L’identità culturale e il suo assalto alla libertà

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Uno dei temi ricorrenti della politica di oggi e cavallo di battaglie dell’estrema destra, non solo in Italia, è il concetto di difesa dell’identità soprattutto quella culturale. A seguito della globalizzazione, della migrazione e dal contatto con altre culture imposto da un mondo sempre più piccolo, affiora l’esigenza di difendere un’identità culturale. Il concetto sembra affascinare soprattutto le giovani generazioni in quanto fornisce un punto di riferimento fermo in un mondo che ne offre pochi. In un periodo storico caratterizzato dai cambiamenti veloci imposti dalla tecnologia, il concetto d’identità culturale offre una specie di ancora di salvezza, un punto fermo da dove guardare il mondo dandosi un ruolo che permette di essere riconosciuti. Nel momento in cui la politica ha smesso di avere il ruolo guida abdicato all’economia e alla tecnologia, ecco che la politica basata sul concetto d’identità acquista importanza. Da una parte il concetto di difesa dell’identità ci dà l’illusione di tornare in controllo, mentre dall’altra parte permette alla politica di parlare di qualcosa. La difesa dell’identità culturale è la versione adulta del “fermate il mondo, voglio scendere”. Incapaci di comprendere e guidare i cambiamenti, spaventati dal futuro e incapaci di vivere il presente che si muove in maniera rapida, la politica ricorre alla difesa di un’identità per parlare agli elettori.

All’apparenza la difesa dell’identità culturale può apparire innocente, senza alcun pericolo per la democrazia o la semplice convivenza tra diversi gruppi all’interno della nostra società. In realtà, la difesa dell’identità culturale è il classico cavallo di Troia: innocente all’esterno ma che contiene pericoli al proprio interno dopo un’attenta analisi.

Il concetto d’identità richiama a un qualcosa che resta immobile e ben definito ma entrambe le cose sono illusorie. Ognuno di noi contiene molteplici identità che entrano in gioco a seconda dei momenti, con chi ci relazioniamo o la nostra età. Alcune di queste identità le riteniamo importanti e difese strenuamente, altre meno, tutte cambiano ma non esiste un’unica identità che permette di sintetizzare la nostra vita e tutte sue manifestazioni.  Se rapportiamo questo alla società (anche la più coesa), il tentativo di d’indentificare elementi che costituiscono un’identità comune è illusorio data la sua complessità e varietà. Qualsiasi tentativo risulterebbe una forzatura a servizio non dell’identità ma delle ragioni che si celano dietro la necessità di trovarla. Tutte le identità sono artificiali e costruite per servire un scopo, che sia quella personale o quella di un paese. L’identità non esiste in natura, è un processo cognitivo che richiede che qualcuno, o un qualcosa, decida che cosa faccia parte o meno di una determinata identità o quale identità tra le tante è importante e va difesa. Come spiegato da Remotti, l’identità è un mito, un grande mito del nostro tempo che promette un qualcosa che non c’è.

Tornando al concetto di cultura, quando ci si riferisce all’identità culturale si fa finta che sia un qualcosa di eterno, una specie di essenza alla base dell’essere italiani. Peccato che la cultura si evolve e cambia nel corso degli anni. L’identità culturale di oggi (febbraio 2018) è diversa dall’identità culturale degli italiani di 10 anni fa. Questi cambiamenti culturali sono oggi ancora più veloci perché condizionati dal passo del cambiamento tecnologico. Facebook, WhatsApp e Twitter fanno ormai parte di questa identità culturale. Se togliessimo la tecnologia non saremmo in grado di descrivere la cultura di oggi e la stessa tecnologia ci rende diversi culturalmente dagli italiani del passato, anche solo 10 anni fa. Pensiamo alla religione per fare un esempio lontano dalla tecnologia e che riteniamo lenta ai cambiamenti. La maniera con cui i credenti si approcciano alla religione cattolica oggi è completamente diverso agli stessi credenti prima del Concilio Vaticano secondo. Seppure parliamo della stessa religione, dello stesso paese e di un lasso di tempo relativamente breve, le diversità sono enormi. Se culturalmente ci evolviamo, possiamo veramente parlare di un’identità culturale? Possiamo veramente estrapolare un’essenza che accomuni l’essere italiani oggi e ieri? Considerando che ognuno di noi è un insieme d’identità, possiamo veramente identificare un minimo comune denominatore che accomuni tutti? Se quello che vogliamo difendere è in continuo cambiamento, possiamo veramente pensare di difenderlo e sottrarlo al cambiamento?

