Renzi e il PD sconfitti dal Renzismo

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Dopo le elezioni europee dove Renzi aveva preso il 40% avevamo affermato che  non si poteva accontentare di rimanere a galleggiare. La gente vedeva in lui il cambiamento e lo pretendeva. Questo lo avrebbe obbligato a cercare un legame diretto con gli elettori mettendo a rischio l’unitá del PD. Nei mille giorni a palazzo Chigi, Renzi non ha fatto altro che cercare questo legame diretto, scavalcando il suo partito. Ha cercato di rafforzare la sua posizione nel paese attravero la narrazione di un paese che cambiava nonostante i gufi. La riforma costituzionale non era una delle prioritá che la gente chiedeva ma la sua modifica, dove in tanti avevano fallito, sarebbe stata un’altra dimostrazione della sua capacitá di cambiare il paese. Una riforma piú utile alla sua immagine di riformatore che al paese. Si e’ buttato in questa avventura sicuro di portare a casa una facile vittoria  puntando sulla stanchezza degli italiani verso una politica immobile. Il referendum sarebbe dovuto essere un’altra tappa di legimittazione della sua leadership e il rafforzamento dell’idea che il paese fosse in movimento grazie a lui. Prima di pentirsene, ha cercato di personalizzare il referendum chiedendo un voto su di lui (votate Si altrimenti mi dimetto) come per sigillare e rendere un tutt’uno il cambiamento con la sua presenza a Palazzo Chigi.
 La troppa fretta, l’auto illusione di essere un cavallo di razza, l’arroganza mostrata nei confronti di chi la pensa diversamente da lui, e tutto quello che compone il lato oscuro del renzismo lo hanno tradito non lasciandogli vedere quello che stava accadendo. Il suo ottimismo mal si conciliava con le difficoltá quotidiane che l’Italia affrontava e alla fine la sua visione felice del paese e’ risultata quasi offensiva. La gente non ha votato per difendere la costituzione ma semplicemnete per mostrare la rabbia nei confronti di un cambiamento che appariva solo sulle testate dei giornali e nei TG ma non nel loro quotidiano e nelle loro tasche.
Chiamatelo voto di pancia, chiamatela anti politica, chiamatela come volete ma il renzismo non si é trasformato in risposta politica al populismo e alla sfiducia degli italiani verso il sistema politico. La sua rottamazione si é trasformata presto in conservazione del potere accettando come amici di viaggio prima Alfano e poi Verdini. La sua vicinanza a De Luca, nessun serio tentativo di ridurre i costi della politica, la vicinanza agli ambienti della finanza hanno reso presto Renzi un’altro rappresentante di quel potere che gli Italiani vogliono rovesciare senza sapere bene cosa fare dopo. La riforma della costituzione era si un principio di cambiamento ma era diventata presto la merce di scambio di un sistema che vendeva un piccolo cambiamento in cambio del mantenimento dello status quo. Lo scambio non ha convinto gli Italiani che hanno presferito rigettare la riforma pur di cambiare quel sistema di potere che offriva il cambiamento.

Passato l’effeto della novitá, il renzismo é diventato presto sinonimo di vecchia politica che vendeva ottimismo e riforme senza un reale effetto nella vita degli italiani. Renzi ha cercato di apparire nuovo sottraendosi ai vecchi riti di partito rimunciando al tentativo di compromesso e andando allo scontro con la sinistra del PD. Quello scontro gli serviva per dimostrare quando lui fosse nuovo in contrasto non solo ai D’Alema e ai Bersani ma soprattutto in contrasto con il proprio partito dove partito fa sinonimo con malapolitica, corruzione e causa di tutti i mali nel cuore e nella ente di tanti italiani. Il referendum doveva essere una tappa importante del renzismo dove il PD sarebbe stato ridotto all’impotenza davanti al legame diretto tra Renzi e italiani che sarebbe stato saldato dalla vittoria del Sí. La vittoria al referendum avrebbe rafforzato ancora di piú quell’indentificazione tra Renzi e PD costrigendo all’irrelevanza politica chi all’interno del partito non si piegava al renzismo. Il no alla riforma Boschi era da parte di molti all’interno del PD non tanto il tentativo  di riprendersi il partito ma soprattutto di evitare la fine dell’ultimo partito di massa in Italia che si sarebbe trasformato in un altro partito personale dove la propria fortuna e soppravivenza dipendono dalle sorti del leader. In poche parole volevano evitare quello che Berlusconi e’stato per Forza Italia.Il contrasto era tra due visioni. Da una parte il Renzismo che si rifá ad una concenzione leaderistica della politica dove il partito é a servizio del leader, e dall’altra la vecchia concenzione dove il partito viene prima del leader e questo e’ soltando un funzionario. Da una parte il tentivo ulteriore di personalizzare la politica, dall’altro la resistenza e l’attaccamentoa vecchi schemi che sono un ostacolo a quella personalizzazione.

Cosa accadrá ora? Molto dipendenderá da come Renzi interpreterá quel 40% e dalla capacitá o meno della minoranza del PD di riportare Renzi al ruolo di funzionario. Renzi vorrá andare al voto subito evitando di essere logorato puntando a quel 40% che lui ritiene “suo”. Se non riuscirá a portare il paese al voto,  vorrá dire il partito ha avuto la meglio sul leader. In questo caso Renzi fará anche un passo indietro come segretario del PD, lascerá il PD logorarsi mandandolo alla sconfitta elettorale nel 2018. Un PD sconfitto sará pronto per essere fagocitato dal partito della Leopolda sancendo la fine dell’ultimo partito di massa italiano.
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