Archive | Economia RSS for this section

La società egoista davanti alla crisi economica

Picture 617

Nel precedente articolo ci siamo soffermati su come l’affermazione dell’individuo sia stato snaturato dalla società dei consumi rendendo le nostre società più egoiste e più sensibili all’agenda neo liberista. La crisi avrebbe potuto segnare un punto di rottura riportando in gioco concetti come quelli di solidarietà, stato sociale e maggiore eguaglianza. La risposta alla crisi ha invece mostrato quanto sia radicato questo cambiamento culturale che ha reso le nostre società meno altruiste. La ricerca della felicità e’ stata fatta passare come un qualcosa che dipende unicamente dalle persone, dalle loro scelte e dal loro stile di vita. Certamente le scelte personali sono determinanti, ma qualsiasi scelta personale e le opzioni a disposizione dipendono dal contesto in cui ci si trova. L’individualismo portato agli estremi insieme alla ricerca del piacere personale come unico scopo di vita hanno convinto buona parte di noi che il contesto conti fino a un certo punto e che quello che veramente conta siamo noi con le nostre scelte e il nostro atteggiamento verso la vita. Questa visione delle cose e’ spesso anche il frutto della sfiducia nei confronti delle istituzioni, percepite lontane o incapaci di cambiare il presente. Il risultato finale e’ la solitudine ad affrontare la crisi senza la possibilità di fare fronte comune per influenzare le politiche governative.

Nei decenni passati le crisi portavano a un maggiore coinvolgimento nella vita politica  di cittadini che facevano causa comune per arrivare a obiettivi condivisi. Oggi l’individualismo ha portato a una guerra tra poveri. Chi ha perso il lavoro ha indirizzato la propria frustrazione nei confronti di chi ha meno (immigrati) rafforzando i partiti di estrema destra. Chi in qualche maniera e’ “sopravvissuto”, ha allargato le fila della maggioranza silenziosa che ha permesso l’attuazione delle politiche di austerità. Monti, Rajoy e Samaras hanno potuto portare avanti le loro politiche con il sostegno di chi aveva paura di perdere quello che aveva a scapito degli altri a cui e’ toccato subirle queste politiche. In questa maniera, si e’ continuato ad affrontare la crisi con la stessa cura che l’ha generata con politiche mirate a tagliare la spesa pubblica in un momento in cui ce ne sarebbe bisogno per rilanciare i consumi.

Per anni abbiamo visto operai salire in cima alle gru, minatori chiudersi nel ventre della terra o piccoli imprenditori suicidarsi. Queste manifestazioni hanno generato un senso di pietà e una solidarietà superficiale presto dimenticati nel sollievo di non essere stati colpiti dalla crisi. La rabbia dei precari e dei senza lavoro non ha trovato sostegno da chi un lavoro l’ha mantenuto e che tira avanti ringraziando la buona sorte. Il problema dei senza lavoro e dei precari ha smesso di essere un problema sociale per essere un problema personale di chi ne paga le conseguenze.

Anche i comportamenti dei vari governi nei confronti della Grecia e’ il riflesso di società sempre più egoiste con la classe dirigente europea impaurita di perdere consenso in caso di concessioni.  La crisi economica in Europa si sta protraendo per l’incapacità e la scarsa volontà dei governi di prendere misure che possano essere considerate vantaggiose per altri a scapito dei propri cittadini in una visione a corto termine. Per esempio il debito pubblico greco viene compreso dai più come una semplice questione di soldi presi in prestito ignorando che il debito pubblico non può essere considerato alla stressa stregua del debito di un privato. Il risultato finale e’ la solita rappresentazione di un popolo cicala pronto a vivere sulle spalle delle formiche laboriose. Questa rappresentazione della realtà e’ spesso una storia raccontata a se stessi per giustificare la propria mancanza di solidarietà in una visione religiosa dell’economia dove il debito viene visto come colpa da espiare. In questa maniera, la sofferenza del popolo greco viene vista come espiazione di errori fatti nel passato che non merita nessuna solidarietà in quanto la pena e’ l’unica maniera per riparare la colpa. Lo stesso atteggiamento viene spesso usato nei confronti dei disoccupati  visti come persone che non sono state capaci di aggiornarsi, che non vogliono lavorare o incapaci di adattarsi e per questi motivi pagano le conseguenze delle loro scelte personali. Questa visione delle cose e’ una rinuncia a usare la politica progredire,  liberandola dal dovere di aiutare chi e’ rimasto dietro sancendo una vittoria importante per il neo liberismo. Qualsiasi alternativa al neo liberismo sarà costretta a cambiare prima la cultura dominante prima di avere qualche possibilità di imporre politiche diverse.

