La pessima lettera di Renzi agli italiani all’estero

Pd: Renzi, sul carro non si sale, le idee sono quelle

 

Oggi ho ricevuto finalmente la lettera di Renzi per convincermi a votare SI. Furbate a parte (l’averla mandata troppo tardi quando io e tanta altra gente ha giá votato e aver riportato un link sbagliato che porta ad una pagina che spiega le ragioni del NO) mi ha molto colpito il tono e le parole usate.

Questa lettera é un ulteriore conferma di quanto poco a sinistra sia Renzi e chi gestisce la sua comunicazione. E’ chiaro che stia cercando di sfondare a destra ma cosi snatura il PD mandando un messaggio confuso che risulterá debole davanti a chi ha un messaggio piú chiaro. La lettera é intrisa di sciovinismo nazionale tipico di un leader di destra. La lettera inizia cosi “nessuno meglio di voi , che vivete all’estero, sa quanto sia importante che il nostro paese sia rispettato fuori dai confini nazionali” per poi continuare “dare dell’Italia un immagine diversa”, “l’onore e l’emozione di rappresentare il paese”, “ogni volta che ho sentito risuonare l’inno di Mameli con voi, ogni volta che incrociato i vostri sguardi orgogliosi”, “l’italia, dicevamo, ha un enorme bisogno di essere rispettata all’estero” . Dopo questa sviolinata in salsa patriotica, dedica un paio di paragrafi alla riforma per poi tornare a fare appello alle emozioni di italiano all’estero chiedendo il suo aiuto per “continuare ad andare avanti” per evitare di “tornare ad essere quelli di cui all’estero si sghignazza” . Capisco che tanti italiani all’estero siano tendenzialmente a destra (soprattutto le vecchie generazioni) ma questo tono nazionalpopolare non dovrebbe appartenere ad un leader progressista.

Su 14 paragrafi, solo 3 entrano nel merito della riforma il resto é un richiamo alle emozioni. Quando il contenuto del messaggio é debole, non resta che puntare alle emozioni. Qualcuno si appella alla pancia mentre altri fanno appello ad un machismo nazionalista. Normale che il dibattito che si sviluppa é pessimo e la gente non vota nel merito. Piú il pensiero e la politica sono deboli, piú ci si affida agli strateghi della comunicazione. Magari saranno anche bravi a vendere nel breve periodo l’immagine di un politico come fosse un profumo,   nel lungo periodo peró a rimetterci sono la democrazia, intesa come confronto di idee, e la capacitá di avere una visione del futuro. Tutto si riduce al breve periodo dove si fa appelo agli indecisi trattando il voto come atto impulsivo. Magari vinci le elezioni ma lo stare dietro ai capricci e alla volatilitá degli elettori ti condanna all’immobilitá e a snaturare la tua storia politica.

Renzi sará per la sinistra quello che Berlusconi é stato per la destra. Due leader che hanno snaturato le storie a cui dicono di far riferimento. Una volta svuotata questa storia (il brand per continuare ad usare termini di marketing), la scena politica appartiene solo e soltanto a chi ogni volta fa appello alla pancia. Questa lettera é un altro esempio di questo declino, un’altra dimostrazione della resa della politica davanti alle logiche della comunicazione.

Seguici su twitter:@viamila18

 

Advertisements

Perché voto NO!

renzi_referendum_-kw3e-u1090801094245bcc-1024x576lastampa-it

Ho passato lunghe settimane di riflessione. Ho sentito un sacco di esagerazioni da ambo le parti, inesatezze e argomenti che solo in parte (ad essere buoni) centrano con il referendum. Ho avuto una sola conferma, la democrazia diretta é una jattura perché non abbiamo politici ed elettori all’altezza.

Questa riforma non é uno scandalo (non si tocca la magistratura e il presidente del consiglio non puó sciogliere le camere come nelle precedenti riforme). Ha dei punti positivi: rimozione del CNEL, province e forse (non ne sono sicuro) rimette ordine al titolo V (le regioni per intenderci che la precedente riforma del centrosinistra aveva scassato dando vita ad una serie di contenziosi presso la corte costituzionale), da solo alla camera la responsabilitá dell’indirizzo politico (voto di fiducia) e annullamento del bicameralismo perfetto.

Detto questo ho spedito il mio voto in ambasciata (vivo all’estero) ed e’stato un NO per le seguenti ragioni:

Le riforme vanno fatte insieme. In un momento di scollamento tra istituzioni e popolo, una riforma imposta a colpi di maggioranza referendaria va ad aumentare la senzazione di un potere politico lontano che mette in crisi ancora di piú la credibilitá e la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni.

-Insieme alla riforma elettorale, si cambia sostanzialmente la natura del sistema politico passando da un sistema parlamentare ad un premierato nascosto. Capisco che questa é una tendenza dei tempi moderni dove la natura tecnologica delle decisioni non richiede grossi dibattiti ma se questo va fatto bisogna mettere in corpo una serie di procedure che diano risalto al ruolo dell’opposizione. Questo non c’é secondo me e in un paese con la libertá di stampa limitata sarebbe un problema e un pericolo. Cosa accadrebbe se al potere andasse una forza politica o un politico con tendenze autoritarie?

– Saró impopolare ma io ritengo la democrazia diretta un pericolo, dove la maggioranza impone la propria forza riducendo la minoranza in un angolo. In una societá sempre piú tecnica e chiamata a fare scelte informate, la democrazia diretta sarebbe il regno della demogagia. Introdurre referendum propositivi o confermativi significa dare al politico di turno la possibilitá di usare il voto come plebescito come era nelle intenzioni di Renzi quando si é imbarcato in questa avventura.

