gli elettori che per fomazione personale non guardano a sinistra. La “sinistra leggera” non si illude di cambiare radicalmente il presente, si accontenta semplicemente di mettere delle pezze per risultare il meno conflittuale possibile per assicurarsi la rielezione. In un mondo sempre piú arrabiato dove la gente perde velocemente fiducia, la “sinistra leggera” ha solo l’illusione di essere una forza di governo perché sará vittima di forze politiche che in elezione in elezione avranno la capacitá di sembrare piú nuove e alternative.

Il PD soffre inoltre di una fusione a freddo mal riuscita tra sinistra democristiana e quello che era rimasto del PCI. Se da un punto di vista sociale ed economico le distanze erano colmabili, questo non si puó dire su altri temi come i principi non negoziabili cari a Benedetto XVI. In un partito disomogeneo, la prioritá politica é il mantenimento dell’unitá del partito. Con questa prioritá, governare diventa difficile, sarebbe come essere su di una nave che perde pezzi dove i marinai cercano prima di tutto di tenere il vascello insieme per non affondare e la direzione diventa una priorita secondaria. Anche la questione morale divenuta pietra al collo per il PD deriva in parte da questa fusione. La presenza di due partiti uniti in alleanze costringeva a controllarsi vicendevolmente. Una volta riuniti in un unico partito, quei gruppi di potere locale che fanno politica solo per interesse personale hanno avuto vita facile a coalizzarsi e prendere il controllo del partito. Chi fa politica per vocazione é stato messo ai margini o  é  stato costretto a chudere un occhio e a relativizzare quello che accadeva per il bene dell’unico partito di sinistra rimasto. Per i semplici iscritti che componevano la forza dell’ultmo partito di massa non e’ rimasto altro che andare via e abbandonare l’impegno politico non disposti a sacrificare tempo ed energia per un partito che non scalda piú i cuori ridotto ormai a semplice gestione del potere.

Tutte queste forze centrifughe hanno portato alla situazione attuale dove il PD rischia la scissione in mille pezzi. Se da una parte la scissione sarebbe salutare per affrontare le contraddizioni spiegate in precedenza e riprendere un discorso coerente basato su una visione comune della societa, il rischio reale é che si tratti di una una frattura tra poteri senza un cambiamento radicale. La paura é ridurre all’irrelevanza la sinistra italiana divisa tra tante sigle in perenne conflitto tra loro. Conflitto non basato su una visione diversa, ma su risentimenti personali incapaci di trovare una sintesi per il bene del paese. Quello che manca alla sinistra non é un nuovo simbolo o un nuovo leader, ma un esercizio collettivo che ambisca a comprendere il presente per creare una direzione verso il futuro. L’obbiettivo dovrebbe essere cambiare la cultura dominante per poi cambiare qelle forze politiche ed economiche che stanno rendendo le nostre societa sempre piú ingiuste. Lottare conto l’ingiustizia per avere una societá piú egalitaria é l’uno vero collante della sinistra, il nostro principo non negoziabile. In una societá dominata dall’egoismo e dall’edonismo, questa battaglia é la piú difficile da combattere non solo per la soppravivenza della sinsitra ma per la soppravivenza di un senso comune che dia ancora senso alle nostre democrazie.

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La veritá utile e internet

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Nell’articolo precedente ci siamo soffermati sulla “veritá utile” intesa come attitudine che fa ritenere un qualcosa vero non perché rispetta il principio di non contraddizione ma perché serve alla nostra sfera emotiva facendoci star meglio. Questo modo di comportarsi é sempre esistito. Basta pensare ai nostalgici di un regime o di un uomo politico caduto in disgrazia che continuano a mantenere ferma la propria fedeltá interpretando e reinterpretando il passato e la realtá per continuare a giustificare la loro posizione. Questa maniera fallace di valutare la realtá, che conduce a  perdere qualsiasi forma di oggettivitá, prende in psicologia il nome di “cognitive bias”. Per “veritá utile” intendiamo una forma di “cognitive biais” che si sviluppa soprattutto in rete facendo cambiare, non solo la percezione del mondo circostante, ma anche come si affronta la realtá (dal voto al rifiuto dei vaccini etc…). Come detto in precedenza la veritá utile ci far star meglio ma le ragioni del suo successo in rete sono molteplici per la natura stessa di internet.

Sempre nel precedente articolo, abbiamo accennato a come la rete tenda a rafforzare l’investimento emotivo. Se passiamo anni a condividere articoli su scie chimiche, diventerá piú difficile ammettere di essersi sbagliati. Ogni volta che condividiamo un articolo, discutiamo in rete o mettiamo un like aumentiamo questo investimento emotivo in una teoria o tesi. Questo avviene quotidianamente perché quotidianamente abbiamo accesso alla rete e alle informazioni che i social presentano sul nostro schermo. A furia di farlo ne veniamo velocemente risucchiati diventando un tutt’uno con questa idea perché Facebook o Google ci presentano le informazioni in base alle nostre preferenze. La raccolta dati da parte del giganti della rete serve per darci un’esperienza personalizzata di internet, mostrandoci contenuti a cui abbiamo giá mostrato interessse in precedenza attraverso la nostra navigazione. In questa maniera, ogni utente si trova in una specie di bolla telematica che rafforza le proprie convinzioni e la tenacia a difendere le proprie posizioni .Quello in cui crediamo compone la nostra identitá e la loro importanza nella composizione del nostro essere dipende dal tempo e dall’energia che dedichiamo ad esso. Tornare indietro diventa difficile perché non si tratta semplicemente di cambiare idea per abbracciare una veritá che meglio si sposa con la reltá. Cambiare idea significa non solo rendere inutile l’investimento emotivo fatto ma anche mettere in discussione la nostra identitá . Il paradosso é che piú assurda é la tesi che sosteniamo, piú difficile sará ammettere di essersi sbagliati. A questo va aggiunto lo scorno da pagare con le persone che conosciamo.  I nostri amici ci definiscono e si relazionano con noi anche in base a quello in cui crediamo e di cui amiamo parlare. Ammettere di essersi sbagliati ha un effetto sulla nostra autostima perché questa ammissione significa dare ragione ad altre persone facendoci sentire inferiori o per lo meno piú stupidi. La “veritá utile” viene in soccorso, riducendo il pericolo e la necessitá di fare quel costoso passo indietro aiutandoci a selezionare solo le informazioni che ci fanno comodo.