Le vittime della crisi sono state lasciate a se stessi non solo dai governi e dal resto della società ma anche dalle organizzazioni che in teoria dovevano essere dalla loro parte. I sindacati hanno spesso finito per tutelare solo i loro iscritti che un lavoro o una pensione ce l’hanno. Questo ha finito per alimentare i partiti anti-sistema in una logica del muoia “Sansone con tutti i filistei”. Una volta che la politica viene vista non solo incapace di risolvere i problemi, ma anche indifferente o a protezione di un sistema iniquo, allora tanto vale buttare tutto giù per essere ascoltati.

La crisi economica non e’ solo un problema economico ma e’ anche un problema politico. Questo richiede delle risposte politiche alla base di scelte economiche. I governi si sono limitati a tenere i bilanci in ordine aspettando una ripresa che non arriverà mai senza delle scelte coraggiose che portino una maggiore redistribuzione della ricchezza prodotta a favore dei ceti medio-piccoli insieme a delle politiche europee d’investimenti. Queste scelte impongono delle rinunce da chi non e’ stato toccato dalla crisi. Fino a quando la politica si limiterà al piccolo cabotaggio, cercando un equilibro difficile tra crescita zero e interessi sul debito senza cercare altre risorse per rilanciare i consumi, non ci sarà uscita dalla crisi se non nelle parole del ministro dell’economia di turno pronto a giurare che la ripresa e’ dietro l’angolo. Questo cambiamento della strategia economica e’ difficile senza una pressione da parte dell’elettorato per una società più’ giusta in un clima culturale dove redistribuzione, pubblico e stato sociale sono concetti divenuti quasi sinonimo di comunismo.

Questo ha creato una situazione pericolosa per la democrazia. I partiti momentaneamente al potere, nati prima della crisi, hanno un consenso che deriva prevalentemente da chi non e’ stato colpito dalla recessione. Questa base elettorale non spinge per riforme radicali per una società più equa con la paura spesso infondata di perdere quello che ha, riflesso del contesto culturale che ha reso le nostre società meno altruiste. Chi e’ vittima della crisi si rivolge a partiti alternativi spesso populisti per essere rappresentati.  O si afferma un’alternativa politica ed economica non populista al liberismo economico, oppure la crisi e l’egoismo distruggeranno le nostre istituzioni . Purtroppo non c’e’ il tempo per attuare quel cambiamento culturale necessario per creare una società più attenta alle esigenze degli ultimi, ma la classe politica del nostro continente ha il dovere di mostrare la propria leadership attuando politiche diverse per alleviare la crisi avviando quel cambiamento culturale ponendo nuove parole e temi al centro del dibattito politico.

Quel cambiamento culturale che ha reso le nostre società più egoiste e più povere.

w=margaret.thatcher-041213

Uno degli elementi che contraddistinguono l’occidente e’ l’emancipazione dell’individuo che gode di diritti  e ragione d’essere in quanto tale. L’intera storia del pensiero occidentale può essere vista coma la lunga marcia dell’individuo, a differenza della tradizione orientale che tende a porre l’accento sulla collettività. Questo non poteva che avere degli effetti in economia dove il sistema capitalistico ha sfruttato l’aspetto edonistico trasformando l’individuo in consumatore. Sganciato da una visione religiosa, diventato autonomo dalla collettività e libero dalla paura nei confronti del potere, l’individuo rimane solo e unico artefice della propria vita a cui deve dare un senso. Questo vuoto e’ stato riempito facilmente dalla ricerca del piacere immediato che passa dal possesso di cose e dalla cura quasi ossessiva della persona posta al centro di ogni cosa: i selfie di Renzi non sono altro che il segno dei tempi. Questo ha prodotto un cambiamento culturale che ha reso le nostre società più egoiste. Solo una società animata dall’egoismo può far passare quasi inosservato la tragedia dei migranti della settimana scorsa. Un’indifferenza che in alcuni nasconde il compiacimento di queste morti che non hanno permesso di arrivare sulle nostre coste a prendere una parte dei beni che ci appartengono. Basta vedere le dichiarazioni di Salvini via Twitter sui barconi in difficoltà che mirano proprio a creare consenso pescando nel torbido di questi sentimenti.

