Archive | filosofia RSS for this section

M5S e identità: il capolavoro della Casaleggio Associati

M5S

Abbiamo già analizzato il concetto d’identità con riferimento all’uso dell’identità culturale evidenziando i rischi che questo concetto pone alla libertà. Nello stesso articolo avevamo brevemente accennato all’uso del concetto d’identità nella costruzione delle fortune politiche. Quello a cui le forze politiche mirano oggi é creare un’identità che viene indossata dall’elettore. Nel momento questa identità viene indossata sarà difficile per questo elettore aprirsi al confronto e magari cambiare idea. Il voto viene slegato da un progetto e diventa una maniera per costruire la propria identità personale. In un mondo post ideologico e con la politica privata di strumenti per risolvere i problemi del presente, la creazione di un’identità a uso e consumo degli elettori diventa una maniera efficace per creare un consenso duraturo. Una forza politica non e più una portatrice di istanze sociali ma diventa un brand dove i politici sono allo stesso tempo testimonial e marketer di quel brand. Al partito/brand vengono associate caratteristiche che gli elettori desiderano impossessarsi e impadronirsi in maniera indiretta. Il partito o uomo politico diventano un vestito da indossare che dice quello che siamo, quello che non siamo e nutre la nostra autostima. Se il partito crea un’immagine di onestà, di essere il voto delle persone intelligenti e di essere al passo con i tempi, attraverso il voto o il sostegno a quel partito la persona si sente onesta, intelligente e moderna. In questa maniera le politiche che vengono condotte diventano secondarie, perché il voto non ha nulla a che fare con un progetto politico ma aiuta a definirsi.

Per secoli l’identità personale ha svolto un ruolo secondario. L’individuo si definiva solo e soltanto attraverso la comunità di appartenenza e la sua vita aveva senso solo e soltanto all’interno della comunità. Non a caso, nell’antica Grecia, la pena più severa era l’esilio, ovvero l’esclusione di una persona dalla comunità che lo costringeva ad essere nessuno. Nel corso degli ultimi secoli abbiamo assistito alla lenta ma inesorabile emancipazione dell’individuo dalla comunità. Avendo acquistato la propria indipendenza, l’individuo è stato costretto non solo a decidere cosa fare con essa ma anche ad autodefinirsi davanti alla collettività e agli altri individui. Il tutto è stato aggravato dalla crisi delle ideologie, del senso religioso e soprattutto dalla società dei consumi che ha esasperato l’individualità al fine di vendere merci che vengono utilizzate non per soddisfare un bisogno ma per definirsi. La politica non ha fatto altro che adeguarsi sfruttando il bisogno dell’individuo di definirsi per creare il consenso.

L’uso dell’identità in politica è sempre esistito. Il definirsi comunisti faceva parte dell’identità di tante persone. Tantissima gente indossava (e tuttora indossa) t-shirt di Che Guevara, andava a manifestazioni e votava PCI senza sapere o la voglia di sapere cosa il comunismo implichi. Da questo l’incoerenza di tanta gente che oltre a definirsi comunista indossava il cosiddetto Rolex. Quello che contava per queste persone non era tanto l’ideologia ma la possibilità di far parte di un qualcosa che li aiutava a definirsi, essere riconosciuti dagli altri e far parte di qualcosa di più grande. Quello che caratterizza invece le nuove identità politiche è che sono costruite praticamente nel nulla in quanto, oltre a fornire una definizione di se stessi all’individuo, hanno ben poco altro. Il primo tentativo di far politica basando il proprio messaggio politico prevalentemente sull’identità è stato probabilmente Forza Italia. La creatura di Berlusconi infatti è nata negli uffici di Publitalia che ha forgiato il partito come un brand sfruttando il collasso delle ideologie e la crisi della politica italiana post tangentopoli. Berlusconi (come Trump oggi) vendeva l’idea di uomo di successo e chi lo votava, non solo aspirava al successo, ma se ne sentiva già parte. Votare Forza Italia significava essere moderni, rivoluzionari (la rivoluzione liberale), anticomunisti e contro i partiti.  Il Movimento 5 Stelle è una Forza Italia agli steroidi, un voto identitario potenziato dall’uso della rete. Oltre al vuoto ideologico, quello che caratterizza le nuove identità  sono la velocità con cui l’identità si crea e l’uso delle immagini a sostegno dell’identità, due caratteriste potenziate proprio dalla rete ma soffermiamoci prima sul vuoto ideologico.

Il non essere né di destra né di sinistra è il riassunto migliore di questo. Non si tratta semplicemente della mancanza di coordinate filosofiche o economiche ma soprattutto evidenzia l’assenza di un progetto coerente per il futuro. Quello che manca è un filo conduttore e una lista di sogni o progetti disparati non costituiscono una direzione.  Il programma politico e i discorsi del M5S sono basati su pochi temi ma di ampio consenso: temi poco divisivi (riduzione del costo della politica, lotta alla corruzione, rinnovamento della classe politica etc) o equilibrismi per non scontentare nessuno (dai vaccini alla posizione sulla Cirinná). In questa maniera ognuno ci vede quello che vuole nel M5S che è una delle ragioni dell’ampio consenso. La Casaleggio ha creato un brand che può essere adottato da chiunque sia insoddisfatto con la politica o con la situazione attuale. Il M5S è come una scatola vuota che viene riempita a seconda delle circostanze; i discorsi e le proposte cambiano a seconda della convenienza politica. Non ci sono principi ma solo posizione tattiche e i dietrofront sono la norma se capaci di portare consenso. Per esempio: la scorsa legislatura si era aperta con una proposta dal parte del M5S di una legge sullo Ius Soli molto più radicale di quella proposta dal Pd mentre ora vanno al governo con la Lega. Questo permette di adattare la propria comunicazione senza problemi a seconda degli umori del paese. Durante le settimane precedenti alla formazione del governo, Il M5S ha flirtato con Lega e PD senza colpo ferire come se fare un governo con uno o con l’altro fosse la stessa cosa. Questo è stato possibile perché i propri elettori votano M5S non per i contenuti ma per quello che il M5S permette loro di fare: la possibilità di darsi un’identità. L’essere associati al M5S permette di sentirsi nel giusto, onesti, moderni, in lotta conto il male rappresentato dalla vecchia politica, coraggiosi insomma degli eroi moderni che lottano contro il male. Essere Grillini infatti da la sensazione di essere degli eroi che combattono mafie, pidioti, mala politica etc. Il vestito che si indossa, la sensazione che quel vestito dona è più importante del contenuto. Il voto e la militanza virtuale nel M5S hanno una funzione personale piuttosto che politica. È una risposta ai propri bisogni personali piuttosto che una soluzione ai problemi collettivi. La Casaleggio considera il voto come una specie di valuta per comprare qualcosa che solo loro possono dare. Il M5S è una merce con una serie di benefici sull’autostima di tante persone che viene comprata appunto con il voto o con la militanza sui social. Il problema di un partito con contenuti sempre in trasformazione e con propri elettori che danno ai contenuti un’importanza secondaria rispetto all’appartenenza è che non si sa mai dove si va a finire. Come spiegato in precedenza, il rischio del M5S è che possa diventare il cavallo di Troia dell’estrema destra in italia. I discorsi del M5S si sono radicalizzati nelle ultime settimane con l’alleanza con la lega. Questa radicalizzazione continuerà man mano che Salvini alzerà il tono delle sue dichiarazioni. Il M5S non prendendo una netta distanza per non far cadere il governo sdoganerà e renderà accettabili discorsi e un modo di fare politica vicino alla destra. Persone poco ideologizzate riterranno questo modo di pensare “normale” e “accettabile” perché normale e accettabile ai loro occhi è il M5S in quanto il movimento non viene giudicato e votato per i contenuti ma viene valutato per la sua capacità di rispondere ai bisogni personali dell’elettore. Un esempio lampante è come sono cambiati i loro discorsi sull’immigrazione. Il cambiamento non è rilevante solo da un punto di vista politico ma soprattutto da un punto di vista emotivo. Il livello di odio nei commenti non sono ancora ai livelli della Lega o dell’estrema destra ma vanno in quella direzione. I commenti alle pagine dei politici M5S su questo tema sono cambiati radicalmente nel giro di pochi mesi. Quest’odio è ora rivolto a immigrati ma può essere trasferito facilmente verso altri obbiettivi. Uno di questi obbiettivi può essere la stessa democrazia. Per anni il M5S ha attaccato istituzioni e politici senza fare una netta differenza. Non ce l’auguriamo ma cosa accadrebbe se il M5S tradisse le promesse fatte? Verso cosa verrà rivolta la rabbia? Cosa rimane come alternativa continuando la logica del non averli mai provati mai prima? Verso cosa e contro ci si rivolgerà la retorica del M5S per giustificare i propri insuccessi?

Il secondo elemento che contraddistingue le nuove identità politiche è la velocità con cui si creano senza l’aiuto di un evento catalizzante come poteva essere la seconda guerra mondiale e la resistenza per il PCI. La velocità dipende da tanti fattori: il vuoto ideologico, la necessità di trovare un appiglio in tempi dove il cambiamento è vorticoso e costante, il bisogno di comprendere la realtà sempre più complessa, la crisi dei partiti etc. Nonostante la presenza di tutti questo fattori, la velocita dipende soprattutto dall’uso di internet e dei social che sono utilizzati per creare velocemente e rafforzare l’identità ogni giorno. Qualcuno può obbiettare che la rete viene usata solo per accedere alle informazioni e se il M5S ha avuto successo è grazie alla sua abilità nel parlare direttamente agli elettori bypassando i mass media controllati dai poteri tradizionali e offrire la verità dei fatti. Insomma, il mezzo (internet) non ha nessun impatto sulle persone che sono dotate di una loro razionalità. In realtà il mezzo ci trasforma e non dipende solo da come lo usiamo come già evidenziato da Gunther Anders parlando della televisione e della radio negli anni 50. Innanzitutto la rete trasforma la nostra percezione del mondo. Quello che riceviamo attraverso la rete non è la realtà ma una versione della realtà preconfezionata da qualcuno. Il preconfezionamento dipende dalle motivazioni di quel qualcuno. Se questo era vero con la televisione e la radio che raggiungevano le masse, questo lo è ancora di più con la rete che permette di parlare al singolo. Prima di tutto la rete permette di raggiungere l’individuo con un messaggio adattato per quella persona (Cambridge Analitica). In basi ai propri gusti personali (i likes sulle pagine di facebook) è possibile creare dei profili psicologici e adattare il messaggio destinato a ciascun profilo. Secondo i social permettono la creazione di bolle che tengono l’individuo immune all’influenza di opinioni diverse. Quello che la Casaleggio ha creato è una galassia di siti e pagine facebook che vanno oltre il blog di Beppe Grillo o la pagina facebook del singolo parlamentare: La cosa, La fucina, Tse Tse, W il M5S etc. A questi vanno aggiunti le pagine create dai militanti: Luigi di Maio fan club, le pagina dei club locali etc. Tutte queste pagine diventano non soltanto il veicolo con cui diffondere un messaggio (non importa se la notizia sia vera o falsa) ma soprattutto diventano una cassa di risonanza di sentimenti. Se il PD si è trovato ad essere odiato da buona parte della rete non dipende solo dagli errori (orrori) fatti ma anche perché vittima di questa marea di pagine. Il singolo elettore di M5S non si riduce a mettere un like solo su di una pagina ma ritiene quasi un obbligo mettere un like a tutte queste pagine. Anche se questa persona facesse uno sforzo mettendo per esempio un like sulla pagina di Renzi (spesso solo per insultare), il messaggio di quest’ultimo si perderebbe nella bacheca imperversata da pagine controllate o ispirate dalla Casaleggio Associati. Il fatto che un messaggio venga ripetuto all’infinito da pagine diverse, rafforzato da commenti tutti sulla stessa linea rende il messaggio non solo vero ma l’unico che merita di essere ascoltato. In queste condizioni sarà difficile rompere quella bolla e instillare il dubbio.

Uno degli elementi che rende internet diverso dagli altri media è la sua interattività. Chi usa internet non è soltanto un soggetto passivo ma partecipa alla formazione dei contenuti sulla rete tramite like, commenti e condivisioni. Questa attività è praticamente giornaliera se non ad ogni ora. Questa interattività è abilmente sfruttata per tenere le persone sempre in contatto con le proprie idee e per legare emotivamente l’elettore a se. Se nel passato il militante comunista entrava in contatto e rafforzava la propria identità in momenti ben definiti (in sezione, alle manifestazioni o leggendo l’Unita), oggi ogni momento è buono perché in ogni momento il militante può essere in rete. Questo “lavaggio del cervello” è fatto senza rendersene conto in maniera molto insidiosa ma efficace allo stesso tempo. Abbiamo già parlato abbondantemente della farsa del voto sul contratto. Farsa era anche l’elezione di Di Maio a candidato premier. Il risultato del voto era scontato in mancanza di un vero dibattito e con la comunicazione diretta in maniera da ottenere il risultato voluto. Senza un vero confronto, l’obbiettivo di queste forme di partecipazione on line non è rendere democratica l’attività del M5S ma quello di radicare l’identità in breve tempo. I militanti si sentono partecipi e dunque parte del movimento. La partecipazione attraverso il voto e il fatto di rendere pubblico l’aver partecipato aumenta l’investimento emotivo. “Tutti i miei amici e conoscenti sanno delle mie idee perché le difendo non solo quando parlo con loro ma soprattutto in rete. Agli occhi di chi mi conosce sono diventato un tutt’uno con le mie idee e con il M5S.” Tornare indietro diventa impossibile perché significherebbe rinnegare se stessi e buttare a mare le energie e il tempo speso per il movimento. Facebook è la mia memoria di quello che ho sempre difeso, cancellare è impossibile e fare pubblica ammenda è doloroso. Per evitare quello che in psicologia e in marketing viene chiamato “cognitive dissonance”, reinterpreto la realtà e non ho problemi ad accettare qualsiasi versione apologetica che mi venga fornita. Un esempio? Come mai tanti nel M5S con una visione progressista sono ancora li nonostante il loro movimento sia diventato la spalla di Salvini? Questa è un altro elemento che potrebbe rafforzare un vento di estrema destra trascinando con sé anche persone in buona fede che guarderanno solo e soltanto all’attività del M5S che sposa la propria visione (reddito di cittadinanza o misure che tendono a ridurre il precariato) ignorando e sminuendo il resto (porti chiusi, attacchi alla stampa, flat tax).