Che piaccia o meno, i cambiamenti culturali sono esistiti ed esisteranno sempre anche se vivessimo completamente isolati dal mondo esterno in quanto i cambiamenti non sono dettati solo e soltanto dall’esterno ma anche dal movimento del pensiero. Quello di fermare il tempo, di congelare i cambiamenti culturali è un sogno partito da Platone che accomuna tutti i regimi autoritari (destra e sinistra senza differenza). Per fermare i cambiamenti culturali c’è bisogno di un qualcosa che decida cosa vada accettato o meno come identità e che si impegni a far si che “l’identità modello”, scelta arbitrariamente, non venga corrotta (spesso e volentieri con la forza). Questo ruolo verrebbe dato allo stato (dato che la difesa dell’identità culturale diventa una priorità politica) e da qui la fine della libertà, perché l’unica maniera per fermare i cambiamenti culturali è quello di distruggere la libertà e i cambiamenti che vengono con essi. La liberta esiste e ha senso solo se c’è la possibilità di cambiare.

Per questo motivo tutta la discussione sulla difesa dell’identità culturale oltre ad essere inutile (quale identità, chi ne decide le caratteristiche, come fermare il progresso tecnologico, quale identità scegliere etc.) è pericoloso perché alla radice è fortemente autoritario. L’unica maniera per difendere l’identità culturale è quello di limitare la libertà. L’identità è qualcosa di fermo e non soggetto al dibattito e quindi ostile alla libertà di pensiero. Non si può essere per la libertà e poi negarla quando questa minaccia un ideale di nazione o cultura. Per questo motivo l’identità e l’affermazione di questo concetto in politica sono il vestito nuovo indossato da chi è contrario (cosciente o incoscientemente) alla libertà. Il concetto di difesa dell’identità culturale non rappresenta solo una minaccia alla libertà ma anche alla convivenza pacifica all’interno di una società.

Remotti ci ricorda che la ricerca dell’identità è una soprattutto ricerca del riconoscimento. Non ha senso parlare di un’identità senza qualcuno da cui apparire diverso a cui chiedere il riconoscimento. Una persona che vive sola in un’isola non ha bisogno di affermare la propria identità personale in quanto non c’è nessuno che può operare quel riconoscimento. Parlare d’identità ha senso solo all’interno di un contesto dove sono presenti altre identità la cui differenza è usata come cartina tornasole per definire la propria. Per questo motivo un’identità non è definita per se ma sempre contro qualcosa e la difesa dell’identità si riduce ad un’affermazione contro altre identità. Da qui la ragione per cui il ritorno alla politica identitaria ha portato a un aumento dei conflitti soprattutto in un mondo che ha visto le sue dimensioni collassare nel giro di pochi anni. Nel momento in cui il mondo diventa interconnesso, dove la vita quotidiana dipende anche da quello che accade in altri posti e la distinzione tra vicino e lontano diventa sempre più labile, lasciare che il mondo sia guidato da politiche identitarie è la ricetta per il disastro. La politica smette di essere un mezzo per costruire il futuro ma diventa una maniera per affermare un qualcosa che esiste senza la volontà di cambiarlo. Il centro dell’attività politica non è la ricerca della soluzione ai problemi, ma la ricerca del riconoscimento e l’affermazione di se stessi. Questa ricerca non può che essere fatta alle spese degli altri, dei diversi, degli appartamenti delle altre identità che sono costrette ad accettare o rifiutare l’identità portata avanti. La difesa dell’identità non permette l’alterazione e quindi il compromesso e senza la volontà di cercare una via di mezzo lo scontro rimane l’unica opzione.