Dichiarazioni di Salvini a parte, l’egoismo dilagante ha altri risvolti politici che modellano il dibattito politico e indirizza le politiche governative. Un maggiore egoismo cambia le richieste da parte dell’elettorato avendo un impatto sulle politiche dei governi e sul tipo di risposta che si propone agli elettori da parte della classe politica. Non a caso lo stato sociale e’ stato smantellato ovunque con la promessa di meno tasse. Le politiche neo liberiste si sono affermate grazie alla promessa di mettere più soldi nelle tasche dei singoli a scapito dei programmi sociali e dei servizi pubblici. Perché pagare sanità, sussidi di disoccupazione o la scuola a gente che non conosco quando posso usare questi soldi per me? Una volta che la società dei consumi crea e soddisfa nuovi bisogni, il liberismo si e’ affermato come la soluzione politica per aiutare a soddisfare questi bisogni levando risorse dal pubblico per darle al privato. Il declino della sinistra e delle lotte per una maggiore uguaglianza sono spiegabili anche grazie a questo cambio culturale che si sposa a perfezione con il neoliberismo che risulta meglio attrezzato da un punto di vista ideologico per interpretare questi cambiamenti.Chi meglio di qualunque altro ha riassunto al meglio questa fase e’ stata Margaret Thatcher con il suo famoso discorso sulla società:

“……la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. E il governo non può fare niente se non attraverso le persone, e le persone devono guardare per prime a sé stesse. È nostro dovere badare prima a noi stessi e poi badare anche ai nostri vicini.”

Naturalmente lo smantellamento dello stato sociale e la creazione di un sistema politico-economico che ignora gli ultimi poneva dei dubbi etici che sono stati dissipati dai mass media attraverso la criminalizzazione di chi accede ai programmi sociali (descritti come fannulloni), il continuo mettere in risalto gli abusi facendo passare l’idea che tutto il sistema sia marcio, la rappresentazione del pubblico come inefficiente (sanità pubblica verso sanità privata) e la promessa di dare opportunità a tutti attraverso un’economia non più frenata dalle tasse e dall’intervento pubblico dove il singolo può finalmente realizzare i propri sogni in base alle sue capacità. La classe politica ha visto uno spostamento a destra cercando di intercettare un elettorato sempre più sordo all’idea di una società più giusta. La sinistra tradizionale e i partiti cristiani hanno finito per adottare politiche neo liberiste in contrasto con le posizioni ideologiche di partenza per non essere travolti da questo cambiamento culturale.

Il maggiore egoismo ha aiutato l’affermazione delle politiche neo liberiste in altri modi oltre al cambio delle domande politiche da parte degli elettori. L’egoismo ha generato un ritiro dalla vita pubblica che ha portato a un maggiore astensionismo oltre alla crisi delle forme tradizionali di aggregazione (sindacati, partiti e chiesa in primis). Il materialismo consumista ha riempito la vita di tanti presentandosi come unica maniera per raggiungere la felicità e la realizzazione di se stessi. Una volta che tutte le energie sono rivolte verso l’accumulazione di beni, poco rimane da spendere per la cosa pubblica ormai vista anche come ostacolo alla propria felicità. Una volta che le forme di aggregazione all’interno della società sono sminuite, sara più difficile per la singola persona opporsi ai cambiamenti provenienti dall’alto. Le persone che mantengono alta la loro attenzione sulla vita pubblica si ritrovano presto isolati in una massa di consumatori che pone la propria attenzione su altro. Il contesto creato e’ quello di una competizione sfrenata tra individui (lavoro migliore, casa più bella, ultimo modello di cellulare etc) dove ognuno pensa a se e il resto delle persone sono viste come avversari da superare per arrivare alla propria realizzazione personale. Il concetto di “classe sociale” che evidenziava un’appartenenza comune e’ scomparso dai discorsi politici e dagli editoriali giornalistici. La solidarietà tra pari e’ scomparsa nell’illusione che il benessere personale può essere raggiunto solo individualmente e che il resto della società sia un ostacolo e non un risorsa per arrivarci insieme.