– Il superamento del bicameralismo é una buona cosa ma nella riforma viene fatto in maniera troppo complessa. Come tutti i meccanismi, anche quelli costituzionali funzionano se sono semplici. Troppe procedure creano confusione e danno adito a forzature.

La nostra é una bella costituzione e ho avuto la fortuna di studiarla e di amarla. Questo non significa che non sia possibile cambiarla. Credo che l’ordinamento costituzionale (seconda parte) ha bisogno di un cambiamento ma questo va fatto in maniera ragionata e insieme. Una democrazia dove le forze politiche sono in continuo conflitto non funziona. Sedersi ad un tavolo insieme per farlo sarebbe un bel modo per far ripartire questo paese insieme. PCI, DC, Liberali e Socialisti ci sono risuciti mettendo da parte le loro fortissime divisioni ideologiche mettendo al centro il futuro del paese. E’ il momento che PD, M5S e il centrodestra mettessero da parte le loro strategie di marketing, il loro purismo infantile e si ricordassero che la democrazia é un compromesso e le regole di questo compromesso vanno scritte insieme.

Seguici su twitter:@viamila18

 

Trump é anche figlio di Obama

Donald Trump

Le ragioni di successo di un politico sono sempre molteplici. Le vittorie elettorali sono come oceani che ricevono acqua da infiniti fiumi. Abbiamo giá analizzato le tante ragioni dell’ascesa politica del miliardario americano ma uno di questi fiumi, che ha creato involontariamente l’oceano Trump, si chiama Obama. Non parlo solo del risentimento di quell’america bianca che non ha mai accettato un presidente nero. Il fenomeno Trump nasce da quel “Yes ,we can”. Quel motto e le speranze create da Obama hanno illuso gli americani e rafforzato l’idea che la realtá é la diretta conseguenza delle decisioni del potere politico. Quello slogan ha fatto credere che i nostri problemi e la tristezza del presente siano figli semplicemente della volontá di chi é al potere. Basta mettere al potere la persona giusta e tutto si aggiusta. La politica ha in se la capacitá di cambiare le cose ma questa visione non tiene in considerazione tutta una serie di fattori che ostacolano e limitano il potere politico.

Il potere politico non é mai fortunatamente libero di fare quello che vuole e cambiare le cose a suo piacimento perché deve fare i conti con altri fattori (dall’economia ad un congresso a maggioranza republicano, dalle decisioni di altri paesi ai gruppi di interessi organizzati). Promettere o vendere una visione non é mai difficile, il problema é realizzare questi sogni anche se si é mossi da buone intenzioni. Il presente é il frutto di tante forze che interagiscono e che magari traggono vantaggio dalla situazione attuale e che apertamente, o dietro le quinte, si opporanno al cambiamento rendendolo piú difficile.

Obama ha rimesso in piedi l’economia americana, ha ridato lavoro a tanti americani, ha assicurato la copertura sanitaria ma non é stato abastanza. “It is economy, stupid” non é stato abbastanza perché quello che é stato fatto non é all’altezza delle premesse e del sogno venduto ovvero del “Yes, we can”. Trump nella campagna elettorale non ha fatto altro che dire quanto sia bravo in tutto, ponendosi come la persona che cambia la realtá regalando la prosperitá a tutti. Gli é bastato apparire diverso e lontano da chi é giá andato al potere per vincere le elezioni (coleggi elettorali a parte).  Anche lui deluderá perché quel sogno é irrealizzabile. Se vogliamo salvare la democrazia dal ciclo promesse/delusione,  dobbiamo fare i conti con le nostre aspettative e renderci conto che le risorse non sono infinite eil nostro pianeta é al collasso e la felicitá non dipende solo dalle ricchezze materiali.

Un cambiamento duraturo puó avvenire soltanto tramite il cambiamento della cultura dominante. Purtroppo questo richiede tempo che i politici non hanno a disposizione. La politica si é trasformata in marketing con un orizzonte politico che non va oltre le prossime elezioni. Purtroppo in una societá che ragiona solo di pancia, i cambiamenti sono prodotti in situazioni critiche quando le alternative si sono esaurite. Questo è il caso del riscaldamento globale sperando che quando il cambio sarà l’unica alternativa non sia troppo tardi.

Seguici su twitter:@viamila18

La necessitá del politicamente corretto

Salvinix372

Salvini ancora una volta ha trovato l’occasione di far parlare di se e non certo per le sue proposte politiche. La bombola gonfiabile è stato solamente l’ultimo colpo di teatro sessista di una politica che non conosce più il limite della decenza. Tutto diventa lecito per denigrare gli avversari politici e per conquistare  voti. La decenza e l’autocontrollo spesso vengono etichettate con un certo fastidio come politicamente corretto. Politici, comici, giornalisti e gente comune ritiene il politicamente corretto una specie di gabbia che imprigiona le persone e il libero pensiero. Una finzione che ostacola la libertà di pensiero e non permette di esprimere quello che si pensa veramente. Il politically correct contribuirebbe dunque a creare una rappresentazione finta della realtà, il vestito di un mondo bugiardo che imbavaglia la gente comune non permettendogli di trovare rappresentanza.