Per quanto riguarda il rapporto tra immagine, internet e identità, partiremo dall’analisi di Sartori sulla televisione fatta in “Homo Videns”. Come fatto da Anders, Sartori sottolinea come la televisione non sia soltanto un mezzo di comunicazione ma ha al suo interno una capacità “antropogenetica” ovvero il potere di creare un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano. Per Sartori l’homo sapiens deve il suo sapere e tutto il suo progredire alla sua capacità di astrazione. Quasi tutto il nostro vocabolario conoscitivo e teoretico consiste infatti in parole astratte che non hanno nessun preciso corrispettivo in cose visibili, non riconducibile né traducibile in immagini. Questo é ancora più importante quando si parla di politica che ha a che fare con concetti come giustizia, legittimità, legalità, libertà, eguaglianza, diritto etc che non sono riconducibili a entità visibili. Sartori precisa infatti che “tutta la nostra capacità di gestire la realtà politica, sociale ed economica nella quale viviamo, e ancor più di sottomettere la natura all’uomo, si impernia esclusivamente su un pensare per concetti che sono – per l’occhio nudo – entità invisibili e inesistenti.” La televisione produce immagini e cancella i concetti; ma così non ha fatto altro che atrofizzare la nostra capacità astraente e con essa tutta la nostra capacità di capire. La cultura dell’immagine non solo ci ha fatto perdere la capacità di astrazione ma ha rotto il delicato equilibrio tra passioni e razionalità. Il ragionamento di Sartori sulla televisione ha ancora la sua importanza anche se applicata a internet e ai social in particolare. Come utenti siamo stati prima educati all’uso della televisione e tendiamo ad usare internet nella stessa maniera con cui usiamo il televisore. Certo su internet troviamo articoli, editoriali e lunghe discussioni astratte ma prevalentemente, soprattutto attraverso i social, sono le immagini che dettano e compongono la gran parte dei contenuti. I social sono piene di meme, foto con frasi ad effetto, gif che si dilagano velocemente anche lontano dai sociali grazie a strumenti come whatsapp. Siamo perennemente in contatto con immagini con un significato politico non solo privi di astrazione ma di qualsiasi contenuto che permetta una discussione. Situazioni simili ma con contesti diversi vengono perennemente confrontate con il solo obbiettivo di indignare, divertire o sminuire gli opponenti politici. In altre parole, contribuiscono a rompere l’equilibrio tra passioni e razionalità a favore dei primi. I meme si diffondono rapidamente grazie proprio al loro impatto emotivo e alla loro capacità di rafforzare l’identità. Il meme rafforza la nostra autostima quando denigra un avversario o conferma il nostro punto di vista. Il senso ironico della maggioranza di questi prodotti mediatici copre di ridicolo gli avversari facendo sentire superiori i portatori di un’identità diversa da quella presa per scherno (i pidioti). La capacità di fare appello direttamente alle nostre emozioni permette la loro rapida diffusione attraverso la condivisione. L’atto di condividere un meme contribuisce all’investimento emotivo a cui abbiamo fatto cenno prima. La cosa principale è che queste immagini non portano nessuna discussione e non permettono un dibattito. Condivido il meme perché è in linea con la mia identità e facendo ciò rafforzo proprio la mia identità. In questa maniera il dibattito su internet diventa un dialogo tra sordi che si lanciano scherni, un tentativo di seppellire l’altro non la forza dei ragionamenti ma a furia di meme e parole d’ordine.

Poco abituati a leggere e a riflettere, il meme diventa l’unico messaggio politico efficace per creare una pubblica opinione fatta di persone poco interessate ad informarsi ma desiderose soltanto di appagare il loro desidero di autodefinirsi ed essere riconosciute da parte del mondo che li circonda. Ancor più che per la televisione come fatto notare da Sartori, i social premiano e promuovono la stravaganza, l’assurdità e l’insensatezza. Il risultato finale e un “pensieromelassa” creato da strambi, eccitati, esagerati e ballisti. Abituati infatti a pensare attraverso le immagini evitiamo le riflessioni considerate lunghe e noiose. Le persone abituate alla riflessione sono messe ai margini per dare spazio a un pensiero elementare fatto per immagini. La maniera con cui usiamo le immagini su internet influenza tutto il resto. Infatti le persone leggono solo il titolo che a loro volta sono fatti in maniera tale da generare reazioni emotive. I leader politici non scrivono più ma fanno video e se proprio devono scrivere qualcosa lo fanno nella maniera più breve possibile. Il tutto corredato da condividi se sei indignato, metti un like se sei d’accordo e così via.

Per evitare fraintendimenti, qui non vogliamo assolutamente affermare che gli elettori del M5S siano stupidi e gli altri intelligenti (modo di ragionare proprio di una politica basata sull’identità). Anche gli altri partiti si stanno adeguando (forse troppo tardi) a questo modo di fare politica e la risposta ai meme del M5S non sono ragionamenti ma altri meme o pagine sui social con il compito di ironizzare il movimento grillino. Il consenso di un partito ha diverse origini ma riteniamo che la creazione di “un’identità grillina” attraverso la rete sia una delle chiavi per comprendere il successo del M5S. Chiunque voglia fare opposizione o voglia comprendere le ragioni che portano a votare il M5S non può basare la propria analisi solo e soltanto su argomenti razionali o evidenziando il malcontento degli italiani. Il consenso del M5S è anche il frutto della libera scelta delle persone, è anche la conseguenza di un sistema politico che perduto la propria credibilità ma è anche il frutto di una sapiente operazione condotta sui social. Per capire questa operazione non ci può solo limitare agli aspetti tecnici su come i social sono stati usati dalla Casaleggio ma si deve partire dal fatto che tutto lo sforzo fatto ha avuto come obbiettivo la creazione di un’identità politica. Cosi come tutte le iniziative marketing partono dalla definizione delle caratteristiche di un brand, cosi le iniziative sulla rete della Casaleggio sono create per rafforzare i messaggi secondari del M5S che vengono adottati da chi lo vota o semplicemente da chi si rende volontario nella rete per diffondere i contenuti. Questi messaggi secondari compongono appunto l’identità grillina che costituisce il patrimonio maggiore della forza politica di Di Maio. In parole semplici e per concludere, il consenso al M5S è come il tifo verso una squadra di calcio: immune alla critica e non destinata a cambiare perché cambiare comporta una rivoluzione profonda che metterebbe in crisi la maniera in cui noi veniamo percepiti non solo dagli altri ma anche da noi stessi.

 

 

 

Advertisements

Come i social hanno radicalizzato il voto

1200px-Facebook_like_thumb

Negli articoli precedenti ci siamo soffermati sui cambiamenti culturali che stanno trasformando la nostra società mettendo la sinistra, i suoi valori e ideali in un angolo. Il ripiegamento su sé stessi non solo ha solo relegato ai margini una buona parte della politica ma sta rendendo le persone più arrabbiate, insensibili o al massimo indifferenti. L’avvento di Internet e dei social ha accelerato questa trasformazione. Ironia della sorte, il mezzo che ci avrebbe permesso di unire il mondo e renderlo più piccolo sta allontanando le persone rendendoli mondi a sé stanti incuranti degli altri. Basta leggere i commenti sulle notizie che riguardano i migranti: tra gente che si augura l’affondamento delle navi, altri che vorrebbero sparargli o semplicemente manifestano la propria indifferenza si ha la voglia di chiudere tutto e domandarsi in che mondo viviamo. Ho sempre guardato quelle maestose folle oceaniche cariche di odio nei documentari nazisti come qualcosa di lontano, un monito di qualcosa che non deve più tornare. Invece quelle folle sembrano tornate, senza che la gente che le compongono ne sia consapevole. Non sono riunite in una piazza ma sono sulla rete, sui social a spalleggiarsi e a darsi forza. Cambia il luogo dove si assembrano, dal reale al virtuale, ma la carica di odio è la stessa come sono le stesse le dinamiche e le conseguenze sulla politica.  Certamente i social non sono i soli responsabili di questo incattivimento. Il liberismo ha aumentato la competizione sociale senza fornire paracaduti a chi non riesce a raggiungere quei modelli imposti dal marketing. La crisi economica e l’impotenza della politica nel risolvere i problemi hanno reso le persone disilluse riguardo una soluzione costringendoli a concentrarsi su sé stessi. La crisi delle ideologie e delle religioni hanno ridotto l’importanza del futuro e del desiderio di costruire un qualcosa di comune che salvi tutti dalla miseria del quotidiano obbligando le persone a macerare nella frustrazione del proprio presente. Quello che hanno fatto i social è fornire una piattaforma e un lievito che hanno permesso a queste dinamiche di poter moltiplicare la loro forza distruttrice.  Come hanno potuto i social contribuire all’incattivimento delle persone? Soprattutto, da un punto di vista politico, come hanno potuto radicalizzare l’elettorato?

Certamente Facebook ha aumentato l’invidia sociale. Una volta l’invidia sociale era solo verso i ricchi, i calciatori e le star che apparivano in televisione. Oggi siamo tutti delle star e proiettiamo la nostra immagine vera o presunta sui social. Le foto delle nostre vacanze, dei nostri party e dei nostri hobby creano una competizione per decidere chi sia più attraente socialmente, il tutto misurato in like e commenti. Se prima l’invidia si attenuava facendo ritorno alla vita di tutti i giorni, attraverso il contatto con persone che condividevano le nostre stesse preoccupazioni e problemi, oggi questo ritorno non è più possibile. I colleghi, gli amici e i vicini che prima fungevano da rifugio, oggi appaiono come “competitori” a cui bisogna mostrare di essere migliori. Le persone che ci sono vicine diventano oggetto d’invidia tanto e più dei divi. Il problema è che competizione e invidia sono creati sull’apparenza perché la realtà e i problemi di tutti i giorni non sono messi in mostra. Sulla rete tutti sembrano essere persone di successo messi a confronto con noi stessi in quanto ci è impossibile nascondere i nostri limiti. Siamo obbligati a mettere a confronto la nostra realtà fatta di luci e ombre con la realtà filtrata degli altri dove solo le luci vengono messe in scena. Da questa competizione impari, ne possiamo solo uscire sconfitti. Questo ci obbliga a trovare degli sfoghi, dei capri espiatori e qualcuno a cui paragonarci per sentirci meglio. La politica non fa altro che fornire questo: immigrati, rom, vagabondi, gente che vive a spese dello stato sociale etc.

I social aiutano l’indifferenza e la diminuzione di empatia nei confronti degli altri. Quotidianamente i social ci pongono situazione diverse con risposte emotive diverse. Passiamo nel giro di pochi secondi da immagini forti e di dolore a meme divertenti, da foto di gattini a persone in difficoltà sui gommoni. In questo passaggio vorticoso anestetizziamo la nostra reazione mettendo tutto sullo stesso piano. Quello che ci passa sullo nostro schermo diventa un mondo a parte che non ha nulla a che fare con il nostro. Negli anni 50, Gunther Anders parlando della televisione nel suo  ”L’uomo antiquato”, parla di un mondo che diventa fantasma.   Un mondo dove la realtà viene a noi e ci trasforma in consumatori di esso e non partecipi. Il fatto di non essere partecipi ci rende apatici perché è un qualcosa che non ci riguarda. Le emozioni che viviamo non ci spingono ad un’azione ma vengono consumate come forma d’intrattenimento. Il mondo che passa sui nostri schermi diventa e si confonde con una delle tante fiction che guardiamo. Ironia della sorte, Internet avrebbe dovuto aumentare l’interattività trasformando i propri fruitori da puri e semplici ricevitori in emittenti. Tramite la rete, il mondo non solo sarebbe venuto da noi, ma noi saremmo andati da lui. Quello che mi sembra di notare e che tutto questo non è avvenuto. Certo internet mantiene tutte le sue potenzialità di interazione, ma educati all’uso della televisione, molte di queste potenzialità non vengono sfruttate. Per mancanza di idee, di cultura o spirito critico, il mondo continua a venire da noi. Anzi, permettiamo solo a quella parte di mondo che si allinea con il nostro pensiero di venire da noi: appena qualcosa ci disturba, questa viene semplicemente filtrata! Alternativamente, si cerca nella marea di informazioni fornite dalla rete un link che dimostri il contrario o ci permetta di relativizzare l’informazione contrastante, attenuando in questa maniera il divario tra il nostro pensiero e la verità. Sempre Gunther Anders parla di “familiarizzazione del mondo” nel senso che “persone, cose, avvenimenti e situazioni estranei ci vengono presentati come se ci fossero familiari, ossia in una condizione familiarizzata” con la conseguenza neutralizzazione. La sofferenza altrui viene familiarizzata e comparata alla propria e tutto diventa secondario davanti ai propri problemi personali: “Tutti a pensare ai migranti e chi pensa a me?”, come se il pericolo di perdere la vita in mare, essere torturati nei lager libici, il fuggire da regimi repressivi sia paragonabile alle difficoltà medie di una persona che vive in occidente. Questo non significa che l’uomo occidentale non sia autorizzato a lamentarsi o che le sue difficoltà non sono reali o poco importanti. Significa semplicemente che non possiamo familiarizzare e mettere tutto sullo stesso livello, non possiamo usare la nostra esperienza personale come unico filtro per giudicare la realtà perché si finisce nel mettere tutto sullo stesso piano, senza nessuna distinzione, rendendoci apatici alla sofferenza degli altri. Non possiamo continuare a neutralizzare il mondo esteriore solo perché non ci permette di essere vittima e di giustificare il nostro malcontento.