L’azione combinata  tra egoismo e neoliberismo ha generato una spirale che sottrae potere dalla sovranità popolare per trasferirlo ai mercati. Lo stato si riduce a regolare poche materie rinunciando a obbiettivi che avrebbero un impatto positivo sulla vita di tutti come la piena occupazione o una sanità più efficiente per tutti. Il crimine perfetto e’ poi completato grazie al tacito accordo della parte della popolazione che in teoria beneficerebbe di una società più equa. Siamo tutti convinti di fare a meno della protezione di uno stato sociale visto come rifugio dei perdenti e ostacolo per le persone intraprendenti. L’unico risultato e’ una società sempre più povera e ricca di illusione mentre un parte piccolissima diventa sempre più ricca .

Nel prossimo articolo vedremo come questo egoismo ha portato a una reazione diversa alla crisi e come la distorsione del concetto di individualismo spogliato dal sentimento di solidarietà mina in profondità le nostre democrazie

Seguici su twitter:@viamila18

Syriza e l’ennesima opportunità per la sinistra europea

16623_10153077013309899_1259357453446808575_n

Nell’articolo precedente abbiamo posto l’accento sull’importanza della vittoria di Syriza per rompere quel sinonimo tra democrazia e politiche del rigore riportando la democrazia a essere un’arena neutra dove proposte diverse si confrontano. Contemporaneamente si metteva in guardia sul difficile cammino per Tsipras e soci. Da sola la Grecia non ce la può fare e la vittoria di Syriza ha senso solo se questo è un inizio di riforme non solo in Grecia ma soprattutto all’interno dell’area Euro. Un’uscita dell’Euro da parte della Grecia o un Euro con regole immutate sarebbero entrambi la sconfitta non solo di Syriza ma anche di quella parte dell’Europa democratica che non si arrende all’austerità e che cerca una via più solidale.

Ancora una volta si ripresenta la necessità da parte della sinistra europea di avere un’agenda comune. Nessun paese si può illudere di attuare riforme che mirino a una maggiore eguaglianza senza essere penalizzato dai mercati in un modo dove il denaro non ha più frontiere.  La stessa Grecia dentro o fuori dall’Europa ha bisogno di accedere ai mercati internazionali per finanziare il proprio debito. Anche nel caso di una mossa unilaterale da parte di Atene di non rispettare le obbligazioni del proprio debito, il governo greco si troverebbe comunque nella necessità di accedere ai mercati internazionali per finanziare la propria macchina statale a condizioni sempre più proibitive.

Certamente si può puntare a una cancellazione parziale del debito greco insieme con un allungamento delle scadenze della parte restante ma questo non basta. E’ necessario dare all’Europa un indirizzo economico diverso con politiche economiche comuni di stampo Keynesiano. E’ possibile uscire dalla recessione mantenendo l’Euro solo con programmi d’investimento comuni, attraverso il trasferimento di parte dei debiti nazionali all’Europa (Eurobond) e con piu’ poteri d’intervento da parte della Banca Centrale Europea (il quantitative easing va nella direzione giusta ma non basta).

Queste riforme sono ostacolate principalmente dalla Germania e dai circoli liberisti sparsi un po’ da per tutto nel vecchio continente. L’Europa e l’Euro avevano come principio fondatore la necessità di limitare gli egoismi nazionali. Se l’Euro diventa un nuovo strumento per difendere questi egoismi allora tanto meglio cercare una fine concordata per la moneta unica prima che le sue regole strozzino gli europei e con essi anche le nostre democrazie. La fine dell’Euro non significherebbe automaticamente la fine del sogno Europeo ma certamente sarebbe un colpo quasi mortale al suo futuro.