Se intellettuali e comici sono chiamati in qualche maniera a scavalcare i limiti del politically correct  in modo tale da impedire  che la gabbia non diventi troppo stretta, questo vale meno per i politici. La democrazia è fatta di regole scritte e non, il politicamente corretto fa parte delle regole non scritte che permettono il rispetto tra le parti e pone un freno al deterioramento del dibattito politico. Negli ultimi anni, con la crisi dei partiti e la conseguente personalizzazione della politica, i politici hanno cercato di creare un legame diretto con la gente. Per far ciò è necessario apparire come la gente  comune, abbandonando quel rigore che il ruolo richiede. Gli elettori non votano soltanto in base a ideologie o in maniera razionale ma danno il proprio consenso a chi ritengono simile a loro. Da qui i classici “uno di noi”, “non il solito politico”, “dice quello che va detto” etc. Rompendo il politically correct, il politico di turno cerca di sembrare il più  possibile vicino agli elettori. Con la scuola pubblica in decadenza, una TV spazzatura che modella le menti, un dibattito politico animato da rabbia e paura, il tentativo di apparire come gli elettori ha innescato una corsa verso il basso all’interno di una  politica ridotta a intrattenimento. Il politico diventa simile alla gente comune non solo negli atteggiamenti ma anche nel modo di esprimersi e nei pensieri. I populisti sono stati i primi ad approfittarne, hanno perforato questo limite verso il basso per apparire diversi dai politici tradizionali ma in quel buco si sono buttati tutti pur di inseguire gli elettori. Con buona parte della stampa felice di questa liberazione dal politically correct, non e’ rimasto nessuno a sanzionare e ad arginare questo impoverimento dove chi la fa o la dice più forte vince.

La salute di una democrazia dipende anche dalla qualità’ del dibattito politico e la volgarità, l’ offesa, gli attacchi verso le minoranze e il ritenere che tutto sia concesso lo ha deteriorato fortemente avendo conseguenze anche nella vita reale. A farne le spese sono soprattutto le minoranze perché nel momento in cui un politico inizia ad usare certe frasi ed espressioni in qualche maniera legittima gli elettori a fare lo stesso. Non a caso l’avvocato di Amedeo Mancini, abbia detto  per giustificare il proprio assistito “Scimmia? E’ una parola che dicono i politici. Per questo poi i ragazzi la usano”. Se le parole sono importanti, dette da un politico lo sono il doppio e il dibattito sul Brexit o le parole usate da Trump dimostrano come il rompere il politicamente corretto (per quanto oppressivo sia) non inquina soltanto il dibattito politico ma anche la vita di tutti i giorni.

Il compito di un politico non si  può limitare al solo vincere le elezioni ma anche a governate ovvero gestire il presente per migliorare il futuro. Che futuro può avere un paese e la sua democrazia se chi e’ chiamato ad avere un ruolo guida invece di guardare verso l’alto ritiene normale sguazzare nel fango pur di arrivare al potere?  Seppur finto e  oppressivo,   il politically correct pone un limite alla discesa verso il basso e la volgarizzazione.  Se viviamo in una società sempre più arrabbiata, volgare  e intollerante verso il prossimo è anche perché la politica ha sdoganato tutto questo e reso in qualche maniera legittimo. Il politicamente corretto rimane una forzatura, una recita, spesso uno scandalizzarsi ipocrita ma tutto questo rimane pur sempre un male minore davanti ad una politica spazzatura.

Terrorismo 2.0 e il suo brand

nizzacamionstrage0

L’aspetto forse piú sconcertante dei fatti di Nizza é che l’autore dell’attentato  era uno sconosciuto per le forze dell’ordine in quanto non era stato mai associato a gruppi estremisti. Mohamed Lahouaiej Bouhlel era un perfetto uomo qualunque, diventato lupo solitario all’improvviso. Questo aspetto contrasta l’idea che spesso si ha dell’ISIS o di Al-Quaeda come organizzazioni terroristiche dotate di un vertice e organizzate in cellule. Questa visione sbagliata deriva dalla maniera in cui le organizzazioni terroristiche hanno sempre agito in Europa,  le brigate rosse per fare un esempio. Se questa fosse la maniera in cui il terrorismo islamico é organizzato, basterebbe un maggior controllo del territorio e un coordinamento delle itelligence per batterlo. Per smantellare un’organizzazione terroristica organizzata in questa maniera basterebbe seguire il flusso di armi o denaro, infiltrare operatori di polizia al loro interno o semplicemente fare in maniera che uno dei terroristi inizi a collaborare per far crollare il castello di carta. Come i fatti di Nizza hanno purtroppo dimostrato,  il terrorismo islamico funziona in maniera diversa: non ha bisogno di strutture o catene di comando (per l’ISIS questo vale soprattutto in Europa), ne’ tantomeno di cellule interconnesse dedite al recrutamento o all’attuazione dei massacri. In poche parole, la maniera in cui sono organizzati non offre la possibilita’ di trovare il filo per sciogliere la matassa.  Il terrorismo islamico non e’ dotato di un corpo da ricercare e fermare ma é qualcosa di piu’ sfuggente e inafferabbile. Il terrorismo islamico funziona piu’ come un brand e capire la maniera in cui opera é importante per attuare una strategia che possa contrastarlo.