Un altro elemento che contribuisce alla radicalizzazione di chi usa i social è il fatto che solo informazioni ad alto contenuto emotivo diventano virali. La condivisione di un qualcosa è soprattutto un atto impulsivo, una decisione presa in una frazione di secondo mossa dall’urgenza di appagare l’impeto emotivo che un titolo o una foto crea. Questa è la ragione per cui tendiamo a condividere articoli sulla base del titolo senza leggerli; ragione che impone titoli drammatici a notizie normali per permettere la rapida diffusione e condivisione a fini pubblicitari. Lunghi articoli esplicativi non vengono condivisi così velocemente come meme, titoli drammatici o piccoli commenti miranti a far arrabbiare (anche divertire). Questa è una delle ragioni per cui le “Fake News” si diffondono più velocemente della verità, perché esse sono costruite non per informare ma per allarmare e diventare virali in un breve lasso di tempo. La poca propensione alla riflessione e alla lettura insieme alla tendenza a condividere solo quello che ci colpisce emotivamente fa sì che la rete diventi un contenitore di parole d’ordine e rabbia; una tragica cassa di risonanza di tutto ciò che sia distruttivo. Il male, e in genere tutto quello che non va bene, fa sempre più rumore di ciò che sia positivo. Un proverbio africano ci ricorda che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Fortune elettorali sono ormai costruite sfruttando questo. Si dà in pasto alla rete informazioni non necessariamente completamente false, ma comunque con un tono e un punto di vista che genera indignazione e rabbia. In questo contesto, le informazioni politiche che passano sulla rete si soffermano solo e soltanto sul negativo. La rete diventa un posto non per raccogliere informazioni e discutere ma per mostrare la propria indignazione. I commenti si fanno brevi, il sarcasmo diventa norma e la propria indignazione è la sola verità a cui tutti si devono adeguare. Invece di uno scambio di opinioni si ha un confronto a chi sia più indignato attraverso un rinfacciarsi continuo di scandali. In poche parole il famoso “Eh i marò?” oppure “E allora il PD? (da cambiare con Berlusconi a seconda delle circostanze) non mirano alla ricerca comune della verità ma a silenziare non chi dissente ma soprattutto la propria coscienza e il proprio spirito critico. Se riflettiamo sul fatto che una buona parte degli elettori si informa solo e soltanto su internet, capiamo bene che la realtà che una persona si costruisce riflette quello della rete: una realtà rabbiosa e indignata che si sposa benissimo con la necessità di sentirsi vittime per giustificare sé stessi (altro uso privato della politica).

Se nel passato recente mostrare indifferenza o disprezzo nei confronti del dolore altrui portava ad essere messi da parte obbligando a stare attenti a quello che si diceva, con i social tutto diventa possibile. In rete è sempre possibile trovare persone che la pensano come te non importa quello che pensi. Questo dà forza e non fa sentire soli. In questa maniera si diventa parte di un branco che permette la deresponsabilizzazione. Una volta deresponsabilizzati ci si sente autorizzati a dire quello che si vuole anche nel nome della libertà di pensiero. Una distorta visione della democrazia autorizza a dire che un’opinione vale un’altra, non importa quanto questa sia ancorata alla verità e poco importa che la democrazia non si basi solo e soltanto sulla libertà di pensiero ma anche sul rispetto degli individui. Messo da parte il “politicaly correct” e con politici che sguazzano nell’odio con il loro linguaggio per accaparrare consenso, la rete diventa la cassa di risonanza di un odio crescente. Chi cerca di ragionare viene silenziato con offese che non ammettono replica. La ragione viene messa da parte dal branco che viene aizzato e attirato dalla violenza verbale. Chi sfoga il proprio malessere trova subito sintonia e appoggio. In questa maniera, le maggioranze silenziose sono messe da parte e diventano sempre più piccole  silenziate da minoranze rumorose sempre più grandi mosse da un odio crescente e sempre più condiviso. Quello che conta non è la ragione ma quello che si sente, gli altri sono tenuti ad accettarlo o a rigettarlo. Chi accetta fa parte della propria tribù, chi dissente diventa automaticamente un nemico da distruggere. Tornando alle folle naziste, la rete e i social diventano in questa le nuove piazze dove ritrovarsi e farsi forza a vicenda. Far parte di questa piazza spesso non è una libera scelta ma quasi un obbligo per trovare accettazione da parte dei propri amici, per non sentirsi soli o semplicemente per spirito di emulazione confondendo il consenso che un’opinione ha con virtù e verità.

Con questi effetti, i social non stanno solo emarginando la sinistra ma contribuiscono a un’egemonia culturale che esalta il singolo, i suoi problemi e la sua rabbia a scapito di una visione comune ed egalitaria. L’indifferenza verso la sofferenza, l’odio e la rabbia generata e amplificata dai social mettono a repentaglio la stessa democrazia perché radicalizzano l’elettorato. Nel passato in presenza di minoranze rumorose che scendevano in strada vi era una maggioranza silenziosa che faceva sentire il proprio peso al momento del voto e che controbilanciava le spinte estremiste di queste minoranze. Una maggioranza silenziosa poco propensa ai cambiamenti radicali che preferiva la continuità agli strappi. Questa maggioranza silenziosa coincideva con il ceto medio conservatore poco ideologizzato. In altre parole, questa maggioranza silenziosa costituiva il cosiddetto centro. Le forze politiche per vincere le elezioni erano costrette a tagliare o a silenziare i propri estremi per non spaventare i moderati. Questo portava le forze politiche ad assomigliarsi sempre di più permettendo comunque il mantenimento della democrazia che ha sempre sofferto la presenza al proprio interno di forze radicali. Nel giro di pochi anni, l’elettorato si è però radicalizzato (non solo per colpa di internet) e i partiti fotocopia non sono più in grado di attirare il voto a scapito dei Salvini e dei Trump di turno che riescono ad apparire diversi. Questa radicalizzazione è prima di tutto sentimentale e poi politica. I politici che hanno capito la rabbia e l’hanno aizzata hanno vinto le elezioni. Questi politici attirano voti al di là degli schieramenti perché non attirano menti ma anime arrabbiate. La democrazia negli anni 20 del secolo scorso si è arresa al fascismo perché non ha più trovato il sostegno delle classi medie. Il fascismo è stata la rivoluzione delle classi medie estremizzate dalla crisi, dalla minaccia del proletariato organizzato e dall’odio verso le classi dei ricchi industriali. Per certi versi stiamo vivendo un’altra rivoluzione/radicalizzazione delle classi medie che probabilmente non porterà ad un’altra marcia su Roma ma a democrazie illiberali dove la democrazia esiste solo formalmente. In Italia per esempio, la fine di questo centro moderato è testimoniato dalla sconfitta del PD, dalla scomparsa della pletora dei partiti centristi che si rifacevano alla democrazia cristiana e anche dal ridimensionamento di Forza Italia che nel bene e nel male raccoglieva il voto del ceto medio spina dorsale della maggioranza silenziosa. Parafrasando De André, se la maggioranza silenziosa nel passato votava affinché:

“… tutto sia come prima 
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare”

Ora sono loro che bussano alle porte per gridare più forte. Non cercano giustizia ma sfogo alla propria rabbia. Cercano ancora sicurezza per sé stessi ma disciplina per gli altri. La paura di cambiare esiste ancora ma è la paura di diventare ultimi come negli anni 20, la paura di perdere il gioco dell’invidia sui social, la paura di cambiare e trovarsi in un posto dove si è irrilevanti.

Questo non significa che dobbiamo chiudere i social. La tecnologia avanza a passi da giganti ma l’uomo è limitato, obsoleto direbbe appunto Gunther Anders. L’uomo ha difficoltà nel cambiare e nel mettersi al passo con i cambiamenti tecnologici. Quello che abbiamo bisogno è un’educazione sentimentale e critica che ci permetta di usufruire dei social senza trasformarli in armi di distruzioni delle nostre vite e dei nostri sistemi sociali. Ci vorrà tempo e tanto lavoro per colmare questo divario tra quello che siamo ora e quella condizione che ci permetta di usare la tecnologia in maniera costruttiva. Probabilmente quanto avremmo colmato lo spazio, la tecnologia avrà fatto un altro balzo in avanti obbligandoci a colmare un altro vuoto. Comunque è necessario uno sforzo per colmare quel vuoto a partire dalle scuole e dall’educazione che viene impartita che non può più ignorare il mondo virtuale. I politici, gli intellettuali e chiunque abbia a cuore il futuro della nostra democrazia dovrebbe fare uno sforzo a non lasciarsi andare alla propria rabbia o usare quella rabbia per creare dei branchi pronti a seguirli senza discussione. Se non chiudiamo quel vuoto, la democrazia rischia di scomparire al suo interno. Questo non riguarda solo i social e come vengono vissuti o usati (Cambridge Analytics). Tutti i cambiamenti tecnologici avvengono in maniera così rapida da creare immediatamente un vuoto tra uomo e tecnologia senza donarci la possibilità di valutare completamente gli effetti. L’unica speranza è che prevalga il buon senso ma senza educazione e ragione tutto diventa difficile. Ragione ed educazione (in tutti i suoi significati) sono proprio quello che alla rete sembra mancare al momento.

 

La modernità ha ucciso la sinistra!

29694980_10216045983690202_677924367207581655_n

Le elezioni del 4 Marzo hanno mostrato un avanzamento della destra e il quasi annientamento della sinistra italiana. Il giorno dopo è iniziata la solita analisi della sconfitta tanto cara ai leader della sinistra nostrana. Da una parte si accusa il PD di non essere abbastanza di sinistra, mentre dall’altra si accusa i piccoli partiti di aver diviso la sinistra e non essere in grado di attrare il voto. Altri hanno fatto notare come il M5S sia la nuova sinistra dimenticando la loro natura postideologica e la loro ambiguità su tanti temi dall’antifascismo al sindacato. Il reddito di cittadinanza sembra essere stato lo strumento che ha permesso al movimento di Grillo di sfondare a sinistra dimenticando che la sinistra è strettamente connessa al concetto di lavoro. Chi rimane fuori dai processi produttivi si condanna all’incapacità politica perché incapaci di cambiarli, lasciando al capitale e a chi lo detiene la possibilità di cambiare le regole del gioco a proprio piacimento. Con forse dovute eccezioni (apparentemente Gran Bretagna e Portogallo), le elezioni italiane sembrano confermare un processo di disintegrazione della sinistra a livello internazionale causato da un massiccio cambiamento culturale. La scomparsa della sinistra italiana (ben oltre il PD) è non solo il frutto di scelte tattiche sbagliate, campagne elettorali condotte malamente, comunicazione debole e leader arroganti ma la naturale conseguenza di un cambiamento di valori iniziato anni fa e che abbiamo spesso evidenziato in questo blog.

La modernità si caratterizza per un ripiegamento dell’individuo verso se stesso. Lo sfaldamento dello stato sociale, delle ideologie, il calo del senso religioso insieme a una crescente competizione tra gli individui a caccia del soddisfacimento immediato dei propri desideri stanno muovendo la società verso l’ideale Thatcheriano di una collezione d’individui.  Avevamo precedentemente evidenziato come l’affermazione del liberismo abbia reso le nostre società più egoiste. La stessa partecipazione politica è stata sganciata da una visione comune del futuro ed essa ha senso solo e soltanto quando soddisfa un desiderio immediato dell’individuo. Alla stessa stregua, la ricerca della verità ha ragione di esistere solo se contribuisce al benessere personale. Se il positivismo nasce dalla necessità e dal desiderio di mettere in piedi dei processi e dei metodi per arrivare ad una verità universale e valida per tutti, la modernità, vissuta dagli individui comuni che si battono per la sopravvivenza giornaliera, impone di scegliere la verità che fa comodo. Il risultato finale è un’atomizzazione della società dove, come evidenziato da Bauman, gli individui sono costretti a trovare soluzioni individuali a problemi collettivi. Se il secolo scorso si era aperto con grandi movimenti politici che raccoglievano i bisogni di una massa di lavoratori senza diritti per tradurli in azione politica collettiva, il secolo corrente sembra andare verso individui lasciati a se stessi incapaci e poco desiderosi di un’azione collettiva.

I partiti di sinistra prima si sono adeguati al cambiamento culturale e poi ne sono stati travolti. La terza via è stato il tentativo di assecondare la spinta che proveniva da parte della società verso un maggiore individualismo. Nel primo momento la mossa ha portato a un’estensione dell’elettorato basato su un inganno: gli operai, i precari e i disoccupati votavano i partiti di sinistra pensando di votare per un modello di società più equo, mentre le classi più ambienti li votavano perché avevano capito che questi partiti avevano rinunciato a qualsiasi velleità redistributiva. La “terza via” ha rinunciato a cambiare la struttura economica anche perché, una volta liberalizzati i mercati, era diventato impossibile attuare politiche neokeynesiane in un paese solo. Senza una collaborazione tra le diverse forze di sinistra a livello internazionale, le sinistre nei singoli paesi si sono impegnate a rendere le loro economie più competitive cercando di minimizzare gli aspetti negativi con misure tampone. Invece di evitare che la competizione nel mercato fosse fatta a scapito dei lavoratori, cercando di globalizzare anche i diritti del lavoro, le sinistre nazionali sono state costrette ad adeguarsi limitando i diritti dei lavoratori per evitare, o per lo meno rallentare, quei processi economici che portano a spostare la produzione in paesi a basso costo di manodopera. Con una classe operaia sempre piú piccola e arrabbiata nei loro confronti, i partiti di sinistra sono diventati rappresentanti soprattutto delle classi borghesi progressiste.