La rete é una miniera infinita di informazioni e non importa se siano accurate, complete o affidabili. L’esplosione di dati e la facilitá di accesso rende facilissima la possibilitá di crearsi una veritá a proprio uso e consumo. Internet é come se fosse composta da infiniti pezzi di un puzzle. A differenza di un puzzle normale dove i pezzi possono essere assocciati ad un numero finito di altri pezzi, nella rete possiamo associare questi pezzi a nostro piacimento. Per far ció, basta trovare una coincidenza, una similaritá o una qualsiasi relazione per mettere due pezzi insieme anche se non sono minimamente compatibili. In questa maniera si costruisce una realtá che ha bisogno solo di un nesso logico per stare in piedi ma il fatto che un qualcosa abbia un senso logico non significa che sia vero. Sarebbe come se un ingegnere disegnasse un ponte su un foglio di carta. Nel disegnare questo ponte, il nostro ingegnere si assicura solamente che il ponte colleghi due rive di un fiume senza prendere in considerazioni iul peso, i venti, i materiali etc. Il ponte disegnato avrebbe anche un nesso logico sulla carta ma uno volta costruito non resterebbe in piedi un secondo. La “veritá utile” ci permette di dare un senso logico alle cose  dandoci una miniera di informazioni che ci permettono di non mettere le nostre idee o teorie alla prova dei fatti. Una delle ragioni del complottismo é proprio quella di mettere insieme dei ragionamenti che permettano di diffendere il senso logico di una costruzione mentale tenendola lontana dalla prova dei fatti. Per questo motivo l’accusare poteri oscuri o macchinazioni segrete serve proprio per sminuire e rendere irrilevante tutto ció che cozza con quello in cui crediamo.

Sulla rete é facilissimo trovare informazioni o articoli che aiutano questi processi grazie all’abbondanza e alla facilitá di accesso a una miriade infinita di informazioni. Queste informazioni non devono necessariamente essere fasulle ma basta intepretarle o inserirle in contesti diversi per ottenere e dimostrare quello che si vuole. La rete é come una scatola di cioccolatini che contiene non solo dei piaceri per il palato ma anche dei sassolini. Se noi prendessimo solo i cioccolatini ignorando le pietre, ci convinceremmo effettivamente che la scatola contenga solo dolci. La stessa cosa avviene nella rete dove prendiamo in considerazioni solo le informazioni che raffiorzano le nostra idee, ignorando il resto convincendoci della validitá del nostro pensiero. Un solo sassolino o informazione contraria dovrebbe obbligarci a riformulare il nostro pensiero ma in rete non sará difficile trovare un articolo o l’opinione di qualcuno che confuti l’esistenza stessa del sassolino. Alla fine molte delle discussioni sulla rete si trasformano in una discussione tra campane sorde dove si finisce a lanciarsi link vicendevolmente.

In passato prima dell’avvento di internet, se qualcuno affermava delle castronerie veniva in qualche modo isolato o deriso. Questa persona in qualche maniera era costretta a cambiare idea o a dimostrare la soliditá delle sue tesi altrimenti si condannava all’isolamento. Umberto Eco riassunse in maniera efficace questo meccanismo:

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.».

La rete permette di trovare facilmente persone che condividono il proprio pensiero e quindi di rafforzare ancora di piú le proprie convinzioni. La rete dá l’impressione di fare numero, di far parte di un gruppo e di non essere soli. Non importa quanto idiota sia quello in cui crediamo, sui social troveremo sempre qualcuno pronto a capirci e a darci ragione.

La facilitá di accesso all’informazione dá l’illusione di poter essere esperti su qualsiasi argomento. Questa illusione parte da un errore di fondo. Si ritiene un esperto una persona che ha una miniera di dati. In reltá l’esperienza non dipende soltanto da quanto si sa ma anche da altri fattori come la capacitá di elaborare queste informazioni, dalla padronanza delle conoscenze che permette un certo discernimento delle informazioni e dall’abiltá di comprenderle a fondo che é ben diverso dal semplice sapere e dalla ripetizione di informazioni come un pappagallo. In altre parole, sapere é importante ma é altrettando importante saper applicare quello che si sa in un contesto corretto. Internet é certamente un mezzo che puó aiutare ad elevarsi culturamente, certamente aiuta nell’accumulazione del sapere ma se si approccia il mezzo senza metodo e spirito critico si rischia di avere una visione della realta molto dettagliata ma completamente distorta. E’ come se una persona indosasse degli occhiali rossi, il mondo circostante sará pieno di dettagli ma distorto in quanto tutto tenderebbe verso quel colore.  Se una persona é convinta che i vaccini siano dannosi andrá su internet cercando tutto quello che rafforza la sua tesi. Certo questa persona sará piena di informazioni, si sentirá una specie di esperto sul tema anche se non ha studiato medicina per capire a fondo quello che legge ma soprattutto mancando dello spirito critico che dovrebbe spingerlo a prendere in considerazioni le tesi contrarie. Il fatto di sentirsi degli esperti permette anche di ignorare e sminuire il parere di chi magari ha passato un’esistenza a studiare la materia. Nel nome di una concezione distorta della democrazia,il parere di un tizio qualunque ha lo stesso valore di un esperto in materia e pretende di avere lo stesso rispetto. La differenza tra l’opinione di un esperto e il tizio qualunque non risiede in una presunta autoritá ma in un lungo processo che ha portato a delle conclusioni basate su un approccio razionale che ha coinvolto altri esperti. E’ vero che qualche volta dei neofiti hanno portato un approccio diverso e altrettando valido ad una materia, ma quando questo é accaduto  é stato possibile perché l’approccio diverso aveva una credibilitá basata su una serie di argomenti e nuove informazioni. Un idea é valida e merita ripsetto non per il fatto di essere stata concepita ma dallo scrutinio a cui e stata sottoposta. In rete accade spesso che delle idee abbiano forza per il fatto di essere in grado di affascinare e stuzzicare la fantasia o sempicemente si sposano bene con la propria concezione della realtá.