Per un qualsiasi prodotto, un brand é molto piú di un logo o uno slogan. Il brand é soprattutto carico di un significato che i responsabili di marketing cercano di associare al prodotto. Questo significato o i valori associati al prodotto permettono all’azienda di differenziarsi e di fidelizzare il cliente. Non compriamo cose solo per il loro uso ma anche per associare noi stessi a un’idea che il prodotto trasmette. Per esempio, perché una persona comprerebbe mai una Ferrari? Certamente non per l’uso dato che anche una normale utilitaria permetterebbe di spostarsi da un punto A ad un punto B. Per la bellezza? Ci sono tante macchine sportive altrettanto accattivanti ad un costo molto inferiore. La gente compra Ferrari perché significa successo, possedere una Ferrari significa dire al mondo io sono al vertice perché me la posso permettere. In un’epoca dominata dal nichilismo con persone in cerca di un’identitá che possa dare una direzione, cosa compriamo serve anche a dire chi siamo. Nella stessa maniera, l’ISIS ha creato un brand con cui estremizza e recruta tanti giovani, spingendoli a compiere atti cruenti anche senza mai essere andati in Siria o entrati direttamente in contatto  con un’organizzazione terroristica. Il brand permette il recrutamento di terroristi slegati tra loro e quindi impossibile da stanare e fermare in anticipo. Questo permette all’estremismo islamico di avere un  potenziale immenso esercito di dormienti  che non bisogna addestrare ma semplicemente spingere all’azione:

“Se non siete in possesso di pallottole o di ordigni, afferrate una pietra e spaccategli la testa. Oppure uccidente con un coltello. O investitelo con un’auto. Gettatelo dall’alto di un palazzo. O strangolatelo con le mani. Usate il veleno!”.

Questo brand viene costruito on line attraverso video di propaganda che vengono visti soprattutto dai giovani che possono decidere di partire per la Siria o semplicemente diventare martiri in qualche angolo d’Europa. Video che mostrano i combattenti dell’ISIS come novelli rambo senza paura, come se la guerra fosse un video gioco. Quello che l’ISIS vende é la possibilita di diventare un qualcuno e di dare un significato alla propria esistenza attraverso una causa. Quali sono i significati e i valori associati a questo “prodotto”? Il coraggio, la possibilitá di dirsi “buoni islamici”, l’eroismo del buono che combatte il male, diventare guerrieri di una guerra santa etc. Cosi come il populismo attira tanti giovani europei dando l’illusione di essere dei ribelli che operano per il cambiamento contro vari nemici, cosi il fondamentalismo islamico dá la possibilita a tanti giovani musulmani la possibilitá di diventare ribelli e combattere quella societá che li ha emarginati e costretti a vivere in grandi periferie senza speranza perché il liberismo economico ha distrutto la possibilitá di un riscatto sociale.

Combattere il terrorismo con bombe, limitando i diritti o trattando tutti gli islamici come nemici o cittadini di serie B farebbe proprio il gioco dell’ISIS perché rafforzerebbe l’appeal del loro prodotto. Piú si emarginano i giovani islamici trattandoli come nemici, piú grande diventa il risentimento di questi ultimi nei confronti delle societá che li esclude e degli stati che li trattano come potenziali nemici. Il risultato finale e’ rafforzare la propaganda dell’estremismo religioso e del potere seduttivo del brand “terrorismo islamico”. Quello che servirebbe invece é  qualcosa di piú sottile, distruggere il brand minuziosamente creato dalla propaganda fondamentalista, ragionamento troppo sottile in una clima dominato da politici e opinionisti assetati di vendetta.

Il voto e l’identitá di ribelle

articleGal_3659_3514.w_hr

All’indomani di ogni tornata elettorale ci si chiede quali siano le ragioni che spingono tanti elettori a scegliere candidati o politiche antisistema: da Trump alla Le Pen, dal Brexit ai movimenti indipendentisti in giro per l’Europa. La risposta comune é la crisi economica e di come la disuguaglianza abbia creato un divario tra le classi popolari e le elite. Il voto diventa uno strumento per manifestare il proprio malcotento o la ricerca di un’alternativa al di fuori dei partiti di sistema considerati responsabili del disagio dei nostri giorni. In un momento dove i partiti tradizionali di sinistra hanno abbondonato la battaglia per l’uguaglianza, allineandosi alle politiche neoliberiste, il malcontento e’ stato intercettato dall’estrema destra o piu’ in generale dal populismo. In questo blog, pur condivendendo questa tesi, ci siamo sforzati a trovare altre ragioni per spiegare il presente. La crisi economica non puó essere considerata come unica chiave di lettura dato che anche la classe media (anche se si rimpicciolisce sempre piú) e coloro non colpiti dalla crisi sembrano orientarsi in maniera preoccupante verso opzioni “distruttrici”. Nell’articolo precedente ci siamo soffermati sul malessere creato dal marketing che crea frustrazioni imponendo modelli di vita irraggiungibili. Il marketing non ha fatto altro che donare una direzione materiale a un’epoca dominata dal nichilismo, ovvero dalla presunta assenza non solo di valori ma soprattutto di una direzione a seguito del crollo del senso religioso e delle grandi ideologie. In un momento in cui l’individuo si trova senza direzione, la domanda “chi sono?” diventa ancora piú pressante. Il voto diventa una delle maniera per affermare e creare una propria identitá, un modo per asserire cosa si é.