Per questo motivo, la vittoria di Tsipras ha senso solo se serve come catalizzatore delle forze progressiste europee per un piano comune che miri non solo a salvare la Grecia ma anche l’idea di un’Europa sociale. Qualsiasi altro risultato politico sarebbe una sconfitta.

Se la Grecia uscisse dall’Euro, Syriza rischia la deriva populista dando forza alle sue componenti piu’ radicali e meno liberali mettendo in crisi la stessa democrazia greca. Con l’uscita della Grecia, il principio di solidarietà tra i popoli europei sarebbe messo in crisi e con esso la ragione stessa dell’esistenza dell’Europa come soggetto politico agli occhi di tanti cittadini europei. Nello stesso momento, si rafforzerebbe l’idea di un’Europa dove ha diritto di rappresentanza solo l’ideologia liberista. La Grecia all’interno di un Euro senza riforme porterebbe alla sconfitta politica di Syriza con il risultato di dar forza ad Alba Dorata che apparirebbe agli occhi dei greci come l’unica soluzione per uscire dalla spirale debito-crisi.

Solo un’agenda comune basata su un’idea diversa di Europa può salvare non solo la Grecia ma anche il futuro dell’Europa. Lasciare la Grecia da sola sarebbe un errore imperdonabile dalle conseguenze nefaste non solo da un punto di vista economico ma soprattutto politico. La nuova fase politica che si e’ aperta in Grecia e’ un’altra opportunità’ per la sinistra europea per trovare una ragione comune e aprire una nuova fase politica in Europa. Se questo non sara’ possibile, il rischi di un’Europa ripiombata negli egoismi nazionali tornerà ad essere un presente che avremmo voluto che fosse parte solo delle pagine più tristi della nostra storia.

Seguici su twitter:@viamila18

La speranza greca e il futuro della democrazia in Europa

Grecia

La vittoria di Syriza in Grecia rappresenta una speranza non soltanto per la Grecia e il suo popolo stremato dalla crisi ma anche un’opportunità per la democraticità delle istituzioni europee e per la democrazia in generale. Negli ultimi anni abbiamo vissuto un appiattimento del dibattito politico dominato dalle forze dell’austerità che hanno imposto la loro agenda politica fatta di tagli allo stato sociale e agli investimenti pubblici con effetti negativi sull’occupazione e un generale impoverimento dei ceti medio-bassi. Qualsiasi altra proposta è stata marginalizzata e resa quasi incostituzionale, basta vedere la nostra riforma costituzionale che ha imposto il pareggio di bilancio.

Una democrazia non esiste se il dibattito è animato da campane che intonano la stessa musica. La democrazia si rafforza dal confronto di idee diverse che aprono la strada a scelte diverse. Negli ultimi anni democrazia e Europa sono diventati quasi sinonimi di austerità.  Nel momento in cui nessuna forza politica (soprattutto a sinistra) è stata in grado di portare avanti un’agenda diversa, a tanti giovani e alle vittime della crisi, la lotta per un futuro migliore è passata per l’opposizione all’Europa e ai valori democratici. Se nessuno nell’arena democratica e all’interno delle istituzioni europee si fa voce di istanze diverse, risulta naturale pensare che la lotta alle politiche liberiste è  tutt’uno con l’opposizione all’Europa e alle istituzioni democratiche. Basti pensare alle minacce di buttar fuori la Grecia dall’Europa nel caso in cui il governo di Atene attuasse politiche diverse. In questa maniera si rafforzano solamente movimenti e forze di estrema destra in tutto il continente: dalla lega all’UKIP, da Alba Dorata al Front National. Il grado di estremismo è  diverso ma tutte queste forze hanno in comune l’opposizione all’Europa e auspicano una svolta autoritaria della democrazia.