Incapaci di dare una visione alternativa all’economia, nel tentativo di parlare ad una fetta maggiore di persone mancando un blocco sociale sufficiente per vincere le elezioni, alla sinistra non era rimasto che puntare tutto sulle battaglie per i diritti delle minoranze, battaglie miranti a cambiare il sistema dei diritti ma non la struttura economica profondamente ingiusta della società moderna. In altre parole, la sinistra ha smesso di aggregare chi non ha il potere economico per cambiare gli equilibri a favore di quest’ultimi, per diventare un contenitore mirante a rafforzare i diritti dei singoli senza una visione comune, trasformando il PD nel partito delle classi borghesi progressiste. A Milano e a Torino, il primo partito nel centro è stato il PD che perde voti nelle periferie lasciate alla destra. La sinistra ha smesso di rappresentare ed essere presente nei quartieri che più di tutti hanno sofferto la crisi e le sue conseguenze. Il taglio della spesa sociale non solo ha reso queste periferie invivibili ma anche delle vere e proprie prigioni sociali da dove è difficile sottrarsi data l’azzeramento degli ascensori sociali. La mancata gestione delle politiche migratorie ha reso difficile la convivenza,  soprattutto senza la presenza di un partito e di una politica nel territorio capace di elaborare una visione comune a difesa degli interessi di tutti coloro che volenti e nolenti sono costretti a vivere nelle periferie (non solo geografiche). Per la destra è stato facile farsi rappresentante di una rabbia crescente dipingendo la sinistra come lontana e interessata solo agli immigrati e ai gay. Senza forze politiche capaci di mettere insieme le diverse istanze di chi è rimasto ai margini delle politiche neoliberiste, per la destra non è stato difficile mettere i poveri contro altri poveri.

Per molti la naturale risposta a tutto questo sarebbe quella di spostare semplicemente il baricentro del PD (e dei partiti di sinistra in generale) più a sinistra tornando a difendere gli interessi di lavoratori dipendenti, disoccupati e precari. La sinistra dovrebbe quindi tornare a parlare e rappresentare le periferie (soprattutto quelle economiche) cambiando la narrazione e ponendosi contro le politiche neoliberiste. Sinceramente non sono convinto che un semplice ritorno a una sinistra tradizionale sia sufficiente. Se la sinistra tornasse semplicemente a proporre un agenda alternativa al presente sarebbe fallimentare perché chi dovrebbe votarla è imbevuto di quella cultura che costituisce il presente e che ha categoricamente rifiutato i valori alla base della sinistra.  Anche se domani all’improvviso la sinistra si ponesse giustamente contro le politiche neoliberiste, temo che il risultato non sarebbe migliore da un punto di vista elettorale con la conseguenza di condannarsi all’irrilevanza politica.

Una forza politica di sinistra ha senso solo e soltanto se si pone come guida di un blocco sociale o per lo meno riesce a essere collante degli interessi di diversi gruppi sociali trovando un’agenda comune. Oggi, la creazione di questo programma comune è estremamente difficile perché il presente si caratterizza proprio per la mancanza di un senso comune e della capacità di comprendere che gli individui possono avere interessi comuni contrapposti ad altri interessi. Gli interessi contrapposti non sono quelli della “kasta” (facile collante ma di poca durata) ma un intero sistema che obbliga alla precarietà e che non è sostenibile nel lungo periodo da un punto di vista ambientale e delle risorse disponibili. Nonostante le nostre economie producano disuguaglianza, il concetto di classe sociale è totalmente scomparso all’interno del dibattito politico. Nessuno si definisce povero ma tutti appartenenti alla classe media. Viviamo in una favola autoimposta dove ognuno di noi è un Steve Jobs in divenire, che la felicità dipende solo e soltanto dalle nostre capacità  indipendentemente dalle circostanze. L’altro, con cui conviviamo, non è un altro disgraziato sulla stessa barca, ma uno che lotta per lo stesso pezzo di felicità. Il ripiegarsi su se stessi significa che il lavorare insieme per un progetto diverso e comune non è un opzione. La difesa dei diriitti del lavoro si scontra con la massa di giovani precari che cerca un lavoro per se piuttosto che creare le condizioni affinché ci sia un lavoro dignitoso per tutti. Il neoliberismo ha imposto una cultura dell’ognuno per se che impedisce qualsiasi aggregazione che possa portare a costruire una casa comune. Non esistono più problemi sociali ma solo e soltanto problemi personali.

Il problema non è soltanto quello della percezione della propria posizione all’interno di un sistema economico insieme all’incapacità di lottare per un futuro migliore con le persone che occupano lo stesso posto. La società moderna si caratterizza anche per una frammentazione culturale. L’esplosione dei mezzi di comunicazione e la capacità di comunicare con persone lontane (scambiandosi opinioni, stili e atteggiamenti) ha portato ad un’esplosione di subculture e maniere diverse di vivere la vita. La varietà delle sfaccettature e dei relativi temi portati dal presente ci obbliga ad adottare una posizione su ogni tematica. In passato membri della stessa classe sociale erano accumunati non solo dalle stesse condizioni economiche  ma anche dagli stessi modelli di vita e da una maniera comune di vedere le cose. In ogni caso, la questione sociale era predominante e usata da collante da parte della sinistra per tenere insieme il proprio elettorato. Questo non è più possibile non solo perché come detto prima i problemi sociali sono diventati problemi individuali, ma anche perché è impossibile avere una posizione su ogni tema senza scontentare nessuno. Dato che i problemi sociali non fungono più da catalizzatore, ogni volta che la sinistra prende posizione su un qualcosa (e nemmeno in maniera unanime) perde voti. La destra invece utilizza pochi temi ma capaci di aggregare senza creare divisioni al proprio elettorato: la lotta al diverso, la difesa dell’indennità culturale e meno tasse. Il resto viene lasciato al buon senso una volta arrivati al potere oppure all’”altrismo”: ci sono cose piú importanti evitando di prendere posizione. Lo stesso ha fatto il M5S con posizioni pilatesche su molti temi (vedi Ius Soli e legge Cirinná) e il continuo martellamento su temi popolari su cui tutti sono d’accordo: onestà, lotta alla casta, riduzioni dei costi della politica evitando il più possibile di parlare del resto.

Per questo motivo appare inutile parlare di uguaglianza, fraternità, solidarietà se gli individui hanno perso una visione comune delle cose. Inutile cercare di offrire un modello di società che possa piacere a tutti perché siamo diventati troppo diversi per adeguarci ad un’offerta preconfezionata. Se a questo aggiungiamo il conseguente atteggiamento di rifiuto di tutte quelle forme organizzative all’interno della società civile (partiti, sindacati, associazioni, NGO) e una sfiducia nella politica, si capisce come il compito della sinistra di forgiare il futuro pare sconfitto in partenza. La sinistra ha tre alternative: continuare a difendere il sistema in essere ponendosi come forza di governo adeguandosi al sistema economico fino a quando si auto regge, fare finta che il tempo si sia fermato credendo che quello che ci permetteva di comprendere il passato sia ancora valido oppure iniziare una lunga traversata nel deserto dove è tutto da decidere, dal primo passo alla meta finale. Nel primo caso ci si accetta la personalizzazione della politica  svuotandola di significato riducendo la politica a sola comunicazione e piccolo cabotaggio (Renzi ne é stato un esempio). Nel secondo caso si continua a interpretare e reinterpretare la realtà sulla base di idee che non hanno più attinenza con il presente riducendo la politica a sola testimonianza per un uso personale per creare un’identità da contrappore ad una realtà che non ci piace. La terza opzione è quella più difficile perché ci obbliga a mettere da parte tutto il nostro armamentario ideologico legato a un’epoca che non c’è più. Tornare a studiare e comprendere il presente per poi decidere come cambiarlo per reintrodurre nella storia quei valori che sono la ragione d’essere della sinistra. Per far ciò non ci si può limitare soltanto ad un progetto politico ma richiede la necessità di cambiare la cultura dominante. Progettazione del futuro e cambiamento culturale che non possono limitarsi all’interno di una visione nazionale ma deve abbracciare la globalità perché le sfide della nostra epoca sono globali.

 

 

 

 

 

L’identità culturale e il suo assalto alla libertà

articleGal_3659_3514.w_hr

 

Uno dei temi ricorrenti della politica di oggi e cavallo di battaglie dell’estrema destra, non solo in Italia, è il concetto di difesa dell’identità soprattutto quella culturale. A seguito della globalizzazione, della migrazione e dal contatto con altre culture imposto da un mondo sempre più piccolo, affiora l’esigenza di difendere un’identità culturale. Il concetto sembra affascinare soprattutto le giovani generazioni in quanto fornisce un punto di riferimento fermo in un mondo che ne offre pochi. In un periodo storico caratterizzato dai cambiamenti veloci imposti dalla tecnologia, il concetto d’identità culturale offre una specie di ancora di salvezza, un punto fermo da dove guardare il mondo dandosi un ruolo che permette di essere riconosciuti. Nel momento in cui la politica ha smesso di avere il ruolo guida abdicato all’economia e alla tecnologia, ecco che la politica basata sul concetto d’identità acquista importanza. Da una parte il concetto di difesa dell’identità ci dà l’illusione di tornare in controllo, mentre dall’altra parte permette alla politica di parlare di qualcosa. La difesa dell’identità culturale è la versione adulta del “fermate il mondo, voglio scendere”. Incapaci di comprendere e guidare i cambiamenti, spaventati dal futuro e incapaci di vivere il presente che si muove in maniera rapida, la politica ricorre alla difesa di un’identità per parlare agli elettori.

All’apparenza la difesa dell’identità culturale può apparire innocente, senza alcun pericolo per la democrazia o la semplice convivenza tra diversi gruppi all’interno della nostra società. In realtà, la difesa dell’identità culturale è il classico cavallo di Troia: innocente all’esterno ma che contiene pericoli al proprio interno dopo un’attenta analisi.

Il concetto d’identità richiama a un qualcosa che resta immobile e ben definito ma entrambe le cose sono illusorie. Ognuno di noi contiene molteplici identità che entrano in gioco a seconda dei momenti, con chi ci relazioniamo o la nostra età. Alcune di queste identità le riteniamo importanti e difese strenuamente, altre meno, tutte cambiano ma non esiste un’unica identità che permette di sintetizzare la nostra vita e tutte sue manifestazioni.  Se rapportiamo questo alla società (anche la più coesa), il tentativo di d’indentificare elementi che costituiscono un’identità comune è illusorio data la sua complessità e varietà. Qualsiasi tentativo risulterebbe una forzatura a servizio non dell’identità ma delle ragioni che si celano dietro la necessità di trovarla. Tutte le identità sono artificiali e costruite per servire un scopo, che sia quella personale o quella di un paese. L’identità non esiste in natura, è un processo cognitivo che richiede che qualcuno, o un qualcosa, decida che cosa faccia parte o meno di una determinata identità o quale identità tra le tante è importante e va difesa. Come spiegato da Remotti, l’identità è un mito, un grande mito del nostro tempo che promette un qualcosa che non c’è.

Tornando al concetto di cultura, quando ci si riferisce all’identità culturale si fa finta che sia un qualcosa di eterno, una specie di essenza alla base dell’essere italiani. Peccato che la cultura si evolve e cambia nel corso degli anni. L’identità culturale di oggi (febbraio 2018) è diversa dall’identità culturale degli italiani di 10 anni fa. Questi cambiamenti culturali sono oggi ancora più veloci perché condizionati dal passo del cambiamento tecnologico. Facebook, WhatsApp e Twitter fanno ormai parte di questa identità culturale. Se togliessimo la tecnologia non saremmo in grado di descrivere la cultura di oggi e la stessa tecnologia ci rende diversi culturalmente dagli italiani del passato, anche solo 10 anni fa. Pensiamo alla religione per fare un esempio lontano dalla tecnologia e che riteniamo lenta ai cambiamenti. La maniera con cui i credenti si approcciano alla religione cattolica oggi è completamente diverso agli stessi credenti prima del Concilio Vaticano secondo. Seppure parliamo della stessa religione, dello stesso paese e di un lasso di tempo relativamente breve, le diversità sono enormi. Se culturalmente ci evolviamo, possiamo veramente parlare di un’identità culturale? Possiamo veramente estrapolare un’essenza che accomuni l’essere italiani oggi e ieri? Considerando che ognuno di noi è un insieme d’identità, possiamo veramente identificare un minimo comune denominatore che accomuni tutti? Se quello che vogliamo difendere è in continuo cambiamento, possiamo veramente pensare di difenderlo e sottrarlo al cambiamento?

Che piaccia o meno, i cambiamenti culturali sono esistiti ed esisteranno sempre anche se vivessimo completamente isolati dal mondo esterno in quanto i cambiamenti non sono dettati solo e soltanto dall’esterno ma anche dal movimento del pensiero. Quello di fermare il tempo, di congelare i cambiamenti culturali è un sogno partito da Platone che accomuna tutti i regimi autoritari (destra e sinistra senza differenza). Per fermare i cambiamenti culturali c’è bisogno di un qualcosa che decida cosa vada accettato o meno come identità e che si impegni a far si che “l’identità modello”, scelta arbitrariamente, non venga corrotta (spesso e volentieri con la forza). Questo ruolo verrebbe dato allo stato (dato che la difesa dell’identità culturale diventa una priorità politica) e da qui la fine della libertà, perché l’unica maniera per fermare i cambiamenti culturali è quello di distruggere la libertà e i cambiamenti che vengono con essi. La liberta esiste e ha senso solo se c’è la possibilità di cambiare.