Purtroppo non esiste una bocca della veritá come massimo giudice per sapere se qualcosa sia vero o no. In un’epoca dove ognuno si crea la propria realtá e si costruisce la propria veritá, siamo tutti giudici e proni all’errore. Il pericolo é quello di avere una societá composta di campane sorde poco propense al confronto ma in grado sempre e comunque di trovare sostegno alle proprie tesi. Se da una parte internet ha aiutato lo sviluppo della democrazia del sapere umano grazie all’accesso veloce all’informazione e aprendo canali di comunicazione a chi é fuori dai circoli mediatici tradizionali, dall’altra parte rischia di pregiudicare il tutto perché non siamo ancora in grado di processare in maniera corretta quello che passa davanti ai nostri schermi. La sfida del futuro non sará tanto quello di avere un accesso sempre piú rapido all rete ma un’educazione all’uso della stessa.

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La veritá utile

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Nelle ultime settimane si é fatto un gran parlare di post-veritá riguardo le bufale che circolano su internet.  Notizie inventate di sana pianta, o esageratamente gonfiate, imperversano ormai sui social network e non hanno difficoltá a trovare creduloni pronti a condividere e indignarsi, prendendo per buono qualsiasi cosa che rafforzi il proprio pregiudizio. Le ragioni dietro la creazione di queste notizie non é un mistero. Da una parte c’é gente che specula sulla credulitá delle persone convertendo il traffico di visite in moneta sonante tramite la pubblicitá on line. Dall’altra parte si cerca di alterare l’umore degli elettori creando un sentimento di rabbia e frustrazione da dirigere contro governi, politici e istituzioni. In una fase storica dominata dalla frammentazione dei mezzi di comunicazione e con il voto deciso su base emotiva piú che razionale, le elezioni si vincono giocando sui sentimenti e la percezione della realtá da parte degli elettori. Se é facile capire le ragioni dietro la creazione delle cosidette bufale, un po’ meno e soprattutto meno discussa é la ragione per cui queste bufale hanno successo e persistono sui social. Troppo facile limitarsi alla scarsa istruzione delle persone o alla loro credulitá. Siamo tutti vittime di bufale in una maniera o nell’altra, non importa la nostra istruzione o il nostro scetticismo.

Evitando da una parte speculazioni filosofiche che negano il concetto di veritá e dall’altra parte i dogmi religiosi che affermano che esiste una sola veritá assoluta chiamata Dio, il concetto comune di veritá si rifá al pensiero scientifico. Per veritá si intende un concetto, idea o giudizio che é coerente e non in contrasto con la realtá oggettiva. Condividendo il pensiero di Popper,  non possiamo mai arrivare alla veritá assoluta o essere sicuri di essa, quello che possiamo fare é cercare di avvicinarsi il piú possibile. Essere nel vero significa sforzarsi per essere il piú vicino possibile alla veritá abbracciando la tesi che piú appare aderente alla realtá delle cose . Nel mondo scientifico, significa per esempio rinunciare a una teoria quando una migliore viene presentata. Perché teorie del complotto (dai retilliani alle scie chimiche) hanno migliaia di seguaci quando la rete é piena di informazioni che le smentiscono? Da un punto di vista politico, perché si continua a credere ai doni di Putin, ai terremoti declassati o agli immigrati in hotel a 5 stelle con piscine e sauna? Perché allora le bufale resistono quando sono chiaramente inventate?

Il problema é proprio quello di partire da un’idea scientifica di veritá, evitando di prendere in considerazione la sua parte emotiva. Quando si condivide una bufala su internet, il fatto che il nostro giudizio o pensiero sia in linea con la realtá  non é importante. Un qualcosa é vero o falso a seconda se  é utile o meno, non perché essa sia coerente con una realtá oggettiva. Un qualcosa é vero non perché rispetta il principio di non contraddizione ma perché serve alla nostra sfera emotiva. Quello che cerchiamo non é una veritá assoluta, arida e immobile ma una “veritá utile” che é fluida, relativa ma soprattutto confortante.

Proviamo a dare qualche esempio su cosa riteniamo per “veritá utile”. La gente crede alle scie chimiche per diverse ragioni. Il complotto da un senso alle loro esistenze: la lotta contro gli untori del cielo li fa sentire eroi. Essere in pochi a crederlo rafforza la loro adesione, gli dá una ragione per guardare tutti dall’alto in basso e sentirsi meglio aumentando la propria autostima:“Guarda tutta questa gente istruita che non si accorge di cosa sta accadendo sulle loro testa. Io alzo la testa e osservo, a me non mi fregano”. Il complotto giustifica anche le loro (vere o presunte) miserie esistenziali: “La mia infelicitá non dipende da me ma da oscure forze che dominano e controllano il mondo che agiscono contro i miei interessi”. Possiamo fornire tutte le informazioni o prove che vogliamo, si continuerá a credere in un qualcosa che serve alle loro vite. La veritá nel puro senso della parola non ha l’obbiettivo di farci star meglio, al contrario spesso la veritá  fa male perché distrugge le nostre illusioni. Per questo motivo, approcciamo la realtá assorbendo e ritenendo vero solo quello che serve a farci star meglio.

Da un punto di vista politico, le bufale sono una delle essenze del populismo. Come spiegato in precedenza, il populismo ha succsso perche semplfica la realtá e la rende comprensibile. La post-veritá ha proprio lo scopo di semplificare la realtá e renderla piú comprensibile.  Le bufale sugli immigrati vanno per la maggiore perché identificano un nemico, danno la ragione per cui non troviamo lavoro, spiega perché i governi sono inefficaci, permettono di canalizzare la nostra frustrazione quotidiana e danno una speranza e il controllo della situazione (per star meglio basta mandare a casa tutti).

In un’era dove tutto é misurato dall’utilitá e caratterizzato dalla ricerca del piacere immediato, la veritá non ha fatto altro che piegarsi allo spirito del tempo. Essere nel vero non e’ piú un principio, un fine a se stesso per uscire dallo stato di bruti per vivere in “virtude e conoscenza” che da solo vale la pena di perseguire. Ha valore essere nel vero e pagare un prezzo (il tempo che spendiamo nella ricerca e nella riflessione) solo se é utile alla nostra persona procurandoci un piacere immediato. La “veritá utile” riduce tutto a opinione senza l’obbligo di cambiarla se non aderisce ai fatti. Se la dicotomia tra opinione e veritá diventa insostenibile, allora ci si rifugia in complotti o interpretazioni dei fatti tali da non obbligarci a cambiare opinione. Quando crediamo in qualcosa e ci facciamo porta bandiera di un’idea (dalle scie chimiche ad una ideologia politica), facciamo un investimento emotivo. Cambiare idea significherebbe non solo ammettere di avere torto ma anche mettere in crisi una parte della propria identitá rendendo vano tutto l’investimento emotive fatto in qualcosa.