L’elettore attraverso il voto si da un`identitá, un modo come altri per dirsi quello che si é o quello che si vorrebbe essere. Come spiegato da Remotti, “..le identitá sono soltanto mezzi finzionali mediante cui i soggetti sociali rivendivano diritti o cercano di ottenere determinati tipi di riconoscimenti”(1). In altre parole, ci costruiamo un’identitá che ci faccia sentire bene e che ci dia un ruolo all’interno della societá con cui gli altri devono fare i conti. Come persone abbiamo diverse identitá che vestiamo a seconda delle circostanze. Il voto é il vestito che indossiamo quando ci poniamo davanti alla societá, la maniera in cui vogliamo essere riconusciuti davanti ad essa: di destra, di sinistra etc. Quello che accade é che gli elettori sempre piú indossano l’identitá del ribelle. In un momento di profonda disaffezione verso la politica e la propria esistenza, il sentirsi ribelle energizza e dá la senzazione di avere uno scopo. Il vestito del ribelle cancella la senzazione di impotenza condivisa da tante persone. Nel momento in cui la politica é incapace di dare una direzione e risolvere i tanti problemi del presente (perché il potere decisionale appartiane al mercato), l’alternativa é tra rassegnazione passiva o l’illusione di avere un ruolo attivo nel cambiamento assumendo l’identitá del ribelle. Come detto in precedenza, questa identitá é solo un’illusione che per la maggior parte della gente si riduce al voto come unico atto concreto. Non é un caso che la parola “rivoluzione” sia una delle piú usate nei discorsi politici della gente senza nessun atto pratico a parte la condivisione di qualche parola d’ordine sui social network. La ragione per cui populisti e demagoghi hanno successo non é per i loro programmi ma per la possibilitá che il votarli dá di assumere e rafforzare l’identitá di ribelle, la possibiltá di dirsi che sono per il cambiamento. Il programma o i discorsi dei populisti contano poco, quello che conta é l’immagine di rivolta contro l’establishment che dá la possibilitá agli elettori di sfogare la propria frustrazione e sentirsi utili al cambiamento. Non importano gli errori, gli scandali e le bugie, piú i vertici del Partito Repubblicano prendevano le distanze da Trump durante le primarie, piú voti andavano al magnate. E’ qualcosa di simile a quello che in psicologia viene conosciuto come Basking in reflected glory (BIRGing), dove le persone tendono ad associare se stesse a persone di successo in maniera da aumentare la propria autostima sentendosi parte di quel successo. Nel nostro caso ci si associa a persone antisistema, per confermare l’identitá di ribelle e antisistema che si vuole assumere.

Fa parte di questo sentirsi ribelle anche il trovare un nemico a cui dare tutte le colpe contro cui lottare. L’individuazione del nemico (casta, immigrati, EU etc)  rende piú concreto l’obbiettivo della propria ribellione. I populisti offrono sempre un nemico per galvanizzare le folle creando quel senso di contrapposizione che genera rabbia e riduce il senso critico allo stesso tempo. Quello che differenzia una generica voglia di cambiamento dalla ribellione é proprio l’identificazione di un qualcosa di concreto contro cui ribellarsi. Il nemico dá una base concreta alla ribellione assicurandone anche la sua continuitá nel tempo.Il mondo viene semplificato in una salsa di vittimismo dove i cattivi sono tutti al potere e la propria infelicitá é una decisione voluta da poteri oscuri. La politica viene percepita come inutile contro queste forze e da qui l’esigenza di andare oltre, della necessitá di cambiare non solo la classe politica ma anche di come la cosa pubblica viene gestita. Da qui il rigetto del politicaly correct, del parlamento dove si parla solamente e non si prendono decisioni, dei diritti e delle garanzie che non permettono di risolvere i problemi in tempo rapido.

Questa necessitá del sentirsi ribelle é lo stesso che é alla base delle teorie del complotto tanto in voga sui social. Come ben spiegato da Simone Angioni, chimico dell’università di Pavia e membro del Cicap:

“la convinzione di essere i salvatori del mondo è appagante, soprattutto se si può diventare eroi restando comodamente seduti alla propria scrivania. Mentre rivedere le proprie convinzioni significa tornare alla dura realtà. Così molti preferiscono rimanere nel mondo delle cospirazioni globali”.

Tornado alla politica, il voto ai populisti é appagante perché permette appunto di dirsi che si sta lavorando per il cambiamento stando seduti sulla propria sedia. I populisti vincono perché soddisfano un bisogno prettamente emotivo della gente, dando un`identitá di ribelle e delle coordinate che aiutano la gente a dare un senso a quello che li circonda (il nemico). Una volta date queste risposte, il populista crea un legame affettivo con l`elettore, un legame piú forte di qualsasi scandalo o ragionamento politico. L’unica maniera per spezzare questo legame é offrire una vera alternativa, far uscire la politica e la discussione dai paletti imposti dal neoliberismo. Al momento il populista é l’alternativa “democratica”, ma una volta fallito dopo aver preso il potere, non rimane che prendersela con chi ha permesso ai nemici di prima e agli inacapaci di oggi di arrivare al potere: il sistema democratico.