Per questo motivo tutta la discussione sulla difesa dell’identità culturale oltre ad essere inutile (quale identità, chi ne decide le caratteristiche, come fermare il progresso tecnologico, quale identità scegliere etc.) è pericoloso perché alla radice è fortemente autoritario. L’unica maniera per difendere l’identità culturale è quello di limitare la libertà. L’identità è qualcosa di fermo e non soggetto al dibattito e quindi ostile alla libertà di pensiero. Non si può essere per la libertà e poi negarla quando questa minaccia un ideale di nazione o cultura. Per questo motivo l’identità e l’affermazione di questo concetto in politica sono il vestito nuovo indossato da chi è contrario (cosciente o incoscientemente) alla libertà. Il concetto di difesa dell’identità culturale non rappresenta solo una minaccia alla libertà ma anche alla convivenza pacifica all’interno di una società.

Remotti ci ricorda che la ricerca dell’identità è una soprattutto ricerca del riconoscimento. Non ha senso parlare di un’identità senza qualcuno da cui apparire diverso a cui chiedere il riconoscimento. Una persona che vive sola in un’isola non ha bisogno di affermare la propria identità personale in quanto non c’è nessuno che può operare quel riconoscimento. Parlare d’identità ha senso solo all’interno di un contesto dove sono presenti altre identità la cui differenza è usata come cartina tornasole per definire la propria. Per questo motivo un’identità non è definita per se ma sempre contro qualcosa e la difesa dell’identità si riduce ad un’affermazione contro altre identità. Da qui la ragione per cui il ritorno alla politica identitaria ha portato a un aumento dei conflitti soprattutto in un mondo che ha visto le sue dimensioni collassare nel giro di pochi anni. Nel momento in cui il mondo diventa interconnesso, dove la vita quotidiana dipende anche da quello che accade in altri posti e la distinzione tra vicino e lontano diventa sempre più labile, lasciare che il mondo sia guidato da politiche identitarie è la ricetta per il disastro. La politica smette di essere un mezzo per costruire il futuro ma diventa una maniera per affermare un qualcosa che esiste senza la volontà di cambiarlo. Il centro dell’attività politica non è la ricerca della soluzione ai problemi, ma la ricerca del riconoscimento e l’affermazione di se stessi. Questa ricerca non può che essere fatta alle spese degli altri, dei diversi, degli appartamenti delle altre identità che sono costrette ad accettare o rifiutare l’identità portata avanti. La difesa dell’identità non permette l’alterazione e quindi il compromesso e senza la volontà di cercare una via di mezzo lo scontro rimane l’unica opzione.

Non a caso con l’affermazione delle politiche identitarie è aumentata anche la violenza politica. La difesa della propria identità può essere usata come chiave per comprendere il terrorismo islamico per esempio. L’estremismo islamico affascina tante persone perché appare come una risorsa in difesa di un ideale d’identità minacciato dalla corruzione dei paesi occidentali. Non viene forse imposta la sharia per difendere un’identità culturale? Tutto quello che l’occidente produce non viene vietato forse perché accusato di corrompere le pratiche tradizionali alla base della loro identità? Che differenza c’è tra chi vuole fermare i cambiamenti culturali imponendo la sharia e chi parla di difesa culturale nelle nostre arene politiche? Nessuna, solo l’identità imposta. L’uso del concetto d’identità in politica è pericoloso non solo in rapporto tra culture diverse. Purtroppo il concetto d’identità si è infiltrato che nel modo in cui si fa politica. I politici mirano a creare identità in maniera da sottrare i propri elettori al pensiero critico. Quando Berlusconi parla “di noi liberali contro i comunisti”, quando Di Maio parla di “onesti contro la casta”, quando la sinistra attacca l’etichetta di fascista a chi non appare conforme al proprio modo di vedere le cose, sono tutti esempi di come viene usato il concetto d’identità per fare politica. Il politico crea un’identità che viene indossata dall’elettore, nel momento che questa identità viene indossata sarà difficile per questo elettore aprirsi al confronto. Il voto viene slegato da un progetto ma diventa una maniera per costruire la propria identità, altro esempio di uso privato della politica  discusso in precedenza. Che democrazia si puó costruire se gli attori sono immuni all’alterazione? Che speranza ha la politica di generare un dibattitto democratico costruttivo quando i suoi attori sono impregnati in una logica tribale? La democrazia è soprattutto confronto e scambio di idee ma quando sullo scenario politico appaiono solo le identità, non rimane che lo scontro e la degenerazione del dibattito.

Come se ne esce? Soprattutto come se ne esce difendendo la libertà e la convivenza? In una maniera sola: accettando la realtà fatta di identità fluide e soggette al cambiamento. Ne usciamo difendendo la libertà che sia essa religiosa o di pensiero. Solo difendendo i principi di società aperta si può garantire la libertà e la convivenza di diverse identità senza arrivare allo scontro. Non è solo una questione culturale ma anche una questione di sopravvivenza del genere umano sempre più compresso in distanze che si riducono che ci obbligano a vivere fianco a fianco. La critica che potrebbe essere mosse contro quello finora espresso sono essenzialmente due: non ha senso parlare di società aperta davanti alla minaccia del terrorismo e quella di relativismo culturale.

Se si è veramente preoccupati per le sorti della libertà, della democrazia o dei diritti umani minacciati dal terrorismo islamico, la maniera migliore per difenderli e spingere per la loro affermazione e non per la loro soppressione. Non ha senso combattere il terrorismo aiutandolo a raggiungere il suo obbiettivo principale che mira alla distruzione della nostra libertà e di come le nostre società sono costruite costituendo una minaccia alla loro identità.

Come spiegato in precedenza ci sono tante identità e la scelta degli elementi che la costituiscono è sempre un atto arbitrario. Non sono forse anche i concetti di libertà, società aperta, laicismo e tolleranza alla base dell’identità dell’occidente? Se proprio dobbiamo decidere un’identità, perché non scegliere un’identità che permette la coesistenza pacifica e non pregiudica il futuro della libertà? Se riteniamo importante questi elementi alla base della nostra identità di riferimento, possiamo veramente parlare di relativismo culturale?

Non possiamo continuare a ingolfare il dibattito politico con discussioni che non hanno al centro i problemi del nostro presente. Una politica mirata alla difesa di un qualcosa che in realtà non esiste può solo portare allo scontro, senza costruire un futuro migliore. È questa la politica che vogliamo?

 

Il fascismo sta per tornare?

neonazinovembre

 

Sembra strano e in qualche maniera deprimente rendersi conto che uno dei temi della campagna elettorale sia il fascismo e se questo stia per tornare. Anche “The Guardian” dedica un articolo sull’argomento a seguito dell’atto terroristico (è terrorismo anche quando l’attentatore parla italiano) avvenuto a Macerata. Anche qui ci poniamo la stessa domanda e proviamo a dare una risposta: il fascismo sta per tornare?

Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo definire cosa sia il fascismo. A differenza del Marxismo, il fascismo non ha un bagaglio ideologico ben definito, rimanendo fluido e spesso difficile da inquadrare. Il fascismo non ha un ideale preciso di società o di economia da costruire ma si materializza piuttosto come la risposta delle classi medie ai problemi di un’epoca che presenta pericoli e difficoltà per il benessere di questa classe. Siccome le difficoltà e i problemi sono specifici per ogni epoca, il fascismo assume forme diverse a seconda delle epoche e dei paesi. Per semplificare possiamo dire che abbiamo da una parte il “Fascismo storico” e dall’altra quello definito da Umberto Eco con l’espressione “fascismo eterno”. Il fascismo storico è l’abito che il fascismo indossa a seconda dei momenti storici, mentre il fascismo eterno è l’essenza di questo pensiero ovvero i tratti comuni che esso ha, non importa l’epoca o il paese in cui si manifesta. A seconda di cosa noi facciamo riferimento, la risposta alla domanda se il fascismo stia per tornare cambia e soprattutto pone questioni e risposte diverse su come affrontarlo.

Il dibattito attuale sembra incentrato soprattutto sul fascismo storico e piú precisamente sull’abito indossato dal fascismo nel ventennio mussoliniano. Il dibattito si svolge essenzialmente sui meriti e i demeriti di quel regime come se la bontà di un regime dipendesse solo dalle cose fatte e non da fattori altrettanto importanti come il rapporto tra stato e cittadini, la paura, la possibilità di vivere la vita che si vuole e altre considerazioni non riconducibili a una semplice lista di cose fatte. D’altronde nessun regime può sopravvivere ponendosi apertamente contro il proprio popolo. Tutti i regimi hanno la necessità di fare qualcosa che possa essere sfruttato dalla propria macchina propagandistica per costruire il consenso. La persistenza del dibattito sul ventennio deriva dal fatto che il nostro paese non ha mai fatto i conti con il proprio passato, preferendo nascondersi dietro la formuletta “degli Italiani brava gente”  ignorando i crimini commessi dal quel regime. Invece di affrontare collettivamente avvenimenti storici come Domenikon o Debra Libanos abbiamo preferito insabbiare tutto o, in maniera meno metaforica, nascondere tutto in un armadio e girarlo contro un muro. Il non aver fatto i conti con il proprio passato in maniera definitiva significa stare a discutere sui meriti e demeriti di un periodo storico lontanissimo. Lontanissimo non tanto nel numero degli anni, ma soprattutto per la trasformazione che il nostro paese ha avuto in questi decenni. Trasformazioni di natura economica, sociale e culturale. Per questa differenza abissale tra l’Italia di oggi e l’Italia del secondo decennio del secolo scorso, alla domanda se il fascismo stia tornando, la riposta non puó che essere negativa al momento. Partendo dal concetto di fascismo storico, non credo (almeno spero) ci sia una marcia su Roma dietro l’angolo o un uomo forte con un seguito numeroso capace di impadronirsi del potere e instaurare una dittatura attraverso il trasferimento del potere da organi statali a organi di partito. Se partiamo dal ventennio fascista, il dibattito sarebbe abbastanza marginale e riguarderebbe solo quelle forze come Forza Nuova o Casapound. Nonostante la presenza di dichiarazioni ambigue (si ma anche fatto cose bene) o politici che strizzano l’occhio (l’antifascismo non mi compete), la societá italiana nella sua stragrande maggioranza, nonostante tutto, non penso guardi a un regime del secolo scorso per risolvere i problemi di oggi. Viviamo in un’epoca postmoderna dove la societá civile é composta da una miriadi  di organizzazioni e gruppi che rendono difficile ingabbiare in una struttura rigida. Internet ha permesso di ridurre il potenziale propagandistico dei mass media rendendo piú difficile imporre un messaggio unico. Inoltre i valori democratici sembrano condivisi (anche se in apparente ritirata) dalla maggioranza. Usando la metafora del vestito usato in precedenza, difficilmente quel vestito che poteva andare  bene poco meno di 100 anni fa possa essere riutilizzato o possa apparire interessante ad una societá edonistica e fortemente individualista. Solo persone in cerca d’identitá, ribelli in cerca di una causa o di un’interpretazione della realtà pronta ad essere utilizzata possa pensare seriamente al ritorno del fascismo delle camicie nere. Come spiegato nel precedente articolo, coloro che mostrano simpatie nei confronti del fascismo intendono prima di tutto mostrare la loro disaffezione nei confronti della democrazia accusata di averli lasciati indietro. Il fascismo (idealizzato in una forma edulcorata) diventa un’opzione di facile comprensione: basta con la democrazia con i suoi inutili riti, per risolvere tutto abbiamo bisogno di un altro “Lui”. Queste persone non son realmente fascisti, ma hanno individuato nella democrazia il capro espiatorio dei loro problemi o usano l’idea di fascismo per relazionarsi alla realtà dandosi un ruolo.

Diverso il discorso sul “fascismo eterno” (o Ur fascismo) ovvero sull’essenza del fascismo. Umberto Eco aveva individuato 10 segnali di allarme: dal maschilismo al culto del capo, dalla ricerca di un colpevole all’importanza data alle tradizioni etc. Una chiave di lettura del fascismo è considerarlo come “l’ideologia” delle classi medie in difficoltá. Come affermato da Bauman,  la classe media ha la necessitá di affermarsi continuamente. Da una parte coltivano un risentimento nei confronti delle classi superiori, dall’altra parte la paura di perdere il loro ruolo e venire riassorbiti dalle classi popolari.  Per classi medie non intendiamo solo i liberi professionisti, ma anche una buona parte della classe operaia, soprattutto specializzata, che riusciva a condurre una vita più o meno agiata (o per lo meno poteva almeno sperare in un futuro migliore per i propri figli mandandoli all’universitá). Basti pensare agli operai della “rust belt “americana che sentendosi minacciati e traditi dalla modernitá hanno votato Trump. Viviamo in un’epoca liquida senza punti di riferimento con un futuro che porta incertezza. Le istituzioni democratiche sembrano lontane, addirittura viste come la causa dei problemi o nel migliore dei casi incapaci di risolverli. Le persone lasciate sole a risolvere problemi collettivi si trovano costrette ad affrontare la paura di essere liberi e il senso di responsabilità che viene con esso. La fine delle ideologie e il calo del senso religioso hanno lasciato una massa di persone senza punti di riferimenti a galleggiare nel nichilismo. In questa situazione di precarietà e paura, tutto quello che viene percepito come nuovo o diverso costituisce una minaccia. In questa maniera Il fascismo si pone come la realizzazione del sogno di Platone di congelare il presente opponendosi alla modernità e ai suoi cambiamenti visti come “corruzione” di un ordine sociale a cui si era capaci di relazionarsi e permetteva di trovare una dimensione vuota di minacce. Corruzione e cambiamenti che minano soprattutto l’ordine che permetteva alle classi medie di svolgere un ruolo importante e gratificante . Da qui la necessità della ricerca di qualcosa di fermo: la tradizione, l’identità nazionale, il desiderio di tornare ad un’epoca felice (gli anni 60 o 80), la ricerca di un leader o la necessità di conformarsi a quello che appare la volontà popolare. Questi elementi possono essere usati per creare il vestito che il fascismo indosserà in questo secolo. Un vestito diverso da quello sperimentato finora ma che avrà gli stessi risultati in termini di riduzione di diritti, muovendo le nostre società verso un ideale meno aperto. Il problema è che non sapremo la forma di questo vestito fino a quando ci renderemo conto del profondo cambiamento dei nostri valori ritrovandoci in un modello politico dove gli individui tornano ad essere portatori di un senso solo e soltanto se conformi e parti di un’entità più grande. Il nuovo vestito potrebbe mantenere in vita la democrazia formale ma svuotandola dall’interno riducendo gli spazi di libertà e i diritti. Svuotamento che si concretizzerebbe in  una modifica della costituzione facendo passare il nostro paese da una repubblica parlamentare a un premierato più che forte limitando lo spazio di manovra delle opposizioni e il ruolo del parlamento in maniera ancora piú marcata di oggi. Cambiamento che si potrebbe manifestare anche nella maniera in cui permetteremo alla tecnologia di controllare quello che facciamo o sui limiti o meno dell’uso dei dati personali raccolti attraverso i dispositivi che stanno invadendo le nostre vite. Da questo punto di vista il fascismo storico del nostro secolo potrebbe materializzarsi in un atteggiamento molto permissivo nei confronti di stato e big corporation nell’uso di queste informazioni e nel controllo che da esso deriva.