Nell’epoca dei social network, l’invesimento emotivo diventa ancora piú alto e piú difficile da rinunciare. Se passiamo anni a condividere articoli su scie chimiche, diventerá piú difficile ammettere di essersi sbagliati. La veritá utile viene in soccorso, riducendo il pericolo e la necessitá di fare quel costoso passo indietro. Alla fine la veritá utile é un guscio, un mondo irreale fatto a nostra immagine e somiglianza in cui rifugiarsi. Un mondo in cui siamo noi in controllo, dove le contraddizioni del mondo reale spariscono non obbligandoci al faticoso tentativo di comprendere la realtá. In un mondo dominato dall’edonismo e dal costante intratenimento, la veritá utile é la soluzione perfetta  e pigra per rinunciare al tentativo di elevarsi culturalmente. Quello che impariamo dalla cosidettá universitá della vita (le informazioni che troviamo sulla rete spesso provenienti da fonti per lo meno dubbie) su qualsiasi argomento ci permette di non sentirci a disagio davanti a chi ha magari speso una vita di studi su quell’argomento. L’universitá della vita ci fa sentire meglio riguardo la nostra ignoranza perché ci fa sentire saggi e non vittime della manipolazione e della falsitá delle istituzioni culturali tradizionali. Se l’attacco alle elite é una delle caratteristiche del populismo, la veritá utile é uno degli strumenti a sua disposizione per deligittimare e sminuire il peso degli intelettuali e impostare il dibattitto politico non sulla razionalitá ma sull’emotivitá. Per questo motivo, le varie bufale e teorie del complotto possono anche farci ridere ma sono pericolose in quanto erodono la democrazia inquinando il dibattito politico.                   

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Il voto e l’identitá di ribelle

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All’indomani di ogni tornata elettorale ci si chiede quali siano le ragioni che spingono tanti elettori a scegliere candidati o politiche antisistema: da Trump alla Le Pen, dal Brexit ai movimenti indipendentisti in giro per l’Europa. La risposta comune é la crisi economica e di come la disuguaglianza abbia creato un divario tra le classi popolari e le elite. Il voto diventa uno strumento per manifestare il proprio malcotento o la ricerca di un’alternativa al di fuori dei partiti di sistema considerati responsabili del disagio dei nostri giorni. In un momento dove i partiti tradizionali di sinistra hanno abbondonato la battaglia per l’uguaglianza, allineandosi alle politiche neoliberiste, il malcontento e’ stato intercettato dall’estrema destra o piu’ in generale dal populismo. In questo blog, pur condivendendo questa tesi, ci siamo sforzati a trovare altre ragioni per spiegare il presente. La crisi economica non puó essere considerata come unica chiave di lettura dato che anche la classe media (anche se si rimpicciolisce sempre piú) e coloro non colpiti dalla crisi sembrano orientarsi in maniera preoccupante verso opzioni “distruttrici”. Nell’articolo precedente ci siamo soffermati sul malessere creato dal marketing che crea frustrazioni imponendo modelli di vita irraggiungibili. Il marketing non ha fatto altro che donare una direzione materiale a un’epoca dominata dal nichilismo, ovvero dalla presunta assenza non solo di valori ma soprattutto di una direzione a seguito del crollo del senso religioso e delle grandi ideologie. In un momento in cui l’individuo si trova senza direzione, la domanda “chi sono?” diventa ancora piú pressante. Il voto diventa una delle maniera per affermare e creare una propria identitá, un modo per asserire cosa si é.

L’elettore attraverso il voto si da un`identitá, un modo come altri per dirsi quello che si é o quello che si vorrebbe essere. Come spiegato da Remotti, “..le identitá sono soltanto mezzi finzionali mediante cui i soggetti sociali rivendivano diritti o cercano di ottenere determinati tipi di riconoscimenti”(1). In altre parole, ci costruiamo un’identitá che ci faccia sentire bene e che ci dia un ruolo all’interno della societá con cui gli altri devono fare i conti. Come persone abbiamo diverse identitá che vestiamo a seconda delle circostanze. Il voto é il vestito che indossiamo quando ci poniamo davanti alla societá, la maniera in cui vogliamo essere riconusciuti davanti ad essa: di destra, di sinistra etc. Quello che accade é che gli elettori sempre piú indossano l’identitá del ribelle. In un momento di profonda disaffezione verso la politica e la propria esistenza, il sentirsi ribelle energizza e dá la senzazione di avere uno scopo. Il vestito del ribelle cancella la senzazione di impotenza condivisa da tante persone. Nel momento in cui la politica é incapace di dare una direzione e risolvere i tanti problemi del presente (perché il potere decisionale appartiane al mercato), l’alternativa é tra rassegnazione passiva o l’illusione di avere un ruolo attivo nel cambiamento assumendo l’identitá del ribelle. Come detto in precedenza, questa identitá é solo un’illusione che per la maggior parte della gente si riduce al voto come unico atto concreto. Non é un caso che la parola “rivoluzione” sia una delle piú usate nei discorsi politici della gente senza nessun atto pratico a parte la condivisione di qualche parola d’ordine sui social network. La ragione per cui populisti e demagoghi hanno successo non é per i loro programmi ma per la possibilitá che il votarli dá di assumere e rafforzare l’identitá di ribelle, la possibiltá di dirsi che sono per il cambiamento. Il programma o i discorsi dei populisti contano poco, quello che conta é l’immagine di rivolta contro l’establishment che dá la possibilitá agli elettori di sfogare la propria frustrazione e sentirsi utili al cambiamento. Non importano gli errori, gli scandali e le bugie, piú i vertici del Partito Repubblicano prendevano le distanze da Trump durante le primarie, piú voti andavano al magnate. E’ qualcosa di simile a quello che in psicologia viene conosciuto come Basking in reflected glory (BIRGing), dove le persone tendono ad associare se stesse a persone di successo in maniera da aumentare la propria autostima sentendosi parte di quel successo. Nel nostro caso ci si associa a persone antisistema, per confermare l’identitá di ribelle e antisistema che si vuole assumere.

