Archive | June 2015

Un referendum a democraticita’ limitata

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Domenica prossima il popolo ellenico sara’ chiamato alle urne per accettare o meno il piano dei creditori. Da piu’ parti si sta esaltando il carattere democratico della possibilita’ dei greci di poter finalmente mostrare il dito medio alle istituzioni finanziarie internazionali. Questa esaltazione nasce da una visione ristretta della democrazia che considera il voto come condizione unica e necessaria per avere una democrazia, senza considerare il contesto e il processo che porta al voto.
Come gia’ evidenziato da Sartori nel suo “Homo Videns”, il risultato di qualsiasi tornata elettorale e’ si l’espressione della volonta’ popolare, ma quello che conta veramente per valutare la democracita’ di un voto e’ come questa volonta’ si e’ formata.
Si puo’ considerare democratico un voto dove la gente si reca alle urne con il terrore di vedere i propri risparmi sparire dopo una settimana passata a fare la fila ai bancomat? Possiamo ritenere democratico un referendum organizzato in fretta e furia con una settimana appena di campagna elettorale senza una vera e propria discussione? Che senso ha un voto dove nessuno sa con certezza cosa accadra’ alla Grecia in caso i No vincano?
La verita’ e’ che questo rerendum risponde piu’ a logiche di potere che a principi democratici. E’ la “exit strategy” di Tsipras dopo non essere stato in grado di conciliare le sue promesse elettorali con le richieste dei creditori. Una vittoria dei No significhere portare la Grecia al default (con tutto quello che ne consegue nel breve periodo) senza poter addossare colpe al governo che ha semplicemente eseguito la volonta’ popolare. In caso di vittoria del Si, il governo sarebbe costretto alle dimissioni lasciando ad altri il duro compito di implementare le dure ricette per accontentare i creditori, permettendo a Syriza di mantenere il consenso dall’opposizione. Anche se rimanesse al governo, Syriza giustificherebbe il cambio di programma come scelta obbligata per rispetto della volonta’ popolare cosi come uscita delle urne.
In questo blog abbiamo visto con favore la vittoria di Tsipras, sottolineando come questa vittoria avrebbe avuto senso solo come catalizzatore delle forze di sinistra europee. Si e’ sottolineato anche come la Grecia non ce l’avrebbe fatta da sola. Purtroppo non solo la Grecia non e’ riuscita a diventare la scintilla per un cambiamento dell’ideologia economica dominante in Europa ma e’ diventata l’occasione per mandare un messaggio minaccioso agli altri paesi in difficolta’: si punisce Atene per avvertire gli elettori nel caso gli venga in mente di votare tutte le forze politiche anti Euro, da M5S a Podemos.
L’incapacita’ di trovare un accordo sul debito greco non e’ solo il fallimento dell’estrema sinistra greca ma della politica in Europa, incapace di fornire un’alternativa valida alle politiche dominanti.
La classe politica europea e’ palesemente priva di un progetto politico, riducendo la politica e il ruolo dello stato a semplice regolamentatore, lasciando ai mercati il compito di costruire il nostro futuro. La Grecia sara’  un altra occassione persa per cambiare non solo l’Europa o la gestione dell’economia ma soprattutto per mettere un argine al populismo crescente. La miope politica di punire la Grecia per educare il resto degli europei rafforzera’ semplicemente il sentimento e la visione di un’ Europa che tiene prigioniera i propri popoli. Come gia’ evidenziato in precedenza, a rischio non e’ soltanto l’Euro o il progetto di un’Europa piu’ coesa ma soprattutto la stessa democrazia come la conosciamo oggi, in un momento dove tante forze politiche sovrappongono democrazia, Europa ed Euro in un unico obbiettivo. Per questo motivo, la Grecia non e’ soltanto una mattonella di un domino economico ma anche politico. Qualunque sia il risultato del refendum,  avremo una Grecia attraversata da un senso di umiliazione, di rivalsa nei confronti dell’Europa e di risentimento verso la classe politica che ha svenduto il paese. Una miscela esplosiva, pronta ad alimentare un nazionalismo esasperato che minacerebbe la democrazia greca. Ironia della storia, il tutto nel paese dove la democrazia e’ nata con l’aiuto della forma piu’ alta di democrazia: un referendum.

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Qualche riflessione sulle elezioni regionali

Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, durante la presentazione del libro di Aldo Cazzullo 'Basta Piangere!' al teatro Argentina, Roma, 26 novembre 2013.  ANSA/CLAUDIO PERI

Dopo le elezioni europee, su questo blog avevamo messo in evidenza come il successo di Renzi era frutto dalla sua capacita’ di svecchiare il PD, rendendolo meno ideologizzato e in grado di catturare il voto moderato in fuoriuscita da Forza Italia. Contemporaneamente si metteva in guardia delle difficoltà che il premier avrebbe incontrato nel tentativo di rendere il PD un punto di riferimento anche dei moderati: governare con il rischio di scontentare e mantenere la sinistra del partito. Queste elezioni rappresentano inoltre anche il limite di un partito postmoderno che si illude di prendere voti da tutti i strati sociali con la semplice comunicazione.