Il cambiamento potrebbe essere portato avanti non nel nome di un’ideologia di stampo fascista ma per venire incontro alla volontà popolare e al suo desiderio di cambiamento in maniera da avere una politica piú vicina alle loro esigenze. La volontà popolare interpretata “correttamente” solo da una persona o da un partito diventerebbe la scusa democratica per ridurre il ruolo delle opposizioni etichettate come politicanti autoreferenti senza un vero consenso alle spalle se non di quei pochi ingenui o approfittatori che li sostengono. Per questo motivo la differenza tra “fascismo storico” e “fascismo eterno” diventa importante e richiede una maniera diversa di combatterlo. Se identificassimo il fascismo solo in quello storico ignorando la sua essenza, circoscriveremmo il fascismo in un ambito molto stretto. Tutto quello che non rientra in questa definizione e non assomiglia al vestito indossato dal fascismo nel secolo scorso, diventa in qualche maniera accettabile anche se al suo intorno porta con se le caratteristiche del fascismo eterno. Nessuno si definirà fascista perché la parola ha un significato sinistro, ma tutti lo saranno nel modo di pensare e agire politicamente senza forse nemmeno accorgersene. In un’epoca dove si fa politica attaccando etichette senza discutere dei contenuti, il fascismo tornerà a disposizione degli elettori con una confezione diversa. Alla stessa maniera bisogna smettere di definire come fascista qualsiasi cosa che non sia di sinistra. Se definissimo tutto come fascista, alla fine nulla lo è banalizzandolo e rendendolo accettabile.

Come allora combattere il fascismo eterno? Come affrontare e battere questo modo di essere e di fare politica?  In altre parole, come essere efficacemente antifascisti al giorno d’oggi? Ingaggiarsi nel dibattito sul fascismo storico ha senso perché è giusto non dimenticare ma bisogna stare attenti a non limitarsi solo a quello.  Bisogna evitare di accostare il fascismo solo alle caratteristiche di un preciso periodo storico in maniera da non dare la possibilitá di definirsi “non fascisti” anche a chi ha un modo di fare politica che contiene gli elementi costitutivi di questa ideologia. Trump e Salvini non sono fascisti se visti e paragonati al ventennio mussoliniano e per loro é facile liberarsi di questa etichetta e apparire legittimamente democratici. Se peró li giudicassimo dal punto di vista del fascismo eterno, non possiamo non concludere che il loro modo di pensare e fare politica rasenta il fascismo. La loro affermazione elettorale non significa che il fascismo è giá tra di noi o che viviamo in una dittatura ma significa che il rigetto del fascismo da parte dei paesi occidentali si stia attenuando o per lo meno viene facilmente aggirato. Il fatto che non usino olio di ricino, non fanno saluti strani e non vestono di nero li ha resi accettabili anche da parte di chi lontanamente pensa di essere fascista proprio perché la discussione sul fascismo é stata incentrata troppo sul fascismo storico.

La lotta al fascismo eterno è destinata alla sconfitta se ci limitassimo solo alle manifestazioni, ai dibattiti storici o alle prese di posizioni perché per politici come Salvini e Trump sará semplice mostrare come loro sono lontani dal senso comune di intendere il fascismo. Oggi essere antifascisti significa combattere contro il fascismo eterno e la maniera con cui esso si manifesta. Oggi essere antifascisti si concretizza nella lotta per una societá aperta e piú giusta. Essere antifascisti significa lottare contro la paura che attanaglia le nostre vite. Il neo liberismo sta distruggendo le classi medie attraverso un’accumulazione di capitale che non ha precedenti se si esclude il decennio anteriore al primo conflitto mondiale (non a caso). La precarietà del lavoro,  la competizione sfrenata tra individui e l’arretramento dello stato sociale stanno generando un clima di paura. Quel clima di paura necessario per il mantenimento di un regime totalitario come ci ha insegato Hannah Arendt. L’incertezza del futuro richiede l’individuazione di un capro espiatorio a cui dare tutte le colpe, lo stesso capro espiatorio utilizzato dal fascismo per arrivare al potere: ieri gli ebrei, oggi gli immigrati. Essere antifascisti significa intraprendere e vincere una battaglia culturale che miri a dimostrare come il diverso non sia un pericolo e il successo finanziario non è l’unica maniera per valutare il valore di una persona. Bisogna battere il senso d’insicurezza parlando alla gente e non ritenere quel bisogno come un qualcosa di poca importanza. Viviamo in una delle epoche più sicure della storia umana eppure la gente vive in un immenso senso di insicurezza. Essere antifascisti significa prendere seriamente in considerazione quel bisogno ma anche far adottare al mondo una maniera diversa di vedere se stesso rigettando un’imposizione cupa creata per essere usata per accaparrare il consenso. In conclusione, essere antifascisti oggi significa tornare a fare politica. Non una politica intesa a vincere soltanto le elezioni, ma una politica che non permetta a quei fantasmi che si agitano nel profondo della natura umana di affiorare rendendo schiavi anche gli spiriti più liberi. Dovremmo forse usare meno la parola fascismo, smettere di usare l’antifascismo solo come un elemento per costruire la nostra identità e tornare a pensare e fare politica per costruire un ponte verso un futuro meno minaccioso.

 

 

 

 

L’uso privato della politica

1901212_10152661029904899_1790506927_n

La democrazia e i diritti civili sono nati grazie all’affermazione dell’individuo ma le politiche neoliberiste insieme al consumismo hanno snaturato l’individualismo e con  esso anche la maniera con cui la politica viene vissuta dai suoi attori. Come magistralmente esposto da Popper, l’individualismo non va confuso con egoismo in quanto sono due concetti distinti e la presenza di uno non nega l’altro. Per confermare questo concetto, Popper continua argomentando che l’opposto di individualismo é collettivismo e non egoismo che é l’opposto di altruismo. Una persona dunque può essere individualista ma altruista allo stesso tempo. La democrazia viene vissuta in maniera individuale attraverso il voto e il godimento dei diritti civili e politici ma allo stesso tempo ha anche una dimensione altruista attraverso la partecipazione alla vita politica. Questa partecipazione infatti é condivisa con altre persone con una finalitá comune mirata a migliorare la vita di tutti coloro ( o gran parte) che fanno parte del gruppo di appartenenza a cui la politica é indirizzata.

La democrazia é un sistema di governo dove la sovranità é esercitata collettivamente da tutti  attraverso la partecipazione politica del singolo.  Nessun sistema democratico puó sopravvivere se i suoi cittadini non avessero il senso di responsabilitá nei confronti del resto della comunitá. Il voto dovrebbe essere la traduzione pratica di ció che l’individuo pensa sia giusto per la propria comunitá. Il voto é un atto individuale carico peró di una responsabilitá nei confronti della collettivitá.

Separare l’individualismo dall’altruismo lasciandolo agli istinti egoistici mina la stabilitá democratica e ne cambia la natura. Una societá democratica non puó funzionare se gli individui sono mossi solamente dal proprio utile egoistico perché non saranno in grado di collaborare per risolvere i problemi comuni. Le democrazia impone la convivenza politica dei propri cittadini che sono costretti a comporre le proprie differenze attraverso il compromesso continuo. Tutti gli attori all’interno di una democrazia sono obbligati a trovare un via di mezzo tra i propri interessi e quelli della collettivitá e non possono spingere all’infinito le proprie istanze senza il rischio di compromettere il sistema che obbliga alla mediazione permettendo la loro coabitazione piú o meno pacifica.

Il voto é anche e resterá sempre una maniera per raggiungere e difendere i propri interessi ma richiede sempre una visione d’insieme(o per lo meno legato ad un gruppo di appartenenza).  Il voto verso un partito, movimento o uomo politico é motivato non solo da fini pratici  che una volta raggiunti mogliorano la vita dell’individuo (riduzione delle tasse, piú sicurezza)ma anche da una certa idea di paese, economia e societá che il politico o forza politica rappresenta. I partiti (anche quando rappresentavano gli interessi di un gruppo specifico) sono costretti a trovare un compromesso tra le diverse istanze e dare una visione d’insieme in maniera da raccogliere voti da piú parti. La stessa partecipazione politica obbliga a diluire l”io” in “noi” in quanto  viene fatta da individui che condividono spazio e tempo per portare avanti le loro battaglie. Le battaglie politiche diventano importanti quando un gruppo numeroso di persone riesce a limare le proprie differenze trovandosi d’accordo su una linea comune che vada bene per tutti.

In questo senso possiamo dire che il gioco democratico si sviluppa intorno due dimensioni, una individuale e l’altra collettiva. Una chiave di lettura per comprendere l’attuale crisi democratica é  l’incapacitá di gestire queste due dimensioni in maniera equilibrata. Sulla dimensione collettiva e la sua crisi si é scritto e parlato tanto. Per esempio Bauman sottolineava come il liberismo abbia portato ad un’atomizzazione della vita delle persone costrette a trovare soluzioni individuali a problemi collettivi. Il ritiro dello stato sociale, l’egemonia dell’economia sulla politica, e la crisi di tutti i corpi sociali intermedi (dai partiti ai sindacati) non permettono di gestire al meglio quella dimensione collettiva che man mano si riduce ripiegando la politica a sola dimensione individuale. La dimensione di gruppo ha perso terreno non solo a causa dela perdita d’importanza e di potere di qualsiasi cosa che si propone di gestire il pubblico ma anche nella maniera con cui le persone si pongono davanti ad altri individui e al resto della societá. Il consumismo con la sua logica dell’appagamento immediato ha effettuato un cambiamento culturale radicale rendendo le nostre societá piú egoiste. Secondo questa logica, nel mondo moderno tutto ha un senso solo e soltanto se puó servire a soddisfare un bisogno personale prima possibile. Il modo con cui la politica viene vissuta individualmente é fatto in una maniera tale da appagare un bisogno individuale perdendo la sua dimensione altruistica. Il voto (o piú in generale come la politica viene vissuta) viene liberato dalla responsabilitá verso la collettivitá ripiegando tutto sull’individuo che finisce per fare un uso privato della politica.

Per uso privato della politica non si intende l’uso di essa per arricchirsi o per raggiungere qualsiasi altro obbiettivo, piú o meno materiale, a danno di altri usando il voto per arrivare a posizioni di potere. Per uso privato della politica intendiamo la maniera in cui la politica é usata per soddisfare bisogni individuali che vengono appagati semplicemente attraverso la maniera con cui il voto viene utilizzato o semplicemente pensato. La versione  piú evidente e rozza di quest’uso é il voto di scambio ovvero il voto in cambio di soldi o la semplice promessa di un posto di lavoro o di una licenza. Il voto di scambio é l’esempio piú lampante di come una persona utilizzi il proprio voto non curandosi della sua responsabilitá nei confronti della collettivitá, riducendo tutto a dimensione individuale. Con la crisi nelle istituzioni e la sfiducia nella politica (dimensione collettiva), il voto di scambio diventa sempre piú comune. Se il voto di scambio ha di solito riguardato una parte limitata (si spera) dell’elettorato, ci sono altre maniere con cui la politica é usata in maniera privata senza che ci sia uno scambio o una promessa di scambio da parte del politico di turno.

Per molti il voto e la politica sono diventati una maniera per scaricare le proprie frustrazioni. Viviamo in una societá fortemente competitiva dove il valore del singolo dipende dalla posizione sociale e dalla professione svolta. Il marketing ci impone modelli irraggiungibili aumentando il senso di insoddisfazione. La politica diventa una maniera per trovare un capro espiatorio per giustificare le proprie difficoltá incolpando i politici, gli immigrati, i sindacati e cosi via. Non importa se questo sia vero o quanta riflessione é stata fatta dietro queste considerazioni. Votare chi é contro la politica o gli immigrati serve ad alleviare il senso di colpa e trovare una giustificazione ai propri fallimenti personali davanti a degli obbiettivi scelti da altri . Si vota non tanto per un progetto ma per sentirsi meglio. Il voto non é un mezzo per costruire un qualcosa per tutti ma un mezzo per soddisfare un bisogno particolare dell’individuo.