Fa parte di questo sentirsi ribelle anche il trovare un nemico a cui dare tutte le colpe contro cui lottare. L’individuazione del nemico (casta, immigrati, EU etc)  rende piú concreto l’obbiettivo della propria ribellione. I populisti offrono sempre un nemico per galvanizzare le folle creando quel senso di contrapposizione che genera rabbia e riduce il senso critico allo stesso tempo. Quello che differenzia una generica voglia di cambiamento dalla ribellione é proprio l’identificazione di un qualcosa di concreto contro cui ribellarsi. Il nemico dá una base concreta alla ribellione assicurandone anche la sua continuitá nel tempo.Il mondo viene semplificato in una salsa di vittimismo dove i cattivi sono tutti al potere e la propria infelicitá é una decisione voluta da poteri oscuri. La politica viene percepita come inutile contro queste forze e da qui l’esigenza di andare oltre, della necessitá di cambiare non solo la classe politica ma anche di come la cosa pubblica viene gestita. Da qui il rigetto del politicaly correct, del parlamento dove si parla solamente e non si prendono decisioni, dei diritti e delle garanzie che non permettono di risolvere i problemi in tempo rapido.

Questa necessitá del sentirsi ribelle é lo stesso che é alla base delle teorie del complotto tanto in voga sui social. Come ben spiegato da Simone Angioni, chimico dell’università di Pavia e membro del Cicap:

“la convinzione di essere i salvatori del mondo è appagante, soprattutto se si può diventare eroi restando comodamente seduti alla propria scrivania. Mentre rivedere le proprie convinzioni significa tornare alla dura realtà. Così molti preferiscono rimanere nel mondo delle cospirazioni globali”.

Tornado alla politica, il voto ai populisti é appagante perché permette appunto di dirsi che si sta lavorando per il cambiamento stando seduti sulla propria sedia. I populisti vincono perché soddisfano un bisogno prettamente emotivo della gente, dando un`identitá di ribelle e delle coordinate che aiutano la gente a dare un senso a quello che li circonda (il nemico). Una volta date queste risposte, il populista crea un legame affettivo con l`elettore, un legame piú forte di qualsasi scandalo o ragionamento politico. L’unica maniera per spezzare questo legame é offrire una vera alternativa, far uscire la politica e la discussione dai paletti imposti dal neoliberismo. Al momento il populista é l’alternativa “democratica”, ma una volta fallito dopo aver preso il potere, non rimane che prendersela con chi ha permesso ai nemici di prima e agli inacapaci di oggi di arrivare al potere: il sistema democratico.

(1) Francesco Remotti, L’ossesssione Identitaria, Laterza 2010

Nichilismo e Populismo

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Assistiamo quasi impotenti all’affermarsi di forze populiste non solo in Europa ma in tutte le maggiori democrazie. I partiti tradizionali ma soprattutto i valori alla base delle nostre democrazie sembrano non fare piu’ presa sugli elettori alla ricerca di alternative senza sapere effettivamente cosa si cerca. L’importante e’ mostare il dito medio a politici e intellettuali considerati pilastri di un sistema che ingabbia le loro vite in codici vuoti lontani dal loro sentire viscerale. Mentre politici e intellettuali parlano alle teste, queste si sono chiuse lasciando alle emozioni la guida delle scelte politiche. In un guazzabuglio di paura, frustrazione e ricerca di un qualcosa a cui dare le colpe della propria miseria individuale, i politici che riescono a entrare in sintonia con questo sentimento sono coloro che vincono le elezioni. Non c’e’ bisogno di proporre soluzioni o alternative, basta dimostrare di saper capire e ascoltare questo sconforto. Le elezioni vengono vinte mettendosi in sintonia con tutto questo, con politici che rinunciano al loro ruolo di guida per diventare manager dello sconforto: da agenti del cambiamento a megafoni del dolore.  Da dove nasce tutto questa disaffezione? Qual e’ la sorgente di questa rabbia? Naturalmente in tanti hanno pagato la crisi in maniera piú pesante di altri e la loro voglia di cambiamento e’ comprensibile soprattutto quando la lotta alle disuguaglianze e’ scomparsa pure dall’agenda politica della sinistra. La crisi comunque non e’ in grado da sola a spiegare questo malcontento perché esso investe anche le classi medie e paesi come Austria, Olanda, Gran Bretagna e Svezia che hanno sofferto solo in parte la crisi. Perché allora persone con lavoro e un buon reditto finisce ammaliato dalle sirene populiste? Perché persone con un presente tutto sommato roseo sono propensi a fare salti nel buio? Perche mettere a rischio il proprio futuro in una mano di poker? Perché anche in un paese come gli USA all’improvviso vedono in Trump una valida proposta politica?

Da punto di vista filosofico viviamo una fase particolare della nostra storia. La religione ha perso la propria centralitá, mentre le grandi ideologie si sono rilevate legate ad un passato che non esiste piú e incapaci di fornire risposte ad un presente che viaggia a ritmi frenetici. Viviamo senza uno scopo, senza un senso ai nostri giorni, consci che come genere umano non siamo al centro dell’universo. Il nichilismo sembra essere diventato il marchio di fabbrica della nostra epoca andandosi a scontrare con la necessitá umana di dare un senso alle cose. Siamo esseri che constantemente hanno bisogno di dare un senso a ció che ci circonda e alla nostra stessa vita. Il nichilismo ha spogliato l’uomo occidentale di un senso alla propria esistenza. Una volta spogliati di una direzione e di un senso, non rimane che ripiegare su se stessi riducendo la propria esistenza al soddisfacimento dei propri desideri. Questo e’ stato abilmente sfruttato dal marketing e dal capitalismo in generale. La sicurezza materiale, il soddisfacimento immediato dei propri desideri e l’affermazione personale tramite il possesso delle cose hanno fornito un senso di marcia. I beni materiali sono usati per riempire il vuoto delle proprie vite. Non importa quanto grande sia la casa, veloce la macchina o il numero di vacanze in un anno, l’uomo occidentale non sará mai nella posizione di riempire quel vuoto o di dire semplicemente “ho piú di quello che mi serve”. Il capitalismo moderno crea modelli di vita irrangiungibili che condannano alla insodistazione perenne. Ci sará sempre un qualcosa che manca, l’ultimo modello da avere assolutamente o semplicemente qualcuno da invidiare. Solo creando falsi miti e mete irrangiungibili, il sistema capitalistico puó costringere a comprare anche quando tutti i bisogni sono stati soddisfatti. L’insoddisfazoine perenne e’ alla base del nostro sistema economico. Questa incapacitá di vivere quei modelli impossibili genera rabbia e la necessitá d’incolpare qualcuno per il proprio fallimento (immigrati, politici, la UE etc). In questa maniera quello che rimane della classe media viene radicalizzato da un punto di vista politico e va a riempire le urne di chi vuole solo distruggere. Per tanti il senso di insoddisfazione e’ piú una percezione che una realtá, una percezione difficile da cambiare perché sempre messa in competizione con un ideale impossibile. Al momento questa frustrazione e’ contro la classe politica ma la miscela tra la rabbia e il malcontento di una fascia sempre piú crescente di poveri e la frustrazione percepita da chi povero non e’ crea le condizioni per cui a farne le spese sará la democrazia stessa come la conosciamo. Una volta che i populisti falliranno dopo essere arrivati al potere con il voto, non rimarrá che prendersela con la democrazia stessa.