 Il PD e il suo leader hanno fatto un karakiri scontentando il proprio elettorato nel tentativo di attirare i voti moderati che pensava di raccogliere grazie al declino politico di Berlusconi. La sinistra italiana ha sempre basato principalmente la propria forza sul ceto impiegatizio (operai e impiegati pubblici) e riusciva anche a raccogliere una buona parte dei voti di protesta di chi rimaneva fuori dal mondo del lavoro. Da quando la sinistra e’ diventata una forza governativa ha sempre considerato cruciale per la propria vittoria la conquista di una parte del voto moderato. Il risultato e’ stato quello di trasformare il maggior partito della sinistra italiana in un “Catch all party”,  ovvero un contenitore di diverse anime che rappresentano interessi e opinioni in contrasto tra loro. Come evidenziato in precedenza il PD e’ un partito postmoderno senza un’idea precisa del futuro riducendo la politica a semplice comunicazione. Esso accetta semplicemente il presente, limitandosi a piccole riforme che accomodino il mercato o l’opinione pubblica senza nessun legame ad un progetto preciso. La politica ridotta a semplice comunicazione funziona nel breve periodo ma quando si governa e si prendono decisioni, queste prima o poi scontentano qualcuno come queste elezioni dimostrano

L’abolizione dell’art. 18 e la riforma della scuola sono stati anche un tentativo di intercettare e consolidare il voto del ceto medio fatto di liberi professionisti e imprenditori. Questo ha profondamente deluso la sinistra del partito tradendo proprio il ceto impiegatizio di cui e’ sempre stato punto di riferimento. Il tentativo di Renzi di essere contemporaneamente una forza di “sinistra” e “moderata” allo stesso tempo e’ fallito miseramente rivelando quello che’ il PD e’ in realtà: una forza di centro con un elettorato che per inerzia continua a votarlo pensando di dar forza alla sinistra italiana.

Per il M5S e’ un risultato importante perché raccogliere tanti voti in un’elezione locale senza un vero e proprio radicamento territoriale non era facile, Non hanno neanche preso una regione ma questo e’ un vantaggio per loro. Il grosso limite del partito e’ che non hanno una vera e propria classe dirigente al momento e governare una regione senza quella non e’ facile, con il rischio di finire sotto i riflettori per le ragioni sbagliate. Il risultato ottenuto da’ loro la possibilità di avere visibilità, rafforzare il radicamento e creare una classe dirigente. Il risultato e’ anche la conferma di quanto fosse ingenuo da parte loro non andare in TV e pensare che la politica si possa fare solo sulla rete. Infatti il buon risultato dipende anche dal fatto che hanno posto fine al loro avventino televisivo. Un elemento su cui riflettere e’ che nonostante la loro propensione ad essere anti sistema non riescono ancora a raccogliere una parte del consenso di chi decide di disertare le urne. Questo può anche significare che ormai sono ritenuti una forza politica come le altre. Se da una parte essere ritenuti una forza come le altre significa perdere un po’ dell’abilita’ di attrarre il voto di chi tende ad astenersi, dall’altra parte significa essere una forza vera e propria e destinata a rimanere a lungo, andando oltre il semplice voto di protesta. Molto dipenderà dalla capacita’ di darsi una classe dirigente slegata dal duo Grillo–Casaleggio e di mostrarsi in grado di governare. La politica non e’ sempre espressione diretta della propria volontà politica e le scelte sono anche frutto delle circostanze e questo sara’ la cosa più difficile da far digerire al proprio elettorato una volta al potere come i casi di Parma e Livorno dimostrano.

A destra Salvini sembra emergere e  forse questo e’ l’unico vero aspetto positivo di queste elezioni  per Renzi. Le urla vuota di Salvini possono aiutare Renzi a riposizionarsi un po’ più a sinistra nei prossimi mesi, mantenendo una parte del voto moderato che non gradisce la Lega. Salvini può essere la stampella sui cui Renzi si può appoggiarsi per tenere insieme le diverse anime del PD anche grazie alla nuova legge elettorale. L’idea del ballottaggio tra le prime due coalizioni per attribuire il premio di maggioranza ha proprio lo scopo di mettere gli elettori davanti ad una scelta. Il ballottaggio  obbliga la sinistra e i moderati a votare PD in caso di un testa a testa con Salvini. Se invece al ballottaggio il PD va con il M5S, Renzi puo’ contare sul voto di tanti moderati che non amerebbero un salto nel buio con il M5S. Questa e’ la ragione per cui Renzi ha fatto di tutto per approvare questa riforma elettorale. Ora si tratta solo di arrivare al ballottaggio e questo dipenderà’ anche da come l’economia italiana andrà nei prossimi mesi.

Nei prossimi mesi ci possiamo aspettare il tentativo del M5S di apparire come forza di governo (Grillo permettendo) e il tentativo ancora più marcato da parte di Renzi di dimostrarsi come l’uomo del cambiamento anche se sara’ obbligato a strizzare l’occhio a sinistra. Interessante sara’ l’evoluzione a destra che molto probabilmente confermerà quello che Montanelli diceva: “Gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello” .

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