Sempre Bauman ha evidenziato come la nostra epoca sia dominata dal senso della paura: nonostante viviamo in una delle epoca piú sicure, ci sentiamo minacciati. Il terrorismo e la criminalitá sembrano essere presenti in ogni strada pronti a tagliare le nostre gole. Anche in questo caso la politica viene in aiuto senza risolvere il problema. Votare quel politico che promette di mettere tutti in galera, di erigere muri o di dare pene piú severe serve a farci sentire piú tranqulli. Non importa perdere tempo per discutere o riflettere se le ricette proposte servano veramente a rendere le nostre strade piú sicure. Quello che conta é che dare il proprio sostegno a quel politico ci faccia sentire piú sicuri ora. Non si vota quel politico perché risolve il problemma della sicurezza, si vota il politico perché ci da un sollievo immediato alle nostre insicurezze. Il soddisfacimento immediato del senso privato d’insicurezza diventa piú importante di un’effettiva soluzione del problema che valga per tutti.

Si parla di rivolta contro le elite soprattutto culturali. Il successo di politici apparentemente poco sofisticati da un punto di vista culturale non é un caso. Il sostegno al politico che si scaglia contro gli intelettuali ha un fine privato anche in questo caso: permette di dirsi che la cultura non é cosi importante per non sentirsi a disagio. Per altri ancora la politica e il voto vengono usati per darsi un’identitá o sentirsi parte di un gruppo. La politica viene usata per rompere la propria solitudine o il prioprio malessere individuale. Il sentirsi parte di una corrente di pensiero serve a farsi sentire accettati. I politici devono sempre mostrare sondaggi che li danno vincenti alle prossime elezioni perche tanti tendono ad accodarsi al partito che probabilemte vincerá le elezioni in maniera da sentirsi vincenti, fenomeno conosciuto in psicologia con l’espressione “basking in reflected glory”

Di esempi se ne potrennero probabilmente farne tanti altri ma quello che deve essere sottolineato é che tutte queste maniere di vivere la politica hanno in comune un uso egoistico, riducendo l’importanza della collettivitá e le conseguenze su di essa. Il voto e la politica non vengono piú usati per  cambiare il presente ma hanno una visione di corto raggio. Non c’é piú una visione o degli obbiettivi comuni da raggiungere ma solo bisogni individuali da soddisfare il prima possibile. Il voto e la politica diventano una merce come altre che hanno valore solo e soltanto se hanno una funzione per l’individuo che li usa. Se per politica s’intende l’arte di governare le societá, come possono queste essere governate se i singoli individui usano la politica non per governare la societá ma per soddisfare solamente i propri bisogni personali? L’uso privato della politica é l’altra faccia della medaglia della spoliticizzazione delle masse. Se da un lato gran parte degli individui perde interesse nei confronti della politica, per altri la politica ha solo un fine personale. Qualunque sia il risvolto della medaglia, il risultato finale é lo stesso: riduzione della dimensione di gruppo o collettiva. Con individui poco interessati al destino del proprio insieme, la gestione di esso verrá lasciato al mercato o ha chi ha la forza di prenderselo in quanto non ci sará nessuno a far guardia, troppo occupati a curarsi del proprio destino personale.

 

Contro l’ottimismo

DSC02125

 

La visione positiva del futuro e’ uno degli elementi vincenti che ha consentito all’occidente di imporsi da un punto di vista culturale ed economico. Come illustrato dal professor Galimberti, quest’ottimismo deriva dalla cultura cristiana alla base dell’occidente. I greci avevano una visione ciclica del tempo che é stata soppiantata da una visione lineare conforma alla teologia cristiana, dove il passato é peccato, il presente redenzione e il futuro é salvezza. Il futuro ha sempre una valenza positiva per un cristiano perche’ “siamo nelle mani di Dio” che per definizione é magnanimo. Se questa fiducia incrollabile nel futuro ci ha permesso un certo progresso, oggi quest’ottimismo costituisce un serio pericolo quando le  tante forze (mai state cosi forti in passato)che modellano le nostre vite sono lasciate senza controllo nel nome della fiducia di un futuro sempre roseo. Dovremmo ormai considerare l’ottimismo forzato e autoconsolatorio come una minaccia al genere umano.

La fiducia che tutto andrá sempre bene é una pericolosa illusione. Viviamo in una specie di epoca di Icaro,  una societá che pensa di essere senza limiti destinata comunque a fare i conti con il sole della realtá prima o poi. Il riscaldamento globale é  l’esempio forse piú lampante. Se  la catastrofe ambientale non viene seriamente presa in considerazione  é anche perché incosciamente riteniamo che tutto si risolverá in una maniera o nell’altra. Una visione preoccupata dell’avvenire ci obbligherebbe ad avere un’atteggiamento  diverso nei confronti del nostro futuro da un punto di vista ambientale e probabilmente avremmo giá preso delle misure piú incisive per contrastare il deterioramento del nostro pianeta. Anche in economia l’ottimismo é illusorio oltre ad essere dannoso. Che senso ha da un punto di vista economico essere ottimisti e pensare che in un mondo finito da un punto di vista delle risorse la crescita possa essere illimitata? Alla base della crisi del 2008 non vi era forse la convinzione ottimistica che i mercati sarebbero cresciuti all’infinito? Come guardare l’attuale momento di crescita delle borse completamente scollegato dall’andamento dell’economia? Tra un investitore e uno scomettitore non c’é nessuna differenza al giorno d’oggi: entrambi pensano che sia il loro momento fortunato.

L’ottimismo  autoimposto é anche uno dei meccanismi con cui oggi il potere preserva se stesso. Il capitalismo ha bisogno di agenti che abbiano fiducia nel futuro affinché comprino, magari a debito. Debito possibile solo se ci sono attori che concedono quel credito perché sicuri che venga restituito con gli interessi. Creditori e debitori mossi dalla fiducia cieca del futuro costruiscono giganteschi castelli nelle nuvole destinati a crollare al minimo mancamento di quella fiducia, come la crisi dei subprime ha giá mostrato negli anni scorsi. L’ottimismo serve alle classi dirigenti per evitare che il resto si renda conto della propria posizione di precarietá e si ribelli.  L’ottimismo infatti previene la formazione di un minimo di solidarieta’ tra le persone: “se c’é gente senza casa o senza lavoro e colpa loro e non del sistema che permette a tutti di avere delle possibilitá”. “Anche se oggi sono precario, mal pagato e arrivo a stento a fine mese, sono sicuro che le cose miglioreranno se m’impegno”.

L’ottimismo é una droga che condanna alla passivitá, acquietando quella rabbia necessaria al cambiamento. Questo non significa che bisogna avere pensieri negativi, rassegnarsi al peggio o condannarsi all’infelicitá come se questa fosse un sinonimo di pessimismo. Non essere ottimisti ad ogni costo significa prendere coscienza che la realtá non é la diretta conseguenza della propriá volontá. Essere pessimisti significa rendersi conto che il futuro si costruisce partendo da un’analisi onesta del presente e non truccando il futuro con la proiezione dei propri desideri. Si deve lavorare per un futuro migliore partendo dal presente senza ignorare ció che di negativo la realtá ci presenta o dare per scontato che tanto tutto magicamente si aggiusta. Un fine positivo non é un elemento intrinseco delle cose e dovremmo lavorare per costruire il futuro e non subirlo perche’ convinti che questo non abbia bisogno del nostro intervento per essere soddisfacente.

L’augurio migliore che si possa fare all’Italia per questa campagna elettorale é che questa sia dominata da un pessimismo ragionato che porti a prendere coscienza della propria condizione e pensare a come uscirne. Invece ho paura che sará la solita rassegna di sogni e del tanto “siamo italiani e ne usciremo fuori”: basta chiudere le frontiere, mettere al potere gente nuova o zittire i gufi. Monicelli aveva ragione nel definire la speranza una trapppola, una brutta parola da eliminare.

 

 

Il mito della fine della distinzione tra destra e sinistra

600px-Italian_traffic_signs_-_direzioni_consentite_a_destra_ed_a_sinistra.svg

Uno dei mantra dell’epoca moderna é che la distinzione tra destra e sinistra non esista piú e che questo spartiacque appartenga al passato. Per diverse ragioni non condivido minimamente questa idea: non solo non e` vero ma questo modo di ragionare nasconde molte insidie.
Prima di tutto, dire che non c’é piu’ una destra e una sinistra significa in qualche modo affermare che le nostre societá siamo omogenee e abbiamo tutti gli stessi interessi. In quest’ottica un operaio della FIAT di Melfi ha gli stessi interessi di Marchionne o un precario quelli di un banchiere. Le economie occidentali hanno visto negli ultimi anni un aumento delle ineguaglianze dove un 10% della popolazione ha e controlla piú della metá della ricchezza. Pensare e impegnarsi per una societá piu eguale é di sinistra, affidare solo al mercato la distribuzione delle risorse é una scelta di destra.
La seconda ragione é in qualche maniera connessa alla prima. Dire che al giorno d’oggi che non c`é piu’ differenza tra destra e sinistra significa avere una visione tecnocratica della democrazia. Non essendoci piú un ideale di societá a cui far riferimento , la democrazia e la politica si riducono a trovare la soluzione migliore ad ogni problema come se questo fosse sempre possibile. Di conseguenza il voto si riduce a scegliere il tecnico migliore che troverá la soluzione ideale al problema. In realtá non vi é una soluzione ideale in quanto ad ogni problema ci sono diverse soluzioni che avvantaggiano o sfavoriscono gruppi sociali diversi senza considerare che anche il tecnico ha i suoi interessi. Inoltre la naturale conseguenza di questo modo di ragionare e’ quello di lasciare al mercato la decisione di regolare la societá in quanto solo il mercato permetterá l’allocazione delle risorse in maniera efficente. Non é una caso che i gruppi culturali che hanno piú spinto verso l’affermazione della fine delle ideologie sono quelli vicini ai gruppi finanziari/industriali. Nel momento che lo stato non é piu’ uno strumento per raggiungere degli obiettivi politici, la naturale conseguenza é quella di ridurre il suo peso e lasciare al mercato tutte le scelte.

La negazione di una differenza tra destra e sinistra porta inevitabilmente ad una personalizzazione della politica con quello che ne consegue. Non essendoci un modello di riferimento si finisce per votare la persona o il salvatore della patria: il “ghepensi mi” di berlusconiana memoria. Lo scontro democratico si riduce solamente a dialettica dove prevale chi sa usare meglio la parola e i mass media. Non importa tanto quello che si dice ma come lo si dice e come si appare. La politica si riduce a marketing dove si cerca di piacere a piú persone possibili inseguendo l’ultimo sondaggio. Questo porta ad un immobolismo perché fare delle scelte fa perdere voti soprattutto quello del cosidetto centro o dei moderati, in granparte un elettorato disinformato che sceglie all’ultimo minuto e che non ama i cambiamenti. Uno dei tanti peccati della snistra negli ultimi anni é stata quella di cadere in questo tranello. Prima il tentativo di cercare di prendere voti nell’aria moderata e poi una volta arrivata al potere ha sempre cercato di dare un colpo alla botte e l’altro al cerchio per non scontentare nessuno.
Certo i partiti vanno cambiati in quanto non sono piú portatori di idee o modelli di societá diversi ma sono soltanto gruppi di potere, peró una cosa é impegnarsi per riformare i partiti un’altra cosa é dire che destra e sinistra non esistano piú. Chi basa la sua politica su questo non ha nessuna intenzione di riformare i partiti. Non é un caso che i partiti di protesta negano l’esistenza di una differenza tra destra e sinistra perché cercano di pescare voti da tutte le parti. Da un punto di vista elettorale questo funziona fino a quando non si é chiamati a prendere delle decisioni che inevitabilmente scontenteré qualcuno perché piaccia o no ogni scelta va in una direzione precisa . Il punto é scegliere in quale direzione si voglia andare e non tutti voglio andare nello stesso posto. Quindi fino a quando gli individui saranno diversi e fino a quando esisterá la possibilitá di scelta esisterá  sempre la distinzione tra destra e sinistra. La loro forma e i loro contenuti saranno diversi con il passare del tempo ma come direbbe Bobbio ma alla fine saremmo sempre chiamati a scegliere tra libertá e uguaglianza (o almeno un giusto equilibrio) e quindi a scegliere tra destra e sinistra.

Charlie e la pochezza della politica italiana

DSC_0276

Il caso Charlie é uno di quei casi che dimostrano la pochezza della classe politica italiana che avrebbe fatto meglio a tacere. Una pietosa strumentalizzazione per andare dietro il sentimento popolare rinunciando a una delle missioni a cui é tenuto il politico: quello di guida. Uno statista anticipa i cambiamenti, non si mette semplicemente a traino. Si é usato la triste vicenda di Charlie per andare addosso all’Europa perché il vento tira di la. Diamo qualche perla:

Grillo: “Ue senz’anima, peggio di Pilato”

Renzi: “Vicenda meritava attenzione diversa da Europa”.

Salvini: “È un omicidio con la complicità, anche questa volta, dell’Ue che tace”

Andiamo con ordine:

1) Incolpare la UE per la decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’uomo e’ da SOMARI. La CEDU non ha nulla a che fare con la UE. La CEDU non crea politica ma é. un organo giurisdizionale.

2) La CEDU ha ribadito quello giá deciso da tutte le corti britaniche fino all’alta corte. Tutte queste istituzioni e i medici coinvolti si sono allineati sullo stesso giudizio. Questo da una parte significa che mettere in mezzo l’Europa centra come i cavoli a merenda e secondo che forse la questione é molto piú profonda da quello che i media vogliono far apparire a cui i politici si sono allineati.

