La società egoista davanti alla crisi economica

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Nel precedente articolo ci siamo soffermati su come l’affermazione dell’individuo sia stato snaturato dalla società dei consumi rendendo le nostre società più egoiste e più sensibili all’agenda neo liberista. La crisi avrebbe potuto segnare un punto di rottura riportando in gioco concetti come quelli di solidarietà, stato sociale e maggiore eguaglianza. La risposta alla crisi ha invece mostrato quanto sia radicato questo cambiamento culturale che ha reso le nostre società meno altruiste. La ricerca della felicità e’ stata fatta passare come un qualcosa che dipende unicamente dalle persone, dalle loro scelte e dal loro stile di vita. Certamente le scelte personali sono determinanti, ma qualsiasi scelta personale e le opzioni a disposizione dipendono dal contesto in cui ci si trova. L’individualismo portato agli estremi insieme alla ricerca del piacere personale come unico scopo di vita hanno convinto buona parte di noi che il contesto conti fino a un certo punto e che quello che veramente conta siamo noi con le nostre scelte e il nostro atteggiamento verso la vita. Questa visione delle cose e’ spesso anche il frutto della sfiducia nei confronti delle istituzioni, percepite lontane o incapaci di cambiare il presente. Il risultato finale e’ la solitudine ad affrontare la crisi senza la possibilità di fare fronte comune per influenzare le politiche governative.

Nei decenni passati le crisi portavano a un maggiore coinvolgimento nella vita politica  di cittadini che facevano causa comune per arrivare a obiettivi condivisi. Oggi l’individualismo ha portato a una guerra tra poveri. Chi ha perso il lavoro ha indirizzato la propria frustrazione nei confronti di chi ha meno (immigrati) rafforzando i partiti di estrema destra. Chi in qualche maniera e’ “sopravvissuto”, ha allargato le fila della maggioranza silenziosa che ha permesso l’attuazione delle politiche di austerità. Monti, Rajoy e Samaras hanno potuto portare avanti le loro politiche con il sostegno di chi aveva paura di perdere quello che aveva a scapito degli altri a cui e’ toccato subirle queste politiche. In questa maniera, si e’ continuato ad affrontare la crisi con la stessa cura che l’ha generata con politiche mirate a tagliare la spesa pubblica in un momento in cui ce ne sarebbe bisogno per rilanciare i consumi.

Per anni abbiamo visto operai salire in cima alle gru, minatori chiudersi nel ventre della terra o piccoli imprenditori suicidarsi. Queste manifestazioni hanno generato un senso di pietà e una solidarietà superficiale presto dimenticati nel sollievo di non essere stati colpiti dalla crisi. La rabbia dei precari e dei senza lavoro non ha trovato sostegno da chi un lavoro l’ha mantenuto e che tira avanti ringraziando la buona sorte. Il problema dei senza lavoro e dei precari ha smesso di essere un problema sociale per essere un problema personale di chi ne paga le conseguenze.

Anche i comportamenti dei vari governi nei confronti della Grecia e’ il riflesso di società sempre più egoiste con la classe dirigente europea impaurita di perdere consenso in caso di concessioni.  La crisi economica in Europa si sta protraendo per l’incapacità e la scarsa volontà dei governi di prendere misure che possano essere considerate vantaggiose per altri a scapito dei propri cittadini in una visione a corto termine. Per esempio il debito pubblico greco viene compreso dai più come una semplice questione di soldi presi in prestito ignorando che il debito pubblico non può essere considerato alla stressa stregua del debito di un privato. Il risultato finale e’ la solita rappresentazione di un popolo cicala pronto a vivere sulle spalle delle formiche laboriose. Questa rappresentazione della realtà e’ spesso una storia raccontata a se stessi per giustificare la propria mancanza di solidarietà in una visione religiosa dell’economia dove il debito viene visto come colpa da espiare. In questa maniera, la sofferenza del popolo greco viene vista come espiazione di errori fatti nel passato che non merita nessuna solidarietà in quanto la pena e’ l’unica maniera per riparare la colpa. Lo stesso atteggiamento viene spesso usato nei confronti dei disoccupati  visti come persone che non sono state capaci di aggiornarsi, che non vogliono lavorare o incapaci di adattarsi e per questi motivi pagano le conseguenze delle loro scelte personali. Questa visione delle cose e’ una rinuncia a usare la politica progredire,  liberandola dal dovere di aiutare chi e’ rimasto dietro sancendo una vittoria importante per il neo liberismo. Qualsiasi alternativa al neo liberismo sarà costretta a cambiare prima la cultura dominante prima di avere qualche possibilità di imporre politiche diverse.

Le vittime della crisi sono state lasciate a se stessi non solo dai governi e dal resto della società ma anche dalle organizzazioni che in teoria dovevano essere dalla loro parte. I sindacati hanno spesso finito per tutelare solo i loro iscritti che un lavoro o una pensione ce l’hanno. Questo ha finito per alimentare i partiti anti-sistema in una logica del muoia “Sansone con tutti i filistei”. Una volta che la politica viene vista non solo incapace di risolvere i problemi, ma anche indifferente o a protezione di un sistema iniquo, allora tanto vale buttare tutto giù per essere ascoltati.

La crisi economica non e’ solo un problema economico ma e’ anche un problema politico. Questo richiede delle risposte politiche alla base di scelte economiche. I governi si sono limitati a tenere i bilanci in ordine aspettando una ripresa che non arriverà mai senza delle scelte coraggiose che portino una maggiore redistribuzione della ricchezza prodotta a favore dei ceti medio-piccoli insieme a delle politiche europee d’investimenti. Queste scelte impongono delle rinunce da chi non e’ stato toccato dalla crisi. Fino a quando la politica si limiterà al piccolo cabotaggio, cercando un equilibro difficile tra crescita zero e interessi sul debito senza cercare altre risorse per rilanciare i consumi, non ci sarà uscita dalla crisi se non nelle parole del ministro dell’economia di turno pronto a giurare che la ripresa e’ dietro l’angolo. Questo cambiamento della strategia economica e’ difficile senza una pressione da parte dell’elettorato per una società più’ giusta in un clima culturale dove redistribuzione, pubblico e stato sociale sono concetti divenuti quasi sinonimo di comunismo.

Questo ha creato una situazione pericolosa per la democrazia. I partiti momentaneamente al potere, nati prima della crisi, hanno un consenso che deriva prevalentemente da chi non e’ stato colpito dalla recessione. Questa base elettorale non spinge per riforme radicali per una società più equa con la paura spesso infondata di perdere quello che ha, riflesso del contesto culturale che ha reso le nostre società meno altruiste. Chi e’ vittima della crisi si rivolge a partiti alternativi spesso populisti per essere rappresentati.  O si afferma un’alternativa politica ed economica non populista al liberismo economico, oppure la crisi e l’egoismo distruggeranno le nostre istituzioni . Purtroppo non c’e’ il tempo per attuare quel cambiamento culturale necessario per creare una società più attenta alle esigenze degli ultimi, ma la classe politica del nostro continente ha il dovere di mostrare la propria leadership attuando politiche diverse per alleviare la crisi avviando quel cambiamento culturale ponendo nuove parole e temi al centro del dibattito politico.

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