Il voto e l’identitá di ribelle

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All’indomani di ogni tornata elettorale ci si chiede quali siano le ragioni che spingono tanti elettori a scegliere candidati o politiche antisistema: da Trump alla Le Pen, dal Brexit ai movimenti indipendentisti in giro per l’Europa. La risposta comune é la crisi economica e di come la disuguaglianza abbia creato un divario tra le classi popolari e le elite. Il voto diventa uno strumento per manifestare il proprio malcotento o la ricerca di un’alternativa al di fuori dei partiti di sistema considerati responsabili del disagio dei nostri giorni. In un momento dove i partiti tradizionali di sinistra hanno abbondonato la battaglia per l’uguaglianza, allineandosi alle politiche neoliberiste, il malcontento e’ stato intercettato dall’estrema destra o piu’ in generale dal populismo. In questo blog, pur condivendendo questa tesi, ci siamo sforzati a trovare altre ragioni per spiegare il presente. La crisi economica non puó essere considerata come unica chiave di lettura dato che anche la classe media (anche se si rimpicciolisce sempre piú) e coloro non colpiti dalla crisi sembrano orientarsi in maniera preoccupante verso opzioni “distruttrici”. Nell’articolo precedente ci siamo soffermati sul malessere creato dal marketing che crea frustrazioni imponendo modelli di vita irraggiungibili. Il marketing non ha fatto altro che donare una direzione materiale a un’epoca dominata dal nichilismo, ovvero dalla presunta assenza non solo di valori ma soprattutto di una direzione a seguito del crollo del senso religioso e delle grandi ideologie. In un momento in cui l’individuo si trova senza direzione, la domanda “chi sono?” diventa ancora piú pressante. Il voto diventa una delle maniera per affermare e creare una propria identitá, un modo per asserire cosa si é.

L’elettore attraverso il voto si da un`identitá, un modo come altri per dirsi quello che si é o quello che si vorrebbe essere. Come spiegato da Remotti, “..le identitá sono soltanto mezzi finzionali mediante cui i soggetti sociali rivendivano diritti o cercano di ottenere determinati tipi di riconoscimenti”(1). In altre parole, ci costruiamo un’identitá che ci faccia sentire bene e che ci dia un ruolo all’interno della societá con cui gli altri devono fare i conti. Come persone abbiamo diverse identitá che vestiamo a seconda delle circostanze. Il voto é il vestito che indossiamo quando ci poniamo davanti alla societá, la maniera in cui vogliamo essere riconusciuti davanti ad essa: di destra, di sinistra etc. Quello che accade é che gli elettori sempre piú indossano l’identitá del ribelle. In un momento di profonda disaffezione verso la politica e la propria esistenza, il sentirsi ribelle energizza e dá la senzazione di avere uno scopo. Il vestito del ribelle cancella la senzazione di impotenza condivisa da tante persone. Nel momento in cui la politica é incapace di dare una direzione e risolvere i tanti problemi del presente (perché il potere decisionale appartiane al mercato), l’alternativa é tra rassegnazione passiva o l’illusione di avere un ruolo attivo nel cambiamento assumendo l’identitá del ribelle. Come detto in precedenza, questa identitá é solo un’illusione che per la maggior parte della gente si riduce al voto come unico atto concreto. Non é un caso che la parola “rivoluzione” sia una delle piú usate nei discorsi politici della gente senza nessun atto pratico a parte la condivisione di qualche parola d’ordine sui social network. La ragione per cui populisti e demagoghi hanno successo non é per i loro programmi ma per la possibilitá che il votarli dá di assumere e rafforzare l’identitá di ribelle, la possibiltá di dirsi che sono per il cambiamento. Il programma o i discorsi dei populisti contano poco, quello che conta é l’immagine di rivolta contro l’establishment che dá la possibilitá agli elettori di sfogare la propria frustrazione e sentirsi utili al cambiamento. Non importano gli errori, gli scandali e le bugie, piú i vertici del Partito Repubblicano prendevano le distanze da Trump durante le primarie, piú voti andavano al magnate. E’ qualcosa di simile a quello che in psicologia viene conosciuto come Basking in reflected glory (BIRGing), dove le persone tendono ad associare se stesse a persone di successo in maniera da aumentare la propria autostima sentendosi parte di quel successo. Nel nostro caso ci si associa a persone antisistema, per confermare l’identitá di ribelle e antisistema che si vuole assumere.

Fa parte di questo sentirsi ribelle anche il trovare un nemico a cui dare tutte le colpe contro cui lottare. L’individuazione del nemico (casta, immigrati, EU etc)  rende piú concreto l’obbiettivo della propria ribellione. I populisti offrono sempre un nemico per galvanizzare le folle creando quel senso di contrapposizione che genera rabbia e riduce il senso critico allo stesso tempo. Quello che differenzia una generica voglia di cambiamento dalla ribellione é proprio l’identificazione di un qualcosa di concreto contro cui ribellarsi. Il nemico dá una base concreta alla ribellione assicurandone anche la sua continuitá nel tempo.Il mondo viene semplificato in una salsa di vittimismo dove i cattivi sono tutti al potere e la propria infelicitá é una decisione voluta da poteri oscuri. La politica viene percepita come inutile contro queste forze e da qui l’esigenza di andare oltre, della necessitá di cambiare non solo la classe politica ma anche di come la cosa pubblica viene gestita. Da qui il rigetto del politicaly correct, del parlamento dove si parla solamente e non si prendono decisioni, dei diritti e delle garanzie che non permettono di risolvere i problemi in tempo rapido.

Questa necessitá del sentirsi ribelle é lo stesso che é alla base delle teorie del complotto tanto in voga sui social. Come ben spiegato da Simone Angioni, chimico dell’università di Pavia e membro del Cicap:

“la convinzione di essere i salvatori del mondo è appagante, soprattutto se si può diventare eroi restando comodamente seduti alla propria scrivania. Mentre rivedere le proprie convinzioni significa tornare alla dura realtà. Così molti preferiscono rimanere nel mondo delle cospirazioni globali”.

Tornado alla politica, il voto ai populisti é appagante perché permette appunto di dirsi che si sta lavorando per il cambiamento stando seduti sulla propria sedia. I populisti vincono perché soddisfano un bisogno prettamente emotivo della gente, dando un`identitá di ribelle e delle coordinate che aiutano la gente a dare un senso a quello che li circonda (il nemico). Una volta date queste risposte, il populista crea un legame affettivo con l`elettore, un legame piú forte di qualsasi scandalo o ragionamento politico. L’unica maniera per spezzare questo legame é offrire una vera alternativa, far uscire la politica e la discussione dai paletti imposti dal neoliberismo. Al momento il populista é l’alternativa “democratica”, ma una volta fallito dopo aver preso il potere, non rimane che prendersela con chi ha permesso ai nemici di prima e agli inacapaci di oggi di arrivare al potere: il sistema democratico.

(1) Francesco Remotti, L’ossesssione Identitaria, Laterza 2010

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