3) Omicidio? Attenzione diversa? Senz’anima? Certo se la si vede solo dalla parte di genitori che possono parlare si potrebbe anche capire. La realtá é che tutti gli organi giudiziari che hanno esaminato la questione (dalle corti inglesi a alla CEDU) sono partiti mettendo al centro gli interessi e soprattutto la dignitá del bambino. Nessuna cura lo avrebbe salvato, i dannni celebrali sono irreversibili e non sarebbe probabilmente sopravvisuto a un ipotetico viaggio a casa per farlo morire li senza tenere conto il dolore che prova. Capisco il travaglio dei genitori ma bisogna chiedersi se queste persone, cosi emotivamente coinvolte, siano in grado di prendere delle decisioni nell’interesse del bambino. E’ piú importante accontentare la volontá dei genitori, aiutare il loro dolore o la dignitá del bambino sottraendolo alla pena a cui é ridotto?

4) Tutta questa gente che si batte il petto per le sorti di questo bambino, che parla di omicidio o di Ponzio Pilato, dove cavolo sono quando ogni giorno i nostri mari ingoiano tanti bambini che non riescono a raggiungere le coste italiane?

Dopo la TV del dolore oggi ci tocca anche la politica del dolore. Una politica che sguizza nella pornografia dei sentimenti per strappare qualche applauso in piú. Si espongono i sentimenti come se questa gente fosse parte di un grosso reality quando sono pagati per pensare e dare opinioni basati sulla ragione proprio perché non coinvolti in prima persona. Se non siete in grado di farlo, abbiate almeno il buon gusto di tacere.

 

 

Il PD e la crisi esistenziale della sinistra

download

 

In “Renzi e il PD sconfitti dal Renzismo” avevamo evidenziato la spaccatura al’interno del PD. Da una parte il Renzismo che si rifá ad una concenzione leaderistica della politica dove il partito é a servizio del leader, e dall’altra parte l’idea cara alla sinistra dove il leader é solo un funzionario del partito. Da una parte il tentivo ulteriore di personalizzare la politica, dall’altro la resistenza e l’attaccamento a schemi che rappresentano un ostacolo a chi pensa che la politica debba essere fatta solo attraverso l’occupazione del dibattito politico da parte del leader che vende se stesso come soluzione dei problemi. Questo modo diverso di concepire il ruolo del partito é soltanto una delle dinamiche centrifughe all’interno della sinistra non solo italiana, basti pensare alla lotta all’interno del partito laburista Brittanico tra  Corbyn e Blair o il duello tra Hamon e Valls in Francia.

La spaccatura tra partito e leadership coincide  con una spaccatura ideologica piú profonda. Da una parte la “sinistra pesante” che ha le sue radici nel mondo del lavoro e  basa la sua visione politica su un mondo che nel frattempo é cambiato e non esiste piú. Questa sinistra ha gli occhi rivolti al passato, o fa finta che nulla sia cambiato, perché non in grado di comprendre il presente e non  ha il coraggio di esplorare alternative. Dall’altra parte una “sinistra leggera” che si é adeguata al mondo ma ha messo da parte la speranza di cambiare il futuro accontentandosi semplicemente di gestire il presente dando dei colpi di trucco a un mondo formato e modellato dalle leggi di mercato. Una politica che pensa semplicemente a gestire il presente diventa irremediabilmente semplice gestione del potere che si sforza di apparire sempre nuova e punta sull’imaggine del leader perché incapace di pensare a un futuro. In entrambi i casi, siamo di fronte a due visioni fallimentari incapaci di comprendere il proprio ruolo.

La “sinistra pesante” sembra ferma agli anni ’70. Fa riferimento a schemi come capitale contro lavoro, sindacati o partiti di massa senza adeguarli ad un presente totalmente diverso da un passato quando queste idee spiegavano da sole con successo quello che accadeva. Concentriamoci sulla dicotomia tipicamente marxista capitale/ lavoro. Certamente gli interessi di un operaio sono diversi da quelle del proprio datore lavoro ma la liberalizzazione del mercati ha ridotto la distanza. Nel momento in cui il mercato é dominato dalla concorrenza, operaio e imprenditore sono riuniti dallo stesso obbiettivo di mantenere in vita l’azienda. In una crisi interminabile, davanti alla competizioni di paesi come la Cina, le aziende e i posti di lavoro sono come le foglie di Ungaretti, pronte a cadere da un momento all’altro. In questa situazione precaria, operai e imprenditori sono spesso nella stessa tincea a difendere interessi comuni. Questo vale soprattutto nelle piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto economico del nostro paese. Questo ha causato un’emorragia di voti che si é riversato su altri partiti tanto da spingere Umberto Bossi a gridare «Siamo il partito degli operai» alla luce del consenso che la lega raccoglie tuttora nelle fabbriche.

In passato il capitale aveva un volto, gli Agnelli, i Pirelli o i Moratti. Nel capitalismo moderno questa personificazione del capitale é diminuita. I fondi pensioni, il trading on-line e la diffusione dell’azionariato come forma di risparmio ha trasformato tanti operai e pensionati in piccoli capitalisti diminuendo la loro avversione nei confronti del capitale perché una parte del loro benessere dipende dalla salute dei mercati. Una fetta sempre maggiore di quella parte della societá che aveva a sinistra il proprio punto di riferimento politico fa dipendere il proprio benessere materiale dall’andamento delle borse. Il problema é che le borse sono scollegate dall’economia reale. Come ha dimostrato la crisi del 2008, l’economia reale é un minuscolo pilastro che deve sorreggere una sovrastruttura finanziaria fatta di derivati e prodotti finanziari. Questa sovrastruttura si tiene in piedi sulla fiducia, fino a quando le istituzioni finanziarie e i risparmiatori continueranno come nulla fosse tutto va bene. Nel momento qualcuno inizia a farsi domande e si ritira dal gioco, tutto rischia di crollare trascinando con se l’economia reale ovvero il lavoro e il futuro di tanta gente. La “sinistra pesante” fa ancora fatica a prendere in considerazione la dicotomia “economia reale/finanza”.Oggi fare gli interessi di lavoratori, impiegati e disoccupati non puó essere ridotto a una lotta per limitare il capitale a favore del lavoro perché condannerebbe tante aziende alla chiusura. Non si puó pensare di parlare solamente di riduzione dell’orario di lavoro (giusto), aumento dei salari (giusto), di lotta contro il precariato (giusto) senza includerlo in un discorso piú ampio che includa come ridurre la finanziarizzazione dell’economia e come rendere globali i diritti dei lavoratori. Come evidenziato in un altro post, la sinistra deve tornare ad essere internazionale. Se ci si limita a piccole battaglie nazionali (per quanto possano essere giuste come la lotta al precariato) si rischia di essere travolti dai mercati e di produrre povertá costringendo tante aziende a chiudere in quanto incapaci di competere con chi ha meno obblighi. Questa é la forza distruttrice dei mercati che spinge verso il basso salari e diritti e chi non lo fa é costtretto a lasciare il gioco. Battaglie nazionali di retrovia fine a se stesse sono battaglie miopi dove una vittoria puó rivelarsi una scorciatoia verso la sconfitta definitiva. Questa sinistra pensa di parlare agli operai (sempre meno) ma incapace di relazionarsi al proletariato del nuovo millenio ovvero i tanti giovani precari che non hanno nemmeno una prole come ricchezza. Non a caso i sindacati si stanno trasformando in organizzazioni a difesa degli interessi di pensionati e di quei pochi lavoratori a cui é rimasto il privilegio di usare lo sciopero come arma di lotta sociale. Accecati da vecchi schemi, la “Sinistra pesante” rimane fuori da alcune battaglie che potrebbero darle nuova linfa. Se il capitale e il lavoro sono stati alla base del capitalismo fino ad oggi, assume sempre nuova importanza una nuova forza capace di creare valore. Questa forza sono le informazioni raccolte sulla rete dai giganti nella new economy. Informazioni su cosa visitiamo, cosa ci piace e quello che compriamo online sono una grossa risorsa e sará sempre piú la foprza che guiderá l’economia del futuro e non solo quella virtuale. Per creare valore l’economia reale del presente  ha sempre bisogno del capitale (in maniera ridotta), del lavoro (sempre meno e piú specializzato) ma non puó piú fare a meno dei dati che permettono di usare al meglio capitale e lavoro.  Come gestire queste informazioni? Perché queste aziende non pagano per ottenere queste informazioni grazie al “lavoro” fornito gratuitamente da chi naviga? In una societá sempre piú robotizzata che riduce l’importanza del lavoro, perché non creare un reditto di cittadinanza dal valore di queste informazioni? Farsi queste domande e portare avanti delle proposte servirebbe per svecchiare e rendere piú attuale la “sinistra pesante” liberandola da vecchi circuiti ideologici autoreferenziali.

In “PD e la sua natura postmoderna” avevamo evidenziato come Il continuo cambiamento e la mancanza di una finalitá sono alcune delle caratteristiche della societá moderna.  Da un punto di vista culturale questo é dovuto alla moltiplicazione e alla diffusione dei mezzi di comunicazione ( soprattutto internet) che ha permesso lo sviluppo di infiniti modelli culturali. La societá non e’ piu un blocco piú o meno uniforme ma la composizione variegata di diverse subculture. Non essendoci piú un gruppo di riferimento (quello che era la classe operaia per il PCI), avere un messaggio unico che riesca a fare appello a un numero sufficente di persone  é una chimera. Il PD nel tentativo di essere forza maggioritaria é stato costretto a diventare un contenitore di diverse anime rappresentando interessi e opinioni in contrasto tra loro. La sinistra si e’ sbriciolata in diversi gruppi con prioritá e sensibilitá diverse: dalla difesa degli animali al diritto all’eutanasia, dai diritti degli omesessuali alla difesa degli emigrati, dalla lotta contro l’inquinamento alla difesa della multiculturalitá. Queste vocazioni sono spesso in contrasto tra loro.

Per tenere unito il partito, si é rinunciato ad avere un’ideologia e una coerenza di pensiero che rischierebbe di incrementare la conflitualitá tra le diverse anime. Per tenere insieme il tutto, non rimane che la personalizzazione della politica dove il politico agisce da collante. La “sinistra leggera” ha la vocazione maggioritaria e giustamente non si accontenta di un ruolo di opposizione ma cerca di andare al governo. Per far ció deve essere in grado di far appello al cosidetto centro. Per centro o maggioranza silenziosa non intendiamo i moderati (o il voto cattolico) ma quella grossa fetta di elettori male informati e poco interessati alla politica che fanno vincere o perdere un’elezione. Per prendere il voto di questo centro si punta sulla comunicazione, sulla personalitá del leader e soprattutto si adotta un linguaggio rassicurante e spesso vuoto. Nel far ció la “sinistra pesante” risulta una zavorra, perché il suo linguaggio ideologico tende a spaventare gli elettori che per fomazione personale non guardano a sinistra. La “sinistra leggera” non si illude di cambiare radicalmente il presente, si accontenta semplicemente di mettere delle pezze per risultare il meno conflittuale possibile per assicurarsi la rielezione. In un mondo sempre piú arrabiato dove la gente perde velocemente fiducia, la “sinistra leggera” ha solo l’illusione di essere una forza di governo perché sará vittima di forze politiche che in elezione in elezione avranno la capacitá di sembrare piú nuove e alternative.

Il PD soffre inoltre di una fusione a freddo mal riuscita tra sinistra democristiana e quello che era rimasto del PCI. Se da un punto di vista sociale ed economico le distanze erano colmabili, questo non si puó dire su altri temi come i principi non negoziabili cari a Benedetto XVI. In un partito disomogeneo, la prioritá politica é il mantenimento dell’unitá del partito. Con questa prioritá, governare diventa difficile, sarebbe come essere su di una nave che perde pezzi dove i marinai cercano prima di tutto di tenere il vascello insieme per non affondare e la direzione diventa una priorita secondaria. Anche la questione morale divenuta pietra al collo per il PD deriva in parte da questa fusione. La presenza di due partiti uniti in alleanze costringeva a controllarsi vicendevolmente. Una volta riuniti in un unico partito, quei gruppi di potere locale che fanno politica solo per interesse personale hanno avuto vita facile a coalizzarsi e prendere il controllo del partito. Chi fa politica per vocazione é stato messo ai margini o  é  stato costretto a chudere un occhio e a relativizzare quello che accadeva per il bene dell’unico partito di sinistra rimasto. Per i semplici iscritti che componevano la forza dell’ultmo partito di massa non e’ rimasto altro che andare via e abbandonare l’impegno politico non disposti a sacrificare tempo ed energia per un partito che non scalda piú i cuori ridotto ormai a semplice gestione del potere.

Tutte queste forze centrifughe hanno portato alla situazione attuale dove il PD rischia la scissione in mille pezzi. Se da una parte la scissione sarebbe salutare per affrontare le contraddizioni spiegate in precedenza e riprendere un discorso coerente basato su una visione comune della societa, il rischio reale é che si tratti di una una frattura tra poteri senza un cambiamento radicale. La paura é ridurre all’irrelevanza la sinistra italiana divisa tra tante sigle in perenne conflitto tra loro. Conflitto non basato su una visione diversa, ma su risentimenti personali incapaci di trovare una sintesi per il bene del paese. Quello che manca alla sinistra non é un nuovo simbolo o un nuovo leader, ma un esercizio collettivo che ambisca a comprendere il presente per creare una direzione verso il futuro. L’obbiettivo dovrebbe essere cambiare la cultura dominante per poi cambiare quelle forze politiche ed economiche che stanno rendendo le nostre societa sempre piú ingiuste. Lottare conto l’ingiustizia per avere una societá piú egalitaria é l’uno vero collante della sinistra, il nostro principo non negoziabile. In una societá dominata dall’egoismo e dall’edonismo, questa battaglia é la piú difficile da combattere non solo per la soppravivenza della sinsitra ma per la soppravivenza di un senso comune che dia ancora senso alle nostre democrazie.

Seguici su twitter:@viamila18