Non a caso con l’affermazione delle politiche identitarie è aumentata anche la violenza politica. La difesa della propria identità può essere usata come chiave per comprendere il terrorismo islamico per esempio. L’estremismo islamico affascina tante persone perché appare come una risorsa in difesa di un ideale d’identità minacciato dalla corruzione dei paesi occidentali. Non viene forse imposta la sharia per difendere un’identità culturale? Tutto quello che l’occidente produce non viene vietato forse perché accusato di corrompere le pratiche tradizionali alla base della loro identità? Che differenza c’è tra chi vuole fermare i cambiamenti culturali imponendo la sharia e chi parla di difesa culturale nelle nostre arene politiche? Nessuna, solo l’identità imposta. L’uso del concetto d’identità in politica è pericoloso non solo in rapporto tra culture diverse. Purtroppo il concetto d’identità si è infiltrato che nel modo in cui si fa politica. I politici mirano a creare identità in maniera da sottrare i propri elettori al pensiero critico. Quando Berlusconi parla “di noi liberali contro i comunisti”, quando Di Maio parla di “onesti contro la casta”, quando la sinistra attacca l’etichetta di fascista a chi non appare conforme al proprio modo di vedere le cose, sono tutti esempi di come viene usato il concetto d’identità per fare politica. Il politico crea un’identità che viene indossata dall’elettore, nel momento che questa identità viene indossata sarà difficile per questo elettore aprirsi al confronto. Il voto viene slegato da un progetto ma diventa una maniera per costruire la propria identità, altro esempio di uso privato della politica  discusso in precedenza. Che democrazia si puó costruire se gli attori sono immuni all’alterazione? Che speranza ha la politica di generare un dibattitto democratico costruttivo quando i suoi attori sono impregnati in una logica tribale? La democrazia è soprattutto confronto e scambio di idee ma quando sullo scenario politico appaiono solo le identità, non rimane che lo scontro e la degenerazione del dibattito.

Come se ne esce? Soprattutto come se ne esce difendendo la libertà e la convivenza? In una maniera sola: accettando la realtà fatta di identità fluide e soggette al cambiamento. Ne usciamo difendendo la libertà che sia essa religiosa o di pensiero. Solo difendendo i principi di società aperta si può garantire la libertà e la convivenza di diverse identità senza arrivare allo scontro. Non è solo una questione culturale ma anche una questione di sopravvivenza del genere umano sempre più compresso in distanze che si riducono che ci obbligano a vivere fianco a fianco. La critica che potrebbe essere mosse contro quello finora espresso sono essenzialmente due: non ha senso parlare di società aperta davanti alla minaccia del terrorismo e quella di relativismo culturale.

Se si è veramente preoccupati per le sorti della libertà, della democrazia o dei diritti umani minacciati dal terrorismo islamico, la maniera migliore per difenderli e spingere per la loro affermazione e non per la loro soppressione. Non ha senso combattere il terrorismo aiutandolo a raggiungere il suo obbiettivo principale che mira alla distruzione della nostra libertà e di come le nostre società sono costruite costituendo una minaccia alla loro identità.

Come spiegato in precedenza ci sono tante identità e la scelta degli elementi che la costituiscono è sempre un atto arbitrario. Non sono forse anche i concetti di libertà, società aperta, laicismo e tolleranza alla base dell’identità dell’occidente? Se proprio dobbiamo decidere un’identità, perché non scegliere un’identità che permette la coesistenza pacifica e non pregiudica il futuro della libertà? Se riteniamo importante questi elementi alla base della nostra identità di riferimento, possiamo veramente parlare di relativismo culturale?

Non possiamo continuare a ingolfare il dibattito politico con discussioni che non hanno al centro i problemi del nostro presente. Una politica mirata alla difesa di un qualcosa che in realtà non esiste può solo portare allo scontro, senza costruire un futuro migliore. È questa la politica che vogliamo?

 

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