Syriza può finalmente rompere questa sovrapposizione tra democrazia e politiche di austerità e dare un’alternativa al continente. Solo in questa maniera la democrazia può tornare a essere un’arena neutra per il confronto tra proposte diverse e non il grimaldello per imporre politiche a senso unico. Solo tingendo il futuro di speranza, si evita lo sfaldamento delle nostre società e i valori di libertà e uguaglianza possono funzionare in pieno. Nessuna democrazia può funzionare con un ceto medio che si restringe e i ceti bassi condannati alla precarietà. Questa non è soltanto una lotta per dare una condizione migliore agli Europei, questa è una lotta per difendere la democrazia e i valori universali ad essa associati.

Il cammino avanti non sarà facile per diverse ragioni. Non dimentichiamoci che Syriza è una collezione di correnti con il costante rischio di frantumarsi al momento di prendere le decisioni… vecchio vizio di sinistra non importa il paese. Inoltre la Grecia è un piccolo paese in termini di popolazione e di PIL e da sola non sarà in grado di cambiare l’Europa se non trova sostegno in altri governi e forze politiche nel resto del continente. La sfida più grande sarà comunque quella di cambiare il paese all’interno di regole troppo rigide, auto-inflitte dalle istituzioni europee e in opposizione alle forze del mercato.

La speranza è  che questa vittoria sia comunque un inizio di una discussione seria sul futuro non solo della moneta unica ma anche su quale progetto di Europa aspiriamo. Molto dipenderà dalla reazione tedesca e dei falchi dell’austerità. Se alle istanze greche venisse posta la sola alternativa dell’uscita della Grecia dall’Euro , sarebbe un’ulteriore conferma del sinonimo Europa/ austerità. Il muro contro muro tra le aspirazioni greche e l’ortodossia economica di Francoforte senza una soluzione di compromesso sarebbe un duro colpo non solo ad un Europa solidale ma anche all’idea di democrazia. Non ci può essere democrazia dove delle idee non hanno diritto di rappresentanza e c’è liberta di discutere una sola alternativa. Questo non solo sarebbe un regalo alle forse reazionarie del continente, cui sarà ancora più facile usare Europa e crisi come sinonimi, ma anche per tanti sinceri democratici impegnati a costruire un’Europa diversa: davanti ad un’Europa ridotta a camicia di forza a misura dei falchi del liberismo, la distruzione dell’Europa apparirà come unica possibilità per dare un significato alla democrazia.

Per questo motivo il futuro della Grecia è il futuro dell’Europa. Se Tsipras fallirà e con lui la possibilità di proporre un’Europa diversa, il nostro continente sarebbe esposto a una svolta a destra che rischia di travolgere con sé non soltanto le istituzioni Europee ma anche la democrazia come la conosciamo oggi.

Seguici su twitter:@viamila18

Il terrorismo islamico figlio anche del liberismo economico

DSC_0016

La cosa più preoccupante degli attentati di Parigi è constatare che gli attentatori non erano immigrati (con sommo dispiacere di Salvini) o stranieri intrufolatesi in Francia, ma erano francesi, nati e cresciuti nell’esagono,  figli di emigrati. Come mai le nuove generazioni cresciute nelle grandi periferie sono più estremiste dei loro genitori? Perché tanti giovani musulmani adottano una visione religiosa più’ radicale di quella dei loro genitori nonostante siano cresciuti in un ambiente in teoria distante dal fanatismo religioso?

All’indomani degli attentati, il presidente francese Hollande ha riaffermato il valore della libertà. Ha richiamato tutti all’unità e a riconoscersi in questo valore, non importa il credo religioso di appartenenza perché in una democrazia i diritti appartengono a tutti . Il discorso di Hollande è figlio dell’idea che i valori professati dall’occidente siano forti in natura per influenzare chiunque ne venga a contatto e da soli bastino a cementificare una comunità dandole una ragione comune. Siamo sicuri che questi valori abbiano la facoltà di attrarre chiunque al netto di qualsiasi altra considerazione? Sono questi valori sufficienti per evitare la frammentazioni delle nostre comunità?

Per quanto questi valori siano forti e validi per porre le basi del nostro vivere insieme, non dobbiamo mai dimenticare che essi non riempiono la pancia. Non possiamo credere che il continuo rimarcare dell’importanza della libertà sia da solo sufficiente a difenderla e a renderla immune dagli estremismi di qualunque forma. Come Pertini ci ha insegnato:

“…la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Mi dica, in coscienza, lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è la libertà che intendo io.”