(1) Francesco Remotti, L’ossesssione Identitaria, Laterza 2010

Nichilismo e Populismo

DSC02125

Assistiamo quasi impotenti all’affermarsi di forze populiste non solo in Europa ma in tutte le maggiori democrazie. I partiti tradizionali ma soprattutto i valori alla base delle nostre democrazie sembrano non fare piu’ presa sugli elettori alla ricerca di alternative senza sapere effettivamente cosa si cerca. L’importante e’ mostare il dito medio a politici e intellettuali considerati pilastri di un sistema che ingabbia le loro vite in codici vuoti lontani dal loro sentire viscerale. Mentre politici e intellettuali parlano alle teste, queste si sono chiuse lasciando alle emozioni la guida delle scelte politiche. In un guazzabuglio di paura, frustrazione e ricerca di un qualcosa a cui dare le colpe della propria miseria individuale, i politici che riescono a entrare in sintonia con questo sentimento sono coloro che vincono le elezioni. Non c’e’ bisogno di proporre soluzioni o alternative, basta dimostrare di saper capire e ascoltare questo sconforto. Le elezioni vengono vinte mettendosi in sintonia con tutto questo, con politici che rinunciano al loro ruolo di guida per diventare manager dello sconforto: da agenti del cambiamento a megafoni del dolore.  Da dove nasce tutto questa disaffezione? Qual e’ la sorgente di questa rabbia? Naturalmente in tanti hanno pagato la crisi in maniera piú pesante di altri e la loro voglia di cambiamento e’ comprensibile soprattutto quando la lotta alle disuguaglianze e’ scomparsa pure dall’agenda politica della sinistra. La crisi comunque non e’ in grado da sola a spiegare questo malcontento perché esso investe anche le classi medie e paesi come Austria, Olanda, Gran Bretagna e Svezia che hanno sofferto solo in parte la crisi. Perché allora persone con lavoro e un buon reditto finisce ammaliato dalle sirene populiste? Perché persone con un presente tutto sommato roseo sono propensi a fare salti nel buio? Perche mettere a rischio il proprio futuro in una mano di poker? Perché anche in un paese come gli USA all’improvviso vedono in Trump una valida proposta politica?

Da punto di vista filosofico viviamo una fase particolare della nostra storia. La religione ha perso la propria centralitá, mentre le grandi ideologie si sono rilevate legate ad un passato che non esiste piú e incapaci di fornire risposte ad un presente che viaggia a ritmi frenetici. Viviamo senza uno scopo, senza un senso ai nostri giorni, consci che come genere umano non siamo al centro dell’universo. Il nichilismo sembra essere diventato il marchio di fabbrica della nostra epoca andandosi a scontrare con la necessitá umana di dare un senso alle cose. Siamo esseri che constantemente hanno bisogno di dare un senso a ció che ci circonda e alla nostra stessa vita. Il nichilismo ha spogliato l’uomo occidentale di un senso alla propria esistenza. Una volta spogliati di una direzione e di un senso, non rimane che ripiegare su se stessi riducendo la propria esistenza al soddisfacimento dei propri desideri. Questo e’ stato abilmente sfruttato dal marketing e dal capitalismo in generale. La sicurezza materiale, il soddisfacimento immediato dei propri desideri e l’affermazione personale tramite il possesso delle cose hanno fornito un senso di marcia. I beni materiali sono usati per riempire il vuoto delle proprie vite. Non importa quanto grande sia la casa, veloce la macchina o il numero di vacanze in un anno, l’uomo occidentale non sará mai nella posizione di riempire quel vuoto o di dire semplicemente “ho piú di quello che mi serve”. Il capitalismo moderno crea modelli di vita irrangiungibili che condannano alla insodistazione perenne. Ci sará sempre un qualcosa che manca, l’ultimo modello da avere assolutamente o semplicemente qualcuno da invidiare. Solo creando falsi miti e mete irrangiungibili, il sistema capitalistico puó costringere a comprare anche quando tutti i bisogni sono stati soddisfatti. L’insoddisfazoine perenne e’ alla base del nostro sistema economico. Questa incapacitá di vivere quei modelli impossibili genera rabbia e la necessitá d’incolpare qualcuno per il proprio fallimento (immigrati, politici, la UE etc). In questa maniera quello che rimane della classe media viene radicalizzato da un punto di vista politico e va a riempire le urne di chi vuole solo distruggere. Per tanti il senso di insoddisfazione e’ piú una percezione che una realtá, una percezione difficile da cambiare perché sempre messa in competizione con un ideale impossibile. Al momento questa frustrazione e’ contro la classe politica ma la miscela tra la rabbia e il malcontento di una fascia sempre piú crescente di poveri e la frustrazione percepita da chi povero non e’ crea le condizioni per cui a farne le spese sará la democrazia stessa come la conosciamo. Una volta che i populisti falliranno dopo essere arrivati al potere con il voto, non rimarrá che prendersela con la democrazia stessa.

Perche’ Trump?

Donald Trump

Non sono americano e non vivo negli USA per dare delle risposte definitive ma qualche riflessione su Trump si puo’ fare dato che il fenomeno e’ simile a quello attraversato da tante (se non tutte) le democrazie occidentali.

Prima di tutto vi e’ una componente populista. Trump riesce a semplificare il discorso politico dando poche certezze in un’epoca che non ne ha. Semplifica la realtà dando soluzioni semplici anche se non funzioneranno. All’elettore basta e avanza perché gli verra’ dato una chiave di lettura di quello che lo circonda dandogli piu’ sicurezza. Cio’ che si conosce non spaventa e attraverso le parole di Trump si ha l’illusione di capire quello che succede e cio’ che serve per far tornare l’america grande di nuovo.

Umberto Eco ci ha lasciato ricordandoci come la rete ha dato la voce a tanti imbecilli. Il risultato e’ un dibattito politico che tende al basso e vince non chi dice qualcosa di intelligente ma quello che l’imbecille vuole ascoltare. Il voto di una persona intelligente o istruita vale quando quella di chi non sa nemmeno per cosa vota e alla fine il politico le elezioni le vince raccogliendo piu’ voti possibili e non convicendo piu’ persone sagge possibili. Non a caso Trump ha affermato di amare i ‘the Poorly Educated’ ovvero quelli senza educazione.