Perche’ Trump?

Donald Trump

Non sono americano e non vivo negli USA per dare delle risposte definitive ma qualche riflessione su Trump si puo’ fare dato che il fenomeno e’ simile a quello attraversato da tante (se non tutte) le democrazie occidentali.

Prima di tutto vi e’ una componente populista. Trump riesce a semplificare il discorso politico dando poche certezze in un’epoca che non ne ha. Semplifica la realtà dando soluzioni semplici anche se non funzioneranno. All’elettore basta e avanza perché gli verra’ dato una chiave di lettura di quello che lo circonda dandogli piu’ sicurezza. Cio’ che si conosce non spaventa e attraverso le parole di Trump si ha l’illusione di capire quello che succede e cio’ che serve per far tornare l’america grande di nuovo.

Umberto Eco ci ha lasciato ricordandoci come la rete ha dato la voce a tanti imbecilli. Il risultato e’ un dibattito politico che tende al basso e vince non chi dice qualcosa di intelligente ma quello che l’imbecille vuole ascoltare. Il voto di una persona intelligente o istruita vale quando quella di chi non sa nemmeno per cosa vota e alla fine il politico le elezioni le vince raccogliendo piu’ voti possibili e non convicendo piu’ persone sagge possibili. Non a caso Trump ha affermato di amare i ‘the Poorly Educated’ ovvero quelli senza educazione.

La societa’ americane e’ fortemente individualistica e lui rappresenta il sogno, il modello a cui tutti volgiono aspirare: ricco, belle donne e famoso. Nel momento in cui i politici non vendono progetti ma la loro immagine, in una societa’ come quella americana essere Donald Trump aiuta. La crisi dei partiti e della politica ha portato a una forte personalizzazione della politica che raggiunge i suoi apici in elezioni di questo tipo. Quando qualcuno come la Palin o l’ultimo attore di Hollywood dichiara di appoggiare Trump le sue sue parole sono sempre le stesse: e’ un leader, e’ un vincente, e’ un combattente etc. I programmi e la visione di societa’ finiscono in secondo ordine. Nel momento che si assiste a uno scontro di personalita’, il dibattito diventa impossibile a uso e consumo degli imbecilli di Eco.

Naturalmente vi e’ il malcontento. Tutti non sono contenti della classe politica e vogliono un cambiamento radicale. Trump non viene dall’ establishment del partito repubblicano, non e’ un politico di professione e quindi rappresenta il cambiamento. Qualche parola va spesa su questo malcontento e cosa si intende per esso. Certamente vi e’ l’impoverimento della classe media, certamente ci sono disoccupati e questo spiegherebbe l’ascesa di Sanders ma non quella di Trump dato che proviene da quell’un per cento che fotte il resto del paese. Anche chi ha un lavoro si dice non contento, anche chi non nessun problema si dice non contento. Allora da dove viene questo malcontento anche da parte di chi ha un lavoro e puo’ permettersi una vacanza? Da una parte vi e’ la paura di perdere tutto (e per questo il diverso e’ una minaccia) dall’altra parte continuiamo a porci traguardi irraggiungibili. Il consumismo ci pone delle mete irraggiungibili attraverso i miti del marketing. Dobbiamo essere tristi e inappagati per continuare a comprare e naturalmente diamo la colpa ai politici quando non riusciamo a raggiungere quella perfezione promessa dalla pagine patinate dei nostri giornali.

Cosi come negli anni 20 con il fascismo l’Italia aveva messo in luce quei sentimenti che hanno portato in crisi le democrazie liberali, cosi l’Italia negli anni 90 con Berlusconi ha anticipato quel malessere che sta intaccando le democrazie al giorno d’oggi. Dovremmo finire di lamentarci che siamo indietro in tutto dato che purtroppo siamo dei precursori in politica.

La società egoista davanti alla crisi economica

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Nel precedente articolo ci siamo soffermati su come l’affermazione dell’individuo sia stato snaturato dalla società dei consumi rendendo le nostre società più egoiste e più sensibili all’agenda neo liberista. La crisi avrebbe potuto segnare un punto di rottura riportando in gioco concetti come quelli di solidarietà, stato sociale e maggiore eguaglianza. La risposta alla crisi ha invece mostrato quanto sia radicato questo cambiamento culturale che ha reso le nostre società meno altruiste. La ricerca della felicità e’ stata fatta passare come un qualcosa che dipende unicamente dalle persone, dalle loro scelte e dal loro stile di vita. Certamente le scelte personali sono determinanti, ma qualsiasi scelta personale e le opzioni a disposizione dipendono dal contesto in cui ci si trova. L’individualismo portato agli estremi insieme alla ricerca del piacere personale come unico scopo di vita hanno convinto buona parte di noi che il contesto conti fino a un certo punto e che quello che veramente conta siamo noi con le nostre scelte e il nostro atteggiamento verso la vita. Questa visione delle cose e’ spesso anche il frutto della sfiducia nei confronti delle istituzioni, percepite lontane o incapaci di cambiare il presente. Il risultato finale e’ la solitudine ad affrontare la crisi senza la possibilità di fare fronte comune per influenzare le politiche governative.