Il taglio dello stato sociale, la precarietà e le politiche di austerità hanno reso il presente problematico e tolto la speranza al futuro. Le periferie sono state lasciate a se stesse, a bollire in un rancore sempre più’ profondo e  ostile nei confronti della politica. Quando non si ha un lavoro, si vive in un ambiente corrotto dalla criminalità,   in case sempre più fatiscenti con la distanza dai quartieri migliori che aumenta in termini di vivibilità, parole come libertà, laicismo, fraternità e uguaglianza assumono il retrogusto della beffa. Queste parole appaiono come una tenda di ipocrisia posta a coprire il fallimento della politica o strumenti di distrazione per occultare l’egoismo di chi si arricchisce sulla povertà degli altri.

Democrazia e Europa sono diventate sinonimo di politiche di austerità che condannano alla povertà i giovani dei ceti medio-piccoli, mentre arricchiscono sempre più’ chi nelle periferie non ci metterà mai piede se non per sbaglio o per chiedere voti. La democrazia e’ percepita non come piattaforma per discutere di possibili soluzioni ma come una scatola vuota per attuare programmi economici punitivi. L’alternativa che si presenta a tanti non e’ quella di proporre politiche diverse ma quella di abbattere l’intero sistema . Il radicalismo islamico e’ l’altra faccia della medaglia del perché tanti giovani in Europa hanno posto le loro speranze in movimenti che voglio cancellare la democrazia o darle una svolta più’ o meno autoritaria: dal Front National alla Lega, da Alba Dorata allo UKIP.

Per questo motivo il terrorismo islamico e la radicalizzazione politica di tanti giovani e’ anche figlia di politiche economiche sbagliate. Dopo aver pagato il prezzo economico in termini di disoccupazione e maggior povertà, sta arrivando il momento di pagare il prezzo in termini politici se non si da una svolta.

E’ il momento di offrire un’alternativa democratica e porre fine alle politiche liberiste se vogliamo dare un futuro non solo ai giovani ma anche alle nostre istituzioni democratiche. Il fondamentalismo islamico o altre forme di fascistizzazione di tanti giovani e’ una risposta politica a problemi sociali e economici. Se non diamo una risposta a questi problemi sarà difficile mantenere l’unità delle nostre società e in  queste crepe rischiano di scomparire quei valori che a parole siamo tutti pronti a difendere.

Seguici su twitter:@viamila18

La religione e’ l’oppio dei popoli……anche a Wall Street

DSC00611

Con questa frase Marx criticava il cristianesimo come forma d’indottrinamento delle masse per tenerle sotto controllo. Perché oppio? Perché la religione cristiana e` basata su dogmi e come tutti i dogmi questi vanno accettati e non discussi. Tutto viene trasformato in un atto di fede, generando la passiva accettazione di quello che viene detto. Come l`oppio rende l`uomo inerme, cosi l’accettazione dei dogmi spegne la ragione e rende i fedeli passivi.

Non voglio parlare di religioni o di chiese, ma di ben altre religioni che non hanno nulla che fare con il metafisico ma con la vita di tutti i giorni. Mi riferisco a tutte quelle teorie politiche o economiche che tendono a rendere la gestione della cosa pubblica non più` un atto razionale, ma un atto di fede. La politica non e` messa a servizio delle persone ma alla realizzazione di una ideologia che diventa una nuova religione. Non importa che la realtà dimostri che quello che viene professato sia fallimentare, i fedeli verranno comunque ricompensati in futuro quando tutto sara` compiuto. Si spegne la ragione e l`onesta’ intellettuale, si interpreta e re-interpreta la realtà fino a che la realtà si sposi con la visione ideologica e non il contrario. I documentari tedeschi della seconda guerra mondiale hanno continuato a parlare di vittorie fino alla fine del Reich, ma mentre nel 40 le vittorie descritte erano grandi operazioni militari, nel 44 i documentari esaltavano la riconquista di qualche paese sconosciuto nelle pianure polacche ignorando il resto. Quando si e` accecati intellettualmente da ideologie, nel grande varietà della vita, non e` difficile trovare qualcosa che sposi la nostra visione e usare quel elemento per interpretare il resto.