La societa’ americane e’ fortemente individualistica e lui rappresenta il sogno, il modello a cui tutti volgiono aspirare: ricco, belle donne e famoso. Nel momento in cui i politici non vendono progetti ma la loro immagine, in una societa’ come quella americana essere Donald Trump aiuta. La crisi dei partiti e della politica ha portato a una forte personalizzazione della politica che raggiunge i suoi apici in elezioni di questo tipo. Quando qualcuno come la Palin o l’ultimo attore di Hollywood dichiara di appoggiare Trump le sue sue parole sono sempre le stesse: e’ un leader, e’ un vincente, e’ un combattente etc. I programmi e la visione di societa’ finiscono in secondo ordine. Nel momento che si assiste a uno scontro di personalita’, il dibattito diventa impossibile a uso e consumo degli imbecilli di Eco.

Naturalmente vi e’ il malcontento. Tutti non sono contenti della classe politica e vogliono un cambiamento radicale. Trump non viene dall’ establishment del partito repubblicano, non e’ un politico di professione e quindi rappresenta il cambiamento. Qualche parola va spesa su questo malcontento e cosa si intende per esso. Certamente vi e’ l’impoverimento della classe media, certamente ci sono disoccupati e questo spiegherebbe l’ascesa di Sanders ma non quella di Trump dato che proviene da quell’un per cento che fotte il resto del paese. Anche chi ha un lavoro si dice non contento, anche chi non nessun problema si dice non contento. Allora da dove viene questo malcontento anche da parte di chi ha un lavoro e puo’ permettersi una vacanza? Da una parte vi e’ la paura di perdere tutto (e per questo il diverso e’ una minaccia) dall’altra parte continuiamo a porci traguardi irraggiungibili. Il consumismo ci pone delle mete irraggiungibili attraverso i miti del marketing. Dobbiamo essere tristi e inappagati per continuare a comprare e naturalmente diamo la colpa ai politici quando non riusciamo a raggiungere quella perfezione promessa dalla pagine patinate dei nostri giornali.

Cosi come negli anni 20 con il fascismo l’Italia aveva messo in luce quei sentimenti che hanno portato in crisi le democrazie liberali, cosi l’Italia negli anni 90 con Berlusconi ha anticipato quel malessere che sta intaccando le democrazie al giorno d’oggi. Dovremmo finire di lamentarci che siamo indietro in tutto dato che purtroppo siamo dei precursori in politica.

Democrazie contro

Grecia

Per quanto sia stato contento della vittoria di Tsipras, e per quanto ritengo necessario finire le politiche di austerity prima possibile, per me il referendum di oggi rimane una mina per il futuro non solo dell’Europa ma anche della democrazia come la conosciamo noi oggi. Credo che questo referendum possa rappresentare il primo passo verso un’Europa divisa e verso democrazie più autoritarie animate da un populismo esasperato.

La Grecia ha votato contro l’austerity ma ha soprattutto votato contro il piano dei creditori. Ora Tsipras forte della volontà del popolo greco tornerà al tavolo delle trattative mettendo sulla bilancia il chiaro voto elettorale che va rispettato. Spero che abbia fatto bene i suoi conti ma sinceramente credo che purtroppo troverà le porte chiuse davanti. Anche la Merkel e’ espressione della volontà democratica del popolo tedesco, volontà che va rispettata quanto quella greca. La cancelliera sa bene che qualsiasi accordo con il governo greco deve passare dalla forche caudine del Budenstag (parlamento tedesco). In altre parole anche il popolo tedesco attraverso i propri rappresentanti dovrà dare il proprio consenso a qualsiasi accordo. Difficilmente il parlamento tedesco approverà un piano annacquato soprattutto se il piano prevederà uno sconto sul debito greco, ovvero una perdita da parte dei contribuenti tedeschi.

Per questo motivo sia Hollande che la Merkel hanno pochissimo spazio di manovra e a rimetterci sara’ l’idea di un europa democratica e più giusta. Se si lascerà andare la Grecia alla bancarotta e fuori dall’Euro, sara’ la sconfitta dell’idea di un Europa solidale e la dimostrazione evidente che nonostante tutti questi anni di collaborazione i popoli europei sono animati da egoismi nazionali rimettendo indietro le lancette dell’orologio del continente a un epoca di divisione che ha portato nulla di buona al vecchio continente. L’Euro e il processo di unificazione europeo non apparirebbero più’ irreversibile rischiando di travolgere con se le maggiori forze costituzionali europee che in quel progetto dicono di aderire con il rischio che ne consegue per le singole democrazie. Se si approverà un piano generoso nei confronti dei greci, le forze populiste avranno vita facile nell’accusare i propri governi di buttare al macero i soldi dei contribuenti e a rappresentare l’Europa come una mangiatrice di tasse. Popoli e democrazie contro, tutto il contrario di quello per cui l’Europa era nata, tradita dalle politiche di austerità.

Quello che vedo e’ si la sacrosanta volontà del popolo greco di porre un fine a questa assurdità economica dell’austerity ma non posso ignorare di vedere il fallimento della politica. Da parte greca, andare ad un referendum a democraticità limitata, ha segnato la sconfitta della democrazia rappresentativa che ha preferito portare al voto una questione tecnica e per nulla chiara per sfuggire alle proprie responsabilità. Da parte Europea invece si e’ trasferito il debito dalle banche ai propri contribuenti senza il coraggio di spiegare quello che si e’ fatto e il perché di tutto ciò, ignorando gli errori commessi che hanno stroncato l’economia greca, semplificando il tutto facendo passare l’idea che si tratta di un popolo che non vuole pagare i propri debiti.