Nei decenni passati le crisi portavano a un maggiore coinvolgimento nella vita politica  di cittadini che facevano causa comune per arrivare a obiettivi condivisi. Oggi l’individualismo ha portato a una guerra tra poveri. Chi ha perso il lavoro ha indirizzato la propria frustrazione nei confronti di chi ha meno (immigrati) rafforzando i partiti di estrema destra. Chi in qualche maniera e’ “sopravvissuto”, ha allargato le fila della maggioranza silenziosa che ha permesso l’attuazione delle politiche di austerità. Monti, Rajoy e Samaras hanno potuto portare avanti le loro politiche con il sostegno di chi aveva paura di perdere quello che aveva a scapito degli altri a cui e’ toccato subirle queste politiche. In questa maniera, si e’ continuato ad affrontare la crisi con la stessa cura che l’ha generata con politiche mirate a tagliare la spesa pubblica in un momento in cui ce ne sarebbe bisogno per rilanciare i consumi.

Per anni abbiamo visto operai salire in cima alle gru, minatori chiudersi nel ventre della terra o piccoli imprenditori suicidarsi. Queste manifestazioni hanno generato un senso di pietà e una solidarietà superficiale presto dimenticati nel sollievo di non essere stati colpiti dalla crisi. La rabbia dei precari e dei senza lavoro non ha trovato sostegno da chi un lavoro l’ha mantenuto e che tira avanti ringraziando la buona sorte. Il problema dei senza lavoro e dei precari ha smesso di essere un problema sociale per essere un problema personale di chi ne paga le conseguenze.

Anche i comportamenti dei vari governi nei confronti della Grecia e’ il riflesso di società sempre più egoiste con la classe dirigente europea impaurita di perdere consenso in caso di concessioni.  La crisi economica in Europa si sta protraendo per l’incapacità e la scarsa volontà dei governi di prendere misure che possano essere considerate vantaggiose per altri a scapito dei propri cittadini in una visione a corto termine. Per esempio il debito pubblico greco viene compreso dai più come una semplice questione di soldi presi in prestito ignorando che il debito pubblico non può essere considerato alla stressa stregua del debito di un privato. Il risultato finale e’ la solita rappresentazione di un popolo cicala pronto a vivere sulle spalle delle formiche laboriose. Questa rappresentazione della realtà e’ spesso una storia raccontata a se stessi per giustificare la propria mancanza di solidarietà in una visione religiosa dell’economia dove il debito viene visto come colpa da espiare. In questa maniera, la sofferenza del popolo greco viene vista come espiazione di errori fatti nel passato che non merita nessuna solidarietà in quanto la pena e’ l’unica maniera per riparare la colpa. Lo stesso atteggiamento viene spesso usato nei confronti dei disoccupati  visti come persone che non sono state capaci di aggiornarsi, che non vogliono lavorare o incapaci di adattarsi e per questi motivi pagano le conseguenze delle loro scelte personali. Questa visione delle cose e’ una rinuncia a usare la politica progredire,  liberandola dal dovere di aiutare chi e’ rimasto dietro sancendo una vittoria importante per il neo liberismo. Qualsiasi alternativa al neo liberismo sarà costretta a cambiare prima la cultura dominante prima di avere qualche possibilità di imporre politiche diverse.

Le vittime della crisi sono state lasciate a se stessi non solo dai governi e dal resto della società ma anche dalle organizzazioni che in teoria dovevano essere dalla loro parte. I sindacati hanno spesso finito per tutelare solo i loro iscritti che un lavoro o una pensione ce l’hanno. Questo ha finito per alimentare i partiti anti-sistema in una logica del muoia “Sansone con tutti i filistei”. Una volta che la politica viene vista non solo incapace di risolvere i problemi, ma anche indifferente o a protezione di un sistema iniquo, allora tanto vale buttare tutto giù per essere ascoltati.

La crisi economica non e’ solo un problema economico ma e’ anche un problema politico. Questo richiede delle risposte politiche alla base di scelte economiche. I governi si sono limitati a tenere i bilanci in ordine aspettando una ripresa che non arriverà mai senza delle scelte coraggiose che portino una maggiore redistribuzione della ricchezza prodotta a favore dei ceti medio-piccoli insieme a delle politiche europee d’investimenti. Queste scelte impongono delle rinunce da chi non e’ stato toccato dalla crisi. Fino a quando la politica si limiterà al piccolo cabotaggio, cercando un equilibro difficile tra crescita zero e interessi sul debito senza cercare altre risorse per rilanciare i consumi, non ci sarà uscita dalla crisi se non nelle parole del ministro dell’economia di turno pronto a giurare che la ripresa e’ dietro l’angolo. Questo cambiamento della strategia economica e’ difficile senza una pressione da parte dell’elettorato per una società più’ giusta in un clima culturale dove redistribuzione, pubblico e stato sociale sono concetti divenuti quasi sinonimo di comunismo.

Questo ha creato una situazione pericolosa per la democrazia. I partiti momentaneamente al potere, nati prima della crisi, hanno un consenso che deriva prevalentemente da chi non e’ stato colpito dalla recessione. Questa base elettorale non spinge per riforme radicali per una società più equa con la paura spesso infondata di perdere quello che ha, riflesso del contesto culturale che ha reso le nostre società meno altruiste. Chi e’ vittima della crisi si rivolge a partiti alternativi spesso populisti per essere rappresentati.  O si afferma un’alternativa politica ed economica non populista al liberismo economico, oppure la crisi e l’egoismo distruggeranno le nostre istituzioni . Purtroppo non c’e’ il tempo per attuare quel cambiamento culturale necessario per creare una società più attenta alle esigenze degli ultimi, ma la classe politica del nostro continente ha il dovere di mostrare la propria leadership attuando politiche diverse per alleviare la crisi avviando quel cambiamento culturale ponendo nuove parole e temi al centro del dibattito politico.

Quel cambiamento culturale che ha reso le nostre società più egoiste e più povere.