Se nei decenni precedenti abbiamo visto crollare diverse religioni-politiche (dal “credere, obbedire e combattere” fino al “paradiso del proletariato” di sovietica memoria), in questi anni avremmo dovuto assistere alla fine della religione del libero mercato. Per anni, dai finanzieri di Wall street ai grandi economisti, hanno incensato il libero mercato con una fede cieca: perseguendo il proprio interesse personale, l’intera società ne avrebbe guadagnato. Lo stato veniva visto come il diavolo e non doveva intervenire a rovinare l`anima dei poveri fedeli del capitale. Non importa l’impatto sull’ambiente (il mercato correggerà tutto rendendo più` profittevoli le aziende “verdi”) o sull’occupazione (i disoccupati sono gente che non vuole lavorare…sic) quello che conta e’ lasciare la “mano invisibile” faccia il suo lavoro…… e cosi la mano invisibile ( senza un cervello razionale che la guidi) era diventata la mano sul grilletto della pistola puntata alla testa di chi l’aveva lasciata libera di fare quello che voleva.In un estremo atto di fede, la mano e’ stata libera di afferrare la pistola e puntare la canna alla tempia perché il mercato ha sempre ragione e il risultato sara` sempre un vantaggio per tutti. La pistola era il credito senza controllo che aveva prima messo in ginocchio il mondo finanziario e poi falcidiato l’economia reale.

Il problema in tutto questo non e` soltanto la cattiva gestione o l’applicazione di politiche economiche sbagliate. Il problema e` stato lo stesso di tutti i regimi autoritari: la mancanza di senso critico. Qualcuno aveva osato proporre una visione diversa ma e` stato confinato ai margini del dibattito e stigmatizzato sotto l`etichetta di “no global”. Questo ha lasciato non solo che gli errori venissero fatti ma anche che continuassero ad esistere. Non e` stato solo il fallimento di un modello di mercato ma e` stato qualcosa di piu` profondo che scuote la base delle nostre democrazie. All’alba della crisi si era invocato un intervento dello stato nell’economia per salvare la finanza e con essa l’economia. Tutti sembravano aver riscoperto il ruolo dello stato in economia e i limiti della mano invisibile. Il dogma del libero mercato che porta vantaggi a tutti sembrava finalmente infranto. Come si puo’ dimenticare la famosa copertina di Newsweek “We are all socialist now” .

Certamente non eravamo sul punto di trasformare le nostre economie in economie pianificate (per fortuna) ma sembrava finalmente possibile aprire una discussione prendendo in considerazione altri modi di organizzare la vita economica. Sembrava finalmente che politici, accademici e tutti gli attori economici stessero imparando dai propri errori. Invece a distanza di pochissimi anni e con la crisi ancora in corso, quel impeto si e’ fermato ed e’ stato usato solo per salvare i soliti noti che si ricordano di essere socialisti solo quando c’e’ da condividere i danni. Nessun serio tentativo e’ stato fatto per cambiare le regole alla base dell’Euro trasformando la BCE in una vera banca centrale, nessun aumento significativo degli investimenti statali mentre le garanzie del mondo del lavoro si assottigliano sempre piu’. La Germania sembra pronta ad accettare l’uscita della Grecia dall’Euro invece di mettere in discussione le sue regole, mentre la discussione sul trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti d’America (TTIP) va avanti come nulla fosse. La droga del libero mercato va piu’ forte che mai tra chi dirige le nostre vite con la la passiva accettazione dei suoi dogmi.

Se i mezzi d’informazione, l’educazione e tutti gli strumenti che formano l’opinione pubblica sono lasciati sotto il controllo di poche persone, il libero mercato rischia di essere non solo il nuovo oppio dei popoli ma anche il veleno. Questo crisi non sara’ solo un altro 1929 ma il preludio di ben altre sciagure.

Seguici su twitter:@viamila18