Sconfitta della politica perché ci troviamo di fronte all’incapacità’ non solo di mettere in piedi una politica diversa dall’austerity ma soprattutto di cambiare la cultura dominante fatta di egoismo e ed edonismo sfrenato. Se non si cambia la cultura dominante, difficilmente si possono cambiare le politiche. La vittoria del No (il SI non avrebbe portato a risultati migliori) e il comportamento dei governi europei, incapaci di prendere le giuste misure per la paura di perdere consensi,  rischia di animare questi egoismi.

In Grecia ha vinto il NO, ma chi rischia di perdere veramente e’ la democrazia in Europa in un vuoto politico da far paura. Allacciamo le cinture perche’ nei prossimi mesi ci tocchera’ ballare in questo vuoto che verra’ riempito con la retorica nazionalista.

Seguici su twitter:@viamila18

Un referendum a democraticita’ limitata

16623_10153077013309899_1259357453446808575_n

Domenica prossima il popolo ellenico sara’ chiamato alle urne per accettare o meno il piano dei creditori. Da piu’ parti si sta esaltando il carattere democratico della possibilita’ dei greci di poter finalmente mostrare il dito medio alle istituzioni finanziarie internazionali. Questa esaltazione nasce da una visione ristretta della democrazia che considera il voto come condizione unica e necessaria per avere una democrazia, senza considerare il contesto e il processo che porta al voto.
Come gia’ evidenziato da Sartori nel suo “Homo Videns”, il risultato di qualsiasi tornata elettorale e’ si l’espressione della volonta’ popolare, ma quello che conta veramente per valutare la democracita’ di un voto e’ come questa volonta’ si e’ formata.
Si puo’ considerare democratico un voto dove la gente si reca alle urne con il terrore di vedere i propri risparmi sparire dopo una settimana passata a fare la fila ai bancomat? Possiamo ritenere democratico un referendum organizzato in fretta e furia con una settimana appena di campagna elettorale senza una vera e propria discussione? Che senso ha un voto dove nessuno sa con certezza cosa accadra’ alla Grecia in caso i No vincano?
La verita’ e’ che questo rerendum risponde piu’ a logiche di potere che a principi democratici. E’ la “exit strategy” di Tsipras dopo non essere stato in grado di conciliare le sue promesse elettorali con le richieste dei creditori. Una vittoria dei No significhere portare la Grecia al default (con tutto quello che ne consegue nel breve periodo) senza poter addossare colpe al governo che ha semplicemente eseguito la volonta’ popolare. In caso di vittoria del Si, il governo sarebbe costretto alle dimissioni lasciando ad altri il duro compito di implementare le dure ricette per accontentare i creditori, permettendo a Syriza di mantenere il consenso dall’opposizione. Anche se rimanesse al governo, Syriza giustificherebbe il cambio di programma come scelta obbligata per rispetto della volonta’ popolare cosi come uscita delle urne.
In questo blog abbiamo visto con favore la vittoria di Tsipras, sottolineando come questa vittoria avrebbe avuto senso solo come catalizzatore delle forze di sinistra europee. Si e’ sottolineato anche come la Grecia non ce l’avrebbe fatta da sola. Purtroppo non solo la Grecia non e’ riuscita a diventare la scintilla per un cambiamento dell’ideologia economica dominante in Europa ma e’ diventata l’occasione per mandare un messaggio minaccioso agli altri paesi in difficolta’: si punisce Atene per avvertire gli elettori nel caso gli venga in mente di votare tutte le forze politiche anti Euro, da M5S a Podemos.
L’incapacita’ di trovare un accordo sul debito greco non e’ solo il fallimento dell’estrema sinistra greca ma della politica in Europa, incapace di fornire un’alternativa valida alle politiche dominanti.
La classe politica europea e’ palesemente priva di un progetto politico, riducendo la politica e il ruolo dello stato a semplice regolamentatore, lasciando ai mercati il compito di costruire il nostro futuro. La Grecia sara’  un altra occassione persa per cambiare non solo l’Europa o la gestione dell’economia ma soprattutto per mettere un argine al populismo crescente. La miope politica di punire la Grecia per educare il resto degli europei rafforzera’ semplicemente il sentimento e la visione di un’ Europa che tiene prigioniera i propri popoli. Come gia’ evidenziato in precedenza, a rischio non e’ soltanto l’Euro o il progetto di un’Europa piu’ coesa ma soprattutto la stessa democrazia come la conosciamo oggi, in un momento dove tante forze politiche sovrappongono democrazia, Europa ed Euro in un unico obbiettivo. Per questo motivo, la Grecia non e’ soltanto una mattonella di un domino economico ma anche politico. Qualunque sia il risultato del refendum,  avremo una Grecia attraversata da un senso di umiliazione, di rivalsa nei confronti dell’Europa e di risentimento verso la classe politica che ha svenduto il paese. Una miscela esplosiva, pronta ad alimentare un nazionalismo esasperato che minacerebbe la democrazia greca. Ironia della storia, il tutto nel paese dove la democrazia e’ nata con l’aiuto della forma piu’ alta di democrazia: un referendum.

Seguici su twitter:@viamila18