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Uno degli elementi che contraddistinguono l’occidente e’ l’emancipazione dell’individuo che gode di diritti  e ragione d’essere in quanto tale. L’intera storia del pensiero occidentale può essere vista coma la lunga marcia dell’individuo, a differenza della tradizione orientale che tende a porre l’accento sulla collettività. Questo non poteva che avere degli effetti in economia dove il sistema capitalistico ha sfruttato l’aspetto edonistico trasformando l’individuo in consumatore. Sganciato da una visione religiosa, diventato autonomo dalla collettività e libero dalla paura nei confronti del potere, l’individuo rimane solo e unico artefice della propria vita a cui deve dare un senso. Questo vuoto e’ stato riempito facilmente dalla ricerca del piacere immediato che passa dal possesso di cose e dalla cura quasi ossessiva della persona posta al centro di ogni cosa: i selfie di Renzi non sono altro che il segno dei tempi. Questo ha prodotto un cambiamento culturale che ha reso le nostre società più egoiste. Solo una società animata dall’egoismo può far passare quasi inosservato la tragedia dei migranti della settimana scorsa. Un’indifferenza che in alcuni nasconde il compiacimento di queste morti che non hanno permesso di arrivare sulle nostre coste a prendere una parte dei beni che ci appartengono. Basta vedere le dichiarazioni di Salvini via Twitter sui barconi in difficoltà che mirano proprio a creare consenso pescando nel torbido di questi sentimenti.

Dichiarazioni di Salvini a parte, l’egoismo dilagante ha altri risvolti politici che modellano il dibattito politico e indirizza le politiche governative. Un maggiore egoismo cambia le richieste da parte dell’elettorato avendo un impatto sulle politiche dei governi e sul tipo di risposta che si propone agli elettori da parte della classe politica. Non a caso lo stato sociale e’ stato smantellato ovunque con la promessa di meno tasse. Le politiche neo liberiste si sono affermate grazie alla promessa di mettere più soldi nelle tasche dei singoli a scapito dei programmi sociali e dei servizi pubblici. Perché pagare sanità, sussidi di disoccupazione o la scuola a gente che non conosco quando posso usare questi soldi per me? Una volta che la società dei consumi crea e soddisfa nuovi bisogni, il liberismo si e’ affermato come la soluzione politica per aiutare a soddisfare questi bisogni levando risorse dal pubblico per darle al privato. Il declino della sinistra e delle lotte per una maggiore uguaglianza sono spiegabili anche grazie a questo cambio culturale che si sposa a perfezione con il neoliberismo che risulta meglio attrezzato da un punto di vista ideologico per interpretare questi cambiamenti.Chi meglio di qualunque altro ha riassunto al meglio questa fase e’ stata Margaret Thatcher con il suo famoso discorso sulla società:

“……la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. E il governo non può fare niente se non attraverso le persone, e le persone devono guardare per prime a sé stesse. È nostro dovere badare prima a noi stessi e poi badare anche ai nostri vicini.”

Naturalmente lo smantellamento dello stato sociale e la creazione di un sistema politico-economico che ignora gli ultimi poneva dei dubbi etici che sono stati dissipati dai mass media attraverso la criminalizzazione di chi accede ai programmi sociali (descritti come fannulloni), il continuo mettere in risalto gli abusi facendo passare l’idea che tutto il sistema sia marcio, la rappresentazione del pubblico come inefficiente (sanità pubblica verso sanità privata) e la promessa di dare opportunità a tutti attraverso un’economia non più frenata dalle tasse e dall’intervento pubblico dove il singolo può finalmente realizzare i propri sogni in base alle sue capacità. La classe politica ha visto uno spostamento a destra cercando di intercettare un elettorato sempre più sordo all’idea di una società più giusta. La sinistra tradizionale e i partiti cristiani hanno finito per adottare politiche neo liberiste in contrasto con le posizioni ideologiche di partenza per non essere travolti da questo cambiamento culturale.

Il maggiore egoismo ha aiutato l’affermazione delle politiche neo liberiste in altri modi oltre al cambio delle domande politiche da parte degli elettori. L’egoismo ha generato un ritiro dalla vita pubblica che ha portato a un maggiore astensionismo oltre alla crisi delle forme tradizionali di aggregazione (sindacati, partiti e chiesa in primis). Il materialismo consumista ha riempito la vita di tanti presentandosi come unica maniera per raggiungere la felicità e la realizzazione di se stessi. Una volta che tutte le energie sono rivolte verso l’accumulazione di beni, poco rimane da spendere per la cosa pubblica ormai vista anche come ostacolo alla propria felicità. Una volta che le forme di aggregazione all’interno della società sono sminuite, sara più difficile per la singola persona opporsi ai cambiamenti provenienti dall’alto. Le persone che mantengono alta la loro attenzione sulla vita pubblica si ritrovano presto isolati in una massa di consumatori che pone la propria attenzione su altro. Il contesto creato e’ quello di una competizione sfrenata tra individui (lavoro migliore, casa più bella, ultimo modello di cellulare etc) dove ognuno pensa a se e il resto delle persone sono viste come avversari da superare per arrivare alla propria realizzazione personale. Il concetto di “classe sociale” che evidenziava un’appartenenza comune e’ scomparso dai discorsi politici e dagli editoriali giornalistici. La solidarietà tra pari e’ scomparsa nell’illusione che il benessere personale può essere raggiunto solo individualmente e che il resto della società sia un ostacolo e non un risorsa per arrivarci insieme.

L’azione combinata  tra egoismo e neoliberismo ha generato una spirale che sottrae potere dalla sovranità popolare per trasferirlo ai mercati. Lo stato si riduce a regolare poche materie rinunciando a obbiettivi che avrebbero un impatto positivo sulla vita di tutti come la piena occupazione o una sanità più efficiente per tutti. Il crimine perfetto e’ poi completato grazie al tacito accordo della parte della popolazione che in teoria beneficerebbe di una società più equa. Siamo tutti convinti di fare a meno della protezione di uno stato sociale visto come rifugio dei perdenti e ostacolo per le persone intraprendenti. L’unico risultato e’ una società sempre più povera e ricca di illusione mentre un parte piccolissima diventa sempre più ricca .

Nel prossimo articolo vedremo come questo egoismo ha portato a una reazione diversa alla crisi e come la distorsione del concetto di individualismo spogliato dal sentimento di solidarietà mina in profondità le nostre democrazie

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