Il divario tra centro e periferia

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La Brexit, la vittoria di Trump e il successo elettorale della Le Pen hanno una cosa in comune: l’aver evidenziato il divario tra cittá e periferia (dove per periferia s’intende non soltando i quartieri marginali delle grandi citta ma anche le regioni rurali e le piccole cittá).  Londra aveva votato massiciamente a favore del “Remain”, la Clinton aveva praticamente fatto il pieno nelle grandi citta costiere lasciando a Trump le praterie. Lo stesso é accaduto in Francia dove le cittá hanno tendenzialmente rigettato la Le Pen, proprio dove il suo messaggio contro gli immigrati avrebbe dovuto avere piú appeal. L’avvento di Internet aveva fatto sperare nella fine della distinzione tra centro e periferia dove bastava un PC per essere al centro del mondo. La promessa di un mondo interconnesso avrebbe reso la distanza e il luogo irrilevante. Invece, nonostante le distanze si siano ridottte telematicamente, il divario tra centro e periferie é aumentato insieme al risentimento di quest’ultime nei confronti del potere accusato di ignorare le loro esigenze.

Le cause sono molteplici. Prima di tutto la diminuzione degli investimenti pubblici non solo in termini d’investimenti ma soprattutto nella capacitá del pubblico di generare domanda e sorreggere le economie perfiferiche. Meno investimenti pubblici uguale meno domanda che si traduce in meno economia per le aziende locali. Questo genera disoccupazione o sottocupazione che spinge i giovani a lasciare le regioni perfiferiche per spostarsi nelle grandi cittá.  La deindustrializzazione si fa sentire soprattutto lontano dal centro con aziende meno competitive perché non in contatto con i centri d’innovazione vicini alle grandi universitá. Lontani dal centro significa anche essere lontani dalla finanza e dal capitale necessario per creare impresa. La crisi finanziaria ha messo in crisi molte piccole banche che sostenevano le piccole aziende locali a cui risulta difficile attingere ai finanziamenti erogati dai grossi gruppi finanziari che sono collocati nelle grandi cittá. Il centro attira non solo investimenti ma soprattutto capitale umano a scapito delle perfiferie dove rimangono non soltando gli anziani ma la parte meno dinamica della propria popolazione.

La perdita d’influenza e soprattutto l’impoverimento delle regioni marginali potrebbe essere uno dei motori della politica nei prossimi anni. La storia di ogni nazione si sviluppa sulla base di fratture tra gruppi sociali . Secondo molti politologi (in particolar modo Rokkan), queste fratture sono alla base dei vari partiti (capitale lavoro alla base della contrapposizione tra partiti socialisti e borghesi, stato chiesa tra partiti liberali e cattolici etc). La prima frattura affrontata al momento della nascita degli stati nazione é stata proprio quella tra cittá e periferie. Dopo un paio di secoli e nonostante Internet, questa frattura non solo non é scomparsa ma sembra apparire sempre piú ampia. Se negli anni 90 la Lega Nord é stata il simbolo di una periferia dinamica che cercava di tenere per se il frutto del proprio sviluppo, oggi i partit anti-establishment con venature fortemente anti democratiche rischiano di diventare gli unici portavoce delle periferie abbandonate. Se le politiche economiche a livello continentele non verranno cambiate, se il pubblico non torna ad investire, i populismi e le piattaforme politiche autoritarie potrebbero trovare nelle periferie un gruppo sociale da cui partire per arrivare al potere. Al momento é forse solo voto di protesta ma la continuazione di questa situazione potrebbe aiutare queste forze a radicalizzare il proprio consenso. Se nei paesi islamici,l’estremismo religioso usa le campagne per conquistare il centro, nei paesi a tradizione democratiche le periferie potrebbero essere usate per scardinare il centro ormai divenuto sinonimo di